domenica 10 settembre 2023

Con Moni

 


Gran bella serata quella di ieri ad Arcola, con la presenza di Moni Ovadia che ci ha intrattenuto commentando l'enciclica di Papa Francesco, Laudato Si', sul tema della natura e della nostra collocazione sul pianeta. Unico neo, al termine dello spettacolo, la domanda di uno spettatore che, facendo riferimento alla Palestina, adombrava poca reazione di Moni in merito ale problematiche legate alla situazione tra  israeliani e palestinesi. "Perché me lo domanda?  - gli ha gridato Moni - Perché sono ebreo? Ma lo sa lei che io non posso entrare in Israele per le mie posizioni sulla Palestina?" E se ne è andato scocciato.  

sabato 9 settembre 2023

Luna Park

 

Campionati Juniores
di Marco Travaglio
Si è scritto tanto sull’ironia della Storia. Ma quella della cronaca, allora? L’altroieri il governo annuncia l’ennesimo giro di vite da grida manzoniana: manette più facili, pene più alte, divieti assortiti fra cui quello credibilissimo di usare il telefono, multe, Daspo, ammonimenti, revoche di patrie potestà e altre trovate “securitarie” (quelle che spacciano per sicurezza nei fatti la rassicurazione a chiacchiere). Il tutto riservato ai minorenni: baby pusher, baby bulli, baby gang, baby delinquenti, baby doll, soprattutto se non condannati in via definitiva. Per i maggiorenni, purché ricchi e/o potenti e/o famosi, meglio se pregiudicati e detenuti, la pena massima resta il Parlamento. O, per i più sfortunati che non possono più entrarci perché condannati a più di 2 anni, la libertà di girare e fare i loro porci comodi. Proprio mentre il governo partoriva la “stretta” per gli juniores, due bei seniores provvedevano a rammentarci come funziona la giustizia all’italiana. Uno è Denis Verdini, suocero del vicepremier Salvini, ex senatore berlusconiano e poi, per coerenza, filorenziano. Condannato in Cassazione a 6 anni e mezzo e in appello a 5 e mezzo per due bancarotte fraudolente, dovrebbe essere in galera. Ma nel 2021, dopo appena 91 giorni, il giudice di sorveglianza lo scarcerò d’urgenza da Rebibbia perché era un “soggetto particolarmente vulnerabile al contagio da Covid” e occorreva “tutelare in via provvisoria la sua salute”. Lo stesso contagio lo rischiavano gli altri 1.200 ospiti del carcere, ma non si chiamavano Denis né Verdini, dunque restarono dentro. Da allora, il nostro eroe è ai domiciliari a Firenze, ma il Tribunale di sorveglianza gli concede di andare a Roma 3 volte a settimana per visite dentistiche (a Firenze, si sa, non esistono dentisti). E lui, già che c’è, nel tragitto incontra il sottosegretario Freni (leghista come suo genero), manager Anas e l’ex deputato e imprenditore pregiudicato Bonsignore. Cioè viola le pur generose prescrizioni per infilarsi – sostengono i pm – in nuovi traffici. Uno si aspetta che lo rimettano in carcere, come gli evasi normali. Invece lo indagano, ma rimane a casa sua.
L’altro è Salvatore Buzzi, già ergastolano per omicidio, poi graziato, ricondannato a 12 anni e 10 mesi definitivi per le corruzioni di “Mondo di mezzo”. Secondo calcoli e ricalcoli, dovrebbe star dentro fino al 2028. Invece è uscito dopo un solo anno: la Cassazione ha scoperto che, essendo alcolista, aveva iniziato la riabilitazione proprio sette giorni prima del verdetto definitivo; ergo il suo arresto fu illegittimo, perché non gli diede il tempo di chiedere di andare in comunità. Resta da capire cosa debba fare di più un povero delinquente Vip per finire in galera e restarci. A parte tornare bambino.

L'Amaca

 

Come si dice in russo?
DI MICHELE SERRA
Per vincere, tra gli altri, un concorso di “coadiutore parlamentare” al Senato bisogna essere bravi, e certamente lo è Irina Osipova, italo-russa, interprete di lungo corso (è stata con Salvini e Savoini a Mosca) e fervente patriota putiniana. Non è dunque giusto metterla tra i miracolati dell’avvento di Meloni a Palazzo Chigi, che a frotte occupano posti pubblici di ogni ordine e grado, e nei palinsesti Rai, con grande sprezzo del ridicolo, annunciano le loro trasmissioni “contro corrente” proprio mentre navigano trascinati dalla corrente, come canoisti vittoriosi.
Non faremo a Osipova questo torto: ha sicuramente ciò che si è meritata studiando, lavorando e viaggiando. Ci permettiamo, però, questo piccolo appunto. La frase “non parlo con i giornalisti”, che le è attribuita non da un cronista d’assalto, ma dalla neutrale agenzia Adn-Kronos, non è ammissibile. Lo è in Russia, dove non parlare con i giornalisti, per altro, è più semplice: o sono in galera, o sono sottoterra, o sono in regola con il catechismo nazionalista di Putin. Ma non lo è in Italia, specie se si è dipendenti del Senato della Repubblica.
Qui c’è la democrazia, parola che Osipova sa sicuramente tradurre in russo. E se è certamente vero che alcuni giornalisti sono rompiscatole, altri scorretti, è pur vero che alle domande, qui da noi, si risponde, specie se la domanda è lecita: “come si sente, un’attivista putiniana, da dipendente di una Repubblica che non incarcera e non avvelena gli oppositori?”. Ci scusi il disturbo, Irina, e buon lavoro.

