martedì 21 ottobre 2025

L'Amaca

 

La religione dellla morte
di Michele Serra
È una fortuna, nonché un elemento di timida speranza: a ogni fanatico corrisponde quasi sempre uno stupido, e questo lascia qualche spazio ai ragionevoli. Sentite questa: Ben Gvir, ministro per la sicurezza nazionale di Israele, uno che deride e minaccia i prigionieri politici in catene (per dire il livello di viltà), ritiene ultimativa, per le sorti del governo Netanyahu, l’approvazione della pena di morte per i terroristi. Dice che servirebbe a scoraggiarli.
Possiamo sorvolare sul fatto che da giovane Ben Gvir venne bollato a sua volta di terrorismo dalle autorità del suo stesso Paese. Fu tra coloro che minacciarono Rabin, poi assassinato da un giovane esaltato, della stessa risma di Ben Gvir: coloro che si sentono autorizzati dalla Bibbia a conquistare e uccidere. Ma a parte questo, come si fa a pensare che la pena di morte (comminata, per giunta, da Israele) possa minimamente incidere sulla mentalità, sulle azioni, sulle strategie di Hamas e più in generale del radicalismo religioso islamista, che da almeno un paio di decenni ha fatto della morte un’arma bellica, un sacrificio “patriottico” e una missione religiosa?
L’attentato suicida e la morte in combattimento sono da molti anni una specie di prova di valore per migliaia di disgraziati, abbagliati dalla promessa di un riscatto ultraterreno dopo una vita sottomessa. Ovvio che Ben Gvir non lo capisca, ma la pena di morte, ai bombardati, ai segregati, agli scacciati, gli fa un baffo. Semmai è una conferma, per loro, che non esiste vita pacifica, vita piena, vita degna, esiste solo la morte. Darla e riceverla, ovviamente sempre nel nome di Dio. Che è il Dio della morte, lo stesso di Ben Gvir e dei suoi nemici. Il loro corpo a corpo travolge persone, case, bambini, vita quotidiana. Se ne fregano, loro, della vita.

Apppendino

 

Cassandra Appendino
DI MARCO TRAVAGLIO
Chiara Appendino ha un po’ ragione e un po’ torto. Ha torto sui tempi delle dimissioni da vicepresidente M5S: se era contro le alleanze col Pd nelle Marche, in Calabria e in Toscana, doveva darle prima, quando furono decise (in Toscana dopo il voto degli iscritti); e, se non lo fece per non danneggiare il suo Movimento, non si capisce perché l’abbia fatto proprio ora che Roberto Fico è impegnato in una battaglia campale e cruciale in Campania. Ma ha ragione perché una parte importante degli elettori 5Stelle detesta il Pd e quando le si chiede di votare per un candidato del Pd appoggiato dal M5S sta a casa. Molti, anche se in misura minore, si astengono anche se il candidato è un 5S sostenuto dal Pd: quando la Todde vinse in Sardegna, M5S e lista Todde restarono sotto il 12%; quando Tridico ha perso in Calabria, M5S e lista Tridico si sono fermati poco sopra il 14%. Sempre molto sotto le elezioni Politiche. Ma lì Conte ebbe la fortuna di esser costretto da Letta a correre da solo. In ogni caso i magri esiti nelle regioni non dipendono solo dall’alleanza col Pd: alle Regionali il M5S è da sempre più debole per un suo difetto (non è radicato sui territori) e un suo pregio (non compra e non scambia voti per favori). Il resto lo fa l’elezione diretta a turno unico, che fa ragionare gli elettori in termini bipolari e schiaccia le terze forze. Infatti, mentre cala nelle Regioni, nei sondaggi sulle Politiche il M5S contiano cresce da quando un anno fa si definì “progressista indipendente”. Cresce proprio per ciò che l’Appendino gli rimprovera di non fare: distinguersi dal governo e dal Pd, che sulle cose importanti (Patto di Stabilità, Von der Leyen, riarmo, Ucraina) vanno sempre a braccetto. E crescerebbe ancor di più se il sistema mediatico non oscurasse la sua indipendenza per accreditare il finto derby tra Meloni e Schlein, che si sfidano ogni giorno a paroloni e parolacce per poi votare insieme sui fondamentali.
Sul gattopardismo affaristico e consociativo dei dem, la Appendino può tenere dei corsi, avendone conosciuto e combattuto (e una volta battuto) la quintessenza, incarnata da uno dei peggiori Pd d’Italia: quello torinese, che se la batte con quello milanese, romano e calabrese. Quindi, anziché scomunicarla per il suo grido d’allarme intempestivo ma fondato, i fedelissimi contiani dovrebbero ascoltarla e riflettere. E poi fare di tutto per tenerla nel gruppo dirigente: non c’è nulla di male o di strano se, al vertice di una forza politica, accanto a chi spinge sul “progressismo”, c’è anche una Cassandra o un grillo parlante (con la g minuscola) che spinge sull’“indipendenza”, rappresenta gli elettori dubbiosi, li fa sentire rappresentati e coinvolti, e magari li convince pure a tornare a votare. Buttala via…

