lunedì 12 gennaio 2026

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Il mestiere di vivere della nuova fotografia e la sindrome dell’IA
DI LORENZO SANSONETTI

Il 2025 può essere considerato l’anno nero per la fotografia. La scomparsa di alcuni tra i più grandi autori del Novecento è uno spartiacque non solo simbolico. Il bianco e nero epico di Sebastião Salgado, la provocazione civile di Oliviero Toscani, il rigore umanista di Gianni Berengo Gardin, lo sguardo ironico di Martin Parr, la memoria viva di Mimmo Jodice hanno ridefinito la grammatica della fotografia del dopoguerra. Dagli storici reportage nelle fabbriche e nei manicomi alla critica sociale dell’overtourism, dall’Amazzonia alle campagne pubblicitarie di impegno civile. Si chiude quindi un capitolo di storia o finisce l’era della testimonianza, degli scatti iconici e del fotogiornalismo?

Nel 2026 l’interrogativo non è più se una foto sia bella, efficace o disturbante, ma se ciò che vediamo riprodotto sia realmente accaduto. Quel gesto, che dal 1839 ha cambiato il modo di osservare e raccontare il mondo, oggi è di fronte a una crisi di credibilità senza precedenti. Nel 2025 – secondo il rapporto AI Index – oltre il 70% delle aziende ha integrato l’Intelligenza Artificiale generativa nei propri flussi di produzione visiva, le immagini generate da IA nell’anno appena trascorso sono state oltre 25 miliardi, quasi 3 milioni ogni ora. Per fronteggiare la diffusione incontrollata di immagini e notizie false le principali agenzie (Reuters, AP, AFP) hanno adottato standard crittografici, per cui ogni scatto contiene metadati indelebili. Ma la fotografia è ancora viva o rischia davvero di morire in questa guerra algoritmica? Già nel 2016 il teorico e artista catalano Joan Fontcuberta, nel suo libro La furia delle immagini (Einaudi), aveva introdotto la categoria di “Post-fotografia”, per indicare il passaggio alla smaterializzazione del digitale. Una bulimia visiva in cui l’immagine perde il valore di conservazione della memoria, diventando un’effimera geolocalizzazione emotiva. Un qui ed ora che dura anche solo le 24 ore delle stories di Instagram o TikTok.

L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale generativa segna tuttavia un passaggio ulteriore di paradigma. Il termine “fotografia” – sempre per Fontcuberta – non è più sufficiente a descrivere il complesso di immagini in cui siamo immersi quotidianamente (Oltre lo specchio, Einaudi 2024). Ma la fotografia è, o è mai stata, uno specchio che riproduce la realtà? “La verità con l’analogico era un’ossessione, nel digitale è un’opzione” – sintetizza lo stesso teorico catalano – che nel 1996 con Il bacio di Giuda (Mimesis) aveva messo in discussione il binomio foto-verità. L’argomentazione arriva a coinvolgere due mostri sacri della fotografia del Novecento: Robert Capa, per “Il miliziano che muore” (1936) e Robert Doisneau per il “Bacio dell’Hotel de Ville” (1950). Su entrambi gli scatti – tra i più celebri della storia – si è sviluppato un lungo processo di analisi di veridicità, fatto anche di accuse e notizie false. Entrambi hanno dimostrato l’autenticità delle immagini. Capa in un’intervista in cui ha raccontato di aver scattato nascosto in una trincea senza guardare, mentre Doisneau, per rispondere a una falsa denuncia, ha ammesso di aver chiesto ai due fidanzati semplicemente di ripetere quel bacio che lo aveva così colpito. Ma per Fontcuberta non è questo il punto. Utilizza i due capolavori per sostenere un paradosso: anche se fossero foto del tutto costruite – come da un regista in un film – questo non toglierebbe nulla alla credibilità e al valore iconico delle due immagini, perché “la falsità è connaturata alla fotografia”.

Il dibattito sulla funzione e il ruolo della fotografia ha radici antiche e ha coinvolto grandi dell’arte e della letteratura, da Calvino a Sciascia, da Baudelaire a Susan Sontag. Per Alessandra Mauro, storica della fotografia e direttrice editoriale di Contrasto, il rischio oggi è la perdita dello statuto di verità e di “originalità di visione e sguardo personale”. E in Aprire lo sguardo (Garzanti 2025), si concentra sul valore storico, antropologico e politico di quindici foto dei grandi maestri della fotografia italiana (da Patellani a Berengo Gardin, da Mulas a Jodice, da Battaglia a Scianna). Un viaggio utile a comprendere quanto la funzione della fotografia abbia modificato nel profondo la cultura e l’identità del paese.

