domenica 17 maggio 2026

L'Amaca

 


Arrivano i comunisti

DI MICHELE SERRA

Secondo il repubblicano Mike Johnson, speaker del Congresso degli Stati Uniti, l'America sta correndo un rischio mortale: il comunismo. Johnson è letteralmente atterrito dalle politiche sociali più energiche, alla Mamdani, che molti giovani esponenti dem dicono di volere adottare. Ha affidato a quell'illuminato medium che è Fox News le seguenti parole: «Professano apertamente un'ideologia socialista marxista. È qualcosa che non abbiamo mai visto prima nella storia americana. Si tratta di allontanarsi da una repubblica costituzionale verso un'ideologia utopica comunista, ed è una cosa pericolosa per il futuro del Paese».

La storia è spesso tragica, ma per fortuna anche ridicola: e si devono ringraziare le persone come Mike Johnson per la capacità di mettere in scena il ridicolo in tutta la sua potenza. La «repubblica costituzionale», secondo questo signore, non è messa a repentaglio dall'assalto dei trumpiani al Campidoglio, o dagli infiniti colpi inferti da Trump alle regole di convivenza e all'equilibrio tra i poteri, o dal diretto insediamento alla Casa Bianca, con tanto di foto ricordo, di un ristretto manipolo di oligarchi che la Repubblica e la Costituzione, all'occorrenza, se le comperano ordinandole su Amazon.

No, il vero pericolo per l'integrità della Nazione e delle sue istituzioni sono le provvigioni per gli invalidi, l'assistenza sanitaria per i poveri, le nuove misure di welfare e la tassazione dei grandi patrimoni, chieste da quella parte dei dem finalmente uscita dal letargo; e rese urgenti, per altro, proprio dalla scandalosa sperequazione tra ricchi e poveri che l'amministrazione in carica incarna come meglio non si potrebbe.

Peggiore dell'ottusità reazionaria c'è una cosa soltanto: l'ottusità reazionaria di un americano.

Paragoni

 

FI e i “valori” del caimano Da Eluana a Marina B. 


di Daniela Ranieri

Quando c’è in gioco Berlusconi, l’Italia mentale soffre di una psicosi a due teste: da una parte non riusciamo a disfarcene, e la sua eredità politica e morale grava su tutti noi (mentre quella finanziaria ricade solo sui due eredi e sulle sorti del governo che costoro occupano per un terzo), vedi tentativo di separazione delle carriere e scempi vari sulla Giustizia; dall’altra parte, vige una specie di amnesia collettiva, che – più che profilattica e pneumatica – è assolutoria (vedi funerali di Stato, francobolli, strade e aeroporti a lui dedicati).

Adesso Marina Berlusconi, pare, vuole fare un partito liberale, con dentro gente come Calenda eccetera, tutto basato sui diritti civili e molto aperto su temi caldi della bioetica come l’aborto e il suicidio assistito. Tutti applaudono, ovviamente: ormai sono pochi i beghini rimasti in Parlamento, e ce li ha quasi tutti il Pd. Del resto, Berlusconi era l’uomo col sorriso bianco come la vetroresina dei suoi yacht, il capo del Partito dell’amore e del Popolo della Libertà. Evidentemente solo noi ricordiamo quando, nel 2009, da capo del governo, il frequentatore dei Family Day e sottoscrittore della Carta dei Pro Vita contro l’aborto si oppose strenuamente con un decreto legge (che il presidente Napolitano respinse per palese incostituzionalità, perché interveniva su una decisione della magistratura) alla decisione autorizzata dalla Cassazione che venissero interrotte l’idratazione e l’alimentazione forzata a Eluana Englaro, costretta a letto in stato vegetativo dal 1992 in seguito a un incidente, come chiedeva da tempo suo padre Beppino. Allora Berlusconi si produsse in una delle sue più ributtanti uscite: “Eluana è una persona che respira, che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”. C’è il video su YouTube: lo vedano, quelli che oggi vogliono tutelare i diritti civili e la libertà dell’individuo con Marina in nome dei “valori” trasmessi da suo padre.

