martedì 2 dicembre 2025

Dragone

 

Vogliamo i proattivi
DI MARCO TRAVAGLIO
Bene ha fatto Mattarella a esprimere “vicinanza e solidarietà” al capo della comunità ebraica romana, Victor Fadlun, per i muri della sinagoga di Monteverde imbrattati con insulti antisemiti. Meglio avrebbe fatto due mesi fa a chiamare anche gli studenti e i docenti del liceo artistico Caravillani lì vicino, menati e insultati il 2 ottobre da una ventina di picchiatori usciti dallo stesso tempio ebraico mentre erano riuniti in cortile per discutere dello sterminio a Gaza e intonare il coro “Free Palestine”. Una spedizione punitiva, con polizia e ambulanze, raccontata da Selvaggia Lucarelli sul Fatto e da pochissimi altri. Il guaio è che sempre più spesso Mattarella tace quando dovrebbe parlare e viceversa. Ieri, per dire, l’ammiraglio Cavo Dragone, presidente del Comitato militare Nato, ha fatto un lieto annuncio al Financial Times: mentre Trump (teoricamente primo azionista Nato) si sbatte per chiudere la guerra in Ucraina prima che diventi mondiale e l’Ue continua sabotarlo con piani di guerra e annunci sugli asset russi (oggetto dei negoziati), il nostro eroe vuole una Nato “più aggressiva e proattiva” e non esclude un “attacco ibrido preventivo” contro la Russia, che ovviamente sarebbe un’“azione difensiva”. Anche se resta ancora da capire “chi lo farà”. Eh già.
Le implicazioni strategiche di queste frasi sciagurate le analizza Mini a pag. 3, mentre per l’aggettivo alla vaselina “proattivo” non basterebbe neppure Totò. Ma poiché – a quanto risulterebbe – l’articolo 11 della Costituzione che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” non è stato abolito, abbiamo atteso per tutto il giorno (invano) un severo monito di Mattarella: “Non in nostro nome, perché noi non possiamo sferrare attacchi preventivi contro chicchessia”. E magari una richiesta di spiegazioni sulla seguente frase del proattivo ammiraglio: “Dall’inizio di Baltic Sentry (operazione di sicurezza Nato lanciata nel Baltico il 14 gennaio, cioè 11 mesi fa, ndr), non è successo nulla. Quindi significa che questa deterrenza sta funzionando”. Ma, se “non è successo nulla”, come si spiegano mesi e mesi di allarmi Nato e Ue su attacchi ibridi russi nel Nord Europa a botte di droni e palloni aerostatici, peraltro curiosamente mai abbattuti? Erano tutte balle ibride? O i droni e i palloni ce li lanciamo da soli con la vecchia tecnica del false flag, già sperimentata con successo sui gasdotti Nord Stream? E, se dal 14 gennaio “non è successo niente”, che gli salta in mente di scagliare un’ibridissima bomba sui negoziati evocando attacchi preventivi alla Russia? A una cert’ora, nelle migliori caserme, il trombettiere suona una splendida musica: il silenzio.

Ci sarebbe da commentare...

 

