giovedì 22 maggio 2025

Ora fanno i bravi

 

L’Occidente super partes in realtà è parte in causa
DI ELENA BASILE
Non riesco a rassegnarmi ai mondi separati, a realtà di partigiani fedeli ai loro credo che si confortano con gli a priori, con i propri pregiudizi. Mi impongo ogni giorno la dolorosa lettura degli opinionisti dei giornali più letti sperando che i ponti tra le persone, le idee, le civiltà possano essere costruiti grazie a una razionalità senza chiusure, un patrimonio comune dell’umanità.
Purtroppo la lettura mi conferma che i media creano l’agenda politica. Come sostiene Angelo D’Orsi nel suo recente Catastrofe Neoliberista, essi non sono più mezzi di informazione, o disinformazione e propaganda. Nella mancanza di partiti e corpi intermedi, sono divenuti produttori di senso politico. La graduale inesorabile trasformazione delle democrazie, come eravamo abituati a conoscerle, in passato (istanze politiche raccolte da partiti che opponevano visioni differenti della politica estera e economica, lotte sociale e dialettica tra capitale e lavoro, intellighentia libera di discutere i temi etici e politici senza paletti precostituiti, ruolo dei Parlamenti che temperava la hybris dei governi) ha i propri sostenitori negli editorialisti. Gli artefici della censura si autolegittimano in quanto partono dal presupposto che i censurati siano antidemocratici. Non viene in mente che il gioco sarebbe lecito se esistessero corti imparziali, un potere super partes in grado di stabilire la incostituzionalità di AFd, della Le Pen, (ma allora anche della Meloni e di Salvini ?) di Georgescu in Romania. Non si comprende che se una parte politica considera l’opposizione anti-democratica e spera di bloccarla con organi giudiziari che dipendono e sono infiltrati dalla maggioranza al governo, dalle due destre, popolari e socialisti europei, che si alternano al potere, si configura una società dominata da oligarchie pronte a distruggere l’autentico tessuto democratico, lasciandone in piedi un’impalcatura fantasma.
È quanto sta accadendo sul piano internazionale. Il multilateralismo creato dall’Occidente nel dopoguerra viene gradualmente smantellato con paradossi giuridici che sono propagandati dall’Europa nell’indifferenza se non la complicità dei giuristi internazionali.
L’assistenza all’Ucraina da parte di Usa ed Europa non è giustificata dal diritto internazionale. Se anche si volesse credere al linguaggio propagandistico della burocrazia bruxellese e si volesse considerare l’aggressione della Russia del febbraio 2022 “non giustificata e non provocata” (e sappiamo che tanti studiosi occidentali hanno documentato come essa sia stata provocata, addirittura pilotata da Washington) non esistono norme internazionali che la legittimino. Come afferma in un lucido intervento, l’ex giudice della Corte Costituzionale Luigi Mazzella, l’Ucraina non fa parte della Nato. A essa non si applica l’articolo 5 dell’Alleanza atlantica. Paesi Nato come l’Italia, che hanno Costituzioni democratiche in grado di ripudiare la guerra, non possono fornire armi, intelligence o addirittura truppe a una delle due parti in conflitto. Viene inoltre citata a sproposito la Carta delle Nazioni Unite, che prevede l’autotutela e la possibilità che una coalizione di Stati entri in guerra per difendere un Paese aggredito soltanto nel breve tempo necessario al Consiglio di Sicurezza di mettere in piedi le misure opportune e il legittimo utilizzo della forza che nel capitolo VII della Carta trova il fondamento. In altre parole, sul piano interno come su quello internazionale, le oligarchie occidentali, si auto-promuovono corte imparziale e terza, comunità internazionale, organismo sovranazionale mentre rimangono una delle parti in causa. Gli Stati Uniti e l’Europa non hanno offerto assistenza nel quadro del diritto internazionale a un Paese aggredito, ma sono cobelligeranti avendo creato un comando verticale a Kiev, pubblicizzato dal Nyt, composto da intelligence occidentale, esercito ucraino, armamenti Nato. Che tutto questo sia potuto accadere senza un vero dibattito politico con la partecipazione democratica dei cittadini, ma con Parlamenti nazionali assopiti e con il Parlamento europeo che non è un organo legislativo democratico, la dice lunga sullo stato delle nostre democrazie. I dibattiti parlamentari sono sostituiti dai talk show nei quali è ammesso un dissenso consapevole di dover restare, pena l’estromissione, nell’ambito del politically correct. Non si può ad esempio affermare che lo Stato israeliano, artefice di un genocidio a Gaza, è moralmente responsabile quanto o di più di un movimento terroristico di liberazione di un popolo sotto occupazione. Né ovviamente si può rivendicare che Putin non sia così diverso da Bush o Biden che hanno le mani sporche di sangue. L’oligarchia in Tv diviene produttrice di senso politico.

