mercoledì 14 agosto 2024

A volte!




Sei anni fa


Nel cortile



Deleghiamo a bifolchi la qualità della vita, permettiamo che si azzannino su confini, vendette, ritorsioni; lasciamo che la tecnologia, il sapere, confluisca su progressi militari, armi sofisticate, ordigni la cui spesa potrebbe sanare mali antichi, sfamare popoli. Attendiamo esiti di incontri bilaterali fetecchie del nulla. Assistiamo a moniti falsi di rimbambiti che nel contempo forniscono armi ad assassini nazisti infoiati da fedi stravolte nella loro essenza, e ci facciamo scivolare addosso, con eleganza, sofferenze inumane, che neppure gli animali arrecherebbero ai loro simili. Questa bimba si chiederà per sempre quale sia la sua colpa, se la sua pena valga meno, con tutto il rispetto, di un cane abbandonato in autostrada. Ma è il tempo di grigliate, di svaccate sull’erba. Che c’importa di ciò che accade oltre il muretto del nostro cortile?

Già il dress code!



Quando vai al matrimonio del tuo amico Slash e ti avvertono che il dress code della festa è rigorosamente il nero, dimenticandosi che ti chiami Axl Rose…

Contro lo strabismo

 

Gli strabici che vedono solo le violazioni russe
DI ELENA BASILE
Sono trascorsi due anni e mezzo dall’invasione russa in Ucraina. La Russia sta lentamente vincendo con una strategia difensiva che tende a risparmiare uomini e a logorare l’avversario, focalizzandosi fino a oggi su obiettivi militari e infrastrutture civili. La posizione occidentale è cambiata innumerevoli volte, cancellando le linee rosse che si era via via autoimposta.
Con la metafora della rana bollita, Noam Chomsky ha richiamato una tecnica intesa a addormentare l’opinione pubblica per farle accettare gradualmente quello che sarebbe stato difficile imporre all’inizio del conflitto. Vi immaginate se la Nato avesse proposto nel febbraio del 2022 di rispondere all’invasione russa con mercenari e truppe sul territorio, oppure guidando con l’intelligence operazioni terroristiche di aggressione alla Russia? Forse la società civile si sarebbe svegliata dall’usuale torpore.
Leggo gli editorialisti dei giornali principali. Credo nel dialogo, non nei muri ideologici. Dubito che essi leggano gli editorialisti del Fatto che si ostinano a chiamare “filoputiniani”. Tenterò in particolare di oppormi, a mo’ di esempio, al ragionamento portato avanti da Ezio Mauro su Repubblica, simile a quello di Paolo Mieli sul Corriere della sera e da altri analisti dei giornali più letti, inclusi alcuni miei ex colleghi: un ragionamento basato su alcuni dogmi pericolosi che vanno confutati.