Mangione, applausi in tribunale il killer delle assicurazioni è diventato un eroe popolare
DI MASSIMO BASILE
Quando venne arrestato per l'omicidio di un top manager delle polizze sanitarie, Luigi Mangione era l'idolo di migliaia di americani. Un anno dopo, la sua popolarità si è moltiplicata: è diventato la star del carcere metropolitano di Brooklyn dove è rinchiuso, e viene seguito dai fan che lo hanno atteso ieri al suo arrivo al tribunale di Manhattan per l'udienza preliminare di quello che è considerato il processo dell'anno.
Mangione, 27 anni, la mattina del 4 dicembre 2024 attese fuori da un Hotel Hilton, a Manhattan, Brian Thompson, Ceo di una divisione di UnitedHealthcare, una delle compagnie assicurative sanitarie più grandi d'America finita sott'accusa per il modo spietato con cui trattava i clienti. I cinque giorni della caccia all'uomo, con le immagini del ragazzo mentre sparava al manager, avevano alimentato il mito del "giustiziere americano". I media ospitavano interviste a chi accusava le polizze di averli ridotti sul lastrico o aver rifiutato cure salvavita. I centralini delle compagnie venivano inondati di telefonate in cui i clienti, davanti a un rifiuto, rispondevano "Mangione", come forma di intimidazione.
Mangione appare come il prodotto accidentale di un'America in cui nessuno crede più nel sistema e la rabbia è diventata una risorsa politica. Da ragazzo comune, si è trasformato nel simbolo, per alcuni inquietante, per altri salvifico, di una giustizia fai- da-te.
Arrestato in Pennsylvania il 9 dicembre, all'inizio fu incriminato per terrorismo. La procura di New York ha poi archiviato questa accusa e lasciato l'omicidio premeditato, per il quale Mangione si è dichiarato non colpevole. Tecnicamente rischia ancora la pena di morte, ma è improbabile nello Stato di New York dove non si applica da vent'anni. Nel frattempo l'America si è mobilitata per garantirgli una difesa legale da divo: la campagna di raccolta fondi ha superato 1,4 milioni di dollari. E la media delle donazioni è di 15 dollari, a conferma di quante persone si siano schierate al suo fianco.
Un gruppo di attivisti ha affittato un aereo perché volasse sopra il carcere, il giorno del suo compleanno, il 6 maggio, mostrando uno striscione con scritto "Free healthcare. Free Luigi", cioè "sanità gratuita, liberate Luigi". Nel frattempo i fan gli hanno inviato in carcere più di seimila lettere e lui ha registrato nome e indirizzo di tutti. «Il minimo che possa fare è riconoscere ciascuna persona che ha trovato il tempo e fatto lo sforzo di scrivermi», ha scritto lui in un documento di 73 pagine pubblicato online.
Nipote di italo-americani, studente modello, Mangione è entrato saldamente nell'immaginario collettivo. «Ha avuto la faccia tosta di fare qualcosa di spettacolare, cosa che alcuni hanno trovato attraente e coraggioso», ha commentato al Wall Street Journal Jeff Goodwin, studioso di fenomeni sociali alla New York University. La popolarità di un assassino suscita dubbi ma anche domande su quanto il sistema americano abbia finito per avvelenare la vita del Paese. Oltre il 60% degli americani vive nell'ansia di ammalarsi e non avere i soldi per pagarsi le cure. In media le famiglie devono pagare duemila dollari al mese per una polizza che copre solo una parte delle spese mediche. Una risonanza magnetica può arrivare a 1.200 dollari, una visita con prelievo di sangue anche più di 300 e un intervento al ginocchio 30 mila. Per questo nessuno si sorprende che ieri, fuori dal tribunale, la gente aspettasse Mangione come fosse una rockstar. Uno, vestito da Super Mario Bros, ha mostrato un cartello con scritto: «Quando i pazienti muoiono, il profitto sale». Una donna ha urlato «Free Luigi». Gli altri presenti hanno applaudito.

L'Amaca

 

