venerdì 7 marzo 2025

Ringraziamenti

 



Natangelo

 



Massimo oltre altlantico

 

Gli yankee son sempre stati così, anche prima di Trump
TRA LIBERTÀ E OPPRESSIONE - Gli umiliatori dei vinti. Dal genocidio degli indiani alle volgarità dei modi: il popolo che ci salvò nella 2ª guerra mondiale odiato da tutti
DI MASSIMO FINI
Incontrando l’inviato speciale di Trump, Paolo Zampolli, Salvini ha affermato che “gli Stati Uniti sono un modello”. Solo un uomo superficiale come il leader della Lega può pensare, ma non è certamente il solo, che gli Usa di oggi siano un modello. Modello di violenze, all’esterno e all’interno con le continue sparatorie soprattutto di giovani e giovanissimi che evidentemente non stanno bene in quella società e all’esterno con le aggressioni a Stati sovrani.
Certamente oggi i Dik Dik non canterebbero Sognando la California (1966) che è la maggior economia ‘sub-nazionale’ del mondo, ma ai cui ingressi stazionano decine di migliaia di homeless che inalberano un cartello dove è scritto “venite nello Stato più ricco del mondo”, perché le sperequazioni sociali ci sono dappertutto ma negli Usa sono più evidenti e colossali perché tutto in quel Paese è colossale a cominciare dai suoi grattacieli.
Ma partiamo dall’America di ieri. La storia americana inizia con un genocidio quello dei Pellerossa, un popolo spirituale come spirituali sono quasi tutti i popoli indigeni. Genocidio vilissimo, Winchester contro frecce, con l’aiuto delle armi chimiche dell’epoca: l’alcool. Gli americani sono razzisti, del resto ancora oggi esistono “riserve pellerossa”. La mia infanzia è stata funestata da decine di film dove i pellerossa apparivano come crudeli scalpatori e gli americani naturalmente come i buoni. Soldato blu (1970) era di là da venire. Non è quindi solo colpa di Trump se gli immigrati messicani vengono fermati brutalmente alla frontiera.
Ma il popolo yankee, dico il popolo non i suoi dirigenti, è pieno di contraddizioni non tutte negative. È gente ingenua, quasi naïf. Ha deglutito senza fiatare non solo l’assassinio di Kennedy, ma la favola per cui Jack Ruby, un tenutario di case chiuse, aveva ucciso Oswald, l’assassino di Kennedy, per riscattare l’onore dell’America. Hanno deglutito la sconfitta di Sonny Liston, l’‘orso’, contro Cassius Clay (in quel momento Liston era più forte del giovane Clay) perché l’‘orso’ era legato alla mafia americana che aveva deciso che era più producente se perdeva. Già, la mafia. Gli Usa sono corrosi dalla mafia (lo stesso Kennedy era legato al capomafia Sam Giancana) e in questo caso siamo stati noi italiani a inoculargliela, non per nulla tanti mafiosi storici portano nomi italiani, da Lucky Luciano ad Al Capone, Frank Costello, Vito Genovese.
Non c’è dubbio comunque che nel Dopoguerra gli americani abbiano avuto un influsso positivo su noi italiani. Non solo e non tanto perché ci avevano liberati dal nazi-fascismo, ma per il loro senso innato di libertà che si esprime anche nella comodità del vestire.
Le donne vanno in teatro in pelliccia, ma con le scarpe da tennis. In una sala lettura della Columbia University, un vero gioiello, i ragazzi non si fanno nessuno scrupolo a mettere le loro scarpe da tennis sulle scrivanie di raffinato mogano. Prima stare comodi, il resto viene dopo.
Gli americani hanno esportato in Europa il rock che allora era una musica di rottura che proveniva dal jazz. Hanno esportato i jeans. Ed è strano che questo senso di libertà si sia trasformato oggi in una pruderie insopportabile. Il MeToo è nato in America e presidenti o ministri rischiano il posto non per i propri crimini, ma per “comportamenti inappropriati” con le donne. È un’ipocrisia tutta, anche se non solo, americana, ipocrisia che si esercita in ogni campo. Negli Usa la tortura è formalmente vietata, allora si va a torturare a Guantanamo.
