mercoledì 14 febbraio 2024

Un babbeo è per sempre!

 




Via l'Irpef!

 


Robecchi!

 

Il ritorno dell’Eiar. Pronti i cartelli in Rai: “Qui non si parla di politica”
di Alessandro Robecchi
Lei è poeta? Bene, allora faccia il poeta e non rompa i coglioni. In sintesi la serena posizione della destra fantasy al potere in Italia su argomenti come “arte e politica”, “arte e società” e altre questioncelle di cui si dibatte da alcune migliaia di anni è questa, come potete vedere, molto articolata. In confronto, le scritte nelle osterie ai tempi del Ventennio – “Qui non si parla di politica” – erano un trattato di densa complessità semantica. Ora no, niente di tutto questo, ora si va per le spicce, come dice il deputato Giorgio Mulè di Forza Italia: “A Sanremo si va per cantare”. Ecco, bon, finito. E se qualcuno, oltre a cantare (e magari pure cantando!) dice delle cose sul mondo – dall’immigrazione all’ambiente, dalla guerra al genocidio di Gaza, alla fame nel mondo, ai salari bassi – ecco che “è uno sproloquio”, oppure (per i più colti) “le cose vanno dette nel loro contesto”, oppure, “ecco vuole farsi pubblicità”, o ancora “non sa quel che dice”.
All’ultimo step c’è anche il non mettere in difficoltà la sora Mara Venier, poverina, che all’età di 73 anni, e installata in tivù da quando c’erano i tram a cavalli, si presta alla lettura di un comunicato Eiar sollecitato dall’ambasciatore di Israele per paura di non fare carriera. Cerchiamo di capirla.
Gli argomenti per dire ad artisti, cantanti, scrittori, registi e altri esponenti della cultura il classico e volitivo “Stai al posto tuo” sono numerosi e, ahimè, sempre gli stessi. Il primo e più gettonato è l’intramontabile “non è il momento”, “non è il posto giusto”, “il contesto non è quello adatto”. Insomma, come ha detto zia Mara, “Questa è una festa e si parla di musica”, mica di immigrati (questo zittendo Dargen D’Amico), anche se poi ha letto il famoso comunicato, che non parlava di musica per niente. E vabbè.
Poi c’è un altro classico e sempreverde manganello per chi si ostina a occuparsi del mondo oltre a cantare una canzone (come se cantare una canzone non fosse occuparsi del mondo, poi!), ed è l’accusa di guadagnarci qualcosa, di lucrare in popolarità. “Vuole farsi notare!”, è la terribile accusa, magari pronunciata da politici di seconda, terza e quarta fila che venderebbero la madre per veder pubblicata una loro dichiarazioncina con fotina annessa. Questo fa sempre molto ridere, perché di solito – come nel caso di Ghali – quello accusato di volersi fare pubblicità dicendo “cessate il fuoco” è già molto, ma molto, ma molto più popolare e noto del pupazzetto che si indigna. Seguendo lo stesso ragionamento potremmo dire che Mulè (e altri) si fanno pubblicità parlando di Ghali, sarebbe più sensato, perché sono in effetti meno popolari e molto meno amati dal pubblico.
L’ultima cartuccia per tenere gli artisti “al posto loro” se la giocano in molti, compresi corsivisti, commentatori e paraguru dell’informazione, ed è – nell’impossibilità di smontare l’argomento – l’operazione di svilire chi lo pronuncia. Insomma, siccome è difficile di fronte a un “Basta con il genocidio!” rispondere “No, no, avanti con il genocidio!”, si contesta la lucidità, o la conoscenza dei fatti, o l’autorevolezza di chi lo dice. Come se si dovesse essere chissà quanto autorevoli per dire che non bisogna assassinare donne e bambini. Insomma è una variante del “Che ne sai tu che fai il cantante!”, detto quasi sempre da gente che ne sa infinitamente meno, ma si adegua. Deve sembrare ai volenterosi censori un’arma invincibile e acuminata. Insomma! Che ne sa un cantante di genocidi? Chi si crede di essere, eh, la Corte dell’Aja? Ops…

Tutti Bonino!

