venerdì 27 febbraio 2026

L'Amaca

 

Per qualche dollaro in più

di Michele Serra

Il mistero dei dazi si infittisce. Perché Trump ne ha fatto una bandiera? Perché considera un oltraggio alla Patria il pronunciamento anti-dazi della Corte Suprema? E perché si incaponisce? Secondo il responsabile del Commercio dell’amministrazione Trump, signor Greer, i dazi servono a proteggere «le vittime della iperglobalizzazione», in particolare l’elettorato del Middle West che ha votato in massa per il presidente in carica.

Dal basso della mia incompetenza di cose economiche, ho fatto una breve ma rispettosa ricerca in rete, ma non ho trovato una sola riga che mi aiutasse a capire come e perché l’introduzione dei dazi avrebbe protetto, o proteggerebbe in futuro, «le vittime dell’iperglobalizzazione». Al contrario, secondo diverse fonti (tra le quali la banca centrale degli Stati Uniti), i dazi hanno avuto un impatto negativo sul costo della vita degli americani perché hanno fatto aumentare i prezzi, «agendo come una tassa regressiva che colpisce maggiormente i redditi bassi». Per i redditi alti, pagare più caro il vino francese o italiano è un trascurabile fastidio. Mentre per i redditi bassi, se i beni di prima necessità aumentano anche di poco, è un problema.

Sarà interessante capire se e quanto la brava gente del Middle West, facendosi i conti in tasca, confermerà o meno la sua fede in Trump. O se prevarrà la credulità “patriottica”, e l’idea che il mondo derubi l’America, confortante come tutti i capri espiatori (niente è più popolare di un capro espiatorio) continuerà a prevalere sull’evidenza.

In politica l’economia conta molto, ma non è tutto. Contano anche l’emotività, la psicologia, la paura, la speranza (ad averla…), le cosiddette idee o quel che ne rimane. E l’idea che il mondo sia malvagio e l’America buona, laggiù nel Middle West, magari non è meno influente di qualche dollaro in più nel conto della spesa.

Squarcio di verità

 

Su energia e bollette i poveri devono sperare nella carità 


di Sottosopra 

E dire che, per trovare soluzioni “significative”, il governo ci ha messo un anno e mezzo: un lasso di tempo in cui la povertà energetica, cioè il numero di famiglie che non possono permettersi di acquistare l’energia necessaria a scaldarsi e ad altri servizi essenziali, ha toccato livelli record – il 9% del totale – e la crisi della produzione industriale, specie nella manifattura energivora, ha avanzato inesorabile, divorando lavoro e benessere per il Paese intero. Ciò che conta, ha detto però Giorgia Meloni sciorinando la trafila di numeri atti a cortina fumogena del decreto Bollette, è che avrà un impatto “rilevante”, e almeno su questo ha certamente ragione.

Il provvedimento riesce infatti in tre risultati chiari: segnala che l’Italia non ha alcun interesse nell’allontanarsi dal gas come fonte primaria, piccona il poco che resta del Green deal europeo dando un altro colpo alla transizione, e scoraggia infine gli investimenti nelle rinnovabili, allontanando potenziali investitori dal nostro Paese. Il decreto da 5 miliardi – se sembrano molti, è utile ricordare che i soli profitti netti di Eni nel 2024 sono stati 5,2 miliardi – non tocca infatti la causa strutturale che rende il nostro prezzo dell’energia il più alto d’Europa, cioè la dipendenza dal gas nella generazione elettrica. Circa il 70% del costo dell’energia all’ingrosso è determinato infatti dal costo marginale delle centrali a metano, e finché questa architettura rimane intatta – finché cioè non si effettua il decoupling, il “disaccoppiamento” – tutti gli interventi su costi accessori, di trasporto e oneri di sistema sono pressoché irrilevanti, o al più partite di giro: si spostano dai produttori alle bollette finali, dall’industria ai consumatori, sotto altre voci.