Un italiano monegasco

 

SINNER RIPENSACI
«Rinuncia sofferta, l’ho vinta due volte mi serve più riposo» Bertolucci: «Ci sta Occasione per Musetti»
di Luigi Garlando
Questa volta bisognerà provarci senza di lui. Jannik Sinner, alla fine di una stagione vincente ma travagliata, con i tre mesi di stop concordati per il caso Clostebol e i cambi nel team prima di Wimbledon, ha deciso di fermarsi dopo le Atp Finals. Niente Coppa Davis né sfida con Alcaraz per lui, condottiero di due campagne vittoriose nel 2023 e 2024 a Malaga. Le convocazioni diramate ieri pomeriggio da Filippo Volandri hanno confermato una notizia che era nell’aria: a difendere l’Insalatiera nelle Finals di Bologna dal 18 novembre non ci sarà il numero 2 al mondo, che ieri a Vienna, nell’incontro dedicato alla stampa ha voluto spiegare le sue motivazioni: «È stata una scelta difficile, una rinuncia sofferta - ha detto Jannik sollecitato sull’argomento -. Ho vinto la Davis due volte e forse questo ha influito. Con il mio team abbiamo deciso così perché la stagione a fine anno è molto lunga. Sarà importante partire bene nel 2026, e una settimana in più di preparazione può fare la differenza».
Italia Domani Jannik esordirà contro il tedesco Altmaier nell’Atp 500 che l’ha visto già trionfare e che tra i primi gli ha dato fiducia quando si affacciava al professionismo: «Siamo a solo sei ore di auto da casa mia. Qui mi sento accolto molto bene e possono venire a seguirmi famigliari e amici. Però io sono e mi sento profondamente italiano», ha detto ai media austriaci che lo tiravano per la giacchetta. Sinner, che svolgerà la preparazione a Dubai come lo scorso anno, vuole iniziare la prossima stagione il prima possibile per mettere alle spalle un 2025 che se da un lato lo ha visto trionfare in due Slam, compreso l’agognato Wimbledon, gli ha riservato momenti difficili. Quello del numero 2 al mondo non è un addio alla Nazionale, ma solo un arrivederci, come ha tenuto a sottolineare anche il capitano azzurro Filippo Volandri: «Sinner non ha dato la sua disponibilità per il 2025 - ha spiegato -. La Coppa Davis è, e resterà, sempre casa sua e sono certo che Jannik tornerà presto a far parte della squadra. Nel fratinvernale tempo, posso contare su un gruppo pronto a lottare e a dare tutto per la maglia azzurra». Non vedere Sinner giocarsi la Davis in casa è sicuramente un dispiacere, ma fortunatamente l’occasione non mancherà in futuro visto che le Final Eight resteranno in Italia almeno fino al 2027. Il leader azzurro per la difesa dell’Insalatiera sarà Lorenzo Musetti, insieme a Flavio Cobolli, Matteo Berrettini e il doppio di Andrea Vavassori e Simone Bolelli.
In attesa La rosa potrebbe anche cambiare alla vigilia di Bologna. Il capitano infatti ha la possibilità di fare fino a tre cambi entro un giorno prima dell’inizio della competizione: «Dovremo superare avversari insidiosi a partire dall’Austria - ha proseguito Volandri -, ma ho la fortuna di poter contare su un’ampia rosa di giocatori che ci permetterà di affrontare l’impegno con la massima convinzione». Per il presidente Fitp Binaghi si è trattato di una notizia dolorosa: «Comprendiamo e rispettiamo la decisione di Jannik, per noi comunque molto dolorosa, che arriva al termine di una stagione lunga e intensa, nella quale ha ancora una volta dimostrato di essere un punto di riferimento straordinario per tutto il movimento tennistico italiano - ha detto il presidente -. La Coppa Davis rappresenta per lui – e per tutti noi – un simbolo di orgoglio e di appartenenza, e siamo certi che tornerà presto a indossare la maglia azzurra con la stessa passione e determinazione di sempre. Allo stesso tempo, voglio sottolineare la grande fiducia che riponiamo nel gruppo guidato da Filippo Volandri: una squadra solida, unita, capace di trasformare ogni difficoltà in un’ulteriore spinta. Sono convinto che anche questa volta sapranno onorare al meglio i colori dell’Italia».