Mauro scende in campo per convincere il lettore che non vi sia nulla di anormale nell’offensiva ucraina in territorio russo, malgrado sia provato che gli obiettivi siano civili e che in caso di pericolo la dottrina militare di Putin ammetta la risposta nucleare. Gli assiomi a cui Mauro ricorre sono molteplici. La Russia sarebbe colpevole di avere infranto il diritto internazionale invadendo l’Ucraina. Poiché crediamo nella razionalità, patrimonio universale dell’umanità, vorremmo chiedere allo stimato giornalista se la violazione delle frontiere da parte della Nato a Belgrado, in Afghanistan, in Iraq, in Libia avrebbe dovuto implicare armi, addestramento militare, mercenari e scesa in campo dell’intelligence da parte di Cina e Russia a favore di quei Paesi aggrediti. Vorremmo anche chiedergli se l’ordine internazionale si viola soltanto oltrepassando le frontiere di uno Stato sovrano. L’espansionismo della Nato ai confini della Russia, unico Paese escluso dalla sicurezza collettiva, non calpesta l’indivisibilità della sicurezza in Europa sancita dai principi di Helsinki e traslata nella Carta di Parigi dell’Osce?
Ancora vorremmo chiedergli se l’ingerenza negli affari interni di un altro Stato, proibita dagli accordi di Helsinki, non sia stata dimostrata dal colpo di Stato a Kiev nel 2014 e dalla presenza militare ed economica angloamericana che ha man mano trasformato l’Ucraina in un’anti-Russia. Domandiamo inoltre come reagirebbe Washington a un’analoga operazione portata avanti da Mosca e da Pechino in Messico e se la sicurezza anche per gli americani, come la crisi di Cuba dimostra, non sia innanzitutto sicurezza territoriale. Infine gli vorremmo chiedere perché, come Merkel e Hollande hanno dichiarato, gli accordi di Minsk siano stati considerati un diversivo da non applicare e per quale ragione la neutralità dell’Ucraina sia un male per Kiev e per l’Europa.
Mauro paragona Putin a Hitler e giustifica quindi l’aggressione dell’Ucraina in territorio russo guidata dalla Nato come una guerra per la libertà europea e per la “pace giusta”. Come mai non si accorge della netta superiorità militare ed economica della Nato rispetto alla Russia, che esclude di fatto mire espansionistiche di Mosca in Europa? La Russia ha tassi demografici discendenti su un territorio immenso ricco di materie prime: perché mai vorrebbe procedere a conquiste territoriali? Se avesse voluto una guerra con i Paesi Nato, perché ci avrebbe supplicati fino al dicembre del 2021 di non includere l’Ucraina nella Nato?
Queste erano le domande di Ipazia rimaste senza risposta. Rimane la questione cruciale: per il bene dei nostri figli e nipoti, non dovremmo negoziare senza pregiudizi ideologici una convivenza con Mosca basata su neutralità dell’Ucraina, applicazione degli accordi di Minsk in modo da favorire ampie autonomie regionali e linguistiche, referendum nel Donbass, nell’ambito di una nuova architettura di sicurezza che implichi la fine delle sanzioni occidentali e della mentalità da Guerra fredda? Vogliamo invece rischiare un conflitto nucleare che colpirebbe innanzitutto l’Europa, in primis l’ Italia?
Cari Mauro, Mieli, Quirico, per favore in nome dell’umanità, dell’onestà intellettuale e dell’integrità morale di cui disponete, potreste rispondere a questi semplici quesiti? Mi pare impossibile che il mantenimento della pax americana vi porti a sacrificare i popoli più deboli e i vostri stessi figli.

