domenica 6 agosto 2023

Basta aperture!



A furia di fare i buonisti, i liberisti, gli aperturisti, finirà che qualche pagliaccio rancoroso e per di più fascista, ci verrà a rompere gli zebedei informandoci che il povero Adolf alla fin fine faceva solo l’imbianchino e che una congiura di ebrei lo fece apparire quello che non fu. 
Insomma: la strage di Bologna fu un assassinio fascista coordinato da quel gran bastardo di Licio Gelli. E l’inverosimile è che invece di marcire giustamente in carcere, gli assassini tipo la Mambro e Fioravanti, sono già beatamente in libertà. Carogne! E per quanto riguarda questo De Angelis che cerca di fuorviare la verità, che si dimetta al più presto! E speriamo che la ducetta dica qualcosa in merito! Soprattutto senza prendere per il culo i famigliari degli assassinati da quei fascisti!

Ciak!



Quelli del “All work and no play makes Jack a dull boy”

Divaricanti

 


Ragogna!

 


Copertina imbarazzante

 



Piero e Pino

 

Fassino, un birichino in barca tra sconfitte e profezie boomerang
PIERO FASSINO - Primavera di Praga. Nel 1968 annota: “Capii che la libertà viene prima di ogni altra cosa”. Ma siccome è appena uscito dal liceo dei gesuiti, si iscrive al Pci, con tanti saluti alle ceneri di Jan Palach
DI PINO CORRIAS
Come li scelgono, come li selezionano per allestire il disastro? Primeggia per efficacia Fassino, eterno incursore che con parole e gesti al plastico squarcia la chiglia del partito.
Ma come li scelgono, come li selezionano per allestire il disastro? Primeggia per efficacia e per età Piero Fassino, l’eterno incursore che con parole e gesti al plastico, di tanto in tanto, squarcia la chiglia del partito e poi si accomoda sulla prua per vedere il panico e anche la sfiga che è stato capace di generare tra le schiume della cronaca e della politica. Che il pubblico iracondo trasforma in satira, rancori persistenti. E immediati voti a destra.
“Noi parlamentari – ha detto l’altro giorno issandosi sui velluti della Camera dei deputati – guadagniamo solo 4.718 euro al mese”, altro che stipendi d’oro. Lo ha detto sventolando il cedolino come fosse il suo personale certificato di buona condotta. Per poi godersi (con tutti i 13mila euro mensili in tasca) la pioggia di uova, arance, pomodori e altre sottigliezze contabili che gli sono piovute sul suo fresco di lana stazzonato che indossa – secondo la storica testimonianza della signora Elsa, la sua tata di infanzia torinese – da tre quarti di secolo, cravatta compresa.
Come li scelgono, come li selezionano? Enrico Letta lo hanno fatto venire appositamente da Parigi dove insegnava la Scienza della politica per tornare in patria e scientificamente perdere le ultime elezioni, riuscendo nell’impresa di spedire Io-Sono-Giorgia al vertice dell’esecutivo con il suo bivacco di manipoli, per la gioia silenziosa e anche
divertita
dello zio Gianni che a ogni scadenza elettorale si prende sulle ginocchia il nipote, come si fa coi pupi, per scagliarlo contro i nemici.
L’altro capolavoro lo hanno fatto pescando, tra i campanili italiani, quel Matteo Renzi, funzionario semplice di Rignano, che sul tavolo verde del Nazareno e poi su quello delle riforme costituzionali si è giocato l’osso del collo del partito, perdendo alla grande, per poi dileguarsi a rifare cassa tra le sabbie saudite, sporche di sangue e di petrolio. Tornando ogni tanto a tirare calci negli stinchi al suo bullizzato preferito, Carletto Calenda, uno degli ultimi bamba che ancora accetta di giocare a palla nel giardino di Renzi, con le regole di Renzi, mentre gli altri se ne sono già andati al Twiga in compagnia della sciantosissima Maria Elena Boschi, a spendere 500 euro al giorno per una tenda e uno Spritz, sentendosi ricchi, moderni, persino spregiudicati. Democratici anche no.
La super balla dei parlamentari indigenti, Piero Fassino se l’è giocata al momento giusto, mentre tutti gli equipaggi democratici remavano a favore del salario minimo, 9 euro l’ora, soglia della decenza che consentirebbe ad almeno 3 milioni di italiani di non lavorare in piena povertà. E insieme al pane, festeggiare la cena con un paio di scatolette di tonno Rio Mare.
In 60 anni di carriera, sui 74 anagrafici, Piero Fassino è stato e ha detto quasi tutto: viva e abbasso l’Unione Sovietica, viva e abbasso la Cina, abbasso e viva l’America. È stato militante comunista e post comunista, dirigente, sette volte deputato, segretario del partito, sindaco, due volte ministro, una volta sottosegretario. Ha irriso Grillo: “Vuol fare politica? Fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. Ha sfidato Chiara Appendino e ha perso la poltrona di primo cittadino a Torino.
La passione politica viene dal padre che fu comandante partigiano, compagno d’armi di Enrico Mattei che nel Dopoguerra lo nominò concessionario Agipgas per il Piemonte. Per questo Piero nasce benestante ad Avigliana, anno 1949. Cresce circondato dal grigio della città fabbrica e dalla immobilità del partito che assorbe, con qualche diserzione di intellettuali dissidenti, l’invasione dell’Ungheria, anno 1956, e poi della Cecoslovacchia: i carri armati mandati da Mosca a spazzare via da Praga la Primavera, anno 1968. Quella volta Piero annota: “Capii che la libertà viene prima di ogni altra cosa”. Ma siccome è appena uscito dal liceo dei gesuiti, fa il contrario, iscrivendosi al partito, dove si trova subito benissimo: segretario della federazione giovanile provinciale, tanti saluti alle ceneri di Jan Palach.
Apostolo della disciplina di partito e dell’etica del lavoro, veste in giacca e cravatta, combatte ogni deriva movimentista, detesta i No-Tav. Ammira (invece) tutti quelli che galleggiano a destra, “dall’amico Giuliano Ferrara”, al “leale” Mastella. Sarà il primo a riabilitare Bettino Craxi, “una figura da inserire nel Pantheon del Partito democratico”. Al quale annette volentieri anche le banche e i banchieri. Resta celebre il suo “Abbiamo una banca!”, nella telefonata registrata con Giovanni Consorte, il capo di Unipol, impegnato nella scalata alla Bnl, anno 2005. Un po’ meno note sono le sue estati a bordo dello yacht Electa, 40 metri con bandiera del Principato di Monaco, in compagnia dell’emerito di Banca Intesa, Giovanni Bazoli.
Come a casa gli piace rigovernare i piatti dopo le cene, così nel partito riordina le sedie dopo le riunioni e persino le correnti dopo le scissioni. Specie in quei sette anni da segretario del partito, 2001-2007, che allora si chiamava Ds, Democratici di sinistra, ma anche Democratici sinistrati, visto lo strapotere di Berlusconi che si era preso il governo e tenuto le tv, grazie alla permanente guerra fratricida dei progressisti, cominciata con l’isolamento di Occhetto, con le mine antiuomo disseminate per
divertimento
da Bertinotti, con l’insonne congiura di D’Alema contro Prodi e contro se stesso, con la deriva prima kennediana e poi artistica di Veltroni. Fino al segreto accordo con l’ammirato nemico, rivelato alla Camera da Luciano Violante: “Lei sa benissimo, onorevole Berlusconi, che le avevamo dato piena garanzia – non da adesso, ma dal 1994 – che non sarebbero state toccate le sue televisioni”. A ogni bivio della Storia, lui si mantiene in scia. Ieri l’altro stava con Stefano Bonaccini, il leader sconfitto. Oggi sta con Elly Schlein, la segretaria che ha vinto.
A parte il masochismo, Piero ha poche passioni: la Juve, il jazz, le melanzane alla parmigiana. Naturalmente le donne con le quali, D’Alema dixit, “si trova come un cavatappi in un’enoteca”. Esuberanza che da qualche tempo perfeziona aggiungendo preziose rassegne dei propri selfie che spedisce in omaggio alle sue presunte ammiratrici. Chiede attenzioni, direbbe lo psichiatra. Ma come con il magro cedolino, incassa risate.

