mercoledì 12 giugno 2024

Analisi

 

Astensione programmata
di Marco Travaglio
Evviva, “torna il bipolarismo”! FdI&Pd come ai bei tempi di B.&Prodi! Le mafie, che si portano sempre avanti, l’avevano capito da un pezzo. La Procura di Reggio Calabria ha appena scoperto che alle Regionali del 2020 e alle Comunali del 2021 la ’ndrangheta portò voti a FdI&Pd e ha indagato un consigliere regionale FdI, un consigliere regionale Pd e il sindaco dem Falcomatà per scambio politico-mafioso. Sono gli stessi partiti già finiti a vario titolo nelle inchieste sui voti sporchi in Puglia, in Piemonte, in Sicilia e nella stessa Calabria. Quelli che esultano per le vittorie alle Europee, trainate dalle valanghe di preferenze dei loro candidati. Voti per le due leader-donna e i loro big che scaldano i cuori, certo. Ma anche voti sporchi dei portatori d’acqua che non vanno tanto per il sottile, garantendosi vita eterna perché assicurano ai partiti uno “zoccolo duro” sotto cui non si scende neppure nelle crisi nere. Sono i valvassini e i valvassori dei vassalli che la Schlein scomunicò come “cacicchi” per farsi eleggere segretaria e, quando lo divenne, giurò di cacciarli. Poi li ha messi tutti in lista, e buon per lei: senza i loro voti, raccattati a qualsiasi prezzo mentre lei predicava la questione morale dalla piazza di Berlinguer a Padova, non avrebbe superato il 20%. E sarebbe nei guai come Conte (che i cacicchi non li ha perché la mannaia dei due mandati li uccide nella culla). Lo stesso fa la destra, che i pacchetti di voti se li tramanda da Dc&Psi a FI alla Lega a FdI senza neppure porsi il problema, anzi: sono investimenti.
I nomi dei titolari sono arcinoti: ogni volta che una cimice o un trojan ne immortala qualcuno all’opera, i giornali fanno la lista completa con numeri e tariffe dei voti. E tutti a denunciare il sistema marcio, ad annunciare “repulisti”, a varare “codici etici” e naturalmente a citare l’intervista di Berlinguer a Scalfari del 1981, che fa fine e non impegna. Poi però c’è sempre qualche elezione alle porte e la fame di voti vince sulla sete di legalità. Soprattutto se fra gli elettori la questione morale passa di moda per stanchezza, rassegnazione, problemi più urgenti. Guardate le Europee: quasi tutti gli impresentabili vengono eletti e negli epicentri degli scandali, da Bari a Torino, da Genova al Regno delle Due Sicilie, vincono i partiti più invischiati nel voto di scambio. Chi scambia voti vota, chi si indigna sta a casa e aumenta il valore di ogni voto scambiato. È la famosa “astensione programmata”. Ma adesso gli indignati speciali per gli scandali di un mese fa se li scordano, anzi esaltano chi vince anche col voto di scambio. Che da domenica sera si chiama “radicamento sul territorio”. Tanto, come dice l’uomo della famiglia ’ndranghetista a Falcomatà, “meno votano e meglio è”. E il sindaco Pd: “Certo, appunto”.

Robecchi

 