Drinnn!

 

Solidarietà a Bibi
DI MARCO TRAVAGLIO
Non so voi, ma ora arrivo a capire Netanyahu. Il noto terrorista e serial killer israeliano ha sterminato per 19 mesi 50 mila civili palestinesi bombardando ’ndo cojo cojo la striscia di Gaza con la scusa di sconfiggere Hamas (ben nascosto nei tunnel e all’estero e ben rifornito di nuove leve dai massacri dell’Idf) e liberare gli ostaggi (contribuendo ad ammazzarli), in realtà per salvarsi le chiappe, senza che nessuno dicesse o facesse niente. Chiunque nel globo terracqueo osi fare un millesimo di ciò che fa lui è subissato di condanne, sanzioni, embarghi, boicottaggi, risoluzioni. Lui no. Al massimo qualche fervorino per gli “errori” o “eccessi di legittima difesa”: ahi ahi, bricconcello, non esagerare. Nessun Paese ha sospeso i rapporti diplomatici e commerciali, né tantomeno le forniture di armi. Neppure quando suoi ministri invocavano l’atomica su Gaza o altri simpatici mezzi per eliminarne i 2,5 milioni di abitanti. Né quando l’Idf bombardava le basi Unifil in Libano che osavano intralciare l’ennesima invasione (come ieri con i 25 ambasciatori). Anzi, l’Occidente puniva severamente chi parlava male di lui: accuse di antisemitismo, retate di Pro-Pal in strade e università, prof anche ebrei fermati alla frontiera tedesca perché minacciavano di denunciare i suoi crimini in convegni accademici, un bimbo di 10 anni braccato, arrestato in piazza a Berlino e assicurato alla giustizia da agenti antisommossa perché sventolava una bandierina della Palestina.
Poi il suo ex amico Trump è volato nella penisola arabica per affari (anche suoi) e ha avuto conferma che i satrapi locali se ne fregano dei palestinesi, ma devono salvare la faccia con l’opinione pubblica araba. Così ha scaricato Bibi e spinto sull’acceleratore dei negoziati con i suoi più acerrimi nemici: Iran, Hamas, Houthi, Siria. A quel punto la cosiddetta Europa, che salvo rare eccezioni non aveva mai detto né fatto nulla, si è sentita scavalcata persino da lui. E, tutto a un botto, ha realizzato che Israele in un anno e mezzo ha maciullato 50 mila persone, soprattutto bambini, mentre le altre rischiano di morire di fame. La scoperta dell’acqua calda, o dell’acqua Kallas, viste le vibranti parole dell’intrepida “alta rappresentante Ue” fra una sanzione e l’altra alla Russia: “Dall’odierna discussione emerge una forte maggioranza a favore della revisione dell’art. 2 del nostro accordo di associazione con Israele. Pertanto avvieremo l’iniziativa, intanto spetta a Israele sbloccare gli aiuti umanitari”. Insomma, gliele ha cantate chiare. Figurarsi lo stupore di Netanyahu, che non si dà pace: “Che avrò fatto di strano e di nuovo?”. Non sa che, tra i famosi “valori dell’Europa”, c’è anche il numero chiuso sui morti ammazzati: 50 mila, non uno di più.

