lunedì 1 dicembre 2025

Via al calendario d'Avvento!

 



Attorno alla Famigliola Sabauda

 

Vita e misteri dell’avvocato Hafter: lo “gnomo” off-shore dai Panama Papers all’eredità di Agnelli
DI ETTORE BOFFANO
C’era anche un fantasma, giovedì 20 novembre, nel Tribunale svizzero di Thun: per l’udienza che ha visto fronteggiarsi in aula Margherita Agnelli e i figli John e Ginevra Elkann. Il suo nome era Peter Hafter, uno degli “gnomi” dei Panama Papers, mago dei paradisi fiscali, uomo di fiducia delle famiglie Rothschild e Thyssen e avvocato d’affari con 28 cariche da “direttore” in altrettanti offshore delle Isole Cook. Ha lasciato questa terra il 21 giugno scorso, a 94 anni: unica traccia il necrologio su un periodico locale. Nella sua villa di Küsnacht, sul lago di Zurigo: dove si era ritirato dopo essere stato un big di Lenz & Staehelin, il più importante studio di avvocati d’affari svizzero. Hafter – si dice sempre così in questi casi – si è portato nella tomba molti segreti e, forse, anche la conoscenza di alcuni misfatti.
Come, per esempio, la gestione dei 100 milioni di dollari scomparsi dal Banco Ambrosiano prima della morte di Roberto Calvi: il faccendiere Francesco Pazienza, nel suo libro Il disubbidiente, li collega alla Banca Rothschild, a Licio Gelli e alla P2 e, in qualche modo, all’avvocato d’affari. Affermazioni, riguardo a Hafter, mai provate.
Undici giorni fa però, se fosse stato ancora vivo, lo “gnomo” dei Panama Papers sarebbe apparso anche lui quel tribunale svizzero, in una sfilata di testimoni, ma soprattutto degli eredi della famiglia Agnelli. Per uno dei quattro processi sull’eredità di Marella Caracciolo, la vedova del “signor Fiat”, in corso in Svizzera e paralleli a quello di Torino avviato da Margherita contro i figli e dal quale è nata l’inchiesta della procura subalpina nella quale John, Lapo e Ginevra Elkann sono indagati per truffa ai danni dello Stato.
In quel dibattimento in corso adesso a Thun, nel cantone di Berna, i fratelli Elkann chiedono che sia dichiarata valida la residenza elvetica della nonna, decisiva per la legittimità del suo testamento che li indica come unici eredi. Margherita Agnelli replica sostenendo che la madre non aveva mai trascorso in Svizzera quei “sei mesi più un giorno l’anno” necessari per radicare una residenza estera di un cittadino italiano. A loro volta, gli Elkann affermano che il criterio decisivo per il diritto elvetico è quello del paese dove la nonna aveva fissato il proprio “centro d’interessi”.
Ed è proprio su questo che l’ultranovantenne avvocato d’affari avrebbe potuto essere un teste chiave e, forse, non certo a favore degli Elkann. I pm di Torino, infatti, nella marea di documenti cartacei e digitali sequestrati a John Elkann e ai suoi collaboratori, ritengono di aver rintracciato le prove dei “raggiri e artifizi” messi in atto per costruire una residenza fittizia di Marella Caracciolo in Svizzera: tanto riguardo alla permanenza annuale in terra elvetica, quanto al suo reale centro d’interessi. Ricostruzioni che i legali degli Elkann, peraltro, negano.
Dalle carte del fascicolo penale ora depositate anche Thun, però, sarebbe emerso che Hafter era stato a lungo il vero “cervello” per l’allestimento di quella discussa e presunta residenza. L’8 luglio 2011, in seguito all’impossibilità per Marella Caracciolo di continuare a frequentare la villa di Sankt Moritz situata a un’altitudine non più adatta per la sua salute, Hafter inviò una mail a John Elkann suggerendo che la vedova dell’Avvocato dovesse “registrarsi al Cantone di Berna il prima possibile” e, addirittura, di non dare l’impressione “di un possibile piano nascosto”.
Il 27 maggio 2012, quando Marella è già domiciliata nel villino da Lauenen (Berna), il solerte avvocato si rifà vivo, temendo che la sua strategia possa fallire. Consiglia di assumere una persona che segua lo chalet “in modo che non solo sua nonna, ma anche lei, ingegnere, e i suoi fratelli possiate stare volentieri lì. Questo è importante per superare l’impressione che la casa sia sempre vuota (in Svizzera chiamiamo queste case ‘letti freddi’)”.
Il capolavoro dello “gnomo”, però, era già cominciato 12 agosto 2011, quando fu addirittura uno dei testimoni per il testamento svizzero di Marella davanti al notaio e a favore dei nipoti. Per nulla imbarazzato dal suo ruolo, Hafter invia una bozza – il 18 luglio 2012 – a Paola Montaldo, segretaria di Marella, per un’aggiunta testamentaria poi redatta il 14 agosto, in modo che risulti ben chiaro che la signora ha “stabilito il proprio domicilio a Lauenen”.
Una procedura analoga sarà seguita anche nel 2014 quando, il 22 agosto, Marella firmerà una seconda aggiunta: di nuovo con Hafter testimone. L’avvocato d’affari, però, ha già predisposto un testo, nel quale Marella dovrebbe dire che “da oltre 40 anni la Svizzera è al centro delle mia attività… Di recente passo del tempo in Marocco a causa del clima; questo paese ha un sistema legale influenzato dall’Islam… Perciò confermo che la mia successione sia sottoposta al diritto svizzero”. Elkann, invece, non approva: la parola Islam potrebbe creare problemi “diplomatici”. Così ordina di cambiare. Hafter esegue e tutto si addolcisce: “Questo paese non ha un sistema legale conforme alle mie tradizioni…”
Ma l’instancabile cavalcata dell’ingegner Elkann (e di Hafter) nella vita di Marella (e nella sua eredità) raggiungerà l’apoteosi con l’idea di stamparne l’autobiografia. Nell’ottobre 2014, Adelphi pubblicherà così Ho coltivato il mio giardino: dedicato alle dimore dei coniugi Agnelli e ai parchi che la vedova dell’Avvocato realizzava. Un gesto solo di affetto per la nonna? Negli atti della magistratura torinese si legge altro: “Elkann aveva supervisionato e controllato il progetto… arrivando addirittura a modificare l’originale e introducendo affermazioni false sugli spostamenti della de cuius”. Avvenne tutto tra il 5 maggio 2011 e il 3 aprile 2014, dopo un interminabile scambio di mail, messaggi e proposte. Il verdetto finale, però, spettò ancora all’ineffabile Hafter che, il 3 marzo 2014, avvertiva: “Credo si debbano spendere alcune parole sulla casa a Lauenen”. Dopo l’ok definitivo “dell’ingegnere”, la vincerà lui: il fantasma del “centro d’interessi”.

