giovedì 6 marzo 2025

Altan

 



Barbara e il no

 

l nemico dell’Europa è il riarmo di Ursula
LE DUE INCENDIARIE - L'Unione è condannata all'irrilevanza se, invece di prendersela con Trump, non richiama all’ordine i rappresentanti che vogliono prolungare la guerra: da Von der Leyen all’estone Kallas
DI BARBARA SPINELLI
Dicono molti commentatori che l’Europa si è fatta infine sentire: lo avrebbe fatto riconfortando Zelensky, dopo lo scontro di venerdì fra il presidente ucraino e Donald Trump, e promettendo un fenomenale riarmo e una guerra fredda a guida europea anziché statunitense.
Parigi e Londra sono pronte a schierare truppe in Ucraina, per garantirne la sicurezza dopo la tregua e l’accordo di pace con Mosca. Per ora Putin è contrario: non ha fatto la guerra per avere eserciti di Stati Nato al proprio confine.
Se questa è Europa, ben vengano le opposizioni al Piano di Riarmo, oggi al vertice dell’Unione. Non sono i progetti marziali della Commissione a facilitare la pace, ma le formidabili pressioni di Trump: martedì notte la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni aiuto all’Ucraina, compresi gli aiuti dei Servizi segreti, e il giorno dopo Zelensky ha accettato la mediazione Usa e proposto un’interruzione delle operazioni di aria e di mare. È quello che Papa Francesco un anno fa chiamò il “coraggio della bandiera bianca”. Viene l’ora di trattare con Putin, per fortuna non più paragonato a Hitler. L’apertura di Zelensky è giudicata positiva da Mosca.
Non si sa bene cosa si intenda, quando si invoca l’Europa: se i suoi cittadini, o i suoi Stati, o l’Europa parallela che Macron sta costruendo con Londra che non è più nell’Ue, o la Commissione guidata da Von der Leyen che non ha competenze in politica estera. Non si sa neanche fino in fondo il significato della manifestazione che il 15 marzo chiederà che l’Europa “dica qualcosa”, “parli con una voce sola”. Per dire cosa? Per quale politica estera, in un’Unione che su pace e guerra è divisa?
A motivare lo scandalo non è l’inaudita incapacità europea di concepire negoziati di pace con Mosca, ma la brutalità di Trump: è lui il nemico, accusato di umiliare Zelensky e costringerlo alla bandiera bianca. Tanto i morti non sono i nostri. Lo scandalo avrebbe senso se si parlasse di Gaza e degli aiuti Usa a Israele. Ma su Russia e Ucraina cosa si chiede? Che l’Europa negozi con Mosca un comune sistema di sicurezza oppure che inasprisca ancor più la conflittualità, contro la distensione tentata da Trump? E che vuol dire “difesa europea anziché riarmo” (posizione Pd), se manca una comune politica estera e diplomatica?
Venerdì alla Casa Bianca Zelensky si è infilato da solo nella tremenda trappola ripresa in mondovisione. Per capire l’evento tragico va vista l’intera conferenza stampa, e non solo l’esplosione finale. La conferenza non era cominciata male, Trump aveva elogiato l’esercito ucraino, ma Zelensky ha fatto di tutto per scatenare lo scontro. Ha parlato di Putin come di “un killer e un terrorista”, ha ripetuto che Mosca ha violato ben 25 volte gli accordi di tregua. Ha mostrato a Trump le foto di ucraini maltrattati dall’esercito russo e ha provocato il vicepresidente Vance: “Quale tregua?”. Inoltre ha reclamato un’assistenza militare Usa che equivalga di fatto al sostegno garantito dalla Nato.
Trump è un affarista neocoloniale che non esita ad accaparrarsi parte delle ricchezze minerarie ucraine (o russe se il Donbass resta russo) ma ha detto una cosa assennata: io sono sopra delle parti – ha ripetuto – non posso insultare Putin e al tempo stesso negoziare sulla fine dei bombardamenti.
Sarebbe stato ben più brutale se avesse detto un’ulteriore verità: l’Ucraina, la Nato e l’Europa hanno perso la guerra, ora si tratta di capire come mai è scoppiata. I continui allargamenti della Nato, la trasformazione dell’Ucraina in un fortilizio, il trattamento oppressivo delle minoranze russe e della loro lingua: tutto questo è vissuto come minaccia esistenziale a Mosca, non dall’invasione del ’22 ma dal 2008. Va ricordato che fu Trump nel primo mandato ad armare Kiev con i temibili missili anticarro Javelin, cruciali nella guerra odierna: Zelensky l’ha giustamente evocato nella conferenza stampa.
Si legge sui giornali che l’Europa si riunisce finalmente per contrastare Trump. E farebbe bene se lo contrastasse su Israele, cosa che non fa. Farebbe bene se difendesse l’Onu vilipesa da Washington anziché la Nato. Fa molto meno bene quando si presenta come Europa atlantista, fingendo d’ignorare la sconfitta storica della Nato e il radicale distacco statunitense dall’Europa.
Fuori posto è anche lo sdegno per il negoziato Washington-Mosca, che in un primo momento esclude Zelensky ed europei. È una lamentazione volutamente smemorata. Quando fu abbattuto il Muro di Berlino e cominciò a prefigurarsi l’unificazione tedesca (in realtà fu un’annessione della Germania Est), furono Bush padre e Gorbaciov a negoziare bilateralmente. Solo in un secondo momento le trattative si estesero alle due Germanie e ai firmatari degli accordi postbellici, Regno Unito e Francia. Allora la procedura apparve naturale. Gli unici che potevano sbloccare le cose erano Washington e il Cremlino. Ora invece si protesta, e non perché l’Europa sia più forte ma perché è diventata più inconsistente, più asservita alle industrie militari, meno addestrata alla diplomazia.
L’Unione è condannata all’irrilevanza se non richiama all’ordine rappresentanti pericolosi per la pace come Von der Leyen o l’estone Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza: un personaggio, quest’ultimo, che non ha mai fatto autocritica su quanto disse nel maggio ’24, poco prima d’esser nominata: “Non è una cattiva idea lo smembramento della Federazione russa in tante piccole nazioni”.
Quanto a Von der Leyen, memorabili sono le parole dopo il vertice euro-atlantico di Londra: l’Ue deve trasformare l’Ucraina in un “riccio d’acciaio indigesto a invasori” come la Russia. Il capo dell’esecutivo Ue non spiega come procedere, perché la politica estera e di difesa non è per fortuna di sua competenza. Se parla così è perché si mette al servizio delle industrie militari, non dei governanti e ancor meno dei popoli. Un sondaggio dell’Istituto inglese Focaldata rivela che i cittadini europei sono ostili alla strategia del riccio d’acciaio: una forte maggioranza di elettori francesi, tedeschi e inglesi vuole ridurre le spese militari o almeno mantenerle ai livelli attuali (il 66% in Francia, il 53 in Germania, il 54 nel Regno Unito). Dice James Kanagasooriam, capo dell’istituto di sondaggi: “I poteri politici sono alle prese con un enorme nodo gordiano”. È il nodo gordiano che lega indissolubilmente le politiche neoliberali di austerità alla militarizzazione dell’Unione.
Il “Piano Riarmo Europa” presentato martedì da Von der Leyen conferma in pieno il nodo gordiano. È annunciato un esborso di 800 miliardi di euro entro quattro anni: “Si apre un’era di riarmo. Questo è il momento dell’Europa. Siamo pronti a passare a una velocità superiore”. Una parte dei fondi europei destinati alla coesione sociale, territoriale e ambientale sarà dirottata verso il riarmo. È sperabile che qualcuno fermi la Commissione. Almeno per quanto riguarda i confini orientali d’Europa il pericolo è lei, non Trump.