 

Emma e Bonino
di Marco Travaglio
“Tutti in coda da Bonino. La gara dei ‘corteggiatori’”. A questa scena imbarazzante tipo Uomini e donne (manca solo Tina Cipollari) il Corriere dedica un’intera pagina, perché è roba grossa. La tronista radicale ha convocato il 24 febbraio in un centro congressi (si prevedono folle oceaniche) un plotone di corteggiatori, ansiosi di accaparrarsi i suoi milioni di voti per fare cappotto o almeno superare il 4% alle Europee: +Europa, Azione di Calenda, Iv di Renzi, il Pd di Schlein, i Verdi di Bonelli, i socialisti di tal Maraio. Tutti invitati dalla nota trascinatrice di masse, tranne uno: il solito fortunello Conte, escluso perché “i 5S hanno esordito col leader della Brexit Farage e votato contro il sostegno a Kiev”. E lei alla coerenza ci tiene. Pasionaria pacifista, ha sostenuto tutte le guerre Nato. E ha risieduto in Parlamento per 46 anni, dal 1976 al 2022: 11 legislature, di cui 8 in Italia e 3 in Europa, ora coi radicali, ora con B. (ai bei tempi di Previti e Dell’Utri), ora con Prodi nell’Ulivo, ora col Pd, ora col clericale Bruno Tabacci per non dover raccogliere le firme per il suo progetto anticlericale. Senza contare le sei o sette autocandidature al Colle, tutte fallite, e i vari incarichi di governo in Italia e in Europa. Franza o Spagna.
Il guaio è che, mentre lei riusciva sempre ad agguantare un seggio (tranne nel 2022), i suoi partiti variamente denominati (cambiano nome ogni due anni) finivano invariabilmente trombati: mai superata la soglia nazionale del 3% e quella europea del 4. Nel 2018, alle Politiche, tutti la davano per trionfatrice: fece il 2,55%. Nel 2019, alle Europee, tutti le vaticinavano strepitosi successi: fece il 3,09. Del resto già nel 2010, quando il centrosinistra la candidò a presidente del Lazio (rigore a porta vuota), riuscì a consegnare la Regione alla Polverini. Eppure tutti continuano a scambiare la nota frequentatrice di se stessa per una gallina dalle uova d’oro. Lei tronista e, ai suoi piedi, i corteggiatori attratti dalle sue messi di voti e dalla chiamata alle armi contro la “destra reazionaria e sovranista” che minaccia l’Ue. Nobile proposito, se non fosse che nel 1999 una certa Bonino, eletta a Strasburgo con altri 6 della Lista Bonino, formò il “Gruppo tecnico dei deputati indipendenti” con tutti i peggiori nemici dell’Europa: i 3 eletti della Lega Nord, quello del Msi-Fiamma Tricolore, i 2 fasci belgi di Blocco Fiammingo (poi sciolto dopo varie condanne per razzismo e xenofobia) e l’intera delegazione del Front National di Le Pen. Non la figlia moderata Marine: il padre fascistissimo Jean-Marie. Il leggendario “gruppo Bonino-LePen” fu subito sciolto perché illegittimo: primo e unico caso nella storia dell’Europarlamento. Chissà se le due Bonino si sono mai conosciute.

L'Amaca

 

Non chiamiamolo più primario
DI MICHELE SERRA
Ci sono numeri che colpiscono molto. Per esempio questo: la percentuale del Pil europeo del settore agricoltura e allevamento è l’1,5 per cento del totale. Poiché il Pil conteggia il valore economico dei prodotti e dei servizi, questo significa che, nella nostra economia, il valore economico del cibo è l’1,5 per cento del valore complessivo di tutti i beni e di tutti i servizi. Voi lo sapevate? Io no. E scommetto che una percentuale così irrisoria, 1,5 per cento, quasi nessuno di voi lettori poteva metterla nel conto.
Ovviamente questo può voler dire tante cose, anche positive. Per esempio, che la fame non è più il primo dei problemi, come fu per secoli e per masse enormi di persone. Ma può voler dire, anche, che un sistema nel quale produrre patate, nella scala dei valori, è assai più trascurabile e meno remunerativo che produrre (per fare un esempio stupido) una app di incontri, è un sistema “snaturato”, che ha perduto quasi ogni rapporto con il valore materiale delle cose.
Perché senza patate si muore; senza le app di incontri, con qualche sforzo, ci si incontra lo stesso.
Il solo aspetto univocamente importante e indiscutibile della “questione agricola” è dunque questo: che la questione agricola, al di là di ogni furbizia corporativa, ci costringe a una riflessione sulla nostra scala dei valori. I valori economici non dicono tutto sui valori morali, e questo già lo sapevamo; ma neppure sui valori materiali, ovvero sulla sostanza biologica del nostro esistere. Temo di averlo già scritto: ma chiamare “primario” un settore che, nella nostra prassi, arriva per ultimo, è una specie di ipocrisia. Dei contadini incazzati, la metà è una consorteria di assistiti furbastri. L’altra metà è quella che cerca di spiegarci che senza patate non possiamo più permetterci nemmeno mezza app.

E' lui!

 

Il Dietologo dei miei sogni! Il Nerone all’antincendio, lo Sgarbi in biblioteca, il Gasparri al Cern!




martedì 13 febbraio 2024

Volete rovinarvi la giornata?


