domenica 17 settembre 2023

Trofeo

 


Ineccepibile analisi

 

Fuga dai talk show: nelle oasi di Rai&C. resiste l’Italia reale
BANDITI I FORMAT ADRENALINICI - Sveva Sagramola: “La società andrebbe rifondata, volta com’è alla prestazione, al giudizio, al successo”
DI DANIELA RANIERI
Ricomincia la stagione ansiogena e nevrotizzante dei talk-show: al noto copione – applausi erga omnes, decibel direttamente proporzionali alla significatività delle asserzioni, “io non l’ho interrotta lei non interrompa me”, iene belliciste pro-Nato, Calenda che ci spiega quanto Renzi sia inaffidabile, la Fornero alle 23:00, Cacciari che si incazza – si aggiungono i frutti della nuova egemonia di destra – fascistoni sdoganati, rimpasti di conduttori, generali che liberano il popolo dalle angherie di gay e africani, asseriti giornalisti in realtà cantori del governo, etc. Noi resistiamo come possiamo, assumendo ogni giorno un po’ di Tv calmante.
Supplisce ai tagli alla Ricerca l’ultimo baluardo di Illuminismo nel Paese: Ulisse, il piacere della scoperta, Rai1, spin-off filiale del Superquark della famiglia Angela (Piero e Alberto): qui savane, catacombe, laboratori di fisica, marmi, capitelli, mosaici, iceberg, stalattiti e stalagmiti neutralizzano manipolazioni linguistiche, razzismi, storytelling da strapazzo, complottismi, pensiero magico, emotainment, pseudoscienza, esoterismi da prime time, revisionismi storici. Resta in bocca il sapore di un mondo clemente che risponde a logiche razionali, guidato dal progresso e delle leggi di natura, in cui l’unico darwinismo ammesso è quello che libera dalla superstizione creazionista, non il darwinismo sociale neo-liberista sposato anche dalla destra degli (ex?) camerati missini. Qui il merito non è un’impostura per favorire amici e parenti stretti; qui le donne parlano di nanomolecole, Alessandro Barbero rimette a posto la Storia, i Numi non sono pastorizzati: spira nell’aria un po’ di verità.
Il servizio pubblico si riscatta da cadute servili e kitsch (“Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è giunta…”, Tg1) anche con Geo, Rai3. In onda dal 1984, Geo è il miglior programma della televisione italiana. Se Ulisse risente ancora del fascino del merito come standard stabilito dalle élite e del progresso come inevitabile sbocco dell’umanità, Geo è laico, lirico, realista. Sveva Sagramola, una delle poche persone famose stimabili in Italia, tornando dopo la pausa estiva ha detto: “La società andrebbe rifondata, volta com’è alla prestazione, al giudizio, al successo”. Geo, dice il sito della Rai, tratta di ambiente e natura, ma in realtà parla di giustizia e felicità, di come le persone e le società cercano di vivere il meglio possibile. I suoi documentari hanno qualcosa di atemporale, ricordano la poesia dell’Intervallo di Raitre, quel magnetico “nulla a procedere” televisivo che era tecnicamente un vuoto di palinsesto, clemente e magico, e sono girati da registi sensibili (come Francesco Cordio e Olivella Foresta). Il meteorologo Filippo Thiery non fa “previsioni del tempo”, ma brevi lezioni di climatologia sul legame tra le manifestazioni attuali del clima e l’azione umana. A Geo l’Italia è fatta di paesini dell’Appennino, borghi di pietra, feudi, chiostri, dolci colline bolognesi, sciare di pietra lavica sotto l’Etna, dove vivono – altrimenti invisibili perché analogici, immuni dalla seduzione dei social – giovani pastori fuggiti dal lavoro cognitivo, casari che fanno il cacio nelle malghe, anziani di Civita Castellana, monaci buddisti, signore che studiano i pipistrelli, artigiani del ferro. Speriamo non si accorgano mai, al governo, che a Geo si parla di rapporti sociali e di produzione, agricoltura sostenibile, Sanità pubblica, Scuola, Ricerca, cambiamento climatico, diritti, giusti salari, lavoro: in definitiva di lotta di classe (lo affideranno a Nunzia De Girolamo?).