Spioni farlocchi

 

Il caso Watercloset
di Marco Travaglio
“Anch’io!”, “Io pure!”, “Ma io di più!”. Un esercito di finti martiri si accalca sui giornali per strappare qualche minuto di celebrità e centimetro quadro di carta stampata accanto ai titoloni sulla formidabile “centrale di dossieraggio”, anzi “fabbrica” o “mercato dei ricatti” che dalla Dna voleva distruggere Crosetto, ma anche il governo Meloni, ma pure l’intera politica italiana e probabilmente l’establishment mondiale. La notizia si riproduce per partenogenesi, senza uno straccio di fatto che giustifichi il clamore, visto che al momento risulta solo un maresciallo già trasferito e indagato per aver passato notizie (vere, e questo è il problema) a un giornale che le ha pubblicate (impedendo qualsiasi ricatto). Se ci siano reati, nessuno lo sa. Il sottufficiale nega di aver dato notizie e assicura di aver consultato banche dati fiscali perché era il suo lavoro di indagine anti-riciclaggio. E tutti i nomi girati in questi giorni non risultano dall’inchiesta: il Corriere, dedicando alla vicenda due-tre pagine al giorno, precisa in mezza riga che “finora i riscontri sono negativi”. Eppure orde di postulanti sgomitano per infilarsi nel presunto scandalo. E – grazie a un’informazione ridotta a telefono senza fili, dove aggiungi qua e là e alla fine non capisci più da dove sei partito – ci riescono.
Rep tira in ballo il Sifar e Op di Pecorelli (che non c’entrano una mazza). Crosetto e Giuliano Ferrara evocano la P2 (che era una loggia massonica coperta col loro amico B., ma non c’entra una fava). Mastella ci infila il processo di 15 anni fa da cui è stato assolto (come capita a molti, anche a noi, quotidianamente). Libero e Giornale se la prendono con Roberti e Cafiero de Raho (una volta stavano alla Dna) e pure con Bonafede (che non c’entra una ceppa). La Colosimo assicura che “non cederemo” (ma non dice a chi o a cosa). Rosato giura che “Renzi è vittima” (ma non si sa di che). Zurlo denuncia i “manipolatori della democrazia” (plurale, anche se il maresciallo è uno). Il Riformatorio parla di “Killeropoli” con un pizzico d’invidia, visto che lo staff renziano progettava una “character assassination” per “distruggere la reputazione e l’immagine di Grillo, Di Maio, Di Battista, Fico, Taverna, Lombardi, Raggi, Appendino, Casaleggio, Travaglio e Scanzi”. Ballusti già sa che sono “bombe a orologeria per conto terzi” (ma non indica né le bombe né i terzi), dall’alto del suo pedigree di spacciatore di falsi rapporti di polizia sull’omosessualità di Dino Boffo. Non poteva mancare il ghostbuster renziano Borghi, che lancia un’ideona: “Si abolisca la spazzacorrotti” (che non c’entra una minchia). Nessuno ha ancora tirato in ballo gli hacker russi o la Wagner, ma siamo solo al terzo giorno. Quindi bruciamo tutti sul tempo: ha stato Putin.