giovedì 27 novembre 2025

L'Amaca

 

Nessun grado di separazione
di Michele Serra
Nella speranza di emanciparmi dalla mia ignoranza finanziaria, leggo la newsletter di Walter Galbiati su Repubblica online, nella quale, tra le altre cose, si spiegano con chiarezza le oscure dinamiche di bitcoin, stablecoin, criptovalute e altre diavolerie dell’evo digitale. Capisco circa la metà di quanto leggo, e sia chiaro che la metà che capisco è merito di Galbiati, la metà che non capisco è mio demerito.
Due cose mi sbalordiscono — ed è lo sbalordimento tipico dell’uomo del Novecento di fronte al mutare dei tempi. La prima è che è sempre più difficile trovare il nesso tra l’economia reale (il lavoro umano, la produzione e il consumo di beni, la ricaduta della fatica e dell’ingegno sul benessere privato e pubblico) e quella finanziaria. Un nesso residuo ci sarà pure: ma i gradi di separazione sono molteplici.
La seconda, per me ancora più sbalorditiva, è che tra potere politico e potere economico non esiste quasi più distanza. Nessun grado di separazione.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, e Steve Witkoff, plenipotenziario della Casa Bianca per i negoziati in Medio Oriente e Ucraina, sono tra gli attori principali della scena finanziaria, in specie della valuta digitale (avrò detto giusto?) stablecoin. Che ogni loro atto pubblico sia sospettabile di interessi privati non è nemmeno un sospetto: è una certezza.
In America i ricchi, forse perché non si fidavano più dei politici, hanno preso direttamente in mano le redini del Paese. Moltitudini di poveri applaudono. Con le pezze al culo e le bende sugli occhi: è il populismo, baby.

Lo conosco poco...

 

E poi c'è la maglietta
di Mattia Feltri
Matteo Salvini, intervistato da Repubblica, alla domanda su che pensi di Putin – a cui aveva già risposto di volerlo "come presidente del Consiglio" (marzo '14), di ritenerlo "un alleato contro il terrorismo" (febbraio '15), "un leader con le idee chiare per una società ordinata, pulita e armonica" (marzo '15), "una delle persone con le idee più chiare al mondo" (aprile '15), con Marine Le Pen "uno dei migliori statisti in circolazione" (dicembre '15), di ammirarlo "per le idee chiare, la fermezza, il coraggio, l'interventismo e una visione della società che condivido" (dicembre '15), di considerarlo "un amico" (dicembre '15), "una persona libera, non uno schiavo delle banche" (maggio '16), "un gigante" (giugno '16), "una fonte di speranza" (gennaio '17), di desiderare "dieci Putin per l'Italia" (marzo '17), esclamando "meno male che c'è" (aprile '17), poiché "è l'unico in giro per il mondo che abbia le idee chiare" (aprile '17), e anche "uno dei migliori uomini di governo al mondo" (novembre '17), e infatti "mi piace, lo stimo" (dicembre '17), e ribadiva che è "uno dei migliori uomini politici della nostra epoca" (marzo '18), tanto che "gli ho fatto per iscritto i complimenti" (marzo '18), siccome, se non fosse chiaro, "è uno dei migliori uomini di governo che ci siano sulla faccia della Terra" (luglio '19), insomma "un leader stimato e stimabile" (febbraio '20), e stiamo tutti tranquilli che "non ha alcun interesse a fare la guerra" (febbraio '22) – ecco, a Repubblica ha precisato di averlo visto si è no "due volte nella vita" e dunque "non posso dare giudizi su chi non conosco".

A proposito di medioevo

 