Svolgono un’azione lenitiva intensiva anche alcuni programmi di Food network, canale tematico sul cibo dove si cucina e si mangia tutto il giorno, nel complesso cimento della Tv di suscitare televisivamente (da lontano, mediante l’occhio) l’ineffabile senso del gusto raccontando la cultura culinaria dei popoli.
Tra i cuochi vip da milioni di copie e visualizzazioni (Cannavacciuolo, Benedetta Rossi) e format adrenalinici e studiatamente trash (Camionisti in trattoria), il nostro programma preferito è Ricette del convento, condotto da veri frati domenicani dalle cucine di San Martino delle Scale, vicino a Palermo. “Un viaggio tra i sapori antichi che profuma di spiritualità”, recita il claim, e sembra davvero, in quella mezz’ora, che il mondo si riallinei a un gradiente di decenza e gentilezza. Ricette del convento è l’anti TikTok: lentezze tecniche per estenuanti tagli di ortaggi; pentole vecchie, spaiate dai coperchi; verbi intransitivi col complemento oggetto (“esco i broccoli dall’olio”); un grande camino tra Verga e il romanzo russo. Il frate giovane, don Salvatore, dà del lei al più anziano, Don Anselmo, e si ringraziano sempre a vicenda; bravissimi a friggere melanzane, che chiamano “melenzane” (la “mela insana” nel Medioevo, spiegano, immangiabile cruda), fanno il biancomangiare catanese e il pollo alla birra, i broccoli fritti e la caponatina,
e intanto raccontano la storia sociale dei cibi, finché l’assaggiatore, un corista gregoriano, gusta il frutto della terra coltivata, che sarà consumato dai confratelli nel refettorio foderato di legno, stupendo. Simile è La cucina delle Monache, dal monastero benedettino S. Anna, a Bastia Umbra, “dove si coltiva la mente, l’anima, la terra e la cucina”. Quattro suore – una ex cestista (“ero destinata alla nazionale di pallacanestro, ma ho scelto di essere un’atleta del Signore”), un architetto, una napoletana con 4 lauree e una giovanissima psicologa – collaborano, fanno l’orto, cucinano e mangiano con cuore lieto, come prescrive il Siracide.
Dotato di una sua qualità balsamica è Cucina economica: da una casa in stile parigino molto cozy, una signora raffinata parla moltissimo e cucina risparmiando, stante un Isee presumibilmente alto, da zona Brera/Bosco Verticale di Milano, stile personaggio di Laura Morante, molto decorosa in senso borghese, forse con figli educatissimi e marito in viaggio di lavoro. Un lieve jazz impuntura i passaggi da un tegame all’altro. Si capisce che la chef, al secolo Csaba dalla Zorza, usa ingredienti economici non perché non abbia i soldi, ma perché è coscienziosa, per non dire un po’ tirata (forse più che Cucina economica è Cucina taccagna).
Ipnotica anche la suddetta Benedetta Rossi, che ha esportato in Tv i suoi seguitissimi video su YouTube di ricette caserecce, girati dal marito nella cucina dell’immensa tenuta con casale nelle Marche (se la signora di Cucina economica è ricca di famiglia, Benedetta rappresenta gli arricchiti, il suo è il lusso di chi ce l’ha fatta, in questo nostro strano Paese dove si diventa famosi con poco o si vive nell’ombra per una vita intera).
Insomma, il mondo, la politica e la società possono essere compresi anche con mezzi alternativi ai talk show (lo diciamo noi, da osservatori e fruitori compulsivi; non si azzardino a dirlo i politici, garruli e fatui nel saltare da uno studio televisivo all’altro, pronti a sparare contro i superstiti programmi d’inchiesta come Report e Presa diretta perché mal sopportano chi li controlla).