Post-voto. Toh, i liberali non arginano le destre: le praterie erano sentierini
di Alessandro Robecchi
Insomma, alla fine della fiera le immense praterie del centro, che dovevano condurre i popoli verso la fine del bipolarismo, scuoterli dall’ottusità della contrapposizione destra-sinistra con il famoso centro (che è un altro modo di dire destra) e regalare a tutti un luminoso futuro liberale e liberista, erano dei sentierini impervi che nessuno ha voluto percorrere. Il commentismo post-elettorale – un genere letterario fantasy esattamente come il commentismo pre-elettorale – si è subito adeguato. Nessuno si è mangiato Forza Italia, com’era nelle speranze terzopoliste, e invece gli elettori si sono mangiati il terzo polo, digerendolo poi a tarda sera, sul divano, quando proiezione dopo proiezione le speranze di renzisti e calenderos decedevano serenamente, salutate da un canto di aperti sghignazzi.
Molti si affannano a dire che non è successo niente, che Ursula ha ancora la sua maggioranza in Europa, che – seggio più, seggio meno – abbiamo ancora la coalizione di prima, il che significa molti soldi per le armi, pochi per il welfare, e un’Europa che non potrà mediare per la pace, essendo ormai un attore della guerra.
A sorpresa, si è anche un po’ affievolito, almeno nei commenti, l’allarme per l’avanzata delle destre estreme, che nel pomeriggio della domenica elettorale sembrava il vero pericolo europeo, e che poi è un po’ svaporato, diventando piano piano un dato allarmante ma non più drammatico come nelle prime ore. Molto male, perché certamente gli arditi filonazi di Afd in Germania contengono anche una larga parte di voto di protesta, e va bene, ma che uno protesti così, genericamente, votando per chi dice che le SS non erano poi tutte cattive, dovrebbe preoccupare molto. Stessa cosa per madame Le Pen in Francia, e qui servirebbe una piccola notazione in margine, perché i giornali italiani la indicano come “destra estrema”, che è vero, ma poi catalogano Meloni in “destra” e basta. Bizzarro: le due sono della stessa pasta, dicono più o meno le stesse cose, hanno pesantemente flirtato alla vigilia del voto, ma – colpo di scena – quella al di là delle Alpi è “estrema”, e quella al di qua no, anzi è “statista”, “brava”, “fuoriclasse”. Strano daltonismo.
Non sarebbe l’unica bizzarria che l’informazione ci ha consegnato prima e dopo il voto. Un’altra, divertente, è quella di Elly Schlein: prima delle elezioni dipinta come una snob elvetica capace di parlare soltanto alle classi dirigenti con l’auto elettrica, e che “non si capisce quello che dice”; e dopo le elezioni una leader vittoriosa che “ha saputo parlare alla sua gente”. Una discreta piroetta in meno di ventiquattr’ore, unita allo stupore che se si parla di sanità, di salario minimo, di diritti, ti votano più volentieri, ma tu pensa che sorpresa!
Resta, è vero, l’avanzata delle destre, più o meno sovraniste, più o meno revansciste. Pochi notano, però, che dove le destre prendono molto piede (Francia e Germania su tutti), lo fanno in reazione a quelle forze liberali che dovevano in teoria fermarle. Insomma l’asse Scholz-Macron non si sente tanto bene, ma soprattutto succede là una cosa che qua è già successa. Dopo Draghi e la sua agenda è arrivata Meloni, dopo Macron arriva Le Pen e accanto a Scholz arrivano le camicie brune. Diciamo, così, a grandi linee, che i liberali europei, circonfusi dalla loro aurea di competenza e grandeur, non si stanno dimostrando molto adatti a fermare l’onda nera nel continente, né qui, né a Parigi, né a Berlino, e sembrano piuttosto favorirla, e aprirle le porte.

L'Amaca

 

