martedì 25 febbraio 2025

Ipno Pino

 


Ipnocrazia, il fascino del nuovo regime

SAGGI - Il filosofo di Hong Kong, Jianwei Xun, spiega i nuovi meccanismi del controllo sociale, basati sulla credulità, sulla continua proliferazione di narrative multiple e di spazi in cui anche il dissenso diventa merce

di Pino Corrias 

Il potere nell’era digitale ci ha ipnotizzato. Viviamo nell’incantesimo permanente. Memorizziamo opinioni da memorie artificiali, fabbricate e moltiplicate dagli algoritmi negli schermi “che brillano incessanti nella notte della ragione”. Guardiamo credendo di vedere. Leggiamo credendo di capire. Assorbiamo verità equivalenti a equivalenti menzogne.

Formidabile nello stile e nelle intuizioni è il pamphlet Ipnocrazia, autore un certo filosofo di Hong Kong di nome Jianwei Xun che potrebbe persino esistere anche in quanto avatar d’inchiostro collettivo, coerente al mondo che senza troppo svelarsi ci contiene. Quale mondo? Il nostro. Quello della nuova forma di controllo sociale, basato sulla credulità sempre più permeata e permeabile. Governato da un regime che per la prima volta “non controlla i corpi, opera direttamente sulle coscienze”. Non reprime i pensieri, li consente tutti, ma modulandoli come fa l’onda che corre verso la risacca già segnata che ci attende, perché ha catturato la nostra attenzione, “non intende reprimerci, ma sedurci”. Le sue piattaforme, le sue procedure sono stimolanti al punto che trasformano i consumi in accoglienti accrescimenti identitari: Airbnb non affitta case, commercia in fantasie di vite alternative. Amazon non consegna solo i prodotti, ma anche la dopamina dell’appagamento. La Gig economy non si limita a precarizzare il lavoro, induce a una trance lavorativa, dove l’autosfruttamento viene vissuto come libertà. Lo Smart Working non è solo lavoro da remoto, è la trasformazione di tutta la vita in lavoro.

Massimi sacerdoti di questa nuova era d’ipnosi collettiva sono i profeti della tecno-destra, Trump e Musk in testa, che hanno accelerato come mai prima le sequenze del dire, disdire, stupire. Inventare allarmi e crisi per poi proporsi come soluzioni: siamo invasi a casa nostra, vi difenderemo con il muro; gli immigrati haitiani mangiano i nostri cani, deporteremo gli intrusi; l’Intelligenza Artificiale può diventare Apocalisse, ma noi vi salveremo; morirà la Terra, vi porteremo su Marte. Le promesse sempre rivestite da un potere magico: “Saremo grandi di nuovo! Tornerà la Golden Age!”.

Hai il coraggio di non credergli? Te la senti? E soprattutto, hai il tempo di farlo quando altre migliaia di promesse, sollecitazioni emotive, stati d’animo, video veri e finti saturano il tuo spazio quotidiano e per intero il tempo, catturando la tua l’attenzione?

La narrazione social non vende solo gli utenti alla pubblicità, e informazioni ai sistemi di controllo, vende stati d’animo, ansia e quiete, rabbia e imperturbabilità. Persino le guerre vere – in Ucraina o a Gaza – le cataste di morti, le macerie dei bombardamenti, diventano un racconto seriale da incorporare alla vita quotidiana come perturbazione passeggera, trasalimento. E insieme sollievo di non essere laggiù, ma qui, al sicuro, protetto dallo schermo, nella nostra privata comfort zone. Trasformando la paura in appagamento che induce alla perpetua sottoscrizione alla comunità di solitari come te. Perché i social sono spazi di cattura, non riflettono la realtà, la creano. E la viralità è un contagio.