Precisazione

 

Toghe rotte 


di Marco Travaglio 

Diversi “colleghi” sono indaffaratissimi a strologare sulle nostre posizioni nel tentativo di coglierci in fallo sulla buona fede, la coerenza e l’imparzialità (che non è neutralità o ignavia, ma partire da un principio e applicarlo in egual misura a tutti, senza sconti per nessuno). Ora sono scandalizzati perché il Fatto, che “difende sempre tutti i magistrati”, se la prende con i pm di Pavia per l’indagine su Sempio e con i pg di Milano per la non-indagine sulla Minetti. Ma sono false sia la premessa sia le conclusioni. Non ci siamo mai sognati di difendere a prescindere tutti e 9mila i magistrati: dipende da ciò che fanno. Ne abbiamo criticati a decine, quelli che ci parevano meritarlo, e alcuni ci hanno pure querelati. La Procura di Pavia ha fatto benissimo a verificare i sospetti su Sempio e quindi i dubbi sulla condanna di Stasi. Ma ora, visto il poco o nulla che hanno trovato, dovrebbe arrendersi all’evidenza e chiedere l’archiviazione (che consentirebbe di riaprire le indagini se saltasse fuori una prova vera, cosa che un proscioglimento del gup o un’assoluzione al processo renderebbe impossibile per il ne bis in idem). Quanto ai pg di Milano, se il ministro della Giustizia attivato dal capo dello Stato chiede di indagare sui fatti svelati dal Fatto che inficiano i presupposti della grazia alla Minetti, non serve Sherlock Holmes per capire che va ascoltato chi li ha raccontati al Fatto e chi potrebbe confermarli. Sennò si dà l’impressione di non voler ammettere l’errore, oltre a indurre il presidente della Repubblica in un secondo errore.

L’altroieri sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il gup di Reggio Emilia ha assolto Sgarbi su un altro scoop del Fatto: il dipinto del Manetti rubato e acquistato dal politico, con l’aggiunta di una torcia sullo sfondo. Sentenza a dir poco stupefacente: i fatti sono tutti veri, ma siccome Sgarbi è “persona nota e socialmente ben inserita”, insomma un Vip, è impossibile che abbia acquistato il quadro sapendo che era rubato e commissionato l’aggiunta della torcia con “dolo”, rischiando così “di infangare la sua immagine di serietà professionale” (ma quale?). E allora perché disse che il Manetti era un altro rispetto a quello rubato? Il gup aggiunge che, “pur non incensurato”, i suoi “unici precedenti sono aspecifici e correlati a condanne per delitti di diffamazione a mezzo stampa”. Ma è falso: Sgarbi ha una condanna definitiva per falso e truffa continuata e aggravata al ministero dei Beni Culturali (di cui era sottosegretario). E la fiaccola fatta aggiungere da un copista? “Interventi estetici non infrequenti nel settore dei collezionisti di quadri antichi”. Pure la Gioconda sarebbe esteticamente più gradevole con una fiaccola nel décolleté. Peccato che quel coglione di Leonardo non ci abbia pensato.

sabato 16 maggio 2026

Dialoghi

 



L'Amaca

 


Un guinzaglio per Cuba

DI MICHELE SERRA

Povera Cuba, che sarà presa per fame dopo un assedio lungo tre quarti di secolo. Stretta tra la sua storia rivoluzionaria che da molti anni le fa sempre più da zavorra e sempre meno da sostegno, e il suo arrogante, debordante vicino, che finalmente può comperarsela. E lo farà. Ci toccherà sentire "l'abbiamo liberata", ma anche il più severo critico del castrismo saprà che non è vero. Cuba avrà solo cambiato guinzaglio, e quello nuovo avrà l'ulteriore colpa di essere un guinzaglio imposto da fuori.

Manca fin qui un piano conclamato per trasformarla in un resort per vecchi americani ricchi (tipo l'orribile video di Gaza indorata per l'happy hour dei conquistatori bianchi) ma basta aspettare. Da un giorno all'altro spunterà fuori, e sarà odioso come tutti i progetti di sottomissione, di cancellazione, di normalizzazione. E come tutto l'immaginario del trumpismo, che è il peggiore incubo di chi crede che il bello sia il contrario del pacchiano, e il giusto sia il contrario della prepotenza.

Spacceranno per "progresso" un ritorno al passato coloniale, quando Cuba era un'inoffensiva dependance dell'America bianca, un grande bordello e un grande casinò. Condotta da un regime così fradicio e corrotto che bastò uno sbarco di mezzi matti per rovesciarlo. È già tutto scritto, manca solo di conoscere modalità, tempi, dettagli. Molti cubani se la caveranno meglio e avranno tempo di domandarsi se fosse il comunismo o l'embargo a farli vivere così faticosamente. Molti vivranno peggio ma nessuno se ne stupirà, perché il capitalismo è selettivo, non ha tempo da perdere con i poveri.

50 anni di Puliciclone

 

Pulici «Uno scudetto vinto senza essere divi. Oggi? Faccio la spesa»

DI MAURIZIO CROSETTI

Le braccia tese, perfettamente parallele, e i pugni chiusi dopo il gol. Il petto all'infuori, il corpo un po' sulle punte dei piedi nella flessione ad arco: così, Paolo Pulici. A occhio, per sempre. Oggi sono 50 anni da quello scudetto. 

