giovedì 18 aprile 2024

Auguri Auguri Auguri!

 


L’anniversario
Sessant’anni di Nutella dalle Langhe al mondo “In quel barattolo c’è un po’ di felicità”

di MAURIZIO CROSETTI

ALBA – Sessantadue quintali di desiderio ci aspettano dentro il pentolone dei sogni. Tuffarsi lì, che meraviglia, che libidine, slurp, gnàm. E queste nuvole di cacao polverizzate nell’aria profumatissima che invade la città, cirri di nocciole volanti, cumuli di cioccolato vagante. Il regno di Nutella è sogno, sensualità, memoria, gusto, vista, tatto, olfatto, è il rombo dei tir che ogni giorno vanno e vengono dal cuore spalmabile delle Langhe e dell’Italia, da 60 anni esatti. Qui serve lo psicanalista, non il nutrizionista, per sbrogliare il cordone ombelicale che ci lega a queste fette di pane spalmate d’infanzia.
Era il 20 aprile 1964. Pioveva. Quel giorno uscì dalla fabbrica di Alba il primo vasetto (di vetro, così pretese Michele Ferrero, monsùFerrero, “il titolare” come lo avrebbero sempre chiamato i dipendenti) pieno di cioccolato quasi senza cioccolato, una mistura divina e molliccia dove la nocciola “tonda e gentile delle Langhe”, un nome che nemmeno Proust, faceva la parte del surrogato e dell’additivo sull’onda di un dopoguerra che ancora, in qualche modo, resisteva, nell’Italia in cui il cacao era stato un lusso per tempi immemorabili. Neppure il leggendario Ferrero avrebbe però immaginato, quel giorno, di cambiare il destino di milioni di persone, stendendo una crema che oggi vale 14 miliardi di euro di fatturato con un balzo del 10,4 per cento nell’ultimo bilancio. E se i vecchi operai dell’era dei pionieri venivano presi dai campi la mattina e riportati a sera con i pullman, in modo che nessuno dovesse lasciare la terra per la fabbrica, i loro moderni colleghi a ottobre si sono visti 2.450 euro in più in busta paga come premio di produzione. Lo diceva già l’invisibile titolare, il Salinger dei pasticcieri: «Io produco ricchezza da distribuire, e così dovrebbe fare la politica».

Mai un giorno di sciopero, operai e impiegati felici, il medico gratis, una Fondazione tutta per loro dove trascorrere la pensione tra arte e bricolage. Perché il lavoratore se è contento lavora meglio: lo pensava anche Adriano Olivetti,che da queste parti è un mantra mai nominato.
Quattromila “nutellisti” entrano ogni giorno nella fabbrica di cioccolato dove il loro Willy Wonka si chiama Giovanni Ferrero, figlio di Michele morto novantenne nel 2015, ed è l’uomo più ricco d’Italia, 39 miliardi di dollari di patrimonio, il triplo di Giorgio Armani che lo segue al secondo postomentre Piero Ferrari, il figlio del Drake, si deve accontentare di 7,6 miliardi. La Nutella è il liquido amniotico dei boomer dove da sei decenni galleggia una meraviglia. Ed è il collante dell’impero: mezzo miliardo di tonnellate l’anno, grosso modo il peso dell’Empire State Building. In 170 Paesi del mondo esiste memoria ancestrale della Nutella in una catena di mamme ebambini che non finisce mai. Un fenomeno che nel tempo ha figliato snack, biscotti (all’inizio introvabili sugli scaffali, e questo ha amplificato il desiderio) e poi muffin, croissant, gelati. Che mondo sarebbe senza Nutella non è solo un vecchio slogan, ma un’ottima domanda.

