martedì 18 novembre 2025

Dura realtà

 



Da un recente studio di un team di un’università americana si afferma che, nonostante sforzi e corsi di miglioramento personale, se uno nasce coglione rimane per sempre un coglione.

Prima Pagina

 



Dubbi e paure

 



Natangelo

 



Serra ricorda le Gemelle!

 

Quelle gambe al quadrato che portarono in Italia
la rivoluzione dell'eros
DI MICHELE SERRA
La loro apparizione negli anni sessanta fu un cambio d' epoca, come se in pieno bianco e nero si potesse presagire un mondo a colori
Per capire la consacrazione quasi mitologica delle gemelle Kessler nell'Italia degli anni Sessanta, bisogna risalire a ritroso le ere geologiche. Come se dovessimo spiegare agli animali nel neozoico come erano quelli del cenozoico. Era l'Italia dei nostri genitori e nonni (per i nati nel terzo millennio: l'Italia dei bisnonni, ancora viventi i trisnonni). Si tratta, dopotutto, solo di tre o quattro generazioni. Ma era una società così radicalmente diversa, nel bene e nel male, da quella odierna, che per raccontarla non si sa da che parte cominciare.
Proviamo a partire da un dato antropologico: l'altezza media degli italiani maschi, nel 1960, era intorno al metro e sessantotto. Alice e Ellen erano dieci centimetri più alte: uno e settantotto. Ammirarle dal basso in alto non era dunque solo il pregiudizio culturale di un popolo latino, cattolico, oserei dire piuttosto represso. Era una circostanza fattuale: le Kessler erano parecchio più alte della media dei maschi italiani.
Al cinema, nei caffè, davanti ai juke-box dei litorali, mentre il boom economico allargava le prospettive e moltiplicava le aspettative, il mito erotico incontrastato erano "le svedesi", nome generico per indicare il femminile nordico: laddove, nell'immaginario popolare, le femmine da sognare erano tutte alte, bionde e libere (vedi Il Diavolo, con Alberto Sordi, che è del 1963).
Quando arrivarono le Kessler, con le loro gambe lunghe, gambe al quadrato, fu come se quella sognata libertà battesse un colpo. Era un Crazy Horse molto castigato, in versione domestica e democristiana, buono per le famiglie, non sovversivo: però, che diamine, le gambe erano davvero lunghe e si vedevano fino all'inguine, anche se tutto era fasciato e inguainato per benino: e nelle case degli italiani non era, quel vedere, qualcosa che potesse passare inosservato. Era un cambio d'epoca, come se in pieno bianco e nero si potesse presagire un mondo a colori, come già il cinema – non la televisione – sapeva offrire.
Quando le Kessler conquistano l'Italia, mancano quasi dieci anni alla legge sul divorzio, tredici al referendum che quella legge mette in salvo, diciassette alla legge che legalizza l'interruzione della gravidanza. L'adulterio è ancora un reato e il delitto d'onore riconosce il tradimento della moglie come un'attenuante. La rivoluzione sessuale, vera o presunta che sia, è ancora lontana, niente può ancora far presagire che l'Italia possa e voglia sentirsi "moderna" al punto di scrollarsi di dosso il suo timor panico per tutto ciò che non è "famiglia tradizionale".
La minigonna che Mary Quant battezzerà a Londra nel 1965 viene raccontata sui media nazionali come una clamorosa provocazione, tal quale (pochi anni dopo) la moda del topless sulle spiagge. A mostrare le gambe, dal '65 in poi, non saranno solo le ballerine, licenziose per luogo comune ("scappare con una ballerina", o con una sciantosa, quando ero bambino, era tra gli adulti una comune definizione della perdita di controllo del bravo padre di famiglia).
A mostrare le gambe, dalla seconda metà dei Sessanta in poi, sono le ragazze, le studentesse, le figlie di famiglia, le donne contente di esserlo liberamente: prima di loro, bisogna considerare che la licenza di mostrare le gambe era concessa solamente a certe artiste, e per ragioni artistiche. Che le gambe delle Kessler, legalizzate per onore di palcoscenico, potessero essere l'antipasto di una rivoluzione sociale e popolare, chi poteva immaginarlo?
Infine passiamo al dato mediatico (forse il più rilevante?). Le Kessler debuttano a Giardino d'inverno nel gennaio del '61, e approdano al fastoso sabato sera della Rai, Studio uno, nel successivo ottobre. È sbagliato dire: su Rai uno. Perché la Rai era l'unica rete televisiva italiana. Rai due, il secondo canale, comincia le trasmissioni nel novembre del '61, e dunque le Kessler vanno in onda, nel momento del loro clamoroso debutto, nell'unico canale televisivo esistente in Italia.
Se pensiamo al successivo, febbrile (e inevitabile) sgretolarsi della televisione – della visione pubblica in generale – in dieci, cento, mille rivoli, fino all'attuale auto-palinsesto che pay tivù e piattaforme varie possono consentire, possiamo capire quale potenza incontrastata, e oggi inconcepibile, avesse la Rai negli anni Sessanta. Decidere di mandare in onda qualcosa o qualcuno, negli anni Sessanta, equivaleva a orientare in modo oggi inimmaginabile i gusti e la sensibilità di un intero popolo.
Questo ci porta a dire che, volenti o nolenti, gli allora gestori dell'unico canale televisivo pubblico italiano, ben coscienti di essere monopolisti incontrastati dello sguardo popolare, decisero che le gambe delle donne non potevano più essere oscurate. Da censori diventarono complici, sebbene involontari, dell'eros. Oppure, se preferite: tra eros e censura, la spunta sempre il primo.