L’ipnocrazia “opera con la manipolazione della percezione, anziché con la coercizione diretta”. Non ha bisogno di censurare o reprimere. Prospera sulla proliferazione di narrative multiple, sulla perpetua offerta delle opzioni possibili, compresa quella di assimilare la resistenza. Ogni atto di rivolta viene assorbito, ogni dissenso diventa merce. Come i tatuaggi che un tempo segnavano la trasgressione e ora sono diventati inoffensiva moda di massa. O i rapper che inneggiano alle pistole, accolti nelle hit di Sanremo, mentre gli slogan più radicali, gli artisti maledetti, finiscono per pubblicizzare le vetrine digitali del lusso. C’è spazio per ogni minoranza nell’infinito menu della Rete, dai no-vax, ai vegani, dai neonazisti ai rinati in Cristo. La rivoluzione diventa una serie Netflix. L’apocalisse ecologica un target e un merchandising. È tutto intercambiabile fino alla perfetta equivalenza. Compresa quella del tempo lineare, che liberamente oscilla tra la nostalgia di un passato mai esistito e un futuro sempre imminente, rimescolando il passato, il presente, il futuro.

L’Ipnocrazia digitale funziona 24 ore su 24, è un flusso che rende permanente l’incantamento al quale partecipa anche l’estetica con la grafica colorata, la musica, i suoni delle notifiche, che mimano condiscendenza, complicità, amicizia: “Ci preoccupiamo della tua privacy, clicca qui” ti dice il social nello stesso istante in cui sta aspirando i tuoi dati per capitalizzarli.

Trump e Musk, oltre che autocrati, sono dispositivi narrativi che non cercano e non offrono la verità, ma lo stupore. Quando inventano nel modo più lampante – Gaza diventerà la riviera del Medio Oriente: ibrideremo il cervello umano con quello delle macchine; ci prenderemo la Groenlandia; le cripto valute crescono sugli alberi – non si preoccupano della verità violata, ne creano una equivalente che abita nel loro mondo, basta crederci, entrarci.

Anche chi pretende di smentirla con argomenti razionali, come il fact-checking, non fa che partecipare alla ridondanza della bugia o realtà modificata, poiché “ogni attacco viene reintegrato nella narrativa come conferma della sua verità profonda” quella che le élite nascondono.

I loro post deliranti funzionano. Attivano i seguaci e i contrari. Ogni utente partecipa alla creazione. Anche smontandola, la amplifica. E moltiplicandola, finisce per renderla sempre più verosimile. A quel punto finzione e realtà non si elidono più, navigano in parallelo, come il vascello e la sua ombra.

Ma se la Rete è il mare che satura ogni spazio, come trovare una via di fuga, o almeno un appiglio per non annegare? In due modi. Imparando a codificare i codici che “governano l’illusione”. E poi diventando imprevedibili, visto che l’ipnocrazia algoritmica si basa sulla previsione dei comportamenti che ha trasformato “in materia prima economica”, da acquisire, elaborare, vendere, come sostiene Shoshana Zuboff nel suo Capitalismo della sorveglianza.

E poi imparare a stare sulla soglia, sapere sempre che la realtà esiste, non è scomparsa, è solo oscurata dalla piena luce della finzione. Ricordandosi che la Rete può essere un portale verso un mondo nuovo che coincide (a sorpresa!) con quello vecchio. E dunque spegnere i dispositivi, godersi il tramonto, preparare la cena per gli amici, leggere questo libro.

lunedì 24 febbraio 2025

Spinoza




Lo capirà?

 



Intervista curiosa

 