Marina Marina Marina!

 

Marina B. invoca regole, ma soltanto per gli altri
DI GIANNI DRAGONI
Marina Berlusconi sul Corriere della Sera di domenica è andata all’attacco dello strapotere dei colossi digitali, osservando che “le prime cinque Big Tech messe assieme – Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet e Amazon – sono arrivate a superare il Pil dell’area euro”. “Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro”, dice la presidente di Fininvest e Mondadori. “Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario”, sono “gente che se ne frega”.
Adesso che i ricavi del gruppo sono intaccati dai colossi del web la figlia di B. chiede regole: “La politica deve impedire eccessive concentrazioni di potere”. Ma, in passato, la famiglia Berlusconi si è opposta a norme che limitassero il predominio di Mediaset.
La legge Mammì del 1990 che imponeva a Silvio Berlusconi di cedere Il Giornale perché aveva tre reti tv fu aggirata con la “vendita” al fratello Paolo; la Maccanico del 1997 che imponeva a Mediaset e Rai di non superare il 30% delle risorse è stata sistematicamente violata senza che l’AgCom applicasse sanzioni; la legge Gasparri nel 2004 ha salvato Rete4 che doveva finire sul satellite e ha messo al sicuro i ricavi Mediaset inventando il Sic, un contenitore che include tutti i ricavi dei media: pubblicità di tv e giornali, canone Rai, pay tv, ricavi da vendite di quotidiani, cinema e sponsorizzazioni. Il Sic è così alto che nessuno supera il tetto del 20%: ma il limite è del 10% per Tim, norma voluta da Mediaset che ha impedito a Vivendi di scalare Mediaset, fu stoppata nel 2017 dalla solita AgCom. Quanto all’italianità, Mediaset nel 2021 ha trasferito la sede legale in Olanda. A proposito di “gente che se ne frega”…

Pardon!

 

Adieu Grandeur: Macron tramonta tra i fischi e i fiaschi
DI PINO CORRIAS
Ormai le prende da tutti. Asceso al potere giovanissimo e circondato da un’aura di predestinato, oggi è maltrattato da tutti: dalla moglie, dai deputati e dal suo popolo. E ha ridotto il Paese a uno zimbello