venerdì 8 settembre 2023

Filo e Filo



Pur essendo lampante l’aggressione, il sig Podolyak si dovrebbe esimere dal sparare cazzate. Dare del filorusso al Papa equivale a manifestare le proprie lacune mentali. Viceversa perseguire maldestramente l’obiettivo di allargare il conflitto, potrebbe sottendere l’ipotesi di essere filoimbecilli.

Qui ad Alloccalia!

 

Il conflitto d’interessi delle tv rende il premierato una follia
DI GIANDOMENICO CRAPIS
Il premierato, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è la proposta della destra in tema di riforme elettorali. Renzi è d’accordo, of course. Non altrettanto il resto dell’opposizione, che afferma che una norma simile azzopperebbe il ruolo del capo dello Stato. Be’, non sarebbe il solo motivo per dire no. Forse c’è anche dell’altro a controindicare una terapia del genere per la democrazia italiana: magari un sistema mediatico devastato dal conflitto d’interessi e da un servizio pubblico collocato nelle mani del potere di turno.
Però torniamo all’elezione diretta del premier. C’è o no il problema di un oligopolio dove la metà delle tv generaliste è in mano al leader storico della destra e ora, dopo la sua scomparsa, a un gruppo fortemente legato alla sua eredità politica? Si potrebbe obiettare che adesso che Berlusconi non c’è più, Mediaset potrebbe diventare un network meno politicizzato, più pluralista. Nonostante le scelte di Pier Silvio, noi pensiamo che non sarà così: Mediaset subirà solo un restyling che la renda più presentabile. Del resto resterebbe sempre l’impresa del fondatore di Forza Italia, e le radici non si recidono. Ma anche se ciò accadesse rimane il problema di un’impresa che da sola sarebbe in grado, con la sua potenza di fuoco, di condizionare pesantemente i cittadini, ancor di più in una competizione con voto diretto per la scelta del premier. Un gruppo che per giunta non risponde a nessuna commissione di vigilanza e che ha dimostrato più volte noncuranza per le sanzioni dell’Autorità, spesso solo annunciate e mai erogate come alle Politiche del 2022.
La conferma del lavoro politico di Mediaset a favore della destra e di Forza Italia sono da decenni i rendiconti Agcom sulle esposizioni dei partiti e dei loro esponenti nelle reti, testimonianza inoppugnabile di un legame mai interrotto. Ma senza andare molto indietro nel tempo, qui basti richiamare i dati messi a disposizione dal Garante per il mese di luglio. Ebbene il Tg5, il secondo organo d’informazione del Paese, è quello dove Forza Italia primeggia più che in tutti gli altri tg con il 17% del parlato, dove la Meloni raggiunge la percentuale monstre del 29% del tempo di parola, dove governo e maggioranza arrivano quasi al 70%. Nei programmi, stesso discorso: a Canale 5 Forza Italia è il partito più rappresentato e il 19% di parlato concesso ai suoi esponenti è un record tra le reti. Naturalmente c’è pure la Rai, di cui con le leggi vigenti il governo di turno può controllare una parte importante. Cosa succederebbe se domani dovessimo eleggere il premier con voto diretto dei cittadini? Se al governo ci fosse la destra, potrebbe disporre di almeno due tg pubblici, dei tre tg privati e della maggior parte dei talk pubblici e privati per ‘spingere’ il proprio candidato; se al governo ci fosse la sinistra potrebbe contare al massimo su parte della Rai e forse qualche talk di La7, ma non è detto, perché i giornalisti progressisti, a differenza di quelli di orientamento opposto, hanno sempre fatto le bucce alla loro parte di riferimento. Infine c’è un ultimo scenario: Mediaset passa di mano. Il nuovo proprietario a questo punto potrebbe essere tentato anch’egli di scendere in campo, o magari di scegliersi un candidato da sponsorizzare per l’elezione diretta; o, nella migliore ipotesi, potrebbe disporre di uno strumento micidiale (una ventina di canali tra generalisti, digitali e pay) per condizionare gravemente la politica. Premierato, sindaco d’Italia: ma di cosa parliamo?
P.s.: ci sarebbe piaciuto vedere Schlein e Conte, in occasione delle ultime nomine Rai, evitare il ballo delle sottopoltrone, rifiutandosi, come fece Bersani nel 2012, di sedere al tavolo, magari scegliendo la mobilitazione e la denuncia per stigmatizzare quanto stava accadendo.