Pulici, cos'è stato davvero?

«Un lavoro fatto bene, niente di più e niente di meno. Giocavamo a pallone come altri andavano in fabbrica, in ufficio, a scuola, come guidare un camion o alzare un muro di mattoni. Era godersi una cosa meravigliosa, però normale. Non guadagnavamo tantissimi soldi: meglio così».

Eravate divi?

«Ma per niente! Dopo le partite, andavo a casa a piedi in mezzo ai tifosi che mi accompagnavano, abitavo a due passi dallo stadio Comunale, in via Monfalcone. Qualcuno mi allungava una sigaretta. Se avevo fatto gol o se avevamo vinto, quasi mi portavano di peso».

Cosa le diceva, quella gente?

«Una volta un tifoso mi chiese se io avessi mai giocato con il Grande Torino: ma io sono nato un anno dopo Superga! Lui, però, con la domanda intendeva dire che ero come loro, ero degno di loro, e io mi sentivo in paradiso».

Il giorno dello scudetto: 16 maggio 1976, Toro-Cesena 1-1, gol di Pulici.

«Tuffo di testa, poi l'autorete di Mozzini. Gigi Radice, l'allenatore, non era contento, lui voleva sempre vincere».

Pulici, lei saprà di essere una leggenda. Come la vive?

«Quando vado nei club del Toro, in mezzo alla folla ci metto due ore per fare cinquanta metri. Claudio Sala, Zac e Ciccio mi sfottono e mi mandano a quel paese, "Pupi", mi dicono, "esisti solo tu". Ma io non lo so mica perché succede questo, cioè lo so ma provo anche ansia, tutto mi pare troppo. Un tifoso si è inginocchiato e mi ha baciato la mano, un altro mi ha tenuto per un'ora fermo davanti al supermercato, voleva sapere, chiedeva. Fatico a capire, poi però lo so anch'io che Pulici è Pulici».

Come si affronta questa cosa?

«Faccio lunghe passeggiate sull'argine dell'Adda, a Trezzo, il mio paese. Lì puoi camminare per due ore senza incontrare nessuno, e questo mi piace. Sono più o meno quindici chilometri. Se poi incrocio altre persone, ecco che di nuovo mi accorgo chi è Pulici, e l'importanza che ha. Va bene, sarò ricordato, e questo mi rende felice».

Cos'era quel Toro?

«La squadra più moderna d'Italia, una piccola Olanda. Giocavamo benissimo, e i giovani lo sanno. Magari non ci hanno neanche mai visto su YouTube, ma quando ci incontrano a volte perdono la testa. E io, lì, mi sento un po' scollegato dal tempo».

Pensa che oggi i giocatori del Toro sappiano queste cose?

«Credo non abbiano la minima idea della maglia che indossano».

Qual è la diversità granata?

«Gli altri hanno tifosi, vittorie e sconfitte. Noi siamo una fede».

Non ritiene di avere avuto dal calcio meno di quanto meritasse?

«Sono stato convocato 70 volte in nazionale, con appena 19 presenze. Eppure, io ho vinto per tre volte il titolo di capocannoniere in serie A. Un giorno, Bearzot mi chiama e mi fa: "Domani giochi tu, vediamo se sei in forma come dicono". Io rispondo "va bene", poi prendo una bottiglietta d'acqua al bar e salgo in camera, quando vedo che il signor Bearzot parla con Bettega. Morale: il giorno dopo gioca lui, e io vado in tribuna. Dissi a Bearzot di non chiamarmi più, che almeno sarei rimasto con mia moglie e mia figlia».

Chi comandava?

«La Juventus, ma nel derby l'ho battuta tante di quelle volte».

Pulici e Graziani: la coppia d'attacco italiana più forte di sempre?

«Penso di sì. Ciccio veniva da me e mi diceva: "Sì, sì, i gemelli del gol, però io non conto un fico secco". Gli rispondevo che lo capivo, ma mica decidevo io. Poi, però, pensavo: se io sono Pulici, ci sarà un perché».

Il Toro rappresentava Torino più della Juventus?

«Una volta un ex sindaco mi raccontò di avere fatto una specie di sondaggio prima delle elezioni, scoprendo che l'87 per cento dei torinesi tifava granata. La città eravamo noi, molto più di loro».

Pulici, lei allena ancora i bambini del suo paese?

«Ho smesso l'anno scorso, perché la Tritium aveva deciso di aumentare il costo della scuola calcio».

Come festeggerà il compleanno dello scudetto?

«Andrò a Torino, dove hanno organizzato delle iniziative allo stadio per beneficenza, e dove cercherò di essere all'altezza: ci sarà il mondo. Ieri, mia figlia mi ha detto "papà, oggi non vai a comprare il pane e invece vai a sistemarti i capelli", perché, sa, io tutte le mattine faccio la spesa. Ho pensato che fosse proprio una cosa giusta essere in ordine per il Toro».

