venerdì 28 febbraio 2025

Pensa un po'!

 

Toghe rotte
di Marco Travaglio
Se ieri l’80% dei 9 mila magistrati italiani ha aderito allo sciopero dell’Anm, queste famose “toghe rosse” iniziano a essere un po’ troppe. O forse si sono semplicemente rotte di fare i capri espiatori di una politica delinquenziale che le ha elette – con gli altri poteri di controllo – a parafulmini di ogni guaio e disastro interno. Non è la prima volta che protestano contro schiforme ammazza-giustizia. Era accaduto con Cossiga, con B., col suo degno erede Renzi e col duo Cartabia-Draghi. Ma il successo dello sciopero di ieri ha del miracoloso, perché coincide col periodo più critico della magistratura, dopo gli scandali e le perdite di consenso (peraltro infinitamente più alto di quello della classe politica). L’insipienza di Nordio &C., mista ad arroganza e cialtroneria, è riuscita nella mission impossible di risvegliare anche il corpaccione più sonnacchioso della classe togata e compattarla come ai bei tempi del triplice “Resistere” di Borrelli (correva l’anno 2002). Certo, quell’appello fu seguito da mesi e mesi di mobilitazioni di piazza (Girotondi e affini), mentre oggi la società civile stenta a farsi vedere e sentire. Ma l’eccesso di ùbris che sta contrassegnando gli ultimi mesi del governo Meloni sta a poco a poco ridestando anche l’opinione pubblica.
La brace che cova sotto la cenere potrebbe presto esplodere in nuove fiammate se i magistrati associati (ma ieri erano con loro fior di avvocati, da Alpa a Coppi, per citare solo i più noti) usciranno dal giuridichese e controinformeranno la cittadinanza con parole chiare ed esempi semplici sui pericoli che le schiforme governative comportano non per loro, ma per noi. Il video dell’Anm che smonta le balle degli schiformatori è un ottimo inizio. Così come l’idea di coinvolgere artisti, intellettuali e giornalisti in una battaglia che deve uscire dalle aule di giustizia e delle accademie per coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini: cioè le vere vittime di un potere al di sotto di ogni sospetto che si crede al di sopra della legge. La campagna per il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere è appena all’inizio e i sondaggi che danno i Sì in vantaggio sui No non devono spaventare né scoraggiare. Anzitutto perché ci sono battaglie di principio che vanno combattute a prescindere dai pronostici: per la dignità e l’orgoglio di fare tutto il possibile per scongiurare l’ennesimo sfregio alla Costituzione. E poi non c’è nulla di più volubile e volatile dei consensi. Nel 2014, quando il Fatto sposò solitario l’appello di Libertà e Giustizia, primi firmatari Rodotà e Zagrebelsky, contro la schiforma Renzi-Boschi-Verdini, i sondaggi davano il No allo zero per cento. Due anni dopo, quando si votò, il No stracciò il Sì 59 a 41. Basta insistere. E informare.

L'Amaca

 

Balle più belle delle loro
DI MICHELE SERRA
Ho un dubbio “contronatura”, nel senso che fa a botte con le mie radici culturali e politiche. Il dubbio è questo: forse alle balle bisognerebbe rispondere con balle migliori. Più seducenti, meglio confezionate. Balle democratiche, balle civili, balle umanistiche.
Dico questo perché di fronte a Trump, a Musk, alla loro produzione violenta e delirante di parole e immagini (vedi il video “golden Gaza”) che a tutto fanno pensare, tranne alla civiltà umana così come avevamo pensato che fosse nei precedenti tre o quattro millenni; di fronte a quella che il mediologo Janwei Xun definisce “ipnocrazia”; non vale richiamare alla realtà, alla verità, alla ragione.
È fiato sprecato. Non si affronta un pazzo megalomane, per giunta pieno di miliardi e con l’atomica in tasca, contrapponendogli buon senso e buoni propositi. No, forse funziona meglio spararle più grosse.
Ci sarà pure modo di rubare al nemico una IA, anche di seconda mano, e per esempio produrre un video nel quale i bambini palestinesi cucinano allo spiedo Elon Musk, con le banconote fritte di contorno. O nel quale Putin dichiara di ritirarsi dall’Ucraina e il patriarca Cirillo annuncia di voler partecipare al gay pride, forte del suo costume così sfarzoso che non sfigurerebbe al Carnevale di Rio. Video falsi nei quali Hamas chiede scusa ai palestinesi, Netanyahu agli israeliani, i trapper leggono Seneca vestiti in modo modesto, Salvini dice una cosa gentile e il giorno dopo anche una intelligente, gli ayatollah elogiano il panteismo e rivalutano Zoroastro, nei talkshow si parla a bassa voce e si ascoltano gli altri, Milei restituisce la motosega al negozio dove l’ha rubata. Non sarebbe bellissimo?