L’industria, poi, dovrebbe giovarsi del rimborso dei costi Ets (Emissions trading system) ai produttori, cioè il meccanismo di mercato attraverso cui la Ue ha scelto di tradurre in prezzi il danno ambientale, stabilendo quote massime di emissioni di Co2 e gas serra per certi settori, oltre alle quali è necessario comprare certificati che pareggino le esternalità negative. Neutralizzare questo sistema, restituendo ai produttori a gas il costo delle quote di emissione (procedura che Bruxelles potrebbe peraltro considerare aiuto sleale), equivale a togliere il solo freno esistente alle fonti fossili, rendendo il gas artificialmente competitivo. E penalizzando le rinnovabili, che non inquinano e non hanno quindi certificati da pagare. C’è di peggio: presentando l’Ets come una “tassa europea”, come ha fatto Meloni, si prova a far passare l’idea che le rinnovabili siano parte del problema e non l’unica soluzione, tanto sul fronte dei costi quanto su quello ambientale. Impossibile non chiedersi quali effetti questa posizione avrà su coloro che, correttamente, considerano l’Italia come un territorio ideale per puntare sulle fonti pulite: chi investirà in un parco eolico o fotovoltaico sapendo che il governo può in qualsiasi momento comprimere i ricavi di mercato per sussidiare il gas? E chi vuole rischiare di vedere le regole cambiare da un momento all’altro, alla faccia della paventata “stabilità” come principale motore economico?

Merita una parola, infine, la beffa per le famiglie, nella retorica governativa vere beneficiarie del decreto, non per niente rinominato “bollette”. Se per quelle già titolari del bonus sociale il decreto offre 115 euro in più all’anno – meno di 10 euro al mese – chi ha un Isee tra 10 e 25 mila euro potrà forse beneficiare di uno sconto volontario da parte dei venditori di energia: se, bontà loro, lo riterranno buona strategia commerciale. Insomma: si affida la tutela dei più deboli alla munificenza dei ricchi. Una scelta assai strana per il governo che si dichiara vicino al popolo.

Forum Disuguaglianze e Diversità

Quarto anno

 

Coraggio, fatti ammazzare 


di Marco Travaglio 

Anche nel 4° anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina e nel 12° del golpe di Maidan contro il presidente neutralista Yanukovich che scatenò la guerra civile, gli sgovernanti europei e i loro trombettieri continuano a evitare i conti con la realtà. E a raccontare (e a raccontarsi) frottole: la Russia sta perdendo la guerra, o è “impantanata”, quindi Kiev può vincere. Intanto l’Ucraina è devastata e decimata; gli Usa da un anno non le inviano più un euro né una fionda; l’Ue ha finito i soldi e le armi, salvo quelle che compra dagli Usa per regalargliele perché continui a perdere uomini e territori, e non riesce neppure a varare il 20° pacchetto di sanzioni né il “prestito” di 90 miliardi. In un simile disastro, una classe dirigente sana di mente ammetterebbe di aver fallito e aiuterebbe Kiev nell’unica cosa che le serve: tornare alla neutralità che le aveva garantito 25 anni di esistenza pacifica dopo l’indipendenza, con rapporti di buon vicinato sia con Mosca sia con l’Ue. Se Zelensky l’avesse accettata prima dell’invasione (come chiesero Scholz e Macron), o subito dopo (come chiese Putin a Istanbul con l’autonomia del Donbass pattuita a Minsk), l’Ucraina sarebbe tutta intera, senza centinaia di migliaia di morti e 4 milioni di profughi. Invece ha perso il 20% del territorio (il triplo del 7% che Mosca controllava prima del 2022, non il 14 inventato a Otto e mezzo dalla Tocci). E tanto basta a dichiararla sconfitta: Zelensky, Ue e Nato hanno sempre definito “vittoria” la riconquista della Crimea e di tutti i territori perduti negli oblast di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson, Kharkiv, Sumy e Dnipropetrovsk; invece Putin, in Alaska e nel piano di pace concordato con Trump, ha chiesto le zone finora occupate più il 15-20% che gli manca del Donetsk in cambio di altre aree superflue sotto il suo controllo. E, siccome Kiev e l’Europa hanno risposto picche, continua la guerra per prendersi anche quel lembo di terra ultra-fortificato dalla Nato, al prezzo di altri morti e devastazioni.

Per raggiungere gli obiettivi dichiarati, alla Russia bastano 4-5mila kmq in Donetsk, mentre all’Ucraina ne servirebbero 120mila: siccome nell’ultimo anno i russi ne hanno conquistati 4-5mila, ciascuno può trarre le proprie conclusioni. Invece, con grave sprezzo del ridicolo, Merz dice che “Mosca deve arrendersi”. La Kallas che “la Russia è allo sbando, con l’economia a pezzi e i cittadini sono in fuga” (la confonde con l’Ucraina). E Rutte – in piena dissociazione schizofrenica – che “Mosca produce in tre mesi le armi che l’intero Occidente fabbrica in un anno”, ma “se ci attaccasse ora vinceremmo ogni battaglia”. E allora, di grazia, perché dovremmo versare 800 miliardi per il riarmo e il 5% del Pil alla Nato?