L'Amaca

 

Tutto tranne sembrare europei
di MICHELE SERRA
“Centinaia di camion fermi alle frontiere di Gaza”. Non lo dice Hamas, la fonte è l’Unione europea, e a meno che l’Unione europea prenda ordini da Hamas, l’immagine, viene da dire con un certo rassegnato sarcasmo, è biblica: centinaia di camion fermi, sotto il sole di giorno, sotto le stelle di notte, carichi di cibo, acqua, medicine, sono una distesa impressionante di vita e di salvezza, e fermarli è un atto di morte.
È un elemento di chiarezza, per noi italiani, sapere che il governo Meloni non ha inteso sottoscrivere la revisione dell’accordo di alleanza con Israele, votata da diciassette Paesi membri dell’Ue proprio alla luce di quella distesa di camion fermi. L’Italia sta con gli altri dieci, netta minoranza soprattutto in termini di quantità di cittadini. Sono Ungheria, Croazia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Repubblica Ceca, Lituania e Germania (astenuta la Lettonia). Della Germania è nota e comprensibile la difficoltà a contrariare Israele. Ma gli altri? Che cosa impedisce ai governi degli altri Paesi di unirsi alla grande maggioranza dell’Europa democratica, inorridita da quanto accade a Gaza? Li trattiene una scadente concezione del diritto alla sopravvivenza (degli altri), sottomesso all’esigenza politica di smarcarsi da una posizione comune europea.
Il governo di Israele parla di “ossessione anti-israeliana” ma il suono è quello di un disco rotto, di una tragica incapacità di prendere atto che esistono diritti universali non sindacabili, e quanto accade da molti mesi a Gaza è una violazione sistematica e accanita di questi diritti. Il governo italiano non mostra di saperlo; oppure, se lo sa, non intende dirlo, per non correre il rischio di sembrare troppo europeo.

mercoledì 21 maggio 2025

Indovina indovinello



Ma chi sarà, di chi parlerà questo libro di una grandissima giornalista, Daniela Ranieri, che sto avidamente leggendo… chi sarà, chi sarà…

