giovedì 7 maggio 2026

Prima pagina

 



Era forte forte!

 


Non vorrei sbagliare ma c'ero pur io in quel derby dove il Becca ci rifilò due pere, lo percepisco da quell’antico sentimento strano che attanaglia invasati come me quando dall'altra parte trovi qualcuno come Evaristo, a cui non potevi dir nulla, perché in fin dei conti, piacendoti il calcio, quel calcio, vederlo danzare era una gioia per ogni bulbo oculare, qualsiasi colore avesse.
Ne abbiamo avuti anche noi di simili eroi, certamente, ad iniziare da Gianni sino al magico Savicevic, genio anch'egli.
Non mi vergogno a parlare da quasi anziano, ma quello che vedemmo in quei tempi difficilmente lo vedranno giovani d'oggi negli stessi campi di calcio. L'estro dei Becca attualmente è soffocato, sminuzzato da moduli e trainer motivazionali che rendono catena di montaggio la magia pallonara, tant'è che molti giovani d'oggi preferiscono, e forse giustamente, altri sport.
Ti sia leggera e soave la terra, Campione!

Rilevazione atipica

 Devo essere sincero, non me ne sono accorto, anche perché non ho notato stalattiti in bagno. Però se l’attesta Meteo 3B sarà vero, ci mancherebbe!



Madianamente

 

Ave Madia 


di Marco Travaglio 

Se votassero solo i giornalisti, il partito di maggioranza relativa sarebbe Italia viva (parlandone da viva), seguito a ruota da Azione (noto ossimoro). Invece, disgraziatamente, votano anche le persone normali e i due centrini sono fanalini di coda in ogni elezione e sondaggio (qualunque sia la domanda, a parte una: “Chi detesti di più?”). Meno voti prendono Renzi e Calenda, che fra l’altro si odiano perché si conoscono, più spazi ottengono in talk show e giornali, che non si rassegnano alla loro estinzione e li tengono in vita artificialmente a colpi di interviste e ospitate. Ora per esempio sono tutti eccitati perché Marianna Madia, di cui i più si erano scordati l’esistenza, è passata nientemeno che dal Pd a Iv. Ma “non per un disagio personale”, questo no. Per “un’analisi oggettiva: voglio rafforzare la qualità dell’offerta politica della coalizione di centrosinistra stando fuori dal Pd”. Interviste ovunque a lei e pure a Renzi. Del resto nei bar e sugli autobus non si parla d’altro. Tutti a chiedersi come farà la Marianna a rafforzare la qualità dell’offerta politica del centrosinistra stando fuori dal Pd. Nessuno dubita che qualunque partito senza di lei sia più forte di uno con lei. Ma se la Madia va in un partito coalizzato col Pd il prodotto non cambia (per rafforzare il centrosinistra dovrebbe passare a destra, sempreché la facciano entrare). Soprattutto se Iv non si presenterà alle Politiche perché non supererebbe lo sbarramento del 3%: infatti Renzi ha già chiesto al Pd 7-8 posti sicuri (si fa per dire) nelle sue liste. Quindi, se Elly ci casca, Renzi avrà un posto in meno per i suoi: quello della Madia. Si esclude infatti che costei, in preda a istinti suicidi, passi dal Pd che non la ricandida a un altro partito che non la ricandida. Così, uscita dal Pd per rafforzare il centrosinistra fuori dal Pd, si ritroverà nelle liste del Pd indebolendo il centrosinistra da dentro, oltreché i capisaldi della logica aristotelica.

Sembra ieri che entrò alla Camera nel 2008 dopo lunga gavetta nei salotti capitolini, paracadutata da Veltroni come capolista nel collegio più fico della Capitale, annunciando al folto pubblico: “Porto in dote la mia straordinaria inesperienza”. E la dimostrò subito da ministra dell’incolpevole Pa nei governi Renzi e Gentiloni, con la leggendaria “riforma” poi rasa al suolo da Consulta e Consiglio di Stato. In 18 anni fu veltroniana, franceschiniana, dalemiana, lettiana, bersaniana, renziana e gentiloniana: ora è tutte quelle cose insieme. Sui giornaloni dell’Ave Madia era la “botticelliana amazzone di Matteo”, la “mamma al governo tra poppate e notti in bianco” di un “frugoletto rosa con tanti capelli scuri”, “apertura al futuro”, “dolcezza della gens nova non affamata ma pronta a perdersi nella politica”. Ora dev’esserle tornato l’appetito.

mercoledì 6 maggio 2026

Consigli

 


L'Amaca

 


Denazionalizzare la Biennale

di Michele Serra

Leggendo di quanto esposto (o inscenato, o musicato) nei padiglioni della Biennale di Venezia, viene da farsi due domande: la prima è quanto sarà penalizzato, nell'impatto mediatico della rassegna, il racconto dell'arte rispetto al racconto delle polemiche politiche. Facile rispondere che questo rapporto, bene che vada, sarà di uno a dieci.

La seconda è quanto sarebbe diversa l'atmosfera se i padiglioni, attribuiti per convenzione alle nazioni, fossero invece dispensati da questa funzione, così ingombrante nel bene e nel male. Le culture sono comunità meno rigide e meno fobiche delle nazioni, hanno una naturale propensione allo scambio e all'ibridazione, ciò che è russo (o turco, giapponese, keniota, francese) non appartiene a uno Stato, tantomeno a un governo, ma a una cultura, a un popolo e alla sua storia.

Non ho idea di come si potrebbe (non è semplice, ci vorrebbe molta fantasia) de-nazionalizzare la Biennale. Si tratterebbe di togliere il marchio di un'appartenenza nazionale non dimostrabile e aggiungere generosità e libertà culturale, dissimulando in qualche modo i luoghi di provenienza di quelle opere e quei pensieri. Per gioco (un test che propongo a Buttafuoco per la prossima edizione, sempre non l'abbiano epurato prima) si potrebbero mescolare le insegne, appiccicandole sui padiglioni per estrazione a sorte: e vedere in quanti casi l'accostamento è smascherabile al primo sguardo, e in quanti, invece, non ci si rende conto che non è quello il Paese che ha prodotto quella esposizione. Per gioco, dicevo. Ma sta diventando sempre più difficile giocare.

Natangelo