Prevedo che sarà così!

 

Mi scappa il golpe
di Marco Travaglio
Sono tornati. Quelli del Partito dei Padroni fanno sempre così: per qualche mese si rassegnano a quei noiosi fastidi chiamati democrazia, elezioni, popolo sovrano, Costituzione. Poi è più forte di loro: gli scappa il golpe bianco. Non lo fanno apposta: ce l’hanno nel Dna. Non sopportano che governi chi è stato eletto da milioni di persone, a meno che non lasci comandare loro, che sono una dozzina (i voti non li contano: li pesano). Per un po’ lusingano e minacciano ogni nuovo premier o nuovo leader con i loro giornaloni, per vedere se obbedisce. Poi basta che quello prenda una posizione autonoma, senza chieder loro il permesso, e partono all’assalto per buttarlo giù. A Renzi non accadde perché da rottamatore si tramutò subito in restauratore, infatti fu il popolo a cacciarlo. Accadde a Salvini, ma solo per i primi sei mesi di governo gialloverde, quando votò Rdc, dl Dignità e Spazzacorrotti: poi sposò Tav, Benetton, prescrizione, precariato e divenne il loro idolo. Accade da cinque anni a Conte, che non obbedisce su nulla, infatti ha subìto una dozzina di Conticidi tentati e uno riuscito. Ora tocca a Meloni e Schlein, incensate per mesi perché non cambiavano nulla (a parte le proprie idee) e ora lapidate: la premier perché si permette un micro-prelievo alle banche e non si genuflette al Mes; la segretaria Pd perché stringe l’alleanza coi 5S e riscopre un po’ della sua vocazione antimilitarista.
È il destino di chiunque tenti la benché minima deviazione dall’ortodossia dei padroni italiani, europei e americani. Che hanno sempre pronto un governo tecnico guidato da loro per ribaltare il voto “sbagliato” del popolo bue (i veri fascisti danno sempre dei fascisti agli elettori). L’ultima reincarnazione del golpe si chiama “partito dell’Europa”: lo lancia su Rep Stefano Folli, la cantatrice calva (col riporto) dei padroni. Dice che la Meloni era partita bene, col presentat’arm a tutti gli establishment; poi ha bestemmiato i dogmi del Mes e di Gentiloni (parlandone da sveglio), s’è ricordata perché ha vinto le elezioni e ora “i centri in cui si decide la politica dell’Unione” (di solito logge o caveau) sono “insofferenti”. Anche con l’“opposizione Schlein-Conte”, che cresce nei sondaggi, ha azzeccato la campagna sul salario minimo, ma vuol dare i soldi ai poveri anziché ai ricchi, ai ladri e ai mercanti d’armi, quindi raus. Al posto della destra e del centrosinistra, il Folli invoca un appetitoso “partito dell’Europa… I nomi sono quelli di Gentiloni, Monti e per certi aspetti lo stesso Draghi, fautori dell’ortodossia europeista proiettata in avanti”. Gnamm. Bisogna “tenerne conto” anche se è “un partito senza voti elettorali” (sic). Il fatto che non abbia un voto sembra un handicap, invece è un vantaggio. Perché il popolo è populista.

L'Amaca

 

La rivoluzione dei capelli
DI MICHELE SERRA
Arrestare un padre per impedirgli di andare sulla tomba della figlia nell’anniversario della sua morte, è un gesto così vile che perfino un regime forsennato come quello iraniano avrebbe potuto avere qualche esitazione: è una sporca figura, e mezzo mondo può conoscerla e giudicarla. Invece lo hanno fatto, e a un anno dal martirio di Mahsa Amini, ammazzata di botte dalla Polizia Morale (istituzione abominevole a partire dal nome), la teocrazia degli ayatollah continua a trattare il suo popolo come un gregge da tenere sottomesso oppure da indirizzare al mattatoio, sparando sulla folla, facendo sparire gli attivisti democratici, uccidendo i propri figli.
Va ricordato — perché, anche se lo sappiamo da tempo, suona incredibile ogni volta che lo si ripete — che in quel paese si può morire, se si è donne, perché si mostrano i capelli.
Così accadde alla ragazza curda Mahsa, che di quel gesto così semplice, così normale, seppe fare un gesto politico e contagioso.
Capelli come bandiere.
Quando mai vinceranno, le ragazze iraniane, le loro famiglie, i loro amici, i milioni di cittadini di quel paese esasperati dalla tenebrosa stupidità della teocrazia e dei suoi servi armati, lo avranno fatto nel nome di princìpi talmente basilari, talmente ovvi, che la loro rivoluzione passerà alla storia non solo per essere stata la più giusta del mondo, ma anche la più naturale. Lungo le strade di quelle città, per molti anni, sarà impossibile incontrare una donna con i capelli sciolti senza ricordarsi che c’è stata una rivoluzione, e ha vinto. Senza bisogno di manifesti e di coccarde, senza baionette, senza armi, ogni corpo di donna a capo scoperto sarà un corpo uscito di galera.