La guerra alle bufale. La riforma della Costituzione attesa da 70 anni. Il rammendo delle periferie. Le auto blu all asta su eBay. E il tesoretto di 47 miliardi. E la disintermediazione. E le proposte raccolte ai 2.000 banchetti. E l'iniziativa Italiacoraggio. E gli sms di "Diccelo tu". Il treno Destinazione Italia.
L'Italia locomotiva d'Europa. L'abolizione del Cnel. La legge Richetti sui vitalizi. La rassegna stampa Ore nove. Le fiaccolate Per l'ambiente. Gli incontri Terrazza Pd. Le magliette gialle per ripulire Roma, Milano, Amatrice. E l'abolizione delie pro-vince. E la digital tax. E le casette in legno entro Natale 2016.
Il programma europeo Garanzia Giovani. La spending review.
E lo Ius soli. E la local tax sulla casa. Il decollo di Alitalia. L risanamento di Montepaschi, L'Unità. La road map. La to do list in 12 punci della Giustizia. E l'Italicum che ci copieranno in tutta Buropa. E i guf. E il 40,8%. E il Fuori i partiti dalla Rai. E il Fuori le correnti dal Pd. E Vincenzo De Luca baluardo di legalità, Il Daspo per i corrotti. Il cappotto Scervino. Il completo Armani. La copertina di Vogue. La cybersecurity a Carrai. L'abolizione di Equitalia. E Italia in cammino. Le vacanze a Norcia e Amatrice. Il partito pensante. I Professoroni.
Il sasso sui binari, I rosiconi. Il progetto di Ventotene. Le biciclettate. Le città smart. L'Italia col segno Più. La casa di Firenze pagata da Carrai. Il bando Bellezza. E il futuro di Taranto.
La chiarezza sulle banche. Le tre parole chiave "lavoro, casa, mamme". Le tre P, "pensioni, periferie, povertà". E l'Europa sì ma non così. E #Italia Bella, Il concorso "vinci un pranzo con Matteo Renzi". Il Renzometro della app. La cura del ferro. II ponte sullo Stretto. Il licenziamento dei furbetti del cartelli-no, La volta buona. La svolta buona. Il gettone nell'iPhone. Il premier sindaco d'Italia, Apple che assume giovani a Napoli.
Il dream team per il Giubileo. La manovrina. L'inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria. L'Internet day. Le linee guida.
I competence center. Lo scouting di 500 geni nei licei. Invest in Italy. Il programma "capitale umano". Il Partito della Nazione.
Berlinguer, Ingrao e Nilde lotti testimonial del Sì. I Rolex dei sauditi. Il jogging a Cuba. Il jogging a Chicago. Il jogging in Val di Sieve. Il jogging su tappeto Technogym. Jim Messina.
Il numero due di Amazon. I like decuplicati su Facebook. La sonda Schiaparelli. Gli scontrini di 600mila euro in pasti da presidente della Provincia. La missione americana. Il Diario di bordo dall'America Latina. L'amicizia con Marchionne.
Le copertine di Chi. L'investitura da Obama. Il network di attivisti globali. I millennials in direzione. La Generazione Erasmus. La Generazione Happy Days. La Generazione Te-lemaco. Il Babbo. La legittima difesa in tempo di notte. Le ospitate ad Amici. Il semestre europeo a guida italiana. Il selfie dell'Europa. La difesa dei lavoratori di Almaviva. L'aiutiamoli a casa loro. Il Cantiere sociale. La rubrica "Caro segretario" su l'Unità. La colazione coi cervelli italiani a Boston. I soldi per i pendolari. La formazione per i dipendenti pubblici. Lo sblocco del Piano casa. Le preferenze al posto dei nominati.
Le primarie al posto delle preferenze. La conoscenza al posto delle conoscenze. 150 milioni per i cittadini di Taranto. I due miliardi di euro in più sulla Sanità. L'Agenda digitale. Il Team per la Trasformazione Digitale. Il passare dall'Io al Noi.
La campagna elettorale casa per casa. Le visite a sorpresa. Le trasferte in incognito. Il Modello Scampia. Gli incontri con gli odiatori di internet. Il Green Act. I numeri, non le chiac-chiere. La missione in Silicon Valley. Le lezioni alla Stanford di Firenze. Il tour in Russia per responsabilizzare Putin. Lo studio di House of Cards. La scuola di formazione politica Pier
Paolo Pasolini. Il Pd come l'Isis. Il preside manager de La Buona Scuola. Il "se perdo il referendum cambio mestiere".
Lui è inarrivabile. Perché laddove gli altri sono apprendisti, aspiranti, amatori, lui è e resterà sempre il maestro, il virtuoso, il Paganini della cazzata.

Mai come oggi!

 



Mai come oggi c'azzecca! (una volta all'anno mi ricordo di essere pregno di canizie...)


Robecchi

 