Da Hitler a Stalin, da Putin a Almirante: u n'epoca poco capita e molto strumentalizzata
Povero Medioevo, frainteso da tutti perché il potere lo manipola da sempre
di Federico Canaccini
L'età medievale è spesso – oggi meno di un tempo – associata ad un'epoca di guerre e di devastazioni: dalle invasioni barbariche del Quinto secolo, passando per i saccheggi dei Vichinghi e dei Saraceni, fino alle razzie degli Ungari e dei Mongoli. Un clima costante di paura dunque, costellato di battaglie e di assedi: in realtà questa visione è stata parzialmente modificata e ridimensionata dalla storiografia più accreditata che, ad esempio, preferisce parlare di migrazioni di popoli, anziché di invasioni barbariche, con un atteggiamento degli storici europei di oggi più aperti verso l'Altro, consapevoli dell'apporto dei vari popoli al mondo dei nostri giorni, e consapevoli anche dei gravi rischi delle distorsioni che la storiografia ha fatto in passato.
Il Medioevo sarebbe stato inaugurato da una serie di invasioni da parte di popoli rozzi e assetati di sangue che umiliano i cives romani, distruggono una fiorente civiltà, devastano città ricche di teatri, biblioteche, terme, acquedotti, templi. Così un anonimo descrisse la situazione dell'Impero nella seconda metà del Quarto secolo: «L'Impero romano è premuto da ogni lato dalle urla furibonde delle tribù dei barbari, la cui astuzia minaccia le sue frontiere da ogni fronte».
Tra i vari popoli barbarici, alcuni hanno lasciato il segno, tramandando nella memoria collettiva europea – per non dire italiana – un che di spaventoso: «Le loro bestiali e crudeli atrocità non conoscono limiti: distruggono qualsiasi cosa incontrino sul loro cammino, con saccheggi, uccisioni, torture di ogni sorta, incendi e numerosi altri crimini indescrivibili. Non si fermano davanti a nulla e uccidono donne, bambini, vecchi, sacerdoti e altri ministri del culto, devastando le decorazioni delle chiese e di altri edifici».
Se questo ritratto del popolo vandalo corrisponde anche parzialmente al vero, è comprensibile come abbia dato vita a espressioni quali "atti vandalici" e "vandalismo" che, dopo quindici secoli, ancora evocano l'idea della devastazione: guidati dal loro re Genserico, i Vandali misero a ferro e fuoco la città di Roma per due settimane provocando un enorme shock in tutto l'Occidente.
Questo attacco al cuore dell'Impero è rimasto come una macchia nella storiografia romanistica che vedeva nei popoli germanici quasi gli ‘assassini' di un Impero in realtà oramai al collasso e morente. Negli anni Venti del Novecento, questa visione fu recuperata dalla propaganda fascista che, con mire coloniali e imperialiste, ritrovava nella grandezza di Roma le proprie radici e, in chiave razzista, rinveniva nel progressivo imbarbarimento dell'Impero la giustificazione della sua crisi e del suo crollo. Nel 212 d.C. l'imperatore Caracalla – definito "un nemico d'Italia e del popolo romano" dall'intellettuale fascista Ettore Pais – emanò un editto tramite il quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti i cives dell'Impero. Un giovane Giorgio Almirante propose come causa di tutti i mali proprio questo editto, da intendersi "come uno dei più clamorosi esempi che la storia di Roma può offrire al riguardo, meglio di qualsiasi disquisizione a fare intendere l'enorme importanza del fattore razza, nella parabola discendente della romanità.
Arriviamo a un ultimo episodio. Nel 1938 fu proiettato nelle sale cinematrogafiche un capolavoro di Ejzenstejn, Alexander Nevskij: benché ancora da modificare, Stalin lo lanciò anzitempo nelle sale anche perché il cavaliere russo era rappresentato come pater patriae, così come desiderava essere percepito Stalin. L'obiettivo propagandistico, compiuto grazie a una narrazione realistico-socialista, era di idolatrare il leader, ravvivare l'unità nazionale, rinfocolare la paura dell'antico nemico, chiarendo che, se attaccata, la Russia non avrebbe ceduto facilmente: «Chiunque entri da noi con una spada, morirà di spada!», esclamava Nevskij nel film. Nel 1939, a conferma dei reciproci timori, fu firmato il patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp, ma nel 1941, contro la Russia di Alexander Nevskij, Hitler scatenò l'Operazione Barbarossa, in onore dell'imperatore svevo. L'invasione dell'Unione Sovietica decretò la fine del Nazismo e la propaganda russa ha sfruttato tutto questo in chiave nazionalista sino ai giorni nostri: il film sembrò quasi a prefigurare la sorte dei Nazisti, inghiottiti dall'Inverno russo.
Nel 1725 Caterina I inaugurò l'Ordine imperiale di Sant'Alexander Nevskij, un ordine cavalleresco e un'onorificenza militare concessa ai cittadini russi distintisi in guerra: due secoli dopo, l'Ordine veniva cancellato dalla Rivoluzione d'Ottobre, ma l'eroe nazional popolare, non poteva passare inosservato a Stalin che aveva già incoraggiato la pellicola. Nel 1942, sul manifesto del film campeggiavano le parole di Stalin: «Lascia che l'immagine coraggiosa dei nostri grandi antenati, ti ispiri in questa guerra».
Nello stesso anno fu riesumata l'onorificenza Nevskij, eliminando le diciture di ‘Imperiale' e ‘Santo': nella nuova realtà sovietica, infatti, non c'era spazio per i santi ma in realtà, benché la sede di Mosca fosse vacante dal 1925, la Chiesa Ortodossa, in occasione della guerra, fu a fianco del popolo e del regime. Il patriarca Sergio esclamò: «Non è la prima volta che il popolo russo deve sopportare tali prove. Con l'aiuto di Dio anche questa volta ridurrà in polvere la forza nemica fascista. La Chiesa di Cristo benedice tutti i cristiani ortodossi affinché difendano i sacri confini della nostra Patria».
L'avvicinamento tra Chiesa e Regime, fino ad allora impensabile, si realizzò in concomitanza alla lotta contro Hitler: la sinergia tra fede e ragion di stato trovò il suo apice nel 1943, quando Sergio fu eletto Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Stalin optò per una riconciliazione col clero per coinvolgere l'intero popolo in una guerra dai toni religiosi che, per una volta, sigillava quell'epica missione nazionalistica dell'Unione Sovietica e che veniva benedetta dai suoi santi guerrieri, in testa Sant'Alexander Nevskij.
E arriviamo a oggi. Il 7 settembre 2010 è stato rifondato da Vladimir Putin l'Ordine di Alexander Nevskij, in sostituzione di quello stalinista: l'onorificenza viene concessa a personaggi di servizio pubblico per meriti nella costruzione dello Stato, per la cultura, l'industria e altre attività. Tra gli insigniti c'è anche il patriarca Cirillo le cui parole, dopo l'invasione in Ucraina, suonano sinistre.
«L'offensiva in Ucraina è una lotta contro il Nazismo, contro le forze del Male i nostri soldati stanno portando a termine la missione dei nostri antenati che combatterono la Grande Guerra Patriottica. Siamo entrati in una lotta che non ha un senso fisico, ma metafisico. Stiamo parlando di qualcosa di molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l'umanità, del posto che occuperà alla destra o alla sinistra di Dio».
Questo non avveniva nell'oscuro Medioevo, ma nel 2022. —