No al mielismo

 

Brancamielone
di Marco Travaglio
Già duramente provati dal boicottaggio di X per mano di Sandro Ruotolo e altri trascinatori di folle, Donald Trump e la sua banda hanno subito il colpo di grazia. È stato l’altroieri, quando Paolo Mieli ha annunciato a Otto e mezzo il suo primo pacchetto di sanzioni contro la Casa Bianca dopo il “pestaggio di Zelensky” e “il ritiro dell’aiuto militare all’Ucraina”: “Non andrò mai più al ricevimento dell’ambasciata americana per il 14 luglio” (che poi sarebbe il 4, ma fa niente). Perché lui è “contro contro contro l’America di Trump che fa a gara con la Russia di Putin”. Nel frattempo Zelensky è tornato a Canossa, pronto a ingoiare tregua, pace, minerali, vegetali e animali “sotto la forte guida di Trump”. Ma Mieli non bada a simili inezie: “Zelensky può dire ciò che vuole”. Lui non se la beve e lo sa lui cosa conviene a Kiev: infatti ai cocktail all’ambasciata non ci va più. Finché gli Usa sterminavano centinaia di migliaia di innocenti fra Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, armavano Israele per spianare Gaza e sponsorizzavano golpe fascisti in giro per il mondo, non s’è mai perso un ricevimento in via Veneto: cin cin, in alto i cuori! Ma ora che non vogliono più fare guerre e provano a chiudere quella in Ucraina, dovranno farlo senza di lui. Così Trump impara. E, per fargli ancora più male, sapete dove va? Alla marcetta pro Europa di Michele Serra, purché “l’Europa sia armata e prenda il posto lasciato libero da Trump”, cioè sia “l’Europa della Von der Leyen: un’altra non c’è”. Tiè, Donald: prendi e porta a casa.
Ma c’è di più. Dagli studi di La7 Mieli ha gettato il cuore oltre l’ostacolo e ha assunto il comando delle truppe in partenza per Kiev: “Che facciamo, le solite chiacchiere sull’esercito europeo?”. Non sia mai: “Noi diciamo: ci siamo noi volonterosi! La parte che non fa più Trump la facciamo noi! Mettiamo la pistola sul tavolo della pace accanto a quelle di Zelensky e Putin (Trump non è previsto, ndr). E se la Russia non rispetta i confini combattiamo!”. Annalisa Terranova del Secolo d’Italia tentava di placare le fregole del novello Brancaleone con obiezioni di puro buon senso, tipo che servirebbero anni per trovare e spendere 800 miliardi di Eurobomb e il negoziato è ora, ma soprattutto che questa roba non c’entra nulla con l’esercito europeo (che prima richiederebbe uno Stato europeo). Ma veniva travolta dai giovanili ardori mieliani: “Basta chiacchiere, dobbiamo riequilibrarci con la Russia che bombarda l’Ucraina da tre anni”. Quindi non parte per il fronte a mani nude, eh no: si porta 7-8 mila testate nucleari, sennò non c’è partita. Come la ferale notizia sia stata accolta alla Casa Bianca e al Cremlino, è presto per dirlo. Ma pare che da due giorni Trump e Putin dormano con la luce accesa.