La pubblicità ha creato cucchiaiate di affezione senza confini, ora anche nei social e nel digitale dove poter creare i barattoli virtuali da scambiarsi, mentre una schiera di collezionisti lo fa con i vasetti vintage. Ma per capire davvero, bisogna venirci. Il viaggio nello stabilimento principe è un’esperienza, e non solo per il famoso pentolone che troneggia o per le cascate di ambrosia marròn. C’è da perdersi tra gli otto silos e le linee automatiche che setacciano e ripuliscono milioni di fave di cacao e nocciole, utilizzando anche gli scarti perché i piemontesi non buttano via niente. Ecco il mescolatore automatico degli ingredienti, la ricetta è nota, le dosi per la scioglievolezza mica tanto («È una fesseria, se lo sapeste vi mettereste a ridere» ripeteva monsù Michele), ecco i robot da 200 vasetti al minuto, ecco i microscopi per cercare batteri o salmonelle intrufolatisi eventualmente in paradiso. Ecco l’azienda dove ancora si parla in dialetto, forse la più “glocal” del pianeta, la Ferrero piantata sulle proprie radici come un noccioleto.
«Da sessant’anni diffondiamo sorrisi in tutto il mondo con passione, creatività e innovazione e continueremo a farlo», ha detto Giovanni Ferrero nel messaggio di compleanno per la sua crema universale. Lui che ha la stessa età della Nutella, essendo nato nel 1964 come Van Basten, Vialli e Mancini, non doveva essere male la luna dei battesimi, quell’anno. Lui, veramente, sognava di scrivere romanzi e viaggiare in Africa, ma la scomparsa prematura del fratello Pietro nel 2011, stroncato da un infarto in bicicletta a 47 anni, lo ha costretto a regnare. Giovanni Ferrero lo fa nello stile del padre, “esageroma nen”: nessuna passione per le cose materiali, non per le auto, le moto, le barche, le case, gli piace leggere, guardare la Juve e mangiare poco. Speriamo per lui che almeno non si neghi la Nutella.

Proprio il caso di dirlo

 


mercoledì 17 aprile 2024

Poema divino


«Bisogna essere sempre ubriachi.
Tutto sta in questo: è l’unico problema.
Per non sentire l’orribile fardello del tempo.
Del tempo che rompe le vostre spalle
e vi inclina verso la terra,
bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù,
a piacer vostro. Ma ubriacatevi.
E se qualche volta sui gradini di un palazzo,
sull’erba verde di un fossato,
nella mesta solitudine della vostra camera,
vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa,
domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, all’orologio,
a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme,
a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta,
a tutto ciò che parla, domandate che ora è;
ed il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio vi risponderanno
“È l’ora di ubriacarsi!
Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi;
Ubriacatevi senza smettere!
Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro.»

(Charles Baudelaire -Ubriacatevi)

Grazie John!

 


Boooom!!!

 

