martedì 16 dicembre 2025

Ruminando

 



Natangelo

 



L'Amaca

 

Gli asini di Cavour
di Michele Serra
Vi prego, nel caso vi fosse sfuggito, di leggere il post che il presidente degli Stati Uniti ha dedicato al regista Bob Reiner e sua moglie Michelle, uccisi, pare, durante una lite familiare con un figlio. Trump attribuisce la morte di Reiner “alla rabbia che aveva suscitato negli altri a causa della sua grave afflizione”, che sarebbe detestare lo stesso Trump. “La sua paranoia aveva raggiunto livelli inauditi mentre l’amministrazione Trump superava ogni obiettivo e aspettativa di grandezza”. Cioè: è morto perché mi odiava, dice il presidente. Perché rifiutava di prendere atto che io sono il migliore, il più bravo, il più forte.
Va bene che ci si abitua a tutto: ma vi rendete conto del livello? A parte uno che, ininterrottamente, si loda da solo (j’asu d’Cavour je gniun ca i lauda, as lauda da lur: gli asini di Cavour nessuno li loda e si lodano da soli, saggezza popolare piemontese). A parte questo, dicevo, come fa il capo di un Paese a essere così stupido, così vanesio, da ricondurre a se stesso una tragedia che non lo riguarda affatto? Come hanno potuto saltare, una dopo l’altra, tutte quelle inibizioni che, per esempio, impediscono di strillare “io sono il più bravo!” in pubblico, e almeno di fronte alla morte suggeriscono silenzio e rispetto? Quale mostruosa deviazione della storia ha portato uno come Trump a governare gli Stati Uniti? Credetemi: non sto parlando di politica. Sto parlando di uno sprofondo umano che mette spavento, e anche un certo disgusto.
Quanto alla politica, volesse riacquistare peso e significato, in America come in Italia dovrebbe ripartire proprio da questo: dall’umanità, dalla gentilezza, dall’umiltà degli atti e delle parole. Vergognoso non è solamente affamare i poveri, o speculare sulla guerra. Vergognoso è anche usare il potere per pura vanità, e volontà di sopraffazione.

Effettivamente

 

E dirlo prima?
DI MARCO TRAVAGLIO
Mentre Mattarella si iscrive al club dei sabotatori del negoziato perché i confini ucraini sono sacri e intoccabili (mica come quelli di Serbia e Kosovo che da vicepremier bombardò per 78 giorni), Zelensky pare sempre più ragionevole perché conosce l’unico verdetto che conta: quello disastroso del campo. In pochi giorni ha rimosso i due moventi fondamentali di questi 11 anni di guerra con la Russia: il Donbass e la Nato. La pillola amara dell’addio al Donbass, peraltro quasi tutto perso, l’ha indorata con l’annuncio che “Trump ci impone di rinunciarvi” (dobbiamo obbedire agli Usa, come sempre) e col caveat del referendum in loco. Ma tutti sanno che gli abitanti del Lugansk (tutto occupato) e del Donetsk (occupato all’85%) già prima della guerra erano quasi tutti russi o filorussi, e tantopiù lo sono ora, dopo 46 mesi di evacuazioni delle province occupate (in parte già ricostruite), dov’è rimasto quasi solo chi vuol restare russo o attende l’arrivo dei russi. Se si votasse, l’esito sarebbe scontato, quindi è improbabile che si voti: sennò si certificherebbe che da quattro anni rischiamo la terza guerra mondiale per difendere dai russi una popolazione che vuole stare coi russi.
Ieri poi Zelensky, sempre con l’aria di chi fa un gran sacrificio, ha rinunciato anche alla Nato: bella forza, visto che Trump (come l’ultimo Biden) non perde occasione di fargli sapere che la Nato se la scorda, anzi nel nuovo piano di Difesa ha messo nero su bianco che l’espansione a Est è morta e sepolta. Per chi, come noi, pensa all’inutile sacrificio di centinaia di migliaia di persone, le rinunce di Zelensky a ciò che ha già irrimediabilmente perduto ricordano la fiaba della volpe e dell’uva. Ma anche ciò che si diceva subito prima e subito dopo l’invasione del 2022. Per scongiurarla, Macron e Scholz imploravano Zelensky di rinunciare alla Nato e promettere l’autonomia del Donbass promessa negli accordi di Minsk: parlavano con Putin e sapevano che con quei due impegni non ci sarebbe stata invasione. Zelensky tentennò, poi su pressione Usa-Uk rifiutò e Putin invase. Ma il negoziato russo-ucraino partì subito, in Bielorussia e poi a Istanbul. Putin chiedeva sempre le stesse cose: no alla Nato e sì a Minsk in cambio del ritiro russo, cioè di un’Ucraina tutt’intera (parola dei negoziatori ucraini). E Zelensky ripeté due volte: “La Nato non è pronta ad accoglierci”, “Non possiamo entrare nella Nato”. Non solo: “Neutralità e intesa su Crimea e Donbass per la pace”. Ma Usa e Uk si rimisero di traverso e Zelensky li seguì, alzandosi dal tavolo mentre si discutevano le garanzie per Kiev e le dimensioni del suo esercito. Sembrerebbe il film Il giorno della marmotta, se sotto quei ponti non fosse passato un fiume di sangue.