L'Amaca

 

La casalinga di Ottawa

di MICHELE SERRA

Il fatto che i canadesi boicottino whisky e bourbon americani mette di buon umore non solo per la giustezza della causa, che è difendersi dalla prepotenza (e dai dazi) di Trump. Ma perché rivela una sensibilità popolare non solo ben posta, ma solidamente applicata alla realtà materiale (poche cose sono più reali degli scaffali dei supermercati) e alla vita di tutti i giorni.
La misteriosa “gente”, entità sempre poco verificabile, e per niente individuabile nella chiacchiera delirante e inaffidabile dei social, ogni tanto prende forma. Non solo la si vede e la si sente, ma si intende che lei stessa, “la gente”, finalmente si manifesta, come se scoprisse di esistere per davvero, e di contare quel tanto che basta per non sentirsi inesistente. E organizza qualcosa, anche piccoli gesti, che ha comunque un significato condiviso, molto leggibile, chiaro a tutti. Non so se chiamarla politica ma è sicuramente ciò che precede la politica, ciò che le consente di esistere e di prendere vita.
In queste settimane ognuno — non solo il cosiddetto uomo della strada — dubita di contare qualcosa. Ci si sente in balia degli eventi, e quel che è peggio in balia dei prepotenti, e della forza bruta del potere e del denaro. La casalinga di Ottawa (non so come si dica Voghera in canadese) che boicotta i prodotti americani è tutti noi.
Ovviamente il secondo pensiero è per il produttore di bourbon dell’Illinois, sicuramente una bravissima persona, che si vede respingere le bottiglie dal Canada.
Una soluzione c’è: boicotti Trump anche lui.

Par di sognare

 


Cene, nastri, spille e feste: è Schifani, pare il Re Sole

CHE SFARZO - 1.500 metri di fascia per le inaugurazioni, ricchi pranzi, addobbi per gli uffici, contributi per le sagre e gadget istituzionali 

di Ilaria Proietti 

Non disdegna certo i social, ma per un politico di lungo corso come Renato Schifani l’attrezzo principe resta la forbice, più che lo smartphone: sarà per questo che si è rifornito di ben 1.500 metri di nastro rosso e giallo, che gli serviranno per battere il record di una inaugurazione ogni 48 ore che gli rimproverano gli avversari.

Ma il chilometro e mezzo di fettuccia color Trinacria è solo una delle spese decise dall’ufficio del cerimoniale che il presidente della Regione Siciliana ha trasformato in Dipartimento (vedi articolo sotto) e che cura per lui ogni dettaglio con svizzera precisione: da ultimo, ha deliberato l’acquisto di 55 arredi floreali affinché le stanze di Schifani siano opportunamente guarnite con composizioni “gradite all’onorevole presidente” e che dovranno essere rinnovate settimanalmente per un conto di 3 mila euro. E che dire delle necrologie? Per il 2025 sono stati già prenotati 20 messaggi di cordoglio del governatore da pubblicare a pagamento su due testate regionali. Ma poi c’è tutto il resto: dai contributi elargiti a piene mani per feste e sagre ai ricordini per gli ospiti in visita a Palazzo d’Orleans che non vanno mai via a mani vuote o a bocca asciutta, ché il bicchierino da offrire è sempre in agguato visto il conto mensile per bevande e stuzzichini annessi. La rappresentanza a tavola del resto è impeccabile anche nelle trasferte in continente: l’evento Sicilia ad Assisi “Accendiamo la Speranza – Regione e Chiesa insieme per offrire l’olio sulla tomba di San Francesco” è terminato con una cena e poi un pranzo di rappresentanza al ristorante “Re Tartù” di Montefalco e conto da 1.726 euro.

