mercoledì 14 gennaio 2026

Prima d'altri

 

A volte m’affloscio.
Saltuariamente languo per l’aere, per il tempo perduto, che sconquassa ritrosie e certezze.
Ansimo alla ricerca dell’abitudine, della catena di montaggio rituale, immarcescibile.

Guardo foto mentali: la nostra galassia e il punto in cui presumibilmente siamo collocati — periferia, semplice e banale periferia, quel puntino insignificante che ruota attorno alla maestosità.
Passano le fobie, le paure, i drammi, gli insuccessi; la nullità del poco fatto e del tanto perso.

Resto fermo sulla pochezza.
Guaisco per ciò che era, per il dissolvimento dei proponimenti, per la granitica oleosità di tutto ciò che lascio scorrere, per il malvagio timore di affrontare i cosiddetti problemi.
Tanti dormono, pochi degustano il nuovo giorno ancora latente.

Vedersi dentro e scappare, spostando macigni sempre uguali, intonsi, melliflui.

La pochezza di ciò che è stato mi sprona a raccattare chincaglie che altri scartano inorriditi.
Mi basta ancora poco per solleticarmi, per agevolare il proseguo.

La vita, i sogni, e quel puntino nella periferia del glaciale nero universale.
Gattopardo nella notte.
Mai fiera.
Mai sciacallo.
Puntino pronto a salpare.
Forse verso il nulla.

L'Amaca

 

Che faccia hanno i corleonesi 

di Michele Serra 

Di tutte le commemorazioni di Oliviero Toscani, a un anno dalla morte, la più "toscaniana" è il tributo che gli hanno reso, ieri, i corleonesi. Nome che i mafiosi hanno usurpato: si parla qui dei corleonesi quelli veri, i cittadini di Corleone. Nel '96 Toscani volle coinvolgerli in una delle sue sortite non ortodosse, e andò là per realizzare un catalogo di moda. Idea tipicamente sua, al tempo stesso semplice — quasi banale — e rivoluzionaria: sarà anche semplice, ma nessuno ci aveva pensato e nessuno lo mai ha fatto. Lui sì.

Anche un bambino può capire il senso di quel suo lavoro (come di ogni lavoro di Oliviero): vi mostro che faccia ha una comunità di persone che non c'entrano con lo stereotipo che gli è piovuto addosso, con la fama mediatica di un nome di luogo imbrattato di sangue per colpa di pochi. Vi mostro la realtà, che è al tempo stesso molto più normale e molto più straordinaria di quanto sembri. E uso la pubblicità — come ho sempre fatto — perché anche la pubblicità può essere un linguaggio civile: basta volerlo.

Toscani non era un intellettuale, era un artista istintivo, febbrile. Il suo obiettivo non coglieva i chiaroscuri, quasi ogni sua immagine è una scelta nitida, inequivoca, didascalica. Paolo Landi, che ha lavorato con lui per quasi tutto il suo percorso, ha scritto su di lui un libro che lo definisce, fin dal titolo, "comunicatore, provocatore, educatore". La natura impulsiva e un poco spaccona di Toscani, che quando parlava era tumultuoso e incauto, rischia di far trascurare questa sua terza attitudine — educatore — che invece è stata importante. Non solo per il suo lungo lavoro a Fabrica. Per la sua voglia di coinvolgere le persone, di disturbarle, di schiodarle dalla pigrizia e dai luoghi comuni, di trascinarle nel suo viaggio emotivo. Educare: tirare fuori, portare fuori.

Natangelo

 



Avanti un altro!

 



Altro giro altra corsa!

 

Portategli una cartina 


Nella guerra senza quartiere fra Partito della guerra e Partito Maga riesplosa alla Casa Bianca dopo il blitz venezuelano voluto dall’anima nera neocon Rubio, si spera che qualcuno mostri a Trump una cartina dell’Iran e un bignamino di storia. Così magari, ove mai gli fosse rimasto un granello di sale in zucca, capirebbe quali effetti potrebbe causare il suo “aiuto agli iraniani”: cioè un intervento militare su vasta scala (non un blitz mordi e fuggi, come quelli recenti nello stesso Iran, in Nigeria e a Caracas) per un cambio di regime in quello che da tre millenni è l’Impero Persiano, anche se da 90 anni si chiama Iran. La cartina potrebbe fargli notare che quel Paese misura 1,6 milioni di kmq, ha 92 milioni di abitanti, galleggia sulle seconde riserve mondiali di gas e sulle quarte di petrolio ed è immerso fra altre tirannidi altrettanto o ancor più feroci che non hanno interesse al contagio delle piazze. La storia potrebbe ricordargli che gli Usa hanno perso tutte le guerre dal 1946 a oggi perché non sapevano nulla dei Paesi che invadevano; che i regime change o falliscono rafforzando i regimi che dovevano rovesciare o ne issano al potere di uguali o di peggiori; che raramente i popoli in rivolta sognano di diventare succursali degli Usa (o “democrazie”, come spiritosamente le chiamiamo noi). Specie se, come gli iraniani, sono animati da una cultura millenaria e da un nazionalismo che ha retto a prove spaventose: la satrapia dello Scià (di cui qualche demente vorrebbe reinsediare il figlio), il golpe Usa-Uk contro il presidente laico democraticamente eletto Mossadeq (che aveva osato nazionalizzare l’Anglo-Persian Oil Company), la rivoluzione khomeinista, la guerra degli otto anni con oltre un milione di morti contro l’Iraq di Saddam appoggiato da tutto il resto del mondo, quasi mezzo secolo di sanzioni occidentali, le infinite aggressioni di Israele e Usa, la guerra all’Isis, l’assassinio trumpiano del generale Suleimani, i recenti rovesci rimediati in Libano e in Siria.

Si può anche uccidere, o rapire, o mettere in fuga l’ayatollah Khamenei (87 anni), ma un regime che dura da 46 anni non finisce con lui: non è un monolite, ma un meccanismo complesso, stratificato, fra potere teocratico, pasdaràn, oligarchi, polizia morale, polizia ordinaria, milizie basiji, esercito ecc. È il primo fornitore di petrolio alla Cina, sta nei Brics, è alleato di Russia, Iraq, Yemen e ha accordi di convenienza con l’altra potenza anti-israeliana dell’area: la Turchia. Non è il Venezuela, dove basta rapire Maduro e comprarsi la sua vice. E non è nel “cortile di casa” latinoamericano: è nel vaso di Pandora del Medio Oriente. Riusciranno i nostri eroi a scatenare un’altra guerra al buio senza sapere dove e a fare pure peggio degli ayatollah?