Il Bullo

 

Il bullo mondiale: la nuova America

DI JEFFREY SACHS

L’ultimo memorandum del presidente sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale considera la libertà di coercizione come l’essenza della sovranità degli Usa.
Documento inquietante che, se lasciato in vigore, finirà col perseguitare il Paese.

La Strategia per la Sicurezza Nazionale (Nss), pubblicata da Trump, si presenta come un progetto per una rinnovata forza americana. È pericolosamente fraintesa sotto quattro aspetti: 1) La Nss è ancorata alla grandiosità: la convinzione che gli Usa godano d’una supremazia senza pari in ogni dimensione chiave del potere; 2) Una visione del mondo machiavellica, che tratta le altre nazioni come strumenti da manipolare a vantaggio dell’America. 3) Un nazionalismo ingenuo che liquida il diritto e le istituzioni internazionali come ostacoli alla sovranità del Paese, anziché come strumenti che rafforzano la sicurezza statunitense e globale. 4) Segnala un uso violento da parte di Trump di Cia ed esercito. A pochi giorni dalla pubblicazione dell’Nss, gli Usa hanno sfacciatamente sequestrato una petroliera che trasportava petrolio venezuelano in alto mare, sulla base del debole pretesto che la nave avesse precedentemente violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran. (…) La sicurezza americana non sarà rafforzata agendo da bullo. Sarà indebolita, strutturalmente, moralmente e strategicamente. Una grande potenza che spaventa gli alleati, costringe i vicini e ignora le regole internazionali finisce per isolarsi. In altre parole, l’Nss non è solo un esercizio di arroganza sulla carta. Si sta rapidamente traducendo in una sfacciata pratica.

L’Nss contiene momenti di realismo: ammette implicitamente che gli Usa non possono e non devono tentare di dominare il mondo, e riconosce correttamente che alcuni alleati hanno trascinato Washington in costose guerre per scelta, che non erano nell’interesse americano. Si allontana anche – almeno retoricamente – da una crociata totalizzante tra grandi potenze. Respinge l’illusione che gli Usa possano o debbano imporre un ordine politico universale. Ma la modestia è di breve durata. L’Nss ribadisce che l’America possiede “l’economia più grande e innovativa del mondo”, “il sistema finanziario leader” e “il settore tecnologico più avanzato e redditizio”, il tutto sostenuto da “l’esercito più potente e capace”: affermazioni patriottiche che servono come giustificazione per usare il predominio Usa per imporre condizioni agli altri. A quanto pare, saranno i paesi più piccoli a pagare il prezzo di tale arroganza, poiché gli Usa non possono sconfiggere le altre grandi potenze, anche perché dotate di armi nucleari.

La grandiosità dell’Nss viene saldata a un puro machiavellismo. La domanda che viene posta non riguarda come gli Usa e gli altri paesi possano cooperare per un reciproco vantaggio, ma come la leva americana – su mercati, finanza, tecnologia e sicurezza – possa essere applicata per ottenere le massime concessioni dagli altri paesi. Ciò è assai evidente nella sezione dedicata all’emisfero occidentale, che dichiara un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe. Gli Usa garantiranno che l’America Latina “rimanga libera da incursioni straniere ostili o dalla proprietà di beni chiave”, e alleanze e aiuti saranno condizionati alla “riduzione dell’influenza esterna avversaria”. Tale “influenza” si riferisce a investimenti, infrastrutture e prestiti cinesi. L’Nss è esplicito: gli accordi Usa con i Paesi “che dipendono maggiormente da noi e quindi sui quali abbiamo la maggiore influenza” devono tradursi in contratti a fornitore unico per le aziende americane. La politica statunitense dovrebbe “fare ogni sforzo per espellere le aziende straniere” che costruiscono infrastrutture nella regione, e gli Usa dovrebbero rimodellare le istituzioni multilaterali per lo sviluppo in modo che “servano gli interessi americani”. Ai governi latinoamericani, molti dei quali commerciano ampiamente sia con gli Usa che con la Cina, viene di fatto detto: dovete trattare con noi, non con la Cina, altrimenti ne affronterete le conseguenze. Tale strategia è ingenua. La Cina è il principale partner commerciale per la maggior parte del mondo, compresi molti paesi dell’emisfero occidentale. Gli Usa non saranno in grado di costringere le nazioni latinoamericane a espellere le aziende cinesi, ma nel tentativo danneggeranno gravemente la diplomazia Usa.