Bel pezzo

 



Jolly, peti & Kievfra Trump e Musk

IL DESTINO DEI NOMI - Le pretese del duo Usa offrono vantaggi a loro se non proprio all’Ucraina. Metterla sul piano degli affari è l’asso di Donald: tra lui e Zelensky si gioca un match tra bari, con l’Ue a fare la parte del pollo

di Fabio Mini 

Le parole chiave di questo periodo in tutto il mondo sono Elon, Musk e Trump. Giustamente, visto che le prime due si riferiscono all’uomo più ricco del mondo e la terza a quello più potente.
Tanto potente da potersi permettere il lusso di avere quello più ricco al suo servizio. Elon sta diventando il nome di battesimo di molti neonati, anche se in ebraico significa soltanto “quercia” e nella Bibbia di Elon ce ne sono diversi, ma poco noti e comunque Musk non è ebreo. Prima della notorietà raggiunta con quelle poche centinaia di milioni spesi per quel viaggetto spaziale che la cagnetta Laika aveva avuto gratis, il nome Elon in America evocava l’omonima prestigiosa Università della Carolina del Nord e Musk richiamava più la fragranza del muschio che un’automobile. Per gli anglofoni è invece più problematico sentir gridare, sussurrare, declamare e bestemmiare Trump. Lui vorrebbe passare alla storia come il pacificatore, il liberatore del mondo dal flagello della guerra, ma la parola trump, oltre a essere vista a caratteri cubitali sui grattacieli e le mete turistiche evoca il gioco delle carte, dove “trump” è il Jolly, l’asso nella manica, la carta vincente, oppure la volgarità della scoreggia anch’essa liberatoria. Il presidente Zelensky forse non conosce queste particolarità dei nomi, ma ci è finito in mezzo e rischia di essere stritolato. Musk può togliergli il supporto del sistema di comunicazioni satellitari che consente ai suoi soldati di sapere dov’è il nemico e quindi regolarsi da che parte andare, o ai cittadini di Kiev e della maggioranza degli ucraini non toccati dalla guerra che non hanno mai smesso di chattare di tutt’altro. Zelensky deve però aver “annusato” qualcosa di conosciuto.
Le pretese americane così sTrump-alate possono nascondere qualche cosa di buono per lui e qualche altro amico, se non proprio per l’Ucraina. Metterla sul piano degli affari è un suo asso nella manica. Ha sempre detto che dare le armi a lui sarebbe stato un grande affare per chiunque a partire dagli americani per finire (in tutti i sensi) agli europei. Era un affare quando ha venduto la maggior parte dei terreni coltivabili alle multinazionali, le riserve di carbone, gas, petrolio e terre più o meno rare ai soliti circoli privati oppure aver ceduto le risorse finanziarie del passato ai fornitori di armi, al netto delle commissioni, e quelle del futuro alla speculazione. Ha sempre parlato di affari ed è stato coerente sin dall’inizio quando, con questo argomento, convinse il Congresso americano, l’Unione europea e la Nato a entrare in guerra. Ha convinto che la sua guerra, meglio di qualsiasi altra è un buon investimento.