Un’altra caratteristica degli yankee, parlo più in senso psicologico che politico, è quella di umiliare i vinti. I processi di Norimberga e Tokyo sono l’esempio più noto, ma quando fu catturato Bin Laden si disse che si era riparato dietro una delle sue mogli. Di al-Baghdadi che si era messo a piangere. E anche lo scontro fra Zelenksy e Trump, Zelensky solo contro tutti, The Donald, J.D. Vance e tutta la stampa americana, fa parte di questo tema.
Negli anni 50 c’è stata anche una certa opposizione a questo soccombismo italiano e c’è qualche testimonianza nella canzone Tu vo fa l’americano (1956) di Renato Carosone (“Tu vuo’ fa’ l’americano ‘ ‘mericano ‘mericano ma si nato in Italy Sient a mme, nun ce sta niente ‘a fa Ok, napulitan… Quanno se fa l’ammore sott’ ‘a luna Comme te vene ‘ncapa ‘e di’ I love you”). E in certi deliziosi racconti di Dino Buzzati, dove l’autore cercando un posteggio scrive: “Delicata manovra di retromarce lungo la murata di una gigantesca vettura americana bianca e rossa, vero oltraggio alla miseria… il suo, blindato, scudo possente di cromo, carico di specchianti globi, contrafforti e barbacani, che da solo basterebbe, io penso, a sfamare dieci anni una famiglia” (Il problema dei posteggi, Sessanta racconti, 1958). Buzzati, nato a Belluno, non aveva nessuna simpatia per gli americani, ma piuttosto per i tedeschi, La corazzata “Tod”, la corazzata Morte è un inno alla grande Germania morente cioè alla Germania nazista.
Direi che la frattura culturale fra noi europei e gli americani, ma qui intendo parlare soprattutto dell’Italia, c’è stata negli anni 60 in epoca esistenzialista. Noi non consideravamo gli americani né buoni né cattivi. Ci erano semplicemente indifferenti. Leggevamo Camus, Sartre, Merleau-Ponty e, a ritroso, Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont che hanno influenzato in modo determinante la cultura europea del Novecento, soprattutto artistica.
Poi venne il tempo dello yankee go home, ma era un fatto politico non culturale. Ciò che mi colpisce degli americani di oggi è la volgarità, che non è solo di Trump. Se voi entrate in un ristorante e sentite parlare inglese potete capire subito se si tratta di sudditi di Sua Maestà o di yankee. Lo capite dal fracasso che fanno questi ultimi. Del resto gli americani non sono consapevoli di essere odiati. In qualsiasi circostanza si comportano da primi della classe cui è concesso tutto, anche violare un minimo di buona educazione. Anni fa, nel 2008, fui invitato a Kyoto per una conferenza su Americanismo e antiamericanismo. Il ruolo dell’Europa. Correlatore era un filosofo della Scuola di Francoforte di cui purtroppo non ricordo il nome. C’erano giapponesi, indiani, coreani, c’era anche naturalmente un giovane americano biondo, con la scriminatura giusta e opportuna mogliettina al seguito. Tutti lo detestavano, ma lui si comportava come se fosse il padrone. Non si rendeva conto dell’odiosità che lo circondava.
Più recentemente, ma parliamo comunque di parecchi anni fa, stavo prendendo un taxi davanti all’Hotel Principe di Savoia. La precedenza era mia come avevano confermato sia l’autista sia il valet dell’albergo. Ma mentre ero già seduto si infilò nella macchina un giovane americano, che assomigliava molto nel vestire e nell’atteggiamento a quello che avevo visto a Kyoto, dicendo: “I’m first”. Mi toccò uscire dal taxi, aprire la portiera di sinistra, tirar fuori l’energumeno e cominciare una scazzottata che fu interrotta dai valet dell’albergo (parlo naturalmente di parecchi anni fa, oggi non sarei in grado di estrarre da un taxi neanche un gatto). “I’m first”. Questa è l’ossessione americana. “Make America Great Again”.