Una cosa che si fa in tanti
DI MICHELE SERRA
Sul suicidio di massa degli europeisti di centro (Calenda/Renzi/Bonino) si è scritto tanto. Mi ha molto colpito che anche gli antipatizzanti — Renzi ne conta una moltitudine, Calenda meno, Bonino pochi — non abbiano voluto infierire, tale è stata la catastrofe. Rari i commenti sprezzanti o aggressivi, prevale un tono desolato, come ai funerali. Partecipo al lutto, ma mi concedo, in disparte, una nota severa.
I tre driver di questo incidente meriterebbero una class action dei loro elettori (un milione e settecentomila!) che pur pensandola più o meno allo stesso modo, pur occupando un’area politica omogenea, pur avendo, nei confronti dell’Unione Europea, le stesse intenzioni amichevoli e incoraggianti, hanno visto i loro voti andare al macero.
Lo si sapeva perfettamente anche prima, che con lo sbarramento al quattro per cento contendersi separatamente lo stesso bottino di voti era insensato. Lo si sapeva anche prima, anzi lo si sa da sempre, che la parola “io”, in politica, spesso confligge con la parola “noi”. La boicotta e la demolisce. Dunque non ci sono scusanti. Specie di questi tempi disfatti, gassosi, l’istinto non può che essere fare gruppo, superare gli intoppi della vanità, cercare di mettere insieme le forze. Il discorso vale, naturalmente, anche per i santoriani (Paolo Rossi, amico mio, ma chi te l’ha fatto fare?), che però hanno un’attenuante: erano pochi, soli e perdenti già in partenza. Non avevano nessun patrimonio da dilapidare, al massimo qualche voto da spillare a Conte o a Fratoianni. Possibile che sia così difficile capire che la politica è una cosa che si fa in tanti, oppure è meglio non farla?

Commenti

 