L’ammiraglio Bauer, predecessore del nostro Cavo Dragone alla presidenza del Comitato militare della Nato ha detto chiaramente in un forum di imprenditori che la guerra è un buon investimento. Se ne rammaricava un po’ visto che la gente ha il vizio di morire in guerra, ma insisteva che comunque rimane un buon investimento. Semmai qualche dubbio potevano sollevarlo gli ucraini destinati a morire ammazzati, ma non l’hanno fatto e si sono accontentati dell’onore di aver combattuto e sacrificato la vita, per chi e perché non lo sapranno mai e forse è meglio così. Zelensky deve aver capito che Trump bluffava e anche se non lo avesse capito lui qualcuno deve averlo convinto che accettare il contratto capestro poteva fargli avere qualche vantaggio e comunque non sarebbe stato chiamato a rispettarlo. Anche Trump deve aver cercato di incastrarlo proponendo l’accordo senza intenzione di rispettarlo. Se Zelensky non avesse accettato Trump avrebbe potuto accusarlo di non volere la pace, nemmeno alle sue condizioni. Infatti Zelensky pure accettando l’accordo non ha rinunciato all’opzione di rivolgersi all’Europa per continuare la guerra. Per il momento, la partita tra Trump e Zelensky è tra bari, ops pari, ma non è la vera partita.
Il gioco si fa più pesante quando si considera che anche la Cina ha un ruolo nella partita ucraina. Quella tra Trump, Putin e Xi Jinping è una partita che deve ancora iniziare ed è la più difficile. I tre sanno che è molto meglio non bluffare e per questo partono anche loro da terra terra: dai rapporti diplomatici. Non si tratta di concessioni reciproche, ma del tentativo di costruire qualcosa che offra un vantaggio. La Russia e la Cina tengono molto alle intese politiche che danno loro forza nelle relazioni internazionali e questa è anche la volontà degli altri paesi Brics che hanno bisogno di credibilità internazionale. In particolare la Russia conta sul proprio ruolo di equilibrio internazionale nel caso che gli Usa si sgancino dall’Europa e si rivolgano contro la Cina, così come la Cina può esserlo nel caso che gli Usa o l’Europa o entrambe intendano continuare la guerra contro la Russia.

Trump si dice infatti pronto a concedere la riapertura dei rapporti con entrambi, ma non la revoca delle sanzioni o dei dazi e nonostante l’impegno a non ritenere la Russia un nemico, non è sicuro che ciò che dice possa essere mantenuto né dalla sua amministrazione né da quelle future. Da parte sua anche la Russia si riserva di giocare le proprie carte migliori quando dovranno giungere a un accordo sulla cosa più importante: la sicurezza dell’intero continente europeo. Siccome non è detto che ci si arrivi è interesse russo trarre dal rapporto diretto con Trump il massimo possibile al livello immediatamente inferiore: la sicurezza russa. La cosa banale di questa partita è che ognuno dei tre giocatori, pur facendo i propri interessi, sta costruendo qualcosa per porre fine al conflitto. Lasciarli proseguire dovrebbe essere saggio se non altro per vedere cosa possono realmente fare le tre maggiori potenze.
Qui interviene l’Europa con le sue velleità. L’Europa intende far continuare la guerra all’Ucraina portandola quindi fuori dalle stesse trattative con gli Usa e tenta di costituire una sorta di Patto di Varsavia al contrario staccato dalla Nato. Quest’ultima si trova a un bivio: non può rinunciare alla copertura Usa che è a sua volta legata alla Russia nella deterrenza strategica, e se al vertice Nato di giugno Trump sosterrà ciò che ha dichiarato, di non riconoscere la Russia come nemico di fatto, sballa tutta la strategia Nato e incide sulle stesse risorse per la difesa collettiva. Come ripiego temporaneo l’Unione europea intende giungere a un cessate il fuoco, portare truppe e armamenti in Ucraina con la solita operazione umanitaria e prendere tempo per riarmare l’Ucraina, come già accaduto nel 2015. Oltre al fatto che la Russia dovrebbe rivedere la sua posizione di non voler truppe dei paesi Nato in Ucraina, la sola idea di mettere delle truppe europee e 400 testate nucleari nelle mani della nomenclatura comunitaria e di quella di tre o quattro Stati membri che da dieci anni giocano alla guerra fregandosene delle conseguenze, dei costi e della sostenibilità è follia pura. E lo dico con rammarico per essere sempre stato un europeista convinto anche nella realizzazione di un esercito europeo. La cosa più probabile è che in queste condizioni la guerra in Europa si aggravi e che sia la stessa Europa a dover sopportare le peggiori conseguenze a causa di una mania di gioco tragicomico.
Quella in corso tra Russia, Usa e Cina sul tavolo verde ucraino è una sorta di partita a tressette col morto o una a poker con il “pollo” e all’Europa toccano questi ultimi due ruoli. A tressette il morto non gioca e neanche si siede al tavolo, a poker “se nella prima mezzora di gioco non hai capito chi è il pollo vuol dire che sei tu”.

