sabato 8 marzo 2025

Ma daiiii!

 

“Diversamente disarmo” e altre perifrasi per Ursula
SATIRA - Giorgia vuole un altro nome, le diamo un po’ di idee
DI TOMMASO RODANO
La premier ne fa una questione cosmetica. Investire centinaia di milioni in armi va bene, ma non le piace il nome. “Riarmo non è la parola adatta – ha detto Giorgia Meloni – il tema difesa riguarda materie prime e tantissimi altri domini. Stiamo dando messaggi non chiari ai cittadini”. O forse la paura è che siano troppo chiari e che le parole coincidano con la realtà dei fatti: riarmo significa proprio riarmo, è difficile fraintendere. Meloni potrebbe aver pensato che in un Paese assetato di sanità pubblica, scuole, lavoro; oberato dal costo della vita che sale mentre i salari ristagnano, i cittadini non siano entusiasti di scoprire che il debito si può fare – o che le spese possano essere scomputate dal calcolo del rapporto tra deficit e Pil – purché si tratti di ingrossare l’apparato militare.
Meloni, insomma, ne fa una questione di brand: “Rearm Europe” non le va giù. Magari ha ragione. Non sarebbe nemmeno la prima volta nella storia della politica – in particolare quando si tratta di armi o di guerre – che il nome di una campagna genera malintesi o imbarazzi. Nel 2001 gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan sotto le insegne dell’operazione Infinite Justice, non il massimo per portare la democrazia nel mondo islamico, dove solo a Dio appartiene la facoltà di impartire giustizia eterna. Per questa ragione, quella guerra fu ribattezzata Enduring freedom (“libertà duratura”): sarebbe stata la Storia (col ritorno dei talebani) a ridicolizzare anche quella soluzione. Un altro nome sfortunato è quello con cui nel 1988 la Germania dell’Est battezzò un’esercitazione militare che simulava la difesa contro un ipotetico attacco occidentale. Era l’operazione Friedenssturm ovvero “Tempesta di pace”, un ossimoro a suo modo straordinario, molto appropriato anche per il piano di Ursula Von der Leyen. Meloni potrebbe suggerirlo all’Europa, in modo da togliere la fastidiosa parola “riarmo” da una monumentale operazione di riarmo.
A tal fine abbiamo raccolto il contributo di alcune delle penne satiriche di questo giornale: la premier può attingervi liberamente, senza pagare i diritti, magari con una cortese citazione. Francesca Fornario la butta lì: perché non chiamarlo “Diversamente disarmo”? Non fa una piega, sarebbe di una delicatezza quasi woke. Alessandro Robecchi propone ben tre brand ripuliti, nuovi di zecca. Il primo è atomico: “NuclearPeaceEurope”. Il secondo ha un sapore finanziario: “Make Cambiali Great Again”. Il terzo è definitivo: “DeadGenerationEU”.
Riccardo Mannelli propone una svolta lisergica, in apprezzabile dialetto romano (forse un po’ complicata da tradurre a Ursula): “E famoselo sto cannone”. Infine Vauro, che la tocca piano, nel suo stile: “Più che un nome, ci vorrebbe una faccina. In questo caso, una faccina da culo sarebbe perfetta”. Disarmante.

Portateje altro vino!

 