Cercare il bandolo

 

Lo famo strano
di Marco Travaglio
Se non l’avessimo sperimentata per 14 anni a suon di governi tecnici e trame quirinalizie, oggi dovremmo piangere per la post-democrazia che dilaga in Europa. Ma continua a raccontarsi e a raccontarci la fiaba della democrazia che combatte l’autocrazia dei Putin e dei Trump. Un bel mattino la baronessa Von der Leyen si sveglia e annuncia un piano da 800 miliardi per riarmare non l’Europa (che non è uno Stato e non ha un esercito: solo una Commissione senza poteri in politica estera), ma i 27 Stati membri, esonerandoli dai vincoli che impediscono di spendere in welfare, sanità e scuola, ma non in armi per fare la guerra a non si sa bene chi. Il tutto all’insaputa dei 27 Stati, che non le hanno mai chiesto il piano. Decenza vorrebbe che ne discutessero i 27 Parlamenti, ma non si può. Il nostro, per dire, non ha la più pallida idea di cosa pensi il governo: legge sui giornali che la Meloni ha telefonato a tizio e caio e litiga col vicepremier Salvini e il ministro Giorgetti, i quali litigano col vicepremier Tajani. Per evitare brutte sorprese, la Von der Bomben taglia fuori anche il Parlamento europeo, presieduto da una simpatica signora maltese, tale Metsola, che non fiata per non disturbare. Però il piano Eurobomb piace parecchio a una tizia estone, una certa Kallas, “alta rappresentante della politica estera” di un’Europa senza politica estera, perché la madre, la nonna e la bisnonna furono deportate in Urss 84 anni fa e lei se l’è legata al dito.
A quel punto salta su Macron, che non riesce a governare la Francia e sforna governi bimestrali nati morti, ma s’è fissato di dirigere l’Europa: le annuncia che verrà presto invasa da Putin non si sa bene perché; le offre prêt-à-porter il suo “ombrello atomico” (290 testate contro le 7 mila russe) che però la Costituzione riserva alla sola Francia; e vaneggia di truppe europee da spedire in Ucraina per fare il peacekeeping in un Paese tuttora in guerra, anche perché lui è in prima fila a sabotare i negoziati; ma si guarda bene dall’interessarne il Parlamento, dove lo odiano sia la destra sia la sinistra. Completa il quadro l’aspirante cancelliere tedesco Merz, uscito primo dalle elezioni, che vuol cambiare la Costituzione per aumentare il debito e finanziare il riarmo, ma il Parlamento uscito dalle elezioni non gli garantisce i due terzi, quindi riconvoca quello vecchio. Tanto vale tutto. In Romania, frattanto, a furia di annullare elezioni e arrestare Georgescu per evitare che vinca, il candidato anti-Nato e anti-Ue è balzato nei sondaggi al 45%. Quindi bisognerà annullare anche le prossime elezioni, o arrestarlo di nuovo, o votare a oltranza finché perde, o varare una legge elettorale che fa vincere chi arriva ultimo. Che s’ha da fare per salvare la democrazia dall’autocrazia.

L'Amaca

 

La saracinesca dei famosi
DI MICHELE SERRA
Quelli che vanno a farsi i selfie davanti al localino modaiolo di Milano sigillato per prostituzione fanno stringere il cuore. Non credo che saprebbero rispondere alla domanda “ma perché?”, per il semplice motivo che non se la sono mai posta. Passavano di lì e dunque devono aver intravisto, su quella saracinesca chiusa, la bava della notorietà, sperando di coglierne qualche stilla. Di quale sostanza sia fatta quella notorietà, non importa.
“Non sappiamo chi sia, ma ci sembra uno famoso”, pare abbiano detto molti anni fa, a un giornalista che colse casualmente la scena, due ragazze che avevano chiesto l’autografo a Licio Gelli in coda a un autogrill (l’autografo è l’antenato del selfie). La persona da avvicinare nella speranza che la sua scia di celebrità possa sfiorarti, come un farmaco miracoloso che estingue l’anonimato, può essere Hitler o Teresa di Calcutta, Gandhi o Jack lo Squartatore, la differenza non è rilevante. Non più rilevante, comunque, di quella pialla mostruosa che è la fama mediatica, che rende tutti uguali, a partire da quell’acronimo ridicolo, fantozziano, Vip, che oramai usiamo senza ombra di riflessione, senza pensare a che cosa vuol dire: Very important person, una delle parole più stupide e orribili degli ultimi trenta secoli.
Perché per quanto si sia ingrossato fino all’inverosimile l’esercito dei famosi, ormai diviso in sottocategorie le più varie e bizzarre, rimane sterminata e indistinta la massa degli anonimi, delle Not important person. La sola “importanza” convenzionalmente riconosciuta non è chi sei, cosa fai, come vivi: è essere famosi.
Perfino se sei una saracinesca. Nel negozio di fronte, magari, ottime persone fanno ottime cose. Molto più importanti che sniffare cocaina e procacciare escort. Ma nessuno lo saprà mai.