Su questa traccia insiste anche l’ultimo saggio di Silvia Camporesi, Una foto è una foto è una foto(Einaudi, 2025). L’artista sostiene che “la fotografia non sia morta, ma si sia dissolta nei suoi infiniti travestimenti”. Per Camporesi non dobbiamo temere l’IA ma “addestrarla”, non confondendo l’intrattenimento con l’informazione. Così può essere una risorsa per indagare l’ambivalenza della fotografia che “è da sempre uno strumento di rappresentazione della realtà, ma anche una forma di invenzione”. E quindi non è detto che “la fluidità digitale in cui siamo immersi non diventi un alleato, contribuendo alla nostra educazione visiva” sostiene Alessandra Mauro.

La questione è non vivere l’IA come una sindrome, ma esercitare lo sguardo critico e curare la cultura visuale. Mantenere i piedi nel fango, dentro i conflitti e vicino alle contraddizioni umane può garantire una lunga vita a quelle immagini – per dirla con Robert Capa – “leggermente fuori fuoco”. A quell’imperfezione che nessun algoritmo può autonomamente riprodurre. Come dimostrano gli oltre trecento giornalisti e fotografi uccisi a Gaza in due anni e i lavori premiati di Mohammed Salem e Samar Abu Elouf, tra le macerie c’è sempre e ancora un bisogno vitale di immagini che rompano il muro del silenzio.

domenica 11 gennaio 2026

Illuminazione

 


Slurp Slurp!

 

Quant’è brava la premier: le 8 domande lecca-lecca durante la conferenza di inizio anno

Dopo molti mesi in cui ha evitato di confrontarsi con la stampa, il 9 gennaio la premier si è concessa per la tradizionale conferenza di inizio anno. Meloni ha risposto a 40 domande, anche se otto tra queste stonano: sembrano servite su un vassoio d’argento, come dei veri assist. Eccole, in ordine di parola.

Economia 
Roberto Sommella (Milano Finanza): “Buongiorno presidente (…) L’Italia vive un paradosso. La finanza privata è in ottima salute, la Borsa di Milano è tra le migliori al mondo negli ultimi tre anni, addirittura nel 2025 ha fatto delle performance migliori di Wall Street, cose mai viste. La finanza pubblica è in sicurezza, tant’è che le agenzie di rating più volte hanno promosso il voto dell’Italia (…), tant’è che lo spread scende. L’economia reale invece non è nelle stesse condizioni, a dispetto di un Pnrr da quasi 200 miliardi di euro. Dunque, cosa c’è che non va secondo lei, secondo la visione del governo, nella politica economica dell’esecutivo? C’è qualcosa che si può migliorare, qualcosa che può andare incontro poi alla fine all’economia che riguarda tutti noi, famiglie e imprese, e farla godere della stessa salute di finanza privata e finanza pubblica?”.

Piano casa 
Elisabetta Fiorito (Radio 24 – Il Sole 24 Ore): “Buongiorno presidente, (…). L’emergenza casa sta diventando un grande problema proprio per lo scollamento tra il Paese reale e quello che dicevano le agenzie di rating. Come intende il governo risolvere la crisi occupazionale che soprattutto colpisce i giovani? Penso agli studenti, penso alle coppie giovani. Che cosa intende fare per sviluppare un’edilizia sociale a prezzi calmierati, come intende magari aiutare anche gli imprenditori privati con degli sgravi e, sempre per quanto riguarda la casa, nella legge di Bilancio è stato stralciato il condono, se avete intenzione invece di ritornare anche su questo. Grazie”.

Venezuela 
Antonio Atte (Adnkronos): “Buongiorno e buon anno presidente (…). Dopo quanto accaduto in Venezuela diverse sigle della sinistra e del sindacato hanno organizzato delle manifestazioni per protestare contro l’intervento americano. Quello che volevo chiederle è qual è il suo giudizio, qual è la sua valutazione politica di queste iniziative? E che effetto le ha fatto vedere degli esuli venezuelani fuggiti dal regime di Maduro contestati proprio nelle piazze della Cgil? Grazie”.

Hamas 
Edoardo Romagnoli (Il Tempo): “Presidente buongiorno e buon anno. Il 27 dicembre la Dda di Genova ha arrestato 9 persone con l’accusa di aver finanziato Hamas tramite una rete di associazioni benefiche (…). Se le accuse dovessero essere confermate sarebbe non solo un danno per tutte quelle associazioni che operano in modo trasparente per sostenere la popolazione palestinese, ma sarebbe anche la conferma di come l’Italia sia uno dei punti di snodo per questo tipo di gruppi terroristici. Le chiedo che idea si è fatta di questa vicenda e pensa che parte della politica abbia sottostimato il fenomeno?”.