I fiori e i cannoni
di Michele Serra
Suscita polemiche accese una frase di Giuseppe Cavo Dragone, pezzo grosso della Nato, secondo il quale la stessa Nato starebbe valutando se essere “più aggressiva o proattiva invece che reattiva” di fronte al minaccioso attivismo militare di Putin – che ha appena elevato di un bel po’ le spese militari della Russia, ovviamente a scapito del Welfare, e senza dover fare i conti con opposizione alcuna, avendole cancellate tutte, le opposizioni. Sono i comfort delle tirannidi.
Al di là delle strategie militari, delle quali mi intendo come un capodoglio si intende di aviazione, il dibattito è appassionante: con i prepotenti bisogna essere più prepotenti? Con gli intolleranti, più intolleranti? Con gli aggressivi, più aggressivi? Oppure bisognerebbe sperimentate la via opposta, e dunque considerare utili e vincenti le buone maniere? E se le buone maniere fossero puro masochismo (guai a porgere l’altra guancia, quando già ti hanno sfregiato la prima)? E se invece il solo modo di disinnescare l’odio e la guerra fosse mettere in campo le pratiche contrarie e dissonanti, ovvero l’amicizia e la pace? E se la sola contrapposizione evidente al riarmo fosse il disarmo?
Confesso di essere quasi paralizzato dal dubbio. Con una leggera prevalenza, però, del sospetto che per distinguersi da Zacharova (per me l’emblema del nazionalismo energumeno e del bullismo politico), ovvero per essere civili ed europei, sia necessario pensare e agire in maniera differente da Zacharova. Non credo che “mettere dei fiori nei cannoni” sia risolutivo. Potrebbe essere, anzi, autolesionista. Ma sarebbe, almeno, diverso. Diverso rispetto ai millenni precedenti, molto monotoni quanto a egemonia dei cannoni a scapito dei fiori.

Natangelo

 



Calendario dell'Avvento

 



lunedì 1 dicembre 2025

Via al calendario d'Avvento!

 



Attorno alla Famigliola Sabauda

 