Green e benessere: l’Ue guardi alla Cina. Lì spiano tutti? E noi no?
FISICO E SAGGISTA - "Il socialismo di Pechino ha saputo far sue le regole liberiste: per questo oggi è più forte"
DI ANTONELLO CAPORALE
Professor Carlo Rovelli, lei recentemente ha commentato con accenti assai positivi le virtù del sistema politico cinese. È parso un ultras di Pechino.
La disfatta dell’Unione Sovietica ha mostrato che il socialismo di Mosca non ha retto al confronto con il capitalismo. Le sinistre si sono trovate in difficoltà nel mondo intero e si sono messe a inseguire le destre. Lo strepitoso successo economico del sistema cinese, unico nella storia del mondo, e il grande consenso interno che ha il governo stanno ribaltando la conclusione. In pochi decenni la Cina ha portato mezzo miliardo di persone fuori dalla povertà estrema, ha diffuso il benessere, scolarizzato tutti, costruito la prima economia del mondo, continua a crescere a ritmo maggiore di chiunque altro.
Ma in Cina non si vota. Un solo partito al potere e una libertà di parola assai vigilata.
E questo comporta due ordini di problemi. Il primo è che le discussioni si svolgono all’interno del partito comunista e ciò rischia di rendere la leadership troppo sicura di sé. Il secondo è il pesante fardello del bavaglio in cui si vengono costrette le voci dissenzienti. Le votazioni sono una benedizione perché favoriscono la discussione e semplificano il controllo del potere da parte delle maggioranze. Ma attenzione, non dimentichiamo che sono anche una maledizione: per due motivi. Il primo è che non si vincono le elezioni senza ingenti somme di denaro. Quindi il potere finisce nelle mani di chi ha molto denaro. Le democrazie occidentali sono spesso in realtà plutocrazie: il potere è dei ricchi. Paesi come l’Italia e gli Usa sono addirittura finiti in mano a miliardari. Per questo sono sparite le tasse fortemente progressive che ridistribuivano il reddito. Il secondo è che le elezioni portano chi è al potere a mirare a farsi rieleggere, più che al bene comune a lungo termine. Una delle differenze più spettacolari fra la politica cinese e la politica occidentale è proprio questa: la leadership cinese pensa in termini di decenni, mentre i leader occidentali pensano al consenso giorno per giorno.
Lei dunque spera che la Cina prevalga sull’Occidente?
No. La Cina è una grande civiltà millenaria. Il problema non è chi prevale. Il problema, io penso, è uscire dalla folle logica dello scontro, quella di pensare che qualcuno debba sempre prevalere.
Pensa dunque che l’Europa dovrebbe avvicinarsi alla Cina?
Europa e Cina sono più vicine di quanto si dica. Il governo cinese ha la crisi climatica fra le sue priorità, sostiene le istituzioni internazionali, parla di collaborazione anziché competizione, vuole ridurre i dazi, spinge sempre per il dialogo. Se lo confrontiamo con il governo di Washington che non crede all’emergenza climatica, vuole depotenziare le istituzioni internazionali, parla esplicitamente di predominio Usa, combatte il multilateralismo, è stato pressoché ininterrottamente in guerra da un secolo, e mette dazi, chi ci è ideologicamente più vicino?
Ma la Cina è anche una dittatura, opprime il suo popolo e minaccia i Paesi vicini.
Ho viaggiato a lungo in Cina, ho insegnato all’università Normale di Pechino, ho colleghi, studenti e amici cinesi. Quell’immagine della Cina non torna proprio. Confrontata con tutte le guerre che ha scatenato l’Occidente negli ultimi decenni, la Cina è un Paese estremamente pacifico. Internamente non si sente oppressione poliziesca. Vero, il governo spia tutti, ma anche qui da noi ci spiano tutti.
Se lei però fosse un intellettuale dissidente, certo non vorrebbe esserlo in Cina.
Vero. E spero che la Cina impari da noi, ma resto convinto che l’immagine di una Cina feroce internamente ed esternamente sia solo il risultato della forsennata propaganda anti-cinese.
Perché ritiene che ci sia una “forsennata” propaganda anti-cinese?
Per due motivi. Il primo è che gli Usa stanno perdendo il primato economico. Il mio timore peggiore è che cerchino ora lo scontro armato, dato che la loro preponderanza militare è ancora soverchiante. Non durerà se la Cina continua a crescere come sta facendo. Il secondo, più profondo, è che il capitalismo che domina l’Occidente è terrorizzato dall’idea che il socialismo possa alla fine rivelarsi più efficace.
Pronostica la vittoria del socialismo cinese sul capitalismo?
La Cina sta mettendo in dubbio la legittimità della plutocrazia che di fatto governa l’Occidente. Il suo socialismo sta vincendo proprio sul piano in cui sembrava perdere: l’economia.