mercoledì 26 novembre 2025

Mumble mumble

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Sconfitti. Con le Regionali cambia la retorica di Meloni asso pigliatutto
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Se avessi un dollaro per ogni volta che ho sentito la frase “il vento sta cambiando” sarei milionario, quindi lascerei da parte gli entusiasmi troppo facili e mi concentrerei sui dati reali: chi governava le regioni prima delle elezioni le governerà anche dopo, un buon pareggio è meglio di una sconfitta. Eppure dire che niente è cambiato è sbagliato tanto quanto, perché risulta innegabile che la situazione è in movimento, e il dato che colpisce più di tutti è questo: l’invincibile armata di Giorgia Meloni non è invincibile per niente, anzi risulta piuttosto fragile. Considerava contendibile la Campania, dove ha perso per decine di punti, e vagheggiava di un sorpasso veneto sulla Lega, dove è stata più che doppiata grazie al candidato leghista meno salviniano che c’è, Luca Zaia.
Il nervosismo dei gerarchi è palpabile, a cominciare dall’ineffabile Donzelli che a urne appena chiuse già prospetta di cambiare la legge elettorale che, sia detto en passant, è una cosa che porta un po’ sfiga, perché tradizione vuole che chi ha cambiato la legge elettorale per vincere le elezioni, quasi sempre poi le ha perse. Siccome l’analisi del voto è una faccenda complicata che richiederà tempo, calcoli e analisi raffinate, fermiamoci un passo prima, alla distanza tra il mondo come viene descritto dalla propaganda governativa e il mondo com’è, distanza piuttosto siderale. Uno dei refrain più gettonati dell’ultimo anno, per esempio, era la formuletta magica che “con un’opposizione così, Meloni governerà per altri x anni” (inserire cifra a piacere che va dai decenni ai secoli), ed ecco che all’improvviso la formuletta non funziona più. Questo dipende forse dal fatto che il Paese reale è un po’ diverso da quello che ogni sera ci viene raccontato a reti quasi unificate. Un paese garrulo e felice, dove tutto va a gonfie vele, l’economia tira, l’occupazione cresce, civiltà e progresso procedono a braccetto a passo di carica, le agenzie di rating ci promuovono e il/la premier viene osannato/a ogni volta che compare sulla scena: mi scuso per aver descritto così in fretta il Tg1. Ma insomma, certe cronache e certe analisi ricordano da vicino, in caricatura e in sedicesimo, alcuni regimi tragicomici dove si sbandierano successi (per pochi) per coprire il disastro (per tutti gli altri).
Nella narrazione corrente aveva dunque preso piede una specie di monito: “Uscite con le mani alzate”, che prevedeva un totale fallimento della linea Schlein nel Pd e un mesto tramonto di Giuseppe Conte su cui da anni si esercitano sarcasmi e ironie. E questo oltre alla speranza che si affidasse tutto il baraccone dell’opposizione a certi figuri sedicenti riformisti entusiasti del riarmo, avidi di guerra e desiderosi di indebitarci per secoli per fermare l’imminente invasione da Est (non da Sud, come dice Tajani per giustificare il ponte sullo Stretto). Insomma, a perdere malamente le Regionali – pur pareggiando – non è solo Meloni e la sua truppa di squinternati, ma anche i teorici del “troppa sinistra”, i centristi che vagheggiavano l’assalto alla segreteria.
La buona notizia, dunque, non è tanto il risultato, l’onorevole pareggio, ma la sensazione che la propaganda non risolva proprio tutti i problemi e che far sfilare in cerchio le truppe possa sì farle sembrare molto numerose, ma soltanto ai fessi che ci cascano. Gli altri, i pochi che vanno a votare, vedono un altro Paese, quello reale, dove Giorgia Meloni è battibile nonostante la capillare occupazione di ogni spazio di potere disponibile.