L’Nss proclama una dottrina di “sovranità e rispetto”, eppure l’atteggiamento ha già ridotto tale principio a sovranità per gli Usa e vulnerabilità per gli altri. Ciò che rende la dottrina ancor più fuori dall’ordinario è che sta spaventando non solo i piccoli Stati d’America Latina, ma persino i più stretti alleati Usa in Europa. In uno sviluppo degno di nota, la Danimarca, uno dei partner Nato più fedeli, ha affermato che gli Usa rappresentano una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale danese. I pianificatori della difesa danesi hanno dichiarato che non si può presumere che Washington, sotto Trump, rispetti la sovranità del Regno di Danimarca sulla Groenlandia e che un tentativo coercitivo Usa d’impadronirsi dell’isola è un’eventualità alla quale la Danimarca deve ora prepararsi. (…) Il fatto che Copenaghen si senta costretta a prendere in considerazione misure difensive contro Washington suggerisce che la legittimità dell’architettura di sicurezza guidata dagli Usa si sta erodendo dall’interno. Se persino la Danimarca ritiene di doversi proteggere dagli Usa, il problema non è più la vulnerabilità dell’America Latina. Si tratta d’una crisi sistemica di fiducia tra nazioni che un tempo consideravano gli Usa come garanti della stabilità, ma ora li considerano un possibile o probabile aggressore.

L’Nss sembra incanalare l’energia prima dedicata al confronto tra grandi potenze verso la prepotenza nei confronti degli Stati più piccoli. Se l’America sembra essere un po’ meno incline a lanciare guerre da mille miliardi di dollari all’estero, è più incline a usare come armi sanzioni, coercizione finanziaria, sequestri di beni e furti in mare.

Forse il difetto più profondo dell’Nss è ciò che omette: l’impegno per il diritto internazionale, la reciprocità e la decenza di base come fondamenti della sicurezza americana. L’Nss considera le strutture di governance globale come ostacoli all’azione degli Usa. Liquida la cooperazione sul clima come “ideologia” e, anzi, una “bufala”, secondo il recente discorso di Trump all’Onu. Minimizza la Carta delle Nazioni Unite e concepisce le istituzioni internazionali come strumenti da piegare alle preferenze americane. Eppure sono proprio i quadri giuridici, i trattati e regole prevedibili ad aver storicamente protetto gli interessi americani. I Padri fondatori degli Usa lo avevano capito chiaramente. Dopo la Guerra d’Indipendenza, 13 nuovi Stati sovrani adottarono presto una Costituzione per mettere in comune i poteri chiave – in materia di tassazione, difesa e diplomazia – non per indebolire la sovranità degli Stati, ma per garantirla creando il Governo Federale. La politica estera del governo nel Secondo dopoguerra fece lo stesso attraverso l’Onu e altre istituzioni. L’Nss di Trump inverte questa logica. Tratta la libertà di coercire gli altri come l’essenza della sovranità. Tale arroganza si ritorcerà contro gli Usa. Lo storico greco Tucidide racconta che quando l’Atene imperiale affrontò la piccola isola di Milo nel 416 a.C., gli Ateniesi dichiararono che “i forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono”. Eppure l’arroganza di Atene fu anche la sua rovina: 12 anni dopo, nel 404 a.C., Atene cadde nelle mani di Sparta. L’arroganza ateniese, la sua prepotenza e il disprezzo per gli Stati più piccoli contribuirono a galvanizzare l’alleanza che alla fine la fece crollare. L’Nss parla con un tono altrettanto arrogante. È una dottrina del potere sulla legge, della coercizione sul consenso e del dominio sulla diplomazia. La sicurezza americana non sarà rafforzata agendo da bullo. Sarà indebolita – strutturalmente, moralmente e strategicamente – e finirà per isolarsi. La strategia di sicurezza Usa dovrebbe basarsi su premesse totalmente diverse: accettazione di un mondo plurale; riconoscimento che la sovranità è rafforzata, non diminuita, attraverso il diritto internazionale; riconoscimento che la cooperazione globale su clima, salute e tecnologia è indispensabile; comprensione che l’influenza globale dell’America dipende più dalla persuasione che dalla coercizione.

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