Non fate i Fubini!

 

Nebbia in Val Fubina
DI MARCO TRAVAGLIO
Come passa il tempo. Sembra ieri che a fine maggio Federico Fubini del Corriere rivelava a Otto e mezzo: “Non è vero che l’Ucraina sta perdendo”, anzi: “I russi non hanno più i mezzi corazzati, fanno gli assalti coi motorini, mandano i muli nelle retrovie” e reclutano “homeless, tutti alcolizzati, in Jacuzia”. La vittoria era scontata, tantopiù che il Corriere e le altre gazzette atlantiste annunciavano ogni giorno il default russo, l’isolamento planetario di Putin (peraltro morente) e la disperazione delle truppe: “non reggono l’inverno”, combattono “senza calzini”, “senza divise”, “senza razzi”, “senza missili”, “con le pale del 1869”, “usano le dita come baionette” e rubano i chip dei carri armati “da lavatrici, freezer e tiralatte elettrici”. Senza contare che i soldati ucraini sono immortali, mentre i russi cadono come mosche: “400 mila perdite circa per ogni 1% di territorio conquistato” (avendo preso il 13% di Ucraina in aggiunta al 7% che già controllavano, i caduti russi sarebbero 5,2 milioni), il che fa del 2025 “l’anno più nero dell’esercito russo con 80 mila morti” (Fubini dieci giorni fa, mentre per Gentiloni i russi uccisi sono “oltre 200 mila solo quest’anno per guadagnare qualche km”: chi offre di più?).
Quindi attendevamo ad horas la resa di Putin. Invece ieri è arrivato uno straziante grido di dolore di Fubini: c’è “il rischio che Putin dilaghi”. Ma come: coi chip dei tiralatte, le dita, le pale del 1869, i muli e i clochard jacuzi ubriachi sui motorini? E proprio ora che inizia l’inverno, freddolosi come sono i russi? Va’ a sapere. Dalla disfatta di Putin al “rischio che Mosca guadagni il controllo politico e militare dell’Ucraina e inizi a premere anche di più” sull’Ue con “un esercito di almeno 2 milioni di effettivi addestrato alle tecniche più moderne di aggressione ibrida aperta”, è un attimo. Ma non tutto è perduto. Basta pochissimo per ri-ribaltare la guerra: l’Ue deve solo scucire a Kiev “cento miliardi l’anno per la gestione militare e civile”. Che sarà mai. “Una decina spetterebbero all’Italia”, che però “esita”, mentre “Germania, nordici e Polonia sono i più lucidi”. Poi serve “limitare l’uscita delle petroliere russe dal Baltico”, tipo bombardandole. E il gioco è fatto: che ci vuole? Resta da capire cosa sia cambiato tra il gaio ottimismo e il cupo pessimismo fubiniano. Dev’essere stato il maltempo: Corriere&C. spiegano gli ultimi tracolli ucraini con la nebbia su Pokrovsk. Una nebbia asimmetrica, selettiva, putiniana, che acceca gli ucraini, ma non i russi. Un po’ come la nebbia antisemita che domenica in Libano ha offuscato la visuale alle Idf, indotte a mitragliare i caschi blu dell’Onu – spiega Tel Aviv – “perchè li aveva identificati come sospetti a causa delle cattive condizioni meteorologiche”. Una nebbia ibrida, ecco.

L'Amaca

 

Soccorrere gli ultras
di Michele Serra
Ultras della squadra di calcio del Chieti che lanciano sassi e mattoni contro il pullman della squadra per “punirla” di una sconfitta: tragedia solo sfiorata grazie ai riflessi dell’autista, cronaca ordinaria di uno degli aspetti preistorici dell’Italia contemporanea. Qualcosa di tribale, di maschile in senso arcaico, il branco urlante con i suoi capi e i suoi rituali, la pretesa di contare come banda visto che non si conta un fico come persone. Come esseri umani.
Triste e squallido, non si sa se più triste o più squallido, il fenomeno ultras è ampiamente sottovalutato, da decenni, dalla politica, dai media, dalla società nel suo complesso. Parla di miseria culturale, di violenza minacciata e infine spesso inflitta, di criminalità micro e macro. Di fascismo e di razzismo strillati e nemmeno capiti, come una forma di idealizzazione rudimentale della prevaricazione e della violenza. Di energie, adrenalina, giovinezza, forza fisica dissipate in attività cretine e spesso nocive, quando tanto bisogno ci sarebbe di quei giovanotti (dai venti ai quaranta, con non pochi fuori quota) per attività socialmente utili.
Possibile e addirittura probabile che alcuni o perfino parecchi di loro, dismessa la divisa di ultras, siano bravi figlioli. Ma in branco fanno pena e fanno rabbia. Ci si chiede come mai non esistano forme di autocoscienza e di recupero, come per gli alcolisti e i tossici a vario titolo, che possano aiutare queste persone.
Immaginate un tizio che lancia mattoni contro un pullman perché non gli garba che la sua squadra abbia perso. Un gradino sotto c’è il nulla, lo zero umano. Un gradino sopra, la speranza di uscirne. Ci sono politici per i quali gli ultras violenti sono solo elettori da blandire. Esistono politici per i quali siano esseri umani da soccorrere, e curare?