Spoon River. Morti sul lavoro, mille lapidi all’anno con la scritta “profitto”
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Più che un articolo bisognerebbe scrivere un blues, una specie di Spoon River per tutti quelli che vanno a lavorare alla mattina e non tornano più, che finiscono schiacciati, o cadono, o restano fulminati. O annegano come la diciassettenne Anna Chiti, caduta a Venezia durante una manovra d’attracco che non spettava a lei. Il blues è ipnotico e ripetitivo, diventa una specie di salmo.
E c’è molta ripetizione anche nelle cronache delle morti sul lavoro, più di mille all’anno, tre ogni giorno, quasi sempre le stesse parole. Non era in regola. Non aveva le protezioni richieste dalla legge. Le procedure non sono state rispettate. Bisognava fare in fretta per non rallentare la produzione. Lavorava per arrotondare lo stipendio o la pensione insufficiente. Era il primo giorno di lavoro. Le varianti sono sempre quelle, come gli accordi del blues. Cambiano le sfumature. Il primo giorno di lavoro è una beffa, naturalmente, ma spesso anche una scappatoia cinica e furba per cavarsi d’impiccio: non ti metto in regola, non ti proteggo, e se succede qualcosa – disdetta – era il primo giorno di lavoro. Anna Chiti, dicono, era al suo primo giorno. Era al suo primo giorno, dicono, anche Massimo Mirabelli, di Livorno, che a 76 anni lavorava come trasportatore per una lavanderia industriale: non gli bastava la pensione, l’ha ammazzato un malore, “nel suo primo giorno di lavoro”, dicono le cronache.
Il primo giorno di lavoro. A 76 anni. A 17 anni.
Basta cercare, ci vuole poco, le cronache sono piene, uno stillicidio, un’immensa Spoon River, appunto, più di mille lapidi all’anno con sopra scritto: “Profitto”. Come sempre l’informazione procede per fiammate, impennate dell’attenzione che durano lo spazio di voltare pagina. Qualche morto merita un titolo, sennò si scende al trafiletto in cronaca, più spesso è silenzio totale. Il disegno è chiaro: morire sul lavoro va considerato in qualche modo “normale”, cioè succede, capita, e anche quella definizione standard di “incidente” serve a coprire, troncare e sopire, nascondere che ci sono in questo Paese ampie sacche di lavoro schiavistico, non protetto, esposto a ogni sorta di rischi, che sia l’edile sull’impalcatura o il rider investito nella notte mentre trasporta cibo per 2 euro a consegna. Nella sua solita passerella video annuale del 1º Maggio – un siparietto trito e ritrito che serve a prendersi un pezzettino della scena nel giorno della festa dei lavoratori – la capa del governo ha fatto anche quest’anno le sue solite promesse, tra cui un premio per le aziende che riescono a non ammazzare nessuno. Chiacchiere e distintivo. La gente muore come e più di prima, e allo studio sono invece leggi che permettono di farli morire prima, più giovani, più freschi, più velocemente abituati al pensiero che morire di lavoro non è poi così anormale.
Nei primi tre mesi del 2025 sono stati più di 600 gli incidenti per gli studenti che svolgono la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, cinque mortali. Alternanza scuola-ospedale, quando va bene, sennò scuola-cimitero. Ora una norma del decreto Pnrr-Scuola, all’esame della commissione Cultura del Senato, minaccia di anticipare l’età dell’alternanza scuola-lavoro al primo biennio degli istituti tecnici, cioè all’età di 15 anni, cioè bambini, cioè educarli da piccoli che la scuola non forma cittadini, ma braccia, e che le braccia rischiano ogni giorno, perché il profitto è più importante. Questo blues è inutile, sia chiaro, è un salmo alla memoria per i caduti passati. E – temo – per quelli futuri.

Intervista ad un saggio

 