Il paradosso della tassa sugli extraprofitti: grazie all’imposta le banche italiane hanno guadagnato 3-4 miliardi in più

di Andrea Greco

Gli istituti invece di versare l’imposta hanno optato per un incremento delle riserve, dimezzando così l’accantonamento sui crediti e facendo crescere ulteriormente gli utili. Extra guadagni dopo un anno già d’oro per i loro bilanci

MILANO – Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che volevano tassare i “profitti ingiusti” delle banche italiane, con la loro legge maldestra contribuiranno a far guadagnare 3-4 miliardi di euro in più al settore nel 2023. La scelta dell’opzione di creare riserve patrimoniali per 2,5 volte l’imposta dovuta, colta da tutti gli istituti, ha infatti consentito di dimezzare gli accantonamenti su crediti, e così accrescere gli utili d’esercizio per un 15% circa.

Un bonus piovuto sul bagnato, dopo che al traino dei tassi Bce i margini d’interesse realizzati dalle banche sugli attivi hanno prodotto utili netti di quasi 25 miliardi, circa due terzi più che nel 2022. Nei prossimi giorni le banche quotate a Piazza Affari pubblicheranno i fascicoli di bilancio, e si vedrà con chiarezza la “voce 30” che misura il margine d’interesse. Proprio l’incremento della “voce 30”, rispetto ai bilanci 2022 o 2021, determinerebbe l’imposta dovuta entro giugno 2024.

Tuttavia, dopo il negoziato estivo con i banchieri, di sponda con il Tesoro e la Bce che non hanno mai gradito la prima versione della misura, il 23 settembre il Tesoro introdusse l’opzione alternativa al pagamento: basta che le banche creino “una riserva speciale non distribuibile 2,5 volte superiore all’importo dell’imposta dovuta”. Chi in futuro vorrà distribuirla agli azionisti, ci pagherà sopra la tassa: altrimenti i soldi restano a rafforzare il patrimonio. Tutti gli istituti hanno scelto, come ovvio, questa strada.La “voce 30” dei vari istituti potrebbe presentare variazioni: dipenderà anche dai costi di finanziamento (molte banche a dicembre hanno restituito miliardi di fondi Tltro alla Bce, non più gratuiti dalle modifiche autunnali), e dell’effettiva consistenza dei portafogli in Btp, che gonfiano i margini.

Le stime iniziali

Dopo il blitz governativo dello scorso agosto, comunque, diversi analisti bancari stimarono possibili esborsi fino a 2,5 miliardi per il settore. E la stima, pur non confermata dal governo, fu avvalorata dalle cifre fornite da Intesa Sanpaolo (che indicò 828 milioni di imposta dovuta), Unicredit (440), Mediobanca (90), Banco Bpm (151), Popolare di Sondrio (43), Credem (38), Mcc (14 milioni), Mps (125), Bper (126) e Crédit Agricole Italia (87). L’aggregato della decina era quasi 2 miliardi, per un totale settoriale vicino ai 2,5 miliardi. A conti fatti, secondo qualche addetto ai lavori, il monte dell’imposta in teoria dovuta sarà un po’ più alto di 2,5 miliardi: e la “riserva non distribuibile” di 2,5 volte dovrebbe ammontare tra 6,5 e 7 miliardi per il settore.

Meno accantonamenti

Proprio la nuova riserva, che vale anche come argine a fronte dei rischi – e quello di credito è il maggiore - consente ora ai banchieri di limitare gli accantonamenti specifici a fronte di perdite su crediti. Sui conti 2023 delle cinque maggiori banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Bper, Banco Bpm) la voce accantonamenti è scesa del 47%, da 6,7 miliardi a 3,5 miliardi aggregati, pari a 3,2 miliardi di riserve in meno. Eppure i crediti deteriorati netti, come ha calcolato la First Cisl, per i cinque istituti sono scesi solo di 1,5 miliardi, l’8%. Anche il rapporto tra crediti deteriorati e totale attivo del sistema è stabile, sceso dall’1,5% all’1,4%.

Morale: c’è tale abbondanza di profitti che le banche possono agevolmente rimpinguare patrimonio e riserve - limitando le obbligatorie sui crediti grazie alla messe di miliardi stanziati per evitare la “tassa extraprofitti” - erogare dividendi e buyback da favola (il rendimento medio del settore eccede il 13% nel 2023). Comunque il “fieno in cascina” auspicato dal governatore Fabio Panetta al Forex per le vigilate dopo gli utili 2023 “anche di natura eccezionale”, è garantito: anche grazie alla norma del governo Meloni. Ma a ringraziare, finora, sono soprattutto gli azionisti bancari, a cui andrà oltre l’80% dei profitti bancari 2023.