Grazie dei fior
di Marco Travaglio
L’unica cosa onesta del pornografico piano di riarmo da 800 miliardi è il nome che gli ha dato la Von der Leyen: ReArm Europe. Del resto era difficile immaginarne un altro: il riarmo si chiama riarmo (in inglese rearm). Ma vallo a spiegare alla Meloni, che al Consiglio europeo ha chiesto di cambiargli il nome: “Riarmo non è la parola adatta: il 74% degli italiani vuole investimenti nella sanità, non nelle armi”. Giusto: quindi avrebbe dovuto bocciare il piano, non chiedere di chiamarlo in un altro modo. Uno può pure ribattezzarlo “Grazie dei fior” (Thanks for the flowers) o “Fiori rosa fiori di pesco” (Pink flowers peach blossoms), ma poi gli 800 miliardi vanno sempre alle armi. Quindi la polemica semantica ha un solo movente: fregare gli italiani e buttare tutti quei soldi in armi senza farglielo sapere. ReArm Europe non è il nome adatto perché lo capiscono tutti. E magari votano chi si oppone e non chi approva. Il guaio delle monache ursuline è che hanno grossi problemi a spiegare perché l’Europa, già alla canna del gas per le autosanzioni, dovrebbe darsi il colpo di grazia. La storiella della Russia che sta per invadere l’Europa non attacca. Anche perché chi la racconta ha passato tre anni a ripetere che la Russia era in default, Putin aveva pochi giorni di vita, la sua “Armata Rotta” stava perdendo la guerra, combatteva con le pale (“ma non pale qualsiasi: pale del 1869”, Open) e con le dita, aveva finito i soldati, le divise, i calzini, le munizioni, i razzi, i missili ed era ridotta a rubare i microchip dei carri armati dai freezer e dai tiralatte delle puerpere.
L’altra sera, a Otto e mezzo, Beppe Severgnini esibiva il broncetto dell’invaso e si spellava le mani per gli Eurobomb, ma contemporaneamente sosteneva che “stiamo sopravvalutando la Russia”. Il che, per l’autore del celebre assioma “Se non ci fosse la Nato, le armate di Putin sarebbero già arrivate a Lisbona” (24.3.2022), non è niente male. La prima regola della propaganda è scegliere una balla e insistere solo su quella: se ne racconti due che si elidono a vicenda, la gente non si beve né l’una né l’altra. Se la Russia è fallita tre anni fa e ha perso la guerra contro l’esercito ucraino, come farebbe a invadere l’Europa contro i 32 eserciti della Nato? Perché mai dovremmo spendere 800 miliardi per difenderci da quelle pippe lesse? E, se le quattro regioni ucraine occupate (più la Crimea) sono la prova della sconfitta della Russia, in che senso Trump che intende lasciargliele vuole la “resa” di Zelensky e la “vittoria” di Putin (parlandone da vivo)? Si dirà: ma Macron assicura che Putin vuole invadere l’Europa. Già, ma tre anni fa diceva: “Stiamo attenti a non umiliare Putin”, prima che Putin umiliasse lui. Quando arriva l’ambulanza?

L'Amaca

 

Chi sono i veri antiamericani

DI MICHELE SERRA
La ricca signora McMahon, 76 anni, una luminosa carriera come impresaria di incontri di wrestling, è la nuova responsabile del dipartimento per l’Istruzione nell’amministrazione Trump. Ha ricevuto dal suo capo l’incarico di abolire il dipartimento stesso, lasciando a ogni singolo Stato il compito di farsi una scuola “a misura delle famiglie”. Vanno bene le scuole religiose e le scuole private, basta con la scuola pubblica che indottrina i bambini con diavolerie tipo l’evoluzionismo, le scienze sociali e altre discipline corruttive.
McMahon ne è entusiasta. «Sono mamma e sono nonna, e so che nessuno è più indicato dei genitori per decidere quale istruzione dare ai figli». Un paio di secoli di pedagogia liquidati come una fesseria inutile, l’idea di istruzione pubblica uguale per tutti, e dunque fondativa di una comunità che si rispetti, buttata alle ortiche. Finalmente le scuole degli Stati repubblicani potranno vietare 1984 di Orwell e Il buio oltre la siepe, e tutti quei romanzi sconci che parlano di omosessualità e di sesso, e minano alle fondamenta la famiglia tradizionale.
Trump invera il sogno dei reazionari di tutto il mondo, nello specifico i reazionari confessionali per i quali la croce non ha alcun significato evangelico (tipo amore per il prossimo e altre smancerie) ma è un’arma ideologica da brandire. Il solo concetto di “pubblica istruzione” contiene, a ben vedere, l’anima del nemico: niente deve essere pubblico, niente dev’essere di tutti, niente uguale per tutti.
Smonteranno l’America democratica pezzo dopo pezzo. Lo hanno detto e lo stanno facendo. I veri antiamericani sono quelli che assistono a questo scempio senza battere ciglio.

venerdì 7 marzo 2025

Commosso




Grazie Signore! Grazie!

Esempio



La stazione di Kami-Shirataki, situata a Hokkaidō, in Giappone, era destinata alla chiusura a causa del numero estremamente ridotto di passeggeri. Tuttavia, i responsabili della compagnia ferroviaria si accorsero che un'unica studentessa utilizzava quotidianamente il treno per andare a scuola.

Invece di chiudere la stazione, le autorità presero una decisione sorprendente: mantenere il servizio attivo fino a quando la ragazza non avesse completato gli studi.

Per diversi anni, il treno arrivava e partiva esclusivamente in base agli orari scolastici della giovane, permettendole di raggiungere la scuola al mattino e di tornare a casa nel pomeriggio.

Quando la studentessa concluse il suo percorso di studi, la stazione venne definitivamente chiusa, segnando la fine di una straordinaria storia di responsabilità e rispetto per l'istruzione.

Attenzionatevi!

 



Basta un dito e tutto...