“Trump pensa ad altro. E la pace non interessa nemmeno agli europei”
DI SALVATORE CANNAVÒ
“Con Vladimir Donald parla di Artico e Cina. Invece il Papa ha una chance”
Con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, un’autorità nel campo dell’analisi internazionale, commentiamo la situazione dopo la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin.
Si tratta di un avanzamento, di un semplice pour parler o addirittura, come sostiene qualcuno, di un fallimento?
Ritengo che l’esito della telefonata confermi quello che già si sapeva: Trump non ha un interesse specifico per la guerra ucraina, che come ha ricordato il vicepresidente Usa, JD Vance, è la guerra di Biden e degli europei. Il messaggio cifrato è: risolvetevela da soli. L’idea di stilare un Memorandum a questo punto sembra inutile e il risultato è che Putin può accentuare la pressione militare e forse allargare il suo controllo sull’Ucraina, in Donetsk, in particolare, dove i russi stanno avanzando in maniera più rapida del solito.
Qual è l’obiettivo di Putin?
L’obiettivo russo, più immediato, è prendersi le quattro regioni occupate e costringere Zelensky ad ammetterne la perdita. Quello più strategico, e che dipende anche da Usa e Ue, è impedire l’accesso dell’Ucraina nella Nato che nemmeno gli Usa vogliono. Su questo ci sono posizioni diverse tra gli europei, ma è chiaro che per Putin l’obiettivo di fondo è impedire che forze militari straniere abbiano strutture e installazioni in territorio ucraino. È questa la ragione di fondo dell’intervento militare russo in Ucraina. Tutto ciò mette in seria difficoltà Zelensky, perché sul fronte militare le cose vanno male e al momento l’unica speranza è che gli Usa non tolgano l’aiuto finora garantito, almeno nel campo dell’intelligence.
Ieri è stato varato il 17° pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia: come giudica la strategia europea?
I paesi europei rimangono in una posizione marginale perché non hanno né la voglia né la capacità di ingaggiare una guerra vera contro la Russia. Il 17° pacchetto non servirà a molto se non a colpire le nostre economie: dalle sanzioni già applicate, infatti, abbiamo pagato prezzi alti con risultati zero. Al contrario, nel medio periodo, stanno trascinando la Russia in una economia di guerra e questo è oggi un fattore fondamentale da cui non sarà semplice tornare indietro.
Sta cambiando cioè la struttura interna russa?
Per dirla con parole più semplici, gli oligarchi che hanno fatto grandi profitti grazie alla guerra in Ucraina ingrossano prepotentemente le file dei falchi. E questo mette pressione su Putin, che anche se avesse voglia di fare la pace, se la farebbe passare rapidamente. Solo che una situazione simile vale anche per noi europei: il riarmo sponsorizzato dalla Germania, che vuole diventare la prima potenza militare del continente arrivando al 5% del rapporto tra spese militari e Pil, è infatti soprattutto una questione di politica industriale e di riconversione delle nostre economie, a favore di un maggior peso dell’industria militare. Se un’azienda come Rheinmetall acquista impianti Volkswagen per costruire Panzer invece del Maggiolino, lo fa perché conviene a entrambe le aziende: le cifre di cui si parla fanno veramente gola a tutti.
Qual è quindi la strategia di Trump? Aveva detto che avrebbe fatto finire la guerra in 24 ore…
Nessuno poteva prendere sul serio quella battuta. Ma c’è una linea abbastanza chiara nella strategia trumpiana. Il primo elemento consiste nell’affermare che l’Ucraina non è un affare americano. Una volta che ha dimostrato che la Russia non è una minaccia strategica, Trump può legittimare la scelta di concentrarsi sulle due direttrici che più lo interessano: la fortificazione dello spazio nordamericano e artico e poi il contenimento della Russia e della Cina. E credo che con Putin parli soprattutto di questo.
Di Artico e di Cina?
Sono le questioni che più interessano entrambi strategicamente. Prima di tutto l’Artico, la regione del futuro per via delle risorse formidabili, e perché la fusione dei ghiacci può creare la rotta più importante al mondo in grado di unire il Nordamerica e l’Oriente senza passare per Suez. Poi ci sono le risorse minerarie e soprattutto l’acqua, una commodity ormai di grande fascino visto che il problema idrico diventerà decisivo non solo per bere o per l’agricoltura, ma per l’intelligenza artificiale che ha bisogno di acqua per il raffreddamento dei data center. Per quanto riguarda il rapporto con la Cina, poi, penso che sia centrale anche la questione nucleare, cioè il rischio che l’Iran o altri paesi si dotino della bomba atomica, cosa che non conviene a Usa e Russia e nemmeno alla Cina. Sono uniti su questo punto
Sarebbe possibile uno scenario di accordi globali?
Credo che si vada concretizzando in una prospettiva non troppo lontana, quella che a Limes chiamiamo la componenda tra Usa, Russia e Cina per riscrivere i loro rapporti che non saranno mai amichevoli, ma che non possono andare oltre una normale competizione pena la distruzione totale del pianeta. Questa dinamica la si vede in diversi atti e in ogni caso, nel rapporto tra una Cina che ha messo gli Usa in una posizione di dipendenza e Trump che intende liberarla, Putin spera di essere rilegittimato agli occhi dell’Occidente che resta in cima al suo particolare ordo amoris. La guerra in Ucraina si capisce solo da questo punto di vista.
Si parla infine di un possibile negoziato in Vaticano: è una battuta?
Non è una battuta. Leone XIV ne ha discusso con Vance. Trump e Prevost non hanno lo stesso background, ma da americani hanno una mentalità pragmatica. Ricordiamo che anche sotto Francesco il Vaticano si era mosso nella direzione del negoziato, ma non lo faceva vedere. E questa è una lezione che dovrebbe essere appresa da diplomazie che sembrano pensate solo per le comunicazioni ai media: vanno molto di moda, ma non servono affatto ad arrivare alla pace.