domenica 23 febbraio 2025

Ore serene



In queste ore buie ma serene, m’infastidisce avvertire quell’atavico godimento dei molti rancorosi, zecche da estirpare, che, alla Viganò, sogghignano per le condizioni critiche del Pontefice; quei tradizionalisti fuori dal tempo, gli azzeccagarbugli dell’incenso, i custodi del Papa imperatore, gli “amichetti” dei bimbi, i nemici del Concilio, gli sbavanti della tiara, quelli che agognano il ritorno dei codicilli, gli annidati nei meandri della multinazionale vaticana, i cosiddetti prìncipi di paonazzo vestiti. Ma tra gli smielanti di questi ore, per lui serene, m’urtica oltremodo ascoltare il chiacchiericcio dolente dei peripatetici che fino all’altro giorno insonorizzavano le parole di pace di Francesco, incentrati com’erano a convincere babbei sull’utilità della guerra come strumento di pace. Beoti mefitici ronzano attorno a questi giorni di silenzio e rispetto, dell’ineluttabile che avanza, della serenità che c’avvolge, della speranza sconvolgente mentalità effimere, della consapevolezza di essere umani. Tutti.

Proprio così!




Antonio

 

È giusto sperare nella pace dei cattivi?
di Antonio Padellaro
“Abbiamo due ex potenze imperiali con un arsenale militare capace di distruggere il pianeta. Dopo un periodo sciagurato di contrapposizione totale, hanno deciso di parlarsi”.
Marco Revelli intervistato dal “Fatto”
Lo scorso 29 gennaio, secondo l’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday clock), mancavano “89 secondi alla fine del mondo”. Poco più di un soffio di vita per l’umanità se si tiene conto che lo strumento simbolico ideato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists aveva inizialmente calcolato in ben sette minuti la distanza che ci separava dal Giorno del giudizio. Un’eternità rispetto a oggi. Vero che il calcolo sulla sopravvivenza del pianeta tiene conto anche degli effetti del cambiamento climatico e delle conseguenze non rassicuranti dell’applicazione militare dell’Intelligenza artificiale. Però, l’attesa del prossimo countdown non può che rivelarsi spasmodica dopo i biechi contatti tra Donald Trump e Vladimir Putin. Dopodiché, se per ipotesi l’apocalittico contatore segnalasse un miglioramento anche di pochi attimi rispetto alle nostre aspettative di non sparire presto dall’universo con un immenso bagliore, ne saremmo ovviamente rassicurati. Anche se ci sarebbero alcuni interrogativi, per così dire moralmente sensibili, da prendere in considerazione. Per metterla giù piatta, una prospettiva che ci allontani anche solo una manciata di secondi dalla notte nucleare sarebbe secondo i nostri valori accettabile se a negoziarla ci fossero ai due lati del tavolo due brutte persone? Ovvero: 1) il criminale aggressore dell’Ucraina nonché sanguinario dittatore russo; 2) l’energumeno pregiudicato golpista americano protettore e complice sia dell’uomo più ricco (e più fuori controllo) del mondo sia del teorico dell’ultradestra, entrambi accomunati dalla compiaciuta gestualità nazifascista?
A questo punto si potrebbe contestare la speciosità della domanda proposta dal momento che l’arsenale nucleare contrapposto crea di per sé una deterrenza e dunque l’altamente improbabile possibilità che uno dei due colossi prema per primo il fatale pulsante con su scritto “fine”. Mentre, si dirà, del tutto reale e concreta la violenza che la forsennata coppia russo-americana sta esercitando su Zelensky e sull’eroico popolo ucraino perché si rassegnino a una resa profondamente ingiusta. A proposito della scelta nucleare si potrebbe obiettare che potrebbe non essere consapevole ma frutto di un incidente.
Nella sostanza dovremmo piuttosto chiarirci meglio se esiste e qual è il confine tra pace giusta e ingiusta. E quanto sia accettabile pagare ai nuovi orribili padroni del mondo un prezzo, e in che misura, in cambio della nostra sicurezza. Visto che i “buoni” (Joe Biden e i liberal cingolati) ci hanno lasciato la guerra è giusto sperare in una qualsivoglia pace dai “cattivi”? Bisogna accontentarsi: nell’apposito catalogo la voce “pace buona” non è più prevista, purtroppo.