Sconfitti vincitori sconfitti

 

I diktat degli sconfitti
DI MARCO TRAVAGLIO
C’è un grosso equivoco nel dibattito pro o contro il piano Trump per chiudere dopo 12 anni (non quasi quattro, come si racconta) la guerra in Ucraina. L’equivoco dei vedovi inconsolabili e piagnucolanti perché la pace è ingiusta, anzi finta, anzi una resa per Kiev, perché Trump è putiniano e Putin non perde nulla e non viene punito, perché i confini sono sacri (salvo per Israele, Siria, Kosovo, ecc.), è sempre lo stesso da due anni. Cioè da quando Kiev fallì la controffensiva del 2023, conquistando meno territori di quelli che perse, al prezzo di 100 mila fra morti e mutilati. Il generale Usa Milley l’aveva già capito tre anni fa, dopo l’unica offensiva ucraina riuscita nell’autunno 2022: “Non riprenderete Donbass e Crimea, profittate dello stallo per negoziare un compromesso”. Fu ignorato da Rimbambiden, Nato e Ue al seguito. Risultato: la mattanza del 2023 e la lenta ma costante avanzata russa/ritirata ucraina su tutto il fronte, fino al doppio crollo strategico di Kupyansk e Pokrovsk che spiana la strada per il Nord-Est (Kharkiv) e il Centro-Sud (Dnipro, Zhaporizhzhia e Kherson). È il Paradosso di Kiev, ancor più estremo di quello di Tucidide. Orsini, le altre penne del Fatto e pochi altri analisti lo teorizzano dal primo giorno: più l’Ucraina viene “aiutata” dagli “amici”, più territori e uomini perde. Uno normale cambierebbe “aiuti” e “amici”. O magari capirebbe che il miglior amico è quello che lo aiuta a salvare l’80% di territori rimasti, non a perderne altri per inseguire quelli che non riavrà.
Trump, anti-ideologico e spregiudicato, è l’unico leader ad aver accettato il principio di realtà, al posto delle fiabe che gli altri continuano a raccontarsi. La realtà è questa: la Russia ha vinto la guerra e l’Occidente l’ha persa. E l’equivoco è questo: la Russia non ha vinto perché Trump tresca con Putin (vinceva già sotto Biden), o perché non inviamo abbastanza armi (vinceva anche quando ne inviavamo di più), o perché c’è la guerra ibrida (c’era anche prima, e da entrambi i fronti). Ma perché la Russia è più forte dell’Ucraina, condannata a morte dalla Nato in una guerra per procura a suon di armi e miliardi, ma senza soldati. Di qui deve partire il negoziato per avere qualche chance: dal verdetto del campo, che nessuna arma segreta o tatuaggio può ribaltare. E gli sconfitti non possono dettare le condizioni ai vincitori (semmai il contrario): solo fornire ai russi una buona ragione per fermarsi anziché avanzare ancora, con una proposta che non possano rifiutare. Non sarà etico, non sarà estetico, ma è l’unica strada, anche perché l’alternativa è molto peggiore. La scelta, per Zelensky e i suoi reggicoda europei, non è “fra la dignità e l’alleato americano”. Ma fra una sconfitta oggi e una disfatta domani.