GuardaHICsigilli!

 Osteria di Ferragosto

di Marco Travaglio
Come a ogni Ferragosto dalla notte dei tempi, c’è l’emergenza carceri. Ma tranquilli: Nordio ha “un piano”. Ne ha sempre uno, a ogni Ferragosto. E sempre diverso da quello dell’anno precedente, che è inutile domandargli quale fosse: complici l’alcol e la calura, non se lo ricorda più. Il piano 2023 erano le famose “caserme dismesse da adattare” a penitenziari. Carletto Mezzolitro ne aveva anche annunciato un “monitoraggio in autunno” (senza specificare l’anno), di cui purtroppo si persero subito le tracce: o si scordò di incaricare i monitoristi, o i monitoristi incaricati si scordarono di monitorare. Altro Ferragosto, altro piano. Magari costruire nuove carceri e ampliare quelle esistenti, progetto a cui l’ultimo ministro della Giustizia degno di questo nome, Bonafede, aveva destinato una quota del Pnrr? Non sia mai: “si può perché nessuno le vuole alle proprie spalle” (manco fossero cetrioli), come se lo Stato non avesse la potestà di costruire infrastrutture con la forza (lo fa soprattutto per quelle inutili, tipo il Tav Torino-Lione e il Ponte). Quindi il nuovo piano? Nordio si fa intervistare dal Corriere per dire che vuole prima “illustrarlo al capo dello Stato” (ove mai lo ricevesse) e “sarebbe irriguardoso anticiparlo qui”. Infatti lo anticipa irriguardosamente lì: i tossici sconteranno la pena “in ambienti diversi dal carcere”, indovinate dove? “In comunità” (non in Parlamento, ecco). E gli stranieri, non ci credereste, “nel proprio Paese”: lui e Tajani ci stanno “lavorando notte e giorno”. Così usciranno la bellezza di “15-20 mila detenuti” deportati fra San Patrignano, l’Africa e l’Asia, ed “ecco risolto il sovraffollamento”. Il fatto che le paroline magiche “caserme”, “tossici” e “stranieri” le abbiano pronunciate tutti i Guardasigilli dal Pleistocene a oggi mentre le carceri si riempivano vieppiù, non gli dice nulla. Del resto, il suo “piano” arriva due giorni dopo la firma del Colle al suo decreto Carceri, che evidentemente era solo il nuovo gioco dell’estate dopo lo yo-yo, l’hula hoop e il frisbee.
FdI gli ha appena stoppato l’abolizione della Severino e della custodia cautelare per chi delinque senza sparare (colletti bianchi, narcotrafficanti e altri galantuomini). Ma il ministro sotto spirito assicura che “non c’è mai stata sintonia migliore”: Giorgia lo nominò, “anche se presiedevo il comitato dei referendum” contro la Severino e la custodia cautelare, e “FdI era contrario”. Purtroppo dimentica di precisare come finirono, i referendum: col record della più bassa affluenza di tutti i tempi (20,9%). Però Carletto ha fatto bene a rammentare quella trionfale esperienza: ora la Meloni potrebbe domandarsi cosa le sia saltato in mente, regalargli un fiasco come buonuscita e nominare un ministro vero.


Pisanamente interessante

 

BENI CULTURALI
Da Ugolino ai Medici a Pisa il museo diventa Normale
La Scuola Superiore cura un progetto di valorizzazione di Piazza dei Cavalieri, teatro della vicenda nera raccontata da Dante E apre i propri spazi storici al pubblico di visitatori
DI ANTONIO ROCCA

Fervono i lavori in Piazza dei Cavalieri, nel cuore di Pisa. La Scuola Normale Superiore, che qui è incardinata dal 1846, ha promosso un progetto di valorizzazione dell’area, finalmente proposta come un organismo unitario. I restauri interessano il Palazzo della Canonica, destinato a ospitare parte della biblioteca della Normale, e la chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri, adiacente a Palazzo della Carovana, sede principale della scuola voluta da Napoleone.

Siamo a due passi da Piazza del Duomo, il dannunziano “Prato dei Miracoli” è affollato quotidianamente da turisti che vorrebbero portarsi a casa un pezzetto di quel prodigio, sia pur trasformandolo in trucco. I visitatori si mettono in fila e, per il tempo di uno scatto, fingono di sostenere l’iconico monumento pendente. Ma Pisa ha consegnato all’immaginario collettivo una seconda torre, famigerata e oscura quanto la prima è candida e solare: è la Torre della Muda, il luogo del supplizio di Ugolino della Gherardesca. Col tempo se ne era dimenticata persino l’esatta ubicazione, tuttavia la memoria, ancorata ai versi più crudi della Commedia , non è mai venuta meno. Nel fondo del pozzo infernale, il conte interrompe il “fiero pasto” e, prima di parlare, si netta la bocca dai capelli del vescovo Ruggieri. Ugolino racconta l’agonia dei figli nella cosiddetta Torre della Fame, infame al punto che i pisani la lasciarono cadere in rovina, come per rimuovere un ricordo insostenibile. Ma le parole di Dante hanno la medesima forza della pietra e hanno fatto riemergere dall’oblio i resti dell’edificio, inglobato da Palazzo dell’Orologio, lo stabile sul lato settentrionale di Piazza dei Cavalieri. La piazza ha una lunga storia e molti nomi, nel Medioevo era nota come Piazza degli Anziani o delle Sette Vie. In realtà le vie sono sei, è stata quindi avanzata l’ipotesi che l’antica denominazione fosse segno di un’ambizione universalistica: il numero sette evoca, infatti, l’idea di un crocevia. Quando Pisa gareggiava alla pari con le altre repubbliche marinare, gli Anziani vi si radunavano per decidere le sorti di una città, che era tra le più ricche d’Europa.