Uno smemorato Nato
di Marco Travaglio
Dopo giorni di tregenda e notti insonni per la dipartita di Amadeus dalla Rai, stavamo quasi per perderci le clamorose rivelazioni di Sergio Mattarella nel 75° compleanno della Nato. Che “non ha mai tradito l’impegno di garanzia per i 32 Paesi che ne fanno parte: uniti nella difesa della libertà e della democrazia”. Possono ben testimoniarlo i giornalisti e gli oppositori arrestati, i manifestanti repressi e i curdi bombardati nella Turchia dell’alleato Erdogan. Il Presidente, in vena di scoop, ha aggiunto che la Nato “non è mai venuta meno” alla “funzione deterrente di garanzia della pace in Europa” e a “regole e principi che trovano ancoraggio nella Carta dell’Onu” per “il diritto di tutti gli Stati all’autodifesa”, “a dispetto della retorica bellicista russa tesa ad attribuirle inesistenti logiche aggressive ed espansionistiche”. Certo, come no: la Nato è un’alleanza difensiva che attacca solo chi aggredisce un suo membro. Infatti nel 1999, senz’alcun mandato Onu, attaccò la Serbia di Milosevic che non aveva attaccato nessun membro Nato: oltre 2 mila morti, quasi tutti civili. Nel 2001, senza mandati specifici dell’Onu, invase l’Afghanistan dei talebani, che non avevano attaccato nessun membro Nato: oltre 200 mila morti, più 80 mila in Pakistan. Nel 2003, sempre senza avallo preventivo dell’Onu, Usa, Uk, Italia e Spagna invasero l’Iraq di Saddam Hussein, che non aveva attaccato nessun membro Nato: dagli 800 mila al milione di morti. Nel 2011, aggirando ancora l’Onu, la Nato bombardò la Libia di Gheddafi, che non aveva attaccato nessun membro Nato, ma fu messo in fuga dalle bombe e brutalmente trucidato.
Milosevic, Saddam e Gheddafi erano i migliori alleati della Russia in Europa, Golfo Persico e Nordafrica: infatti quei bellicisti dei russi si fecero l’idea che la Nato fosse un’alleanza offensiva contro di loro, che avevano sciolto il Patto di Varsavia nel 1991. Nel 1990 la Nato aveva pure promesso a Gorbaciov di non allargarsi di un palmo oltre il confine tedesco dopo la riunificazione delle Germanie. Poi purtroppo passò da 16 a 32 membri e nel 2008 annunciò l’ingresso di altri due vicini di casa della Russia: Ucraina e Georgia. Forse, mentre tutto ciò accadeva, Mattarella risiedeva su un altro pianeta o si occupava di giardinaggio? Macché: dal 1983 al 2008 fu deputato, poi giudice costituzionale e infine, dal 2015, capo dello Stato. Nel 1999, quando l’Italia partecipò ai 78 giorni di bombardamenti su Belgrado e il Kosovo, con 1.200-2.500 morti (quasi tutti civili) e fiumane di profughi, e chiamò la prima guerra in Europa dal 1945 “ingerenza umanitaria”, un certo Sergio Mattarella era vicepremier e subito dopo divenne ministro della Difesa. Ma magari era un omonimo.

L'Amaca

 

Un futuro illeggibile
DI MICHELE SERRA
Si sa che la burocrazia, in Italia, è una brutta gatta da pelare. E dunque una certa dose di solidarietà umana va destinata ad occhi chiusi alla società del gruppo Anas che dovrebbe occuparsi di costruire il famoso Ponte sullo Stretto. Non osiamo nemmeno immaginare gli espletamenti burocratici richiesti: nemmeno il pilone più alto, progettato dal più ardito degli architetti, sarebbe in grado di sorreggere l’immane scartafaccio che in caso di crollo potrebbe travolgere, da solo, Calabria e Sicilia tutte intere.
Detto questo, strappa un inevitabile sorriso scoprire che tra le richieste di chiarimento (quasi trecento…) avanzate dal solo ministero dell’Ambiente alla società Stretto di Messina, ce n’è una che recita così: “Molte tabelle dell’elaborato GER0330 relativo all’aggiornamento dello studio del traffico risultano materialmente non leggibili per problemi di caratteri”. Non abbiamo idea di che cosa sia l’elaborato GER0330, ma la sua illeggibilità ci affascina non poco.
Forse macchie di inchiostro (si è rovesciato un calamaio durante la prima stesura del progetto, che risale più o meno al governo Crispi)? Uso di un font sconosciuto, ispirato all’alfabeto dei sumeri o dei fenici? Incompatibilità tra i computer in dotazione nei diversi ministeri, tale da richiedere un interprete? O più banalmente il logorio del tempo, che ha irreparabilmente sbiadito alcune delle scartoffie che giacciono da decenni su questa o quella riva? E basterà cambiare la cartuccia della stampante, per rimediare? O sarà necessario riscrivere daccapo il GER0330, usando un font compatibile e fugando il dubbio che la sigla GER alluda all’età del progetto e sia un’abbreviazione di Gerontologia?