Europa 
Giulia Di Stefano (Tg2 Rai): “Buongiorno presidente e buon anno. Lei ha rivendicato spesso la ritrovata centralità in Europa dell’Italia. Su quali dossier pensa che ad oggi abbiamo più peso e dove invece la linea italiana ancora ritiene che sia poco ascoltata?”.

Anm 
Antonella Ambrosioni (Secolo d’Italia): “Buongiorno presidente, buon anno e bentrovata. Io volevo riportarla sul terreno della riforma della giustizia e sulle polemiche della campagna referendaria intrapresa dall’Associazione Nazionale Magistrati (…). Questa campagna referendaria intrapresa dall’Anm è stata considerata (…) fuorviante e più improntata alla propaganda che all’informazione corretta dell’opinione pubblica. Io le chiedo se lei si aspettava un dibattito di questo genere, un’impostazione di questo tipo. In seconda battuta le chiedo se condivide la preoccupazione più volte espressa anche dal ministro Nordio, che un’eccessiva politicizzazione di questa campagna possa minare la credibilità dell’ordine indipendentemente dall’esito del referendum e anche nei rapporti futuri con il governo. La ringrazio”.

Famiglia nel bosco
Massimiliano Scafi (Il Giornale): “Buongiorno presidente, buon anno. Io la volevo portare invece nella Casa del Bosco in Abruzzo, un tema che riguarda diversi comparti: la magistratura, la famiglia, il ruolo della scuola, eccetera. Lei è intervenuta su questo un mese fa (…) dicendo che non è compito dello Stato sostituire i genitori nell’educazione dei figli, quindi invitando un po’ a ognuno a restare nel proprio confine. Però come si può fare quando ci sono dei genitori che educano dei figli in questa maniera, a volte un po’ troppo asociale, in maniera un po’ selvaggia? Non è giustificato in certi casi l’intervento dello Stato? La ringrazio”.

Africa
Francesca Pozzi (TgCom24 Mediaset): “Buongiorno presidente, io la riporto all’estero, la porto in Africa. Perché il governo da lei guidato sta puntando molto sul Piano Mattei quindi le chiedo a che punto sono i progetti che sono stati già decisi, che sono in corso d’opera, e se ne sono previsti degli altri”.

Solito rito

 



Nella spelonca

 

Mondo di canaglie (e dei loro servi)

Sarà che il mondo è diventato un’arroventata canaglia, ma trovo sempre più inguardabili le facce di quelli che alle canaglie-in-capo, fanno corona, si inchinano già nello sguardo, tengono le mani giunte, respirano piano e quando occorre, si eccitano, applaudono, festeggiano, come i roditori davanti alla carota. L’immagine di Donald Trump seduto al centro della Casa Bianca, circondato a ferro di cavallo da una quarantina di petrolieri infilati nei rispettivi abiti grigi tagliati su misura, è uno scandalo che non fa scandalo. Una vergogna che non fa vergogna.

Esultano i nostri telegiornali che golosamente sottolineano che “alla riunione era presente anche il nostro Claudio Descalzi”, che poi sarebbe il nostro autentico ministro degli Esteri (altroché il miracoloso Tajani) cioè l’amministratore dell’Eni, soldi dei nostri soldi, potere del nostro potere, ancorché figura residuale tra i colossi, ma comunque ammesso al banchetto, con tanto di tovagliolo al collo. Lo inquadrano, persino. Sono orgogliosi che ci siamo anche noi nella banda che cupamente festeggia quello che il Tg2 continua a chiamare “la cattura di Maduro”, non rapimento, non golpe, ora che c’è il bottino del petrolio da spartire e ci saranno “un mucchio di soldi” da fare. Una inquadratura che il cinema non avrebbe composto diversamente (né meglio) per raccontare come si svolgano le riunioni dei cartelli del narcotraffico, nei sotterranei di qualche villone in Colombia o in Messico o a Miami, quando uno dei capi-banda annuncia di avere sgomberato con le cattive un nuovo territorio da acquisire e nuovi carichi da spartirsi e soldi, soldi, soldi per tutti. Altro che le gang dei taglia-gola rasati e tatuati che intasano i bassifondi come fa la spazzatura. Qui siamo in cima alla piramide alimentare. Tra i super-ricchi che moltiplicano i loro conti, il loro potere. I padroni dell’universo: quell’1 per cento della popolazione mondiale che possiede la metà di tutto. E per intero l’anima del mondo.

L'Amaca

 



Meloni e lo stato delle cose
di Michele Serra

Mentre il mondo intero osserva con il fiato sospeso lo spettacolo, in effetti spaventevole, di Trump che sfascia a pugni il mappamondo (compresi gli Stati Uniti) per poi rimodellarlo a sua misura, il rischio è dimenticarsi di tutto il resto, che pure non è poco.