giovedì 27 febbraio 2025

Ketaminico in consiglio

 



Dialoghi

 



Prima Pagina

 



Pino e la pitonessa

 

Dany, la scalatrice di poltrone (e divani) con il suo tacco 12
LA MINISTRA SALVATA DAL PARLAMENTO - Gli stretti legami con Briatore, Bisignani, Verdini e La Russa: l’ascesa di Daniela a colpi di cambi di casacca (e di mariti), fino ai guai giudiziari per le sue aziende
DI PINO CORRIAS
Dunque devono essersi divisi il lavoro per coprire il vuoto d’aria di Giorgia. Lollobrigida Francesco, l’ex cognato all’acqua potabile, per farci ridere. Bau Bau Montarulli per renderci compassionevoli verso chi non ce la fa. Dany Santanchè, regina del me-ne-frego, per elettrizzarci di rabbia con il suo tono di voce sprezzante e di ammirazione per il suo fegato capiente quanto una delle sue numerose borse Hermès, che speriamo le valgano almeno un rimborso spese per tanta pubblicità controfattuale. L’arco costituzionale delle emozioni è al gran completo. Compreso l’ultimo soprassalto offerto dall’aula parlamentare tornata ai fasti sordi e grigi di Ruby nipote di Mubarak, ora che ha votato piena fiducia alla Santa ministra del Turismo – 236 sì, 134 no – che da una trentina d’anni passeggia sull’intero corpo sociale della nazione senza mai sfilarsi il tacco dodici: soffrite, disgraziati che siete, guardatemi e soffrite.
E in effetti, soffrendo per noi e per lei, la guardiamo e la raccontiamo dai tempi in cui scalava poltrone, divani, potere, dopo essersi scrollata di dosso la polvere della natia Cuneo – famiglia Garnero, anno 1961, babbo autotrasportatore – insieme a quell’altro bellimbusto di Flavio Briatore, suo socio d’avventura, anche lui impaziente di rotolarsi sulle pianure del jet-set, coltivare soldi, umiliare i perdenti, detestare la sintassi e i comunisti.
“Sì, io sono quella del Twiga, quella del Billionaire”, ha detto l’altro giorno in aula, vestita come fosse una regina Rom, avvolta in stracci costosissimi, guardando con massimo disprezzo la platea di pallidi borghesucci scandalizzati dalla sua trionfante libertà di essere, esistere, spendere.
Ce la ricordiamo dagli albori, Daniela. Comparsa in Costa Smeralda con il suo primo marito, Paolo Santanchè, un chirurgo plastico che girava a bordo di un motoscafone chiamato “Bisturi”, scappato di lì a breve con il salvacondotto della Sacra Rota in tasca, lasciandole in eredità il cognome. Di nuovo libera, Dany navigò a piacer suo Milano nella piena luce degli anni Ottanta: “Io sono come i giapponesi: osservo, imparo, copio”, fino a guadagnarsi la fama e il nome di Pitonessa. Prima mezza democristiana, poi mezza leghista e persino dipietrista, per poi virare verso i velluti di villa Berlusconi, sgomitante, arrembante, passando per le cure di Denis Verdini, altro campione della politica “sangue e merda” (copy Rino Formica) fino alla svolta (per ora) finale, la corte smandrappata di Giorgia Meloni, sempre scortata dal suo inseparabile scudiero, Ignazio La Russa, con cui per anni ha condiviso gli afrori notturni del “Gilda”, discoteca del generone romano, con aggregati di pupe a caccia di un po’ di champagne e di una dote.
Per farsi memorabile condusse una battaglia senza quartiere contro l’Islam, insultando le donne velate, molestandone una in diretta tv: “Rivendico con orgoglio di essere fascista e di volere cacciare a pedate i clandestini”. Tutto per conquistarsi l’Alfa con lampeggiante blu e la scorta armata che fanno curriculum specialmente tra i gonzi dei salotti.