domenica 30 novembre 2025

Buon ascolto

 


No, anon sono gli appellativi che dareste ad un vostro nemico. Questi sarebbero i big del prossimo Sanremo. Buon ascolto!


A proposito di...

 

Raid Stampa, contro Albanese Meloni&C. e Ordine giornalisti
DI MARCO GRASSO
“Condanno l’irruzione a La Stampa, a Torino, è necessario che ci sia giustizia per quello che è successo alla redazione. Sono anni che incoraggio tutti quanti, anche quelli più arrabbiati. Non bisogna commettere atti di violenza nei confronti di nessuno, ma al tempo stesso che questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del nuovo lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione”. Sono un caso le parole di Francesca Albanese, che ha commentato così il blitz avvenuto nella redazione della Stampa, vandalizzata da un gruppo di manifestanti che si è staccato dal corteo organizzato dall’Usb contro la guerra. Tantissime le reazioni, a cominciare da quella di Giorgia Meloni: “È molto grave che, di fronte a un episodio di violenza contro una redazione giornalistica, qualcuno arrivi a suggerire che la responsabilità sia – anche solo in parte – della stampa stessa. La violenza non si giustifica. Non si minimizza. Non si capovolge”.
I manifestanti hanno fatto irruzione in una redazione vuota per lo sciopero in corso dei giornalisti. Sciopero che era parte del ragionamento fatto dalla Albanese sul palco della manifestazione Rebuild Justice, a Roma: i giornalisti erano in sciopero, ha argomentato Albanese, ma hanno aggiornato la notizia dell’irruzione, ignorando però i cortei in tutta Italia. L’intervento ha provocato molte reazioni: “Ha bisogno di un medico bravo”, commenta il leader della Lega Matteo Salvini. “Ci chiediamo quando verrà rimossa dai suoi incarichi Onu”, gli fa eco Maurizio Gasparri. “Albanese normalizza la violenza”, attacca Davide Faraone, vicepresidente di Iv. “La violenza si condanna senza se e senza ma. Sono sorpresa, ma non troppo”, commenta Pina Picierno del Pd.
La stessa Albanese, dopo un coro di condanna alle sue parole, è tornata sul tema: “A quanto pare stanno provando ad affossarmi. Non c’è stato nessuno scivolone, vergognatevi. Tutto quello che ho detto e che continuo a dire è che condanno la violenza e condanno l’attacco di ieri a La Stampa. Ma la violenza anche dentro a un sistema violento finisce per rafforzare il sistema che ci opprime”.
La polizia ha identificato 34 persone coinvolte nell’assalto alla redazione torinese, ce n’è una che collegherebbe l’azione al caso dell’imam Mohamed Shahin, portato qualche giorno fa nel Cpr di Caltanissetta a seguito delle parole giustificazioniste del 7 ottobre pronunciate durante una manifestazione. Una vicenda che fu proprio raccontata in prima battuta dalla Stampa. La Corte d’appello ha convalidato il trattenimento dell’imam. Nel provvedimento, oltre a quell’intervento, la polizia cita anche contatti con “soggetti noti par la loro visione fondamentalista”. Nel 2012 l’imam fu fermato con Giuliano Delnevo, giovane morto da foreign fighter in Siria. L’imam, attraverso i suoi legali, ribadisce di essere un uomo di pace. E in sua difesa si è schierata una parte importante della comunità torinese.

Comanda la Krana!

 



Sbellicante