Emmanuel Macron è uno spasso, persino più del Louvre derubato dalla sua sontuosa refurtiva. Ma va ammirato almeno per i lividi che incassa, imperturbabile. Lo mena la moglie a sganassoni nel buio dell’aeroplano appena atterrato in Vietnam (“ma no, stavamo scherzando!”). Lo mena l’Assemblea Nazionale a Parigi, bruciandogli un primo ministro al mese, tranne l’ultimo, il tristissimo (San) Sebastien Lecornu appena avviato al martirio del palo e delle frecce. Lo mena la Francia intera con uno sciopero a settimana: “Vattene Micron!” varando la nuova ondata di manifestazioni intitolate “Blocchiamo tutto!”. Ma lui niente. Fa passeggiate solitarie sul Lungo Senna. Fa i pesi per tenersi in forma. Veste in nero, aderente. Allo scrittore Carrere, che viaggia con lui in Canada, mostra i bicipiti. Se li palpa, li gonfia, se ne vanta. Per dimagrire sta alla larga dalle brioche che evocano la rivoluzione e in tv dice alla nazione: “Mi avete eletto per cinque anni, rimarrò fino alla fine”. Cioè il 2027, auguri. Lo maledicono le destre sovraniste di Marine Le Pen e dello scalpitante Jordan Bardella. Lo attacca la sinistra populista di Jean-Luc Mélenchon. Lo snobbano i centristi. E pure certi tulipani sfioriti come Hollande, l’ex presidente socialista, che se lo rigira con forchetta e coltello: “Macron non ha convinzioni profonde, non ha cultura politica. Non ha mai diretto un partito”. Conclude: “Non so cosa sia il macronismo, né se sia mai esistito”. Voilà.
L’inesistente non fa una piega. Fuori dalle sue finestre, salgono debito pubblico, spread e inflazione. Vanno in fumo automobili e cassonetti. È arrivato alla sua quarta crisi di governo in sette anni. E alla nomina del suo quinto primo ministro, gli ultimi tre persi in una manciata di mesi. Tutti bruciati dalla proposta di allungare da 62 a 64 anni l’età della pensione. “Mai e poi mai”, gridano le piazze. Lui incassa, aggrappato alle proprie basette che da qualche tempo ha smesso di tingersi, credendo di apparire più maturo e autorevole: “Dobbiamo ricostruire la nazione – ha detto in tv –. Portare saggezza ovunque ci siano insulti e rabbia”. L’effetto è capovolto. Serge July su Liberation ha scritto: “È come un chimico dilettante. Sta moltiplicando le esplosioni sia a destra che a sinistra”. Ma se è davvero un chimico, che si sarà fumato Monsieur le President?
Assediato dalla guerra in casa, Macron ne ha approfittato per intromettersi e se possibile peggiorare quella in Ucraina. “La guerra è tornata in Europa – ha annunciato nel 2023 al continente ignaro –. Dobbiamo guardare in faccia al nostro destino”. Per farlo non ha voluto accontentarsi dei cingoli messi in moto dalla Von der Leyen e dall’Europa. Alle 19 sanzioni contro la Russia, ha voluto aggiungere una sua personale “coalizione dei volenterosi” insieme con gli inglesi, per fare il primo della classe, spedire armi e finanziamenti a Zelensky, incitarlo a combattere, dal caldo delle sue coltri parigine. A febbraio 2024 ha proposto l’idea di mandare i soldati Nato sui confini ucraini. Un anno dopo ha precisato che i soldati ingaggiati potevano essere francesi e inglesi raccolti in una “forza di rassicurazione”. Due mesi più tardi, per rassicurare ancora meglio l’Europa, Kiev e naturalmente il Cremlino, non ha escluso l’ipotesi di piazzare missili nucleari francesi in Polonia. Stavolta ha raccolto fischi e fiaschi dagli alleati, ma non ha rinunciato a quell’aria di sopracciò che lo rende così simpatico in patria: débâcle dopo débâcle.
Era il 2017 quando dal quasi nulla conquistò, con il 66% dei voti, lo scettro del potere sotto al cielo blu del suo “En Marche” che voleva dire centrismo post ideologico, un pizzico di anti conformismo, doppia spolverata di tecnocrazia, più l’Inno alla gioia suonato a tutto volume.
A cavallo dei suoi 39 anni sembrava ancora uno sbarbato. Come i magri eroi di Balzac, viene dalla soffocante provincia, la piccola città di Amiens, genitori di quieto benessere, medici, all’improvviso terremotati dallo scandalo del figlio sedicenne che si innamora della insegnante di Lettere, Brigitte Trogneux che di anni ne ha compiuti 40, ha già tre figli, per di più con marito banchiere iracondo. Per pubblica indecenza, il ragazzo viene spedito al liceo d’alta classe Henri IV di Parigi, dove di lì a poco arriva anche lei, la biondissima Brigitte, incoronando un amore che non ha mai smesso di scandalizzare la Francia, né di alimentare veleni. Dopo la laurea in Filosofia, sale sull’ascensore sociale dell’Ena, la scuola nazionale d’alta amministrazione. Diventa consulente per l’innovazione, sotto la presidenza Sarkozy. A 31 anni monetizza. Entra nel Board della Banca Rothschild, diventa milionario. Il presidente Holland, nel 2014, lo nomina ministro dell’Economia e del Digitale. Nel frattempo sale e scende dalla giostra politica. Prima socialista, poi indipendente. Dirà: “Sono posizionato piuttosto a destra in economia, ma per i valori mi sento a sinistra”. Un carnivoro con attitudini vegetariane. Lo appoggiano gli imprenditori, l’establishment che legge Le Monde, i finanzieri che lo considerano membro dei loro club. Lo asseconda gran parte del ceto medio che vede in lui la luce di una nuova politica che promette: “La Francia deve essere una opportunità per tutti”. Nei fatti fa il contrario: maggiori tasse sui carburanti, niente riduzione dell’orario di lavoro, sacrifici, rigore, grandeur per l’industria delle armi e dell’energia nucleare. Misure che scatenano ondate di rivolte. Scioperano a turno studenti, ferrovieri, medici, insegnanti, controllori di volo, agricoltori, con o senza i gilet gialli. Il disordine, lo stillicidio del terrorismo islamista, lo spavento del Covid, e naturalmente l’avanzata della destra xenofoba, sollecitano un nuovo fronte repubblicano. Macron viene rieletto al suo secondo mandato, anno 2022, nonostante collezioni pochi elogi, molte critiche, anche sprezzanti, tipo “l’idiota”, “il narcisista”, “il presidente dei ricchi”. Incassa 19 milioni di voti, ma anche una Assemblea nazionale fragile e litigiosa. Lui ci mette del suo. Alza di nuovo la bandiera delle pensioni da ritardare. Fronteggia le rivolte delle banlieue con la repressione. Ma non sa come fermare il collasso della finanza. Alle Europee i suoi consensi scendono al 14 per cento, mentre la destra li raddoppia. Dal giorno alla notte scioglie l’Assemblea, siamo nel giugno del 2024, indice nuove elezioni, annuncia: “Voglio darvi la parola per avere chiarezza contro l’immobilismo”. Ottiene la completa oscurità e il disordine di questi mesi: destra e sinistra sempre più forti, dietro le barricate. Il nuovissimo governo Lecornu sempre più debole, costretto di nuovo a cancellare la riforma delle pensioni per stare in piedi. Per quanto ancora? Due giorni o due anni?