Click!

 

Volody, ascesa e caduta dell’eroe creato dagli Usa 


di Francesco Ferrante*

Per anni il racconto occidentale sull’Ucraina è stato costruito come una sceneggiatura hollywoodiana. Da una parte il bene assoluto, dall’altra il male assoluto. Da un lato “la democrazia”, dall’altro “l’autocrazia”. E nel mezzo, una figura trasformata in simbolo globale: Zelensky, elevato a paladino dell’intera sicurezza europea. Non più comico che suona il pianoforte col pene in televisione, ma attore diventato presidente. E poi presidente diventato eroe. Infine, metamorfosi in brand geopolitico.

Dentro questo Truman show, qualsiasi dubbio diventava propaganda russa. Parlare di corruzione in Ucraina diventava immediatamente “filo-Putin”. Ricordare il peso storico degli oligarchi ucraini era “disinformazione”. Notare che l’invio di miliardi di dollari avrebbe inevitabilmente generato reti di potere, tangenti, lotte interne e arricchimenti personali, era da sabotatori narrativi. Poi però qualcosa cambia. Le stesse autorità anti-corruzione ucraine iniziano a puntare il dito contro figure centrali del sistema vicine a Zelensky. Prima gli scandali energetici, poi le perquisizioni, quindi le dimissioni e infine le accuse di riciclaggio. E ora persino Andriy Yermak, il più potente dell’entourage presidenziale, viene indicato come sospettato in un grande schema di riciclaggio legato a progetti immobiliari e fondi del settore energetico. Ma la parte interessante non è la corruzione in sé. Chi conosce anche solo superficialmente lo spazio post-sovietico sa perfettamente che il rapporto tra politica, oligarchi, apparati economici e servizi è sempre stato strutturale. L’Ucraina non fa eccezione. A voler essere sinceri, neppure l’Occidente può presentarsi come moralmente incontaminato. Il punto vero è un altro: la tempistica. Certe informazioni non escono “per errore”. E non arrivano improvvisamente sulla stampa internazionale perché qualcuno si sveglia e scopre che in un Paese devastato dalla guerra c’è una rete corruttiva gigantesca. Questi dossier esistono da anni. Raccolti, archiviati, monitorati. Ma soprattutto, gestiti politicamente. Ed è qui che la situazione ucraina diventa interessante. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una crescente esposizione mediatica degli scandali interni. Poi a tensioni tra presidenza e organismi anti-corruzione. Infine, ai tentativi politici di limitarne l’autonomia, trasformati a loro volta in oggetto di polemica pubblica. Nel frattempo, però, i nomi coinvolti si avvicinano sempre di più al cuore del potere: ex ministri, uomini dell’entourage presidenziale, partner economici, figure interne all’ufficio di Zelensky.

Ed è qui che entra in gioco la vera logica del potere. Nelle guerre moderne nessuno viene scaricato apertamente dall’oggi al domani. Prima cambia il clima informativo. Si prepara lentamente il terreno psicologico, rompendo poco alla volta quell’aura di intoccabilità costruita negli anni. Un processo graduale, silenzioso. Ma abbastanza riconoscibile. E gli esempi storici non mancano affatto. Non perché “gli Usa creino e distruggano tutto”, come spesso si semplifica, ma perché ragionano quasi sempre in termini di utilità strategica, non di amicizia o fedeltà morale. Nella storia americana recente esiste uno schema ricorrente: prima si costruisce il “personaggio”; poi arriva protezione politica e copertura mediatica; quindi una lunga tolleranza verso comportamenti discutibili. Tuttavia, poi gli stessi problemi iniziano improvvisamente a finire sulle prime pagine. Ed è qui che si scarica il personaggio, quando diventa più un costo che una risorsa. Nei copioni di Washington, altre evidenze storiche non mancano: lo Scià d’Iran, Ngo Dinh Diem (Vietnam), Noriega (Panama), Saddam Hussein (Iraq), Mubarak (Egitto), Karzai e poi Ghani (Afghanistan). Figure prima sostenute, poi diventate inutilizzabili. Le grandi potenze mai ammettono di “cambiare cavallo”. Prima hanno bisogno di modificare la narrativa. Allora iniziano fughe di notizie, articoli sugli scandali, critiche alla governance, accuse di corruzione, spesso alimentate da fonti anonime improvvisamente molto attive. E oggi come ieri, il consenso mediatico è parte integrante della strategia. Un leader non viene semplicemente sostituito. Prima bisogna desacralizzarlo.

*Col. (Ris) già al Jhq e Covi