Vita e misteri dell’avvocato Hafter: lo “gnomo” off-shore dai Panama Papers all’eredità di Agnelli
DI ETTORE BOFFANO
C’era anche un fantasma, giovedì 20 novembre, nel Tribunale svizzero di Thun: per l’udienza che ha visto fronteggiarsi in aula Margherita Agnelli e i figli John e Ginevra Elkann. Il suo nome era Peter Hafter, uno degli “gnomi” dei Panama Papers, mago dei paradisi fiscali, uomo di fiducia delle famiglie Rothschild e Thyssen e avvocato d’affari con 28 cariche da “direttore” in altrettanti offshore delle Isole Cook. Ha lasciato questa terra il 21 giugno scorso, a 94 anni: unica traccia il necrologio su un periodico locale. Nella sua villa di Küsnacht, sul lago di Zurigo: dove si era ritirato dopo essere stato un big di Lenz & Staehelin, il più importante studio di avvocati d’affari svizzero. Hafter – si dice sempre così in questi casi – si è portato nella tomba molti segreti e, forse, anche la conoscenza di alcuni misfatti.
Come, per esempio, la gestione dei 100 milioni di dollari scomparsi dal Banco Ambrosiano prima della morte di Roberto Calvi: il faccendiere Francesco Pazienza, nel suo libro Il disubbidiente, li collega alla Banca Rothschild, a Licio Gelli e alla P2 e, in qualche modo, all’avvocato d’affari. Affermazioni, riguardo a Hafter, mai provate.
Undici giorni fa però, se fosse stato ancora vivo, lo “gnomo” dei Panama Papers sarebbe apparso anche lui quel tribunale svizzero, in una sfilata di testimoni, ma soprattutto degli eredi della famiglia Agnelli. Per uno dei quattro processi sull’eredità di Marella Caracciolo, la vedova del “signor Fiat”, in corso in Svizzera e paralleli a quello di Torino avviato da Margherita contro i figli e dal quale è nata l’inchiesta della procura subalpina nella quale John, Lapo e Ginevra Elkann sono indagati per truffa ai danni dello Stato.
In quel dibattimento in corso adesso a Thun, nel cantone di Berna, i fratelli Elkann chiedono che sia dichiarata valida la residenza elvetica della nonna, decisiva per la legittimità del suo testamento che li indica come unici eredi. Margherita Agnelli replica sostenendo che la madre non aveva mai trascorso in Svizzera quei “sei mesi più un giorno l’anno” necessari per radicare una residenza estera di un cittadino italiano. A loro volta, gli Elkann affermano che il criterio decisivo per il diritto elvetico è quello del paese dove la nonna aveva fissato il proprio “centro d’interessi”.
Ed è proprio su questo che l’ultranovantenne avvocato d’affari avrebbe potuto essere un teste chiave e, forse, non certo a favore degli Elkann. I pm di Torino, infatti, nella marea di documenti cartacei e digitali sequestrati a John Elkann e ai suoi collaboratori, ritengono di aver rintracciato le prove dei “raggiri e artifizi” messi in atto per costruire una residenza fittizia di Marella Caracciolo in Svizzera: tanto riguardo alla permanenza annuale in terra elvetica, quanto al suo reale centro d’interessi. Ricostruzioni che i legali degli Elkann, peraltro, negano.
Dalle carte del fascicolo penale ora depositate anche Thun, però, sarebbe emerso che Hafter era stato a lungo il vero “cervello” per l’allestimento di quella discussa e presunta residenza. L’8 luglio 2011, in seguito all’impossibilità per Marella Caracciolo di continuare a frequentare la villa di Sankt Moritz situata a un’altitudine non più adatta per la sua salute, Hafter inviò una mail a John Elkann suggerendo che la vedova dell’Avvocato dovesse “registrarsi al Cantone di Berna il prima possibile” e, addirittura, di non dare l’impressione “di un possibile piano nascosto”.
Il 27 maggio 2012, quando Marella è già domiciliata nel villino da Lauenen (Berna), il solerte avvocato si rifà vivo, temendo che la sua strategia possa fallire. Consiglia di assumere una persona che segua lo chalet “in modo che non solo sua nonna, ma anche lei, ingegnere, e i suoi fratelli possiate stare volentieri lì. Questo è importante per superare l’impressione che la casa sia sempre vuota (in Svizzera chiamiamo queste case ‘letti freddi’)”.
Il capolavoro dello “gnomo”, però, era già cominciato 12 agosto 2011, quando fu addirittura uno dei testimoni per il testamento svizzero di Marella davanti al notaio e a favore dei nipoti. Per nulla imbarazzato dal suo ruolo, Hafter invia una bozza – il 18 luglio 2012 – a Paola Montaldo, segretaria di Marella, per un’aggiunta testamentaria poi redatta il 14 agosto, in modo che risulti ben chiaro che la signora ha “stabilito il proprio domicilio a Lauenen”.
Una procedura analoga sarà seguita anche nel 2014 quando, il 22 agosto, Marella firmerà una seconda aggiunta: di nuovo con Hafter testimone. L’avvocato d’affari, però, ha già predisposto un testo, nel quale Marella dovrebbe dire che “da oltre 40 anni la Svizzera è al centro delle mia attività… Di recente passo del tempo in Marocco a causa del clima; questo paese ha un sistema legale influenzato dall’Islam… Perciò confermo che la mia successione sia sottoposta al diritto svizzero”. Elkann, invece, non approva: la parola Islam potrebbe creare problemi “diplomatici”. Così ordina di cambiare. Hafter esegue e tutto si addolcisce: “Questo paese non ha un sistema legale conforme alle mie tradizioni…”
Ma l’instancabile cavalcata dell’ingegner Elkann (e di Hafter) nella vita di Marella (e nella sua eredità) raggiungerà l’apoteosi con l’idea di stamparne l’autobiografia. Nell’ottobre 2014, Adelphi pubblicherà così Ho coltivato il mio giardino: dedicato alle dimore dei coniugi Agnelli e ai parchi che la vedova dell’Avvocato realizzava. Un gesto solo di affetto per la nonna? Negli atti della magistratura torinese si legge altro: “Elkann aveva supervisionato e controllato il progetto… arrivando addirittura a modificare l’originale e introducendo affermazioni false sugli spostamenti della de cuius”. Avvenne tutto tra il 5 maggio 2011 e il 3 aprile 2014, dopo un interminabile scambio di mail, messaggi e proposte. Il verdetto finale, però, spettò ancora all’ineffabile Hafter che, il 3 marzo 2014, avvertiva: “Credo si debbano spendere alcune parole sulla casa a Lauenen”. Dopo l’ok definitivo “dell’ingegnere”, la vincerà lui: il fantasma del “centro d’interessi”.