lunedì 20 ottobre 2025

Lo conferma

 


Impressiona

 

Lo avevo sempre pensato, mai però toccato con mano. Siamo fragili e malleabili. Fanno di noi ciò che vogliono. 

Il confine tra lobbying e spionaggio 

Sebbene le nomenclature siano talvolta diverse, queste tecniche possono essere utilizzate indistintamente da consulenti, lobbisti, diplomatici, agenzie di intelligence, militari ecc. Per esempio, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (Us Dod) si riferisce alle operazioni di guerra psicologica (Psyop) e alle strategie di gestione della percezione, o in inglese «perception management». 

Secondo la definizione del 2001 del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti: 

Gestione della percezione – Azioni architettate per trasmettere e/o negare informazioni e indicatori selezionati a un pubblico straniero, al fine di influenzarne le emozioni, motivazioni e ragionamenti oggettivi, nonché ai sistemi di intelligence e ai leader di ogni livello in modo da influenzare le valutazioni ufficiali, giungendo in questo modo a comportamenti estranei e azioni ufficiali favorevoli agli obiettivi dell’iniziatore. In vari modi, la gestione della percezione combina la proiezione della verità, sicurezza operativa, copertura, inganno e operazioni psicologiche (PSYOP). 

Poiché lo scopo delle operazioni psicologiche è «indurre o rafforzare atteggiamenti e comportamenti stranieri favorevoli agli obiettivi dell’iniziatore», non sorprende trovare perfette analogie con la pratica del lobbying, che consiste appunto nell’influenzare i responsabili delle decisioni per difendere interessi esterni.


Baldan, Frédéric. Ursula Gates: La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles (pp.50-51). goWare e Edizioni Angelo Guerini e Associati. Edizione del Kindle.