venerdì 31 ottobre 2025

L'Amaca

 

Berlusconi non è Enzo Tortora
di Michele Serra
Festeggiare la riforma della giustizia con una festicciola in piazza, e la faccia lieta di Silvio Berlusconi che sovrasta la scena, è il modo migliore per rendere molto sospettabile la riforma stessa. Se non l’intelligenza, almeno il buon gusto avrebbe dovuto suggerire ai governanti di non consacrare la loro riforma al leader politico che più di ogni altro ha anteposto il proprio potere personale ai limiti di legge, proclamandosi “unto del popolo” e come tale intoccabile — esattamente come Trump pretende di essere, trent’anni dopo.
Berlusconi non è Enzo Tortora. Il suo nome non evoca uno dei tanti e gravi errori giudiziari che macchiano la storia italiana. Non è uno dei caduti nella tragica torsione inquisitoria di Mani Pulite: semmai — storia italiana alla mano — è il leader che se ne è avvantaggiato più di chiunque altro, vedendo sbaragliati i partiti della Prima Repubblica e trovando la strada per Roma libera e agevole.
Sono tra i tanti italiani che non giustificano i modi spicci che alcune Procure hanno messo e mettono in campo; e ancora meno l’entusiasmo mediatico che ha portato, negli anni, a scempiare l’immagine di persone innocenti e a infierire sui colpevoli come se fossero spazzatura. Ma non riesco a vedere in questa riforma niente che, in questo senso, mi rassicuri: solo una specie di frantumazione punitiva del potere giudiziario che non ne affronta i problemi strutturali e non indica neppure mezzo appiglio culturale e giuridico ai tanti magistrati che vorrebbero migliorare la qualità e soprattutto i tempi, di inaudita lunghezza, del loro lavoro.
La sobria, misurata intervista di Gherardo Colombo a Repubblica fornisce anche elementi tecnico-giuridici di critica della riforma, ai quali non credo che i governanti risponderanno. Perché non è migliorare la magistratura, il loro scopo, ma metterla in riga.

giovedì 30 ottobre 2025

Citazione

 


 “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta”

(Dante Alighieri - La Divina Commedia - Purgatorio Canto VI)

Mi ricorda...

 



La Cattiveria

 



Natangelo

 



A proposito di potentati

 

I giornali del “Padrone” su Elly, Marina e Meloni
DI DANIELA RANIERI
Nella scorsa settimana i giornali del padronato italiano ci hanno tenuto la mente impegnata in un avvincente ping pong: il biasimo nei confronti di Elly Schlein, segretaria del partito che ogni tanto si ricorda di fare opposizione, cosa che scandalizza sempre i benpensanti; e il disaccordo in seno alla maggioranza sul trattamento da riservare alle banche nella legge di Bilancio firmata dal ministro Giorgetti. Si tratta di due temi solo apparentemente scollegati.
Cominciamo dal secondo: perché Meloni, che non le manda a dire a nessuno e anzi è tutti i giorni inferocita con qualcheduno, è così permissiva, per non dire remissiva, con Marina Berlusconi, di fatto trattata, anche dai media, come fosse una componente del governo? La risposta più immediata è: perché Forza Italia, il partito governato da Tajani (nel senso che Tajani ha le chiavi e ogni giorno si reca sul posto per rigovernare le cucine e tagliare le erbacce), è di fatto una delle proprietà della famiglia Berlusconi, un patrimonio che comprende anche banca Mediolanum. Già l’anno scorso il governo (composto da gente che ha preso i voti strillando contro i poteri forti) si era rimangiato la legge sugli extraprofitti delle banche, che comprensibilmente non piaceva a Piersilvio e congiunti; quest’anno, per non urtare gli orfani, si sta pure prodigando per estendere la garanzia, pensata sotto Covid, sui crediti che le banche concedono alle imprese e che queste non ripagano. Così gli ammanchi li ripagherebbe lo Stato, cioè noi. Un bel lavoretto a favore del Capitale, non c’è che dire: mica siamo in Spagna, dove il governo Sanchez ha non solo tassato gli extraprofitti, ma ha anche rifiutato di dare il 5% del Pil alla Nato come ci ha ordinato Trump, cosa che per il nostro governo va invece benissimo, anzi, se occorre diamo anche il 6.
E veniamo al primo punto: da Amsterdam la Schlein aveva detto: “Con l’estrema destra al governo la democrazia è a rischio”, riferendosi all’attentato contro Sigfrido Ranucci, la cui trasmissione Report è costantemente minacciata nella sua libertà da gente di governo (in passato anche dal Pd renziano, va detto). Una frase all’acqua di rose che in bocca a qualsiasi altro leader della sinistra mondiale sarebbe stata un’ovvietà, pronunciata da una che presumibilmente lavora per costruire un’alternativa al governo. Da noi è uno scandalo. Sul Corriere un editoriale di Antonio Polito rimette Schlein al suo posto: “Se ad Amsterdam ci fosse un Rubicone, Elly Schlein l’avrebbe varcato… Dire ai compagni socialisti europei che l’attentato a Ranucci dimostra che ‘la democrazia e la libertà di parola sono a rischio quando l’estrema destra è al governo’, equivale infatti a negare la patente di legittimità democratica all’avversaria”. Non sia mai. Meloni è molto meno pericolosa di Berlusconi: “Non era una donna potente e ricca quando arrivò a Palazzo Chigi; anzi, ha trascorso la gioventù alla Garbatella e in un partito ai margini. Come mobilitare la paura del regime contro una tale biografia? Un manipolo di reduci di Colle Oppio può spaventare quanto un impero televisivo e il suo relativo conflitto di interessi?”. Meloni è stata solo ministra di Berlusconi a 31 anni, e adesso sta al governo con e grazie agli eredi di quell’impero e del suo relativo conflitto di interessi: che vuoi che sia.
Anche Galli della Loggia bacchetta la tiepidissima Schlein: “Dopo l’accostamento fatto da Schlein tra l’attentato a Ranucci e ‘l’estrema destra’, (tra virgolette, ndr) al governo, con conseguente proclamazione della ‘democrazia a rischio’, è forse giunto il momento che la sinistra (senza virgolette, ndr) italiana, i suoi politici e i suoi elettori, i suoi intellettuali e i suoi giornalisti, decidano una buona volta in che Paese pensano di abitare”. Perbacco. “Dipende cioè se la sinistra si considera essenzialmente come la sola speranza rimasta della democrazia italiana… o se invece… pensa di doversi dotare di un programma elettorale, diciamo così normale”. E cosa c’è di anomalo nel fatto che uno dei tre partiti al governo, che possiede il 10% dei voti degli elettori, sia in palese conflitto di interessi con l’intera politica economica del governo stesso e detti legge in tema di Giustizia e sui palinsesti della tv pubblica, specie quando tratta la biografia del già finanziatore di Cosa Nostra? Più normale e democratico di così! Quindi la vera risposta alla domanda “perché la fumantina Giorgia è così remissiva nei confronti di FI e della famiglia Berlusconi” è: per essere gradita al sistema, lo stesso che striglia Schlein per aver detto l’ovvio. Per lo stesso motivo Meloni è atlantista, trumpiana già bideniana, e prona all’Europa dell’isterismo russofobo e guerrafondaio che dispone un colossale riarmo per 800 miliardi da sottrarre ai cittadini di 27 Paesi per investirli in missili e carri armati, cioè in morte. Esattamente ciò che avrebbe fatto un governo Draghi, per dire, quindi tutto a posto.