Stracittà e Strapaese
DI MICHELE SERRA
Dimmi quanti abitanti ha la città dove vivi e ti dirò chi vincerà le elezioni, nella tua città. Detta così è solo una battuta, ma con i debiti contrappesi e gli opportuni distinguo, luogo per luogo, diventa quasi uno strumento di analisi. Grandi città italiane a netta prevalenza progressista, medi e piccoli centri a schiacciante maggioranza di centrodestra. È la realtà delle cose.
Il voto di domenica, amministrative in primo luogo, ha non solo confermato ma rafforzato una specie di bipolarismo tra “luoghi grandi” e “luoghi piccoli” che taglia a fette trasversali perfino la vecchia divisione geografica Nord/Sud. Bari vota come Milano, le valli prealpine come la provincia laziale.
Siamo dentro il secolare dualismo città/campagna, e viene voglia di ripassare i memorabili scontri politico-letterari novecenteschi tra Strapaese e Stracittà, con Bontempelli e Malaparte, fondatori della corrente stracittadina, cosmopolita e modernista, presto soccombenti. (Alla censura fascista non poteva sfuggire la pubblicazione di articoli in francese, per giunta sul dadaismo e il surrealismo, correnti dell’arte “degenerata”). La loro rivista, Novecento,chiuse i battenti dopo soli tre anni. Con il fascismo stravinse l’Italia strapaesana, e un poco si sente ancora oggi… Tutto è cambiato, ovviamente, né le categorie novecentesche possono servire a leggere il presente. Ma non c’è dubbio che qualunque forza progressista, europeista, anti-sovranista, non solamente in Italia, deve ragionare seriamente su questa macro differenza, forse prima psicologica che sociale, tra gli europei “di città” e quelli che vivono disseminati in quella dimensione puntiforme, e però tutta insieme immensa, e numericamente prevalente, che definiamo “provincia”. Per avere un’idea di quando prevalente sia, la “piccola Italia”, rispetto all’Italia delle città importanti, quelle dove hanno sede giornali, televisioni, partiti politici, centri studi, università; e di conseguenza per capire la sostanziosa affermazione di Giorgia Meloni e della sua maggioranza alle Europee (vinte dal centrodestra nonostante una forte ripresa del centrosinistra, soprattutto tra i giovani), vale la pena di fare due conti.
Le città che contano più di 150mila abitanti, in Italia, sono solo 25. In ordine decrescente: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Verona, Venezia, Messina, Padova, Trieste, Brescia, Parma, Prato, Taranto, Modena, Reggio Emilia, Reggio Calabria, Perugia, Ravenna, Livorno. Di queste 25 città “grandi”, 19 sono amministrate dal centrosinistra. Volendo definire “condizione metropolitana” — approssimazione per eccesso — quella in cui si vive nelle 25 città italiane sopraddette, conta sapere che il totale dei loro abitanti è di poco inferiore ai dodici milioni. E questo significa che solo un quinto dei nostri connazionali vive in città “grandi”. I quattro quinti degli italiani (l’ottanta per cento!) vivono, lavorano, pensano e votano in centri di media, piccola e piccolissima grandezza. In termini politici, significa che vincere a Milano, a Bologna, aBari, a Brescia, per quanto simbolicamente importante, non basta a vincere in Italia (idem in Europa: Parigi non è la Francia, Berlino non è la Germania). La sconfinata fanteria elettorale delle destre nazionaliste non abita in città. Trump, a New York, elettoralmente conta quanto Salvini a Milano: praticamente zero. E Brexit, quanto a sconfitta politica delle città per mano delle campagne, dice tutto.
Le ragioni di questa rilevante differenza politica sono tante e profonde, molto studiate — non abbastanza dai partiti, evidentemente — e molto discusse. Una pubblicistica ormai esorbitante, così esorbitante che qualche solida ragione deve averla, sostiene, ormai da molti anni, che l’impatto della globalizzazione, delle migrazioni, dei cambiamenti dei costumi e degli assetti sociali e familiari, delle abitudini lavorative, della rivoluzione tecnologica, degli orari, dell’alimentazione, insomma di tutto, è meglio assorbito nei grandi centri. Ci si sente a cavallo della tigre, nelle metropoli, meno spiazzati e meno esclusi. Si ha una percezione più dinamica e meno pessimista del cambiamento: tanto da restituire un senso al termine, tutto sommato vecchiotto, “progressista”. Sì, la storia procede, il mondo progredisce. E il mutamento non spaventa perché si ha l’impressione di viverlo dall’interno, non di subirlo.
Fuori dalle metropoli prevarrebbe, invece, la sensazione di essere stati esclusi, di essere rimasti indietro. Il cambiamento viene vissuto come caos, come confusione stordente e nociva, come inversione di una normalità rassicurante, come sovversione di tradizioni solide e ora insidiate da comportamenti stravaganti (sarebbe interessante, a proposito, sapere da dove viene, seggio per seggio, la marea di preferenze per Vannacci). La popolazione, nei piccoli centri, è decisamente più anziana. I giovani, si sa, vanno a studiare e a lavorare in città, a costo di doversi stringere in quattro in 50 metri quadrati, con gli affitti che corrono…Un buon centro di studi politici, su mandato di un buon partito politico, dovrebbe aprire un dossier importante e ambizioso su questi temi. Studiare, capire, immaginare soluzioni. Alle misure ovvie (i trasporti, le scuole, gli ospedali, gli uffici postali: concentrali nelle città, e perderai la campagna) bisognerebbe aggiungere qualche idea nuova. La banda larga, certo, il lavoro a distanza, certo, e tutto ciò che decentra, e decentrando allarga, e lavora per l’inclusione. Un’idea del territorio non come luoghi singoli ma come rete, come grandi aree connesse e interdipendenti, come superamento della separazione, ancora molto netta (dunque banda larga e smart working non bastano…), tra città e campagna.
L’Italia non è un Paese metropolitano, lo dicono i numeri. È un Paese di borghi, di piccole città, di province industriose.
Puoi avere le idee più dinamiche, le intenzioni più corrette, i programmi più intelligenti, ma se non riesci a coinvolgere i quattro italiani su cinque che non abitano nelle grandi città, non governerai mai.

martedì 11 giugno 2024

Tiè!



Slurppare una vita, tra riverenze ed inchini, tra flaccidi e flebili domande servili che inorridirebbero persino il sempre compianto Fracchia, rimanere in tolda per decenni, staticamente, senza infastidire i potenti; ed ora il vino di propria produzione al G7 per volontà della nera caciottara! Speriamo vada tutto in aceto! Tiè!

Mancanza




Me sto già a caga’ sotto…