In tempi normali, per esempio, in Italia sarebbe stata doverosamente in primo piano la discussione sui dati di Eurostat (ufficio statistico dell’Unione Europea) secondo i quali negli ultimi vent’anni Italia e Grecia sono i soli due Paesi membri nei quali il reddito pro capite è diminuito; mentre nel resto dell’Unione aumentava del 22 per cento.

Parliamo degli ultimi vent’anni e dunque il governo Meloni non è che l’ultimo della fila, la triste coda del declino strutturale di un Paese vecchio, demoralizzato e con i giovani in fuga all’estero. Nessun governo è stato in grado di progettare, e tanto meno mettere in atto, una politica di rinascita economica e psicologica di questo Paese. Non che fosse facile; forse, anzi, era talmente difficile che non è nemmeno una colpa.


Quello che dispiace, a conti fatti, è che mentre alcuni dei predecessori di Meloni (non tutti) fecero il loro dovere mettendo l’accento sulle difficoltà, e dunque dicendo la verità agli italiani, questo governo indugia in un trionfalismo non richiesto.

Ogni discorso di un presidente del Consiglio cosciente della situazione, chiunque sia, dovrebbe cominciare con una presa d’atto: siamo in forte difficoltà, forse possiamo farcela rimboccandoci le maniche, ma garantire il successo non sarebbe serio. Questo governo non solo non lo dice, ma si gingilla con il suo patriottismo puerile, distonico rispetto allo stato delle cose. E questo, ben al di là delle beghe sulla sua natura politica così poco liberale, è il suo vero problema, oltre che il suo più grave torto.

Analisi di conferenza

 

Riformisti e riformati 


Tra decine di frasi inaccettabili e omissioni indecenti, l’altroieri la Meloni ha detto due sole cose condivisibili: è ora che l’Europa parli con Putin (meglio tardi che mai, dopo quattro anni e centinaia di migliaia di morti e dopo aver deriso i 5Stelle che glielo chiedevano dal 2022: “Lo convincete voi col Reddito di cittadinanza?”); e l’Italia non invierà neppure un soldato a Kiev. Indovinate su cosa polemizzano quelli che i giornaloni chiamano “riformisti dem”, cioè la destra renziana e bellicista del Pd? Su quelle due cose. Dalla Quartapelle a Sensi, è tutto un invocare l’ingresso dell’Italia nei “volenterosi” e l’invio di truppe in Ucraina, ovviamente “di pace” (ci mancherebbe). È l’ennesimo ossimoro, dopo la “pace giusta” di chi vuole allungare la guerra in eterno, la “leva volontaria” di Merz, Macron e Crosetto, le “armi civili” per salvare la faccia a Salvini, i “volenterosi” per non chiamarli guerrafondai, il Rearm Eu da 800 miliardi ribattezzato Prontezza 2030 e Preservare la pace. Ora, lo sanno anche i bambini che Putin non ha invaso l’Ucraina per prendersela tutta con un regime change(cioè per fare come gli Usa prima a Kiev nel 2004 con la “rivoluzione arancione” e nel 2014 con “Euromaidan” contro il presidente due volte eletto Yanukovich, poi in Venezuela con Maduro e ora in Iran) e occupare l’intera Europa: ma per non ritrovarsi la Nato, con le sue truppe e testate nucleari, lungo un confine di 1600 km.

Quindi annunciare ora, in pieno negoziato, lo schieramento di soldati di Francia e Regno Unito (paesi Nato e potenze nucleari) e insistere per aggiungervi quelli Usa significa annientare per sempre qualunque trattativa. Per giunta, con un’altra contraddizione logica: si dice che i soldati verranno inviati solo dopo la pace; ma il solo dirlo rende impossibile la pace. Infatti Mosca ha già avvisato che le truppe di paesi Nato saranno “obiettivi militari legittimi”. E non ci vorrebbe molto a spazzarle via, visto che Macron e Starmer (ove mai durassero qualche altro mese) parlano di circa 6mila uomini per ciascuno: 12mila soldati che dovrebbero spaventare l’esercito russo, con 1,5 milioni di effettivi e 6mila testate nucleari, per tacere del resto (forse quei soldati sarebbero più utili in Groenlandia e in Guyana francese, confinante col Venezuela, per difenderle dall’“alleato” Trump). Figurarsi se ci aggiungessimo 2-3 mila italiani: una barzelletta. Però non bisogna sottovalutare la vocazione suicida dei “riformisti” Pd (per mancanza di riforme): anziché incunearsi nella faglia aperta a destra da Salvini sulla politica estera, non vedono l’ora di presentarsi agli elettori come il partito più guerrafondaio d’Italia. Del resto, il problema di perdere voti se lo pone soltanto chi ne ha almeno uno.