Ah la democrazia!

 

Le interferenze buone
DI MARCO TRAVAGLIO
La democrazia 2.0 avanza così spedita che non si riesce a starle dietro. Sugli house organ dei famosi “valori occidentali” sono in corso i baccanali per il trionfo di quella motosega di Javier Milei in Argentina. E a sinistra ci si interroga pensosi su come sia possibile che un Paese fallito e rifallito preferisca uno che fa danni da 2 anni ai peronisti che ne fanno da 80. Manca solo il frescone di turno a spiegarci che “si vince al centro”, ma prima o poi arriva. Mentre sono tutti impegnati in polemicuzze da ballatoio sul tasso di liberismo, riformismo e sovranismo di un presidente salvato da uno Stato estero con fondi pubblici, nessuno si occupa della probabile concausa del successo di Milei: il fattore Usa. Un mese fa Milei perde le Amministrative e pare spacciato. Ma Trump gli allunga un assegno di 20 miliardi, lo riceve alla Casa Bianca e ne promette altri 40, ma a una condizione: che le Legislative di medio termine le vinca largamente Milei. Gli argentini imparano la lezione e votano bene.
Provate a immaginare se a comprare i loro voti con una rata prima delle urne e una dopo (come le due scarpe di Achille Lauro) non fosse stato Trump, ma Putin. I nostri atlantisti strillerebbero al voto truccato, agli hacker russi, al complotto putiniano, alla guerra ibrida. Avvisterebbero droni prêt-à-porter dalle parti di Buenos Aires. E chiederebbero ai governi occidentali di non riconoscere le elezioni per farle annullare. Cosa che alle Von der Leyen e alle Kallas non c’è bisogno di chiederla: procedono di default ogni volta che vince il candidato sbagliato. Come in Ucraina nel 2004 e nel 2014, poi in Georgia, Romania (lì, non contenti di annullare le elezioni vinte da Georgescu, hanno pure arrestato il vincitore), in Cechia e Slovacchia. Voi direte: ma da noi non si usa promettere soldi a un Paese in difficoltà se vince Tizio o Caio. Magari: è appena accaduto in Moldova. Un mese fa l’Ue teme che la coalizione della presidente filo-Ue Maia Sandu perda le elezioni per le solite interferenze di Putin. Per non interferire, Macron, Merz, Tusk e Zelensky si uniscono alla Sandu per ammonire i moldavi a votare come dice lei perché “un governo amico di Mosca sarebbe un trampolino di lancio per attacchi ibridi contro l’Ue”. E, sempre per non interferire, la commissaria Ue Marta Kos intima ai moldavi di “scegliere fra democrazia e regime”: se voteranno male, perderanno gli “investimenti dell’Ue” che “sta dando un sostegno senza precedenti alla democrazia”. Intanto la “democrazia” moldava mette fuorilegge due partiti di opposizione perché “filorussi” (cosa piuttosto strana in un Paese pieno di russi della Transnistria). Alla fine, sorpresona: rivincono gli europeisti, i fondi Ue continuano ad arrivare, la democrazia è salva.