venerdì 1 settembre 2023

Vergognosamente



Da quando l’evoluzione ci ha permesso di pensare e di credere, palesemente ad minchiam, che possiamo permetterci di fare il bello e cattivo tempo sulla natura essendo, e ce lo diciamo tra di noi, la specie sapiente, e guardando gli eclatanti danni ecologici sembrerebbe proprio di no, ci siamo auto convinti di poter vietare agli animali di vivere secondo la loro essenza, perché ciò comporterebbe fastidì alla specie eletta, che siamo noi e che ce lo diciamo tra di noi. E quindi il gran coglione che ha ucciso l’orsa Amarena, ha deciso a nome di tutti che l’orsa dove essere assassinata perché…viveva da orsa! Non lo avvertiamo, chiaramente, ma è molto probabile che il regno animale, assieme a quello vegetale, all’unisono ci stiano invitando ad andare a cagare, noi e tutti i nostri comportamenti da regnanti di ‘sta minkia, che in verità ci riducono ad un’accozzaglia di beoti dediti alla prevaricazione sull’altro, natura compresa. 

Lettera alla Dea Eupalla

 





Gentilissima Dea Eupalla,

le scrivo queste elucubrazioni riferendomi al suo rinomato sarcasmo, per cui ha organizzato un girone di Champions apparentemente infernale, nella realtà placido per noi che per antonomasia siamo il Diavolo padrone dei suoi possedimenti.

E se ha voluto da un lato donarci l’incommensurabile gioia di riabbracciare nel Tempio quel Paperumma per il quale già stiamo sottoponendoci ad estenuanti gargarismi per ringalluzzire le nostre fauci al fine accogliere degnamente Topo Gigio, dall’altra ci sottoporrà, mi permetta, ad un inusuale cocktail di emozioni e struggimenti allorché tornerà alla Scala il Figlio amato, Sandro Tonali, e per di più in maglia bianconera!

Saremo sottoposti ad uno stillicidio di sentimenti, di ricordi, di affetto nel vederlo danzare nel prato storico quale avversario di gran classe!

Carissima Dea Eupalla! Vorremmo infine chiederle se il citato ritorno possa ingraziarci al suo nobile sguardo, agevolando il volo che supponiamo maestoso verso il primo giugno 2024, allorché la già tanto conquistata Coppaconleorecchie ritornerà in palio nel sontuoso stadio albionico.

Salutandola con smisurata riverenza, le porgo i più cordiali saluti.                                                                                     Un umile tifoso .  


Siamo noi!




Farò

 

La Repubblica di Farò
di Marco Travaglio
A Caivano, una volta tanto, la Meloni ha detto poche parole impeccabili, diversamente dalla catastrofica trasferta a Cutro. Anche se ha tenuto distanti i residenti e i giornalisti. E, come sempre, è stato perfetto Mattarella a Brandizzo. Né la premier né il capo dello Stato potevano far nulla per evitare gli stupri e la sciagura ferroviaria. Ma rappresentano lo Stato: era doveroso che fossero lì e parlassero così. Il guaio è che ormai, dinanzi a drammi tanto terribili e ricorrenti, anche le parole più appropriate suonano vuote e inutili. I cittadini non credono più a nulla e a nessuno per i troppi proclami, promesse e moniti seguiti dal nulla. Infatti votano (se votano) per la novità del momento, nella speranza (se ce l’hanno) che sia meglio della novità precedente. Ci sarà un motivo se dal 1994 in Italia (nel resto d’Europa non è così), a ogni elezione, la maggioranza di governo perde e la minoranza vince. Ieri Maddalena Oliva ha raccontato l’eterna ri-scoperta del buco nero Caivano ogni volta che qualche vittima ci finisce dentro. Lo stesso si può dire di disastri ferroviari, terremoti, alluvioni, incendi, frane e altre sciagure “naturali” aggravate dall’incuria politica e mediatica. I giornali parlano di “disastro annunciato”, le autorità vengono contestate (o applaudite dalle loro claque), ammettono con aria contrita che “lo Stato ha fallito”, promettono che “non si può morire così”, “non accadrà più”, “non abbasseremo la guardia” o altre frasi fatte, salvano la faccia (e spesso pure la pelle), poi spariscono dai radar.
Trovare le parole in tanto dolore non è facile per nessuno. Ma non è detto che si debba trovarle: per cambiare un po’ le liturgie funebri di Stato si potrebbe anche invertire l’ordine consueto e non parlare proprio. Anziché dire “farò”, parlare solo quando si è fatto. E intanto ascoltare i cittadini. Poi, se proprio si deve parlare, confessare qualche errore. Per esempio ammettere che l’abolizione del Reddito di cittadinanza non c’entra nulla con gli stupri a Caivano, ma c’entra molto col baratro che attende quei disperati senza lavoro né speranza, che dal 2019 sentivano la presenza dello Stato perché avevano visto un governo occuparsi di loro in quanto persone, non numeri o categorie burocratiche (gli orrendi “occupabili”), chinarsi sul loro dramma, renderli protagonisti e cambiare in meglio le loro esistenze. Ecco, se la Meloni si fosse battuta il petto per quella scelta sciagurata impegnandosi a rivederla, sarebbe uscita da Caivano in trionfo. Come Mattarella da Brandizzo, se avesse promesso di non firmare mai più privatizzazioni di beni comuni, tagli ai servizi pubblici e “semplificazioni” di appalti e subappalti che ingrassano ricchi, potenti, corrotti ed evasori e ammazzano la povera gente.

Previsione

 




Solitudine

 


Teoria per Joe!