Evolve nel business, ramo farmaceutici, editoria, bio food, sposando l’imprenditore Caio Mazzaro. Vuole un figlio. Lo ottiene. Vuole l’impresa, fonda Visibilia che è comunicazione, giornali, mondanità, debiti che vanno e vengono. Soprattutto si accumulano, viste le inchieste per falso in bilancio e truffa aggravata all’Inps, ora arrivate al rendiconto dei processi.
Con Ignazio passa dal tempo libero alla politica, risciacquandosi con l’acqua di Fiuggi, dove la fiamma missina diventa Alleanza nazionale. Nel 2001 entra alla Camera dei deputati, adora Gianfranco Fini, ricambiata. Il suo secondo mentore è Luigi Bisignani, piduista in quota Gianni Letta, che la affida a Paolo Cirino Pomicino, un veterano dell’algebra economica, che proverà a insegnarle, inascoltato, la differenza tra le somme e le sottrazioni nei bilanci e che a consuntivo dirà: “Daniela è ammalata di potere, non di politica. E non conosce vergogna”.
Anche il secondo marito dilegua, eclissandosi con Rita Rusic che ha appena rottamato Vittorio Cecchi Gori, il produttore. I rotocalchi e la tv la adorano perché erutta fiamme e garantisce ascolti. Odia le zecche rosse. Mostra il dito medio agli studenti in sciopero. Disprezza le “femministe dalla penna rossa”. Esibisce la casa di quattro piani a Milano, la villa a Marina di Pietrasanta e quella a Cortina. Indossa gioielli e pellicce con l’aria di sentirsi plasticamente irresistibile: “Le donne sognano me o Rosy Bindi?”.
Il terzo compagno è un tale Dimitri Kunz d’Asburgo che di mestiere fa il mago immobiliare, visto che il 12 gennaio 2023, a Forte dei Marmi, davanti al notaio compra alle ore 9:20 la villa del compianto Francesco Alberoni per 2,45 milioni di euro e 58 minuti più tardi, alle 10:18, la rivende a 3,45 milioni di euro per poi brindare al milione appena guadagnato con la partner dell’affarone, la signora Laura De Cicco, che poi sarebbe la fortunata moglie di Ignazio La Russa, incidentalmente diventato presidente del Senato. Embè?
La Santa dice di non saperne niente, non sono spiccioli di cui si occupa. E meno male, visto che tutti quelli che si è lasciata alle spalle, sette anni di rendiconti falsificati nei bilanci di Visibilia, secondo il Tribunale di Milano, più un passivo di 8,6 milioni in Ki Group, più 126 mila euro incassati dall’Inps senza averne diritto, sono i capisaldi delle accuse di cui dovrà rispondere, vedremo.
Inchieste, reati e processi che fanno vento a lei e a Giorgia che il 22 ottobre 2022 l’ha nominata ministro del Turismo contro il parere di molti, ma specialmente per fare un dispetto a Silvio Berlusconi che quella sdraio l’aveva promessa a Licia Ronzulli, l’infermiera.
In aula, l’altro giorno, Dany ha fatto la vittima. Ha parlato di “toghe politicizzate”, di “ergastolo mediatico”, di cicatrici “che non si rimargineranno mai”, suscitando boati e risate a scena aperta, trattandosi della maggiore specialista di dimissioni altrui, chieste 53 volte a qualunque politico le sia capitato a tiro.
Solo alla fine ha lasciato intendere che sì, forse, chi lo sa, una volta rinviata a giudizio per la truffa all’Inps, quindi allo Stato, bontà sua penserà “in solitudine” alle proprie dimissioni. “E quel giorno – ha scandito – prevarrà il cuore sulla ragione”. Fino ad allora non se ne parla, sono avvertiti i custodi dell’etica istituzionale, i cardiologi della politica e persino noi, vittime involontarie dei suoi tacchi.