Ma pure quando è in missione in Sicilia, la rappresentanza culinaria è top di gamma e di pronto rimborso per Schifani: 160 euro all’osteria “Il bell’Antonio” di Catania durante le celebrazioni in onore di Sant’Agata, 500 euro da ricaricare sulla carta presidenziale per un pranzo a Messina dopo un convegno sui rifiuti, altri 800 euro per la cena offerta dal governatore ai vertici della regione l’11 novembre scorso al ristorante “Alle terrazze” di Palermo. Ne sono invece serviti 8.800 per il cenone di Capodanno dopo l’evento Mediaset nel centro eventi Granduomo di Catania e ancora prima a settembre, in occasione dell’edizione 2024 della Coppa degli Assi, Schifani aveva speso 23.375 euro per mettere a tavola 170 ospiti (137 euro a coperto) nella splendida cornice dei Giardini di Villa d’Orleans. Ma poi c’è anche il conto dell’accoglienza quotidiana a Palazzo: per il servizio di somministrazione di alimenti e bevande richieste per le attività di rappresentanza per i soli mesi di novembre e dicembre la fattura è stata di 7.400 euro.

Del resto in occasione di visite programmate delle Autorità Istituzionali, nazionali ed estere presso la sede del governo regionale è pure “consuetudine del presidente omaggiare gli ospiti con oggetti rappresentativi dell’arte e delle tradizioni siciliane” e per questo il cerimoniale di Schifani ha recentemente riassortito il campionario acquistando 500 medaglie Trinacria, 20 ombrelli con logo della Regione, 50 spille resinate, 500 matite personalizzate e dulcis in fundo proprio il chilometro e mezzo di nastro rosso e giallo per inaugurazioni che rischiava di terminare: costo 4.005,00 oltre Iva al 22%.

Robetta rispetto alle feste in vista delle quali Schifani non fa mancare mai il suo contributo piccolo o grande che sia: 1.000 euro per il carnevale di Lercara Friddi, altrettanti per la sagra della sfincia di San Giuseppe Jato o per la manifestazione “Altari di San Giuseppe” a Chiusa Sclafani. E ancora, 12 mila euro per la sagra del cinghiale madonita di Ganci, 1.500 euro per i festeggiamenti natalizi alla Parrocchia beata Vergine del Carmelo di Misilmeri e via spendendo per altre mille iniziative come la manifestazione denominata “Visita del corpo di San Lucia” ad Aci Catena da finanziare con 3.000 euro, 2.000 per il Capodanno di Modica, 4.000 per il concerto di Natale di Ribera (Agrigento). E allora non stupiranno i 20.740 euro spesi per la fornitura degli allestimenti natalizi in Regione “comprensivi di illuminazione della facciata di Palazzo Orleans, degli alberi d’ulivo posizionati nelle villette antistanti, dell’albero di Natale alto circa 6 metri”. Né i 5.831 euro sganciati per le aiuole, l’allestimento del presepe e le stelle di natale da posizionare all’interno del Palazzo della Regione fatta eccezione per gli uffici di Schifani: per comprare le stelle di natale destinate alle stanze presidenziali sono stati necessari altri 616,16 euro. Altri 3.000 euro se ne sono andati invece per acquistare dolci e confezioni natalizie per “omaggiare le massime cariche istituzionali regionali in occasione del messaggio augurale del presidente” mentre 1.150 euro sono stati necessari per comprare i doni destinati “alle più alte autorità istituzionali della Regione siciliana”: 1 scatola argentata, 7 foulard e 6 sciarpe meno una. Per la sciarpa di seta e velluto destinata al presidente dell’Assemblea regionale Gaetano Galvagno erano stati messi appositamente in conto 170 euro, ma per fortuna la spesa è stata minore: il cadeau è costato solo 169,99 euro e una delibera di 4 pagine per eliminare dalle scritture contabili 0,01 euro di differenza. Chapeau!

mercoledì 5 marzo 2025

Standing ovation!




Presto!



Freddy: Ma che c'è, che ti prende, dategli... presto dategli...

Igor: Cosa, dategli cosa? Cerchi di mimarlo, quattro sillabe, prima sillaba, suona come...

Inga: Se? suona come me? te? se?

Igor & Inga: Said.

Igor: Se!

Inga: Seconda sillaba, preposizione come di, con, su?

Igor: Da! Se-da, ha detto sedano, ha detto sedano. Come?... se-da-davo, date un sedadavo.

Inga: Tivo! Sedativo!