 


Se questa teoria fosse fondata, allora discenderemmo tutti da 1280 Homo Ergaster stanziali in Africa... capito babbei? E tu povero ominide, come ti chiami? Ah si Joe Formaggio! Studia somaro!

Quei mille primitivi che salvarono l’umanità dall’estinzione
Nelle prime glaciazioni, 900 mila anni fa, rimasero solo 1.280 individui in età fertile. Per colpa del clima. A rivelarlo è uno studio su Science
DI ELENA DUSI
Abbiamo un grande cervello, certo. Ma il cammino dell’umanità è stato tutt’altro che una marcia trionfale. Per un momento ce la siamo vista così brutta da aver sfiorato concretamente l’estinzione. Se quei 1.280 individui del genere Homo infreddoliti, senza acqua né cibo, non fossero riusciti a superare i tempi duri di una delle prime glaciazioni, 900mila anni fa, noi oggi non saremmo qui. E la storia della Terra sarebbe molto diversa.
L’asprezza di quel clima ha lasciato una traccia nel nostro Dna. Uno studio suScience parte dalla variabilità genetica degli esseri umani di oggi per risalire a ritroso nel tempo, lungo la doppia elica dei nostri antenati. Durante l’era glaciale del Pleistocene inferiore-medio, 900mila anni fa, il patrimonio genetico di Homo diventa così sottile da avvicinarsi all’estinzione. «Non ci stupisce. I reperti di quel periodo sono rarissimi », spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo dell’Università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, uno degli autori diScience .
Abituato a dissotterrare fossili, Manzi e il collega di una vita Fabio Di Vincenzo, curatore della sezione antropologica del Museo di Storia naturale di Firenze, si sono ritrovatiin squadra con colleghi cinesi esperti di genetica e bioinformatica. «Siamo diventati amici», racconta Manzi. Insieme, terra e silicio hanno ricostruito quegli anni che avrebbero potuto ribaltare il corso della storia.
«Glaciazione vuol dire freddo in Europa – spiega Manzi – dove infatti perdiamo le tracce dei primi abitanti. Ma anche in Africa non mancano i problemi: clima arido, scomparsa della vegetazione e delle prede». Per quelle bande di cacciatori e raccoglitori, divise in gruppi di 20-30 individui, attente a distanziarsi per non dover condividere il territorio, sopravvivere diventa arduo. Il 98,7% di loro muore. Il manipolo dei 1.280 sopravvissuti si accoppia al suo interno, compromettendo ancor più la salute della specie. Arranca e si aggrappa sull’orlo del baratro per oltre 100mila anni, poi la glaciazione allenta la sua presa. «Possiamo immaginare cosa avviene allora», prosegue Manzi. «Uno dei gruppi si espande più degli altri. Come per gemmazione, da una banda di 20-30 individui Homo riprende a crescere. Ricominciano gli accoppiamenti con i gruppi vicini, i pochi sopravvissuti. Poco più tardi l’umanità è pronta a intraprendere un nuovo viaggio verso Europa e Asia. Questa volta amigrare via dall’Africa sono individui più robusti, con un cervello più grande e temprati dalle avversità».
I sopravvissuti portano con sé una nuova invenzione utile per il freddo: il fuoco. «In Medio Oriente attorno ai 700mila anni fa troviamo i primi resti di focolari», spiega Di Vincenzo. «Gli esseri umani conoscono il fuoco già da tempo, ma solo a quell’epoca imparano a controllarlo. Questo permette loro di scaldarsi, ma anche di cuocere i cibi e difendersi dalle belve». Il focolare porta a un miglioramento della vita. «Una delle domande che ci facciamo a questo punto – dice Yi-Hsuan Pan, fra gli autori dello studio, esperto di genetica dell’evoluzione all’Università Normale della Cina Orientale – è se la selezione naturale durante la crisi abbia accelerato l’evoluzione del cervello».
Se in Africa la glaciazione rende dura la vita alla specie dell’epoca (gli Homo ergaster), in Europa fa tabula rasa. «Da circa 800mila anni fa perdiamo ogni traccia di Homo antecessor», spiega Di Vincenzo, riferendosi a una specie ritrovata nella Spagna del Nord, l’ultima rimasta nel nostro continente prima dell’arrivo del gelo. «C’è un’evidente discontinuità nel popolamento dell’Europa », conferma Manzi. Solo i sopravvissuti africani da 700mila anni fa vi riportano le orme bipedi, insieme a fuoco e selci scheggiate su entrambi i lati: le asce a mano, la nuova tecnologia dell’epoca.
Gli eredi degli eroici mille o poco più sono diventati nel frattempo una nuova specie: Homo heidelbergensis. «Non c’è unanimità, ma noi siamo convinti che l’antenato della nostra specie sia proprio lui», dice Manzi.
Non che la vita sia diventata una passeggiata a quel punto, ma strettoie s imili non si sono ripetute. «Vogliamo ripetere l’analisi bioinformatica anche sulle popolazioni sopravvissute a quella glaciazione: i Neanderthal in Europa e i Denisova in Asia», spiega Manzi. «Ci aspettiamo di trovare altre crisi demografiche». Il tempo ad esempio ha spazzato via i Neanderthal (la causa non è chiara) 40mila anni fa, mentre già a partire da 200mila anni fa inizia l’espansione di Homo sapiens. I cicli del clima che si sono succeduti fino a 10mila anni fa hanno continuato a plasmare l’evoluzione umana. «Da ogni crisi – spiega Manzi – la nostra specie ha tirato fuori individui via via più adatti alla sopravvivenza».