Il declino cominciò con la rovinosa battaglia della Meloria (1284), quando il conte Ugolino si arrese ai genovesi e a Pisa iniziò la stagione dei veleni. Il mare sembrava allontanarsi sempre più, mentre Firenze si faceva vicina e minacciosa. I fiorentini entrarono in città al principio del Quattrocento e Pisa si spopolò, fu solo nella seconda metà del sedicesimo secolo che Cosimo I de’ Medici tentò di rivitalizzare la rivale di un tempo. Il granduca insediò l’Ordine diSanto Stefano nel Palazzo degli Anziani, che divenne Palazzo della Carovana. Il Medici impose a quello che era stato il centro politico cittadino un nuovo nome e un nuovo volto. Per eradicare qualunque anelito autonomista, Giorgio Vasari cancellò le forme d’età comunale. Era un’operazione di facciata: si doveva lanciare un segnale di modernità e cambiamento, spendendo il meno possibile. Fu un intervento opposto a quello attuato nella capitale, laddove a Vasari era stato richiesto di rivoluzionare Palazzo Vecchio, preservandone l’involucro al fine di sottolineare la continuità con la tradizione cittadina. Da allora Palazzo della Carovana ha visto transitare regimi e rivoluzioni, però è stato solamente con l’approdo della Normale che per Piazza dei Cavalieri si è aperta una nuova fase. Oggi la Scuola si è assunta l’onere di guidare una rinascita dell’area, e non solo. L’operazione, sotto la responsabilità scientifica di Lucia Simonato e supportata da Fondazione Pisa, potrebbe essere volano di una notevolissima ricaduta. Fino al 31 dicembre è aperta (dal lunedì al venerdì, ore 10-18) la mostra La Torre della Fame. Dante Alighieri, Ugolino della Gherardesca e i luoghi di un mito. Sarebbe sufficiente trattenere in città, anche solo per poche ore, una porzione del flusso turistico che attraversa Piazza del Duomo per realizzare un piccolo miracolo.
Attualmente Palazzo della Carovana e la Torre della Muda sono visitabili in condizioni di ecceziona-lità, d’ora in poi l’ingresso sarà una cosa “normale”. Sarà così agevole attraversare gli ambienti in cui si sono formati Giovanni Gronchi e Carlo Azeglio Ciampi. Spazi impreziositi da opere del Centro Pecci (tra gli altri ricordiamo lavori di Giulio Paolini e di Hermann Nitsch), in virtù di una solida collaborazione con la Scuola. Inoltre sarà più facile accedere all’archivio, nel quale sono conservate note di Adolfo Venturi o lettere di Edmondo De Amicis, peraltro arricchite da ghirigori d’autore.

Per visitare la Scuola basta prenotarsi online (https://piazzadeicavalieri. sns.it: il sito raccoglie il lavoro degli studenti e dei ricercatori che hanno collaborato al progetto), invece per scoprire la Canonica dovremo attendere il completamento dei restauri, che si annunciano illuminanti. Gli interni stanno rivelando preesistenze solo sbrigativamente camuffate dagli interventi medicei. In ultimo un regalo: dal loggiato sul cortile si potrà intuire quella che, forse, era la settima via della piazza. Probabilmente la strada smarrita tagliava la Canonica per disegnare un itinerario, che ora si perde tra orti inattesi, di quelli che talvolta resistono nelle pieghe del centro e che sono la nostra parte di ricchezza.