Mi facci il piacere!

 

Ah, anche generale!
di Marco Travaglio
Ci vorrebbe la signorina Silvani, musa di Fantozzi, per commentare le quotidiane esternazioni del generale Vannacci, che spaziano su tutti i temi dello scibile, anche perché i giornalisti (si fa per dire) lo interpellano su qualunque evento dell’orbe terracqueo con l’aria devota di chi consulta un oracolo, trasformandolo in un incrocio fra la Pizia di Delfi, Nostradamus, Draghi e Brian di Nazareth. Nel suo famoso libro (ah, anche scrittore!), il Vannacci ci aveva già illuminati sui tratti della pura razza italica (ah, anche etnologo!), l’anormalità dei gay (ah, anche sessuologo!), la devianza dei vegani (ah, anche dietologo!), il sangue di Enea, Romolo, Cesare, Dante, Fibonacci, Leonardo, Michelangelo, Galileo, Mazzini, Garibaldi e altri nelle sue vene (ah, anche storico ed ematologo!), la separazione fra bagni maschili e femminili onde evitare “batacchi” nei secondi (ah, anche igienista e cessologo!), il diritto di scannare chiunque si avvicini a casa tua (ah, anche criminologo!), nonché contro gli asili nido (ah, anche neonatologo!), la “lingua asessuata” (ah, anche linguista!), gli occhi a mandorla e il riso alla cantonese (ah, anche sinologo!), la dittatura dei social (ah, anche massmediologo!) e dei vaccini (ah, anche epidemiologo e virologo!), l’ideologia ambientalista (ah, anche climatologo!), i poveri col Rdc (ah, anche economista!), Bella Ciao e Achille Lauro (ah, anche musicologo!), la raccolta differenziata (ah, anche ecologo!) e il salvataggio dell’uccello fratino (ah, anche ornitologo!).
Ma alcuni rami della scienza restavano colpevolmente fuori dal suo raggio d’azione. Così l’Adnkronos gli ha chiesto di Paola Egonu che lascia la Nazionale di volley e lui non s’è sottratto: “Se ha deciso così avrà le sue ragioni. La meritocrazia è il giusto criterio” (ah, anche commissario tecnico!). Folgorati da tanta originalità, l’han subito invitato a Fuori dal coro per auscultarlo sui migranti e neppure lì ha deluso le attese: “Chi ha voluto evitare l’immigrazione l’ha evitata” e ha citato il Giappone e l’Australia, che sono isole e non affacciano sull’Africa, ma fa niente (ah, anche sociologo delle migrazioni!). Ora sarebbe terribile se la solita censura lo silenziasse, orbandoci di una competenza così enciclopedica. Vogliamo Vannacci in giuria allo Strega e al Campiello (dopo averli vinti, ovvio), a Miss Italia, a Sanremo, a X-Factor e pure a Castrocaro. Vannacci che svela i segreti di Ustica (senza offesa per Amato), di Bologna e del delitto dell’Olgiata. E soprattutto Vannacci che invita la signorina Silvani a una romantica colazione da “Gigi il Troione” declamando La canzona di Bacco di Lorenzo il Magnifico, mentre lei sputa nel mascara e commenta trasognata: “Ah, anche poeta!”.

L'Amaca

 

Ammazzare la libertà
DI MICHELE SERRA
Non siamo equi, no che non lo siamo. Confesso che le morti violente di Marisa Leo, che faceva il vino in Sicilia, e di Giogiò Cutolo, che suonava il corno a Napoli, mi hanno ferito più di tante altre simili. L’offesa al talento, all’autonomia, alla costruzione di cose belle ha un suo specifico valore distruttivo, degenerativo. È il brutto e l’impotente che cancellano il bello e il potente, nell’illusione di soverchiarli.
Gomorra che calpesta tutto ciò che non lo è.
Il sorriso strepitoso di Marisa, i suoi post così intelligenti e amari (leggeteli!), la vocazione di Giogiò per la musica – quel corno lucente portato dalla madre al funerale, suonato con disperata dolcezza accanto alla sua bara – sono una bandiera. La si vede sventolare anche dopo che qualche maschio grezzo e disperato, nell’uno e nell’altro caso, l’ha abbattuta a calci, a pistolettate, a fucilate.
Femminicidio a Trapani, ragazzicidio a Napoli, unisce le due morti la cancellazione feroce della libertà di esprimersi, di fare progetti, di dimostrare padronanza. L’assassino di Napoli è l’ennesimo povero servo della cultura guappa, miserabile e conformista; l’assassino in Sicilia è l’ennesimo povero servo della cultura del maschio proprietario, che ha dominato il mondo per millenni, e ancora pretende di farlo. Le due vittime avevano in comune un aspetto insopportabile per i violenti: erano libere. La violenza si fonda sulla sottomissione. Odia la libertà.