giovedì 27 luglio 2023

L'Amaca

 

Che importanza dare agli sputi
DI MICHELE SERRA
Chiedo un consiglio a voi lettori. Un signore, non anonimo, ha scritto su Twitter questa frase: “Michele Serra nel 2018 invocava scuole separate per reddito perché dei compagni di classe proletari gli avevano picchiato il figlio”. Frase e autore sono poco significanti: appartengono al flusso ininterrotto di fandonie che gonfiano i social (niente, in quella frase, corrisponde al vero). Anche la mia reputazione, che quel tizio scempia, è ben piccola cosa rispetto ai problemi del mondo. E comunque non dipende da lui.
Il problema della libertà di menzogna, però, è tutt’altro che piccolo. Voglio dire: non riguarda me (chi se ne importa, di me).
Riguarda milioni di persone che a quel pozzo si abbeverano. Come reagire?
Replicare? E come si fa a replicare a un falso? Io poi non sono sui social — troppo alto è il rischio di incrociare fanatici e imbecilli — e dunque non posso fare come il mio valoroso amico Luca Bottura, che risponde punto su punto, da anni.
Querelare? A quasi settant’anni considero un punto d’onore non avere mai querelato nessuno — la pigrizia vince sull’offesa.
La sfida a duello? È illegale. Andare a cercarlo di persona e dirgli: o dimostri, parola per parola, che io ho scritto quello che mi attribuisci, o ti faccio fare il giro dell’isolato a calci nel culo? Bisognerebbe farlo con troppe persone, magari abitano lontano.

Nemmeno so se ho fatto bene a scrivere questa Amaca , che dopotutto ingigantisce uno sputo come se non fosse, a malapena, uno sputo. È anche possibile, detta banalmente, che i bugiardi abbiano vinto. E questo, come potete ben capire, non è un problema mio. È un problema sociale di prima grandezza.

mercoledì 26 luglio 2023

Han votato contro!




Ottant'anni che sono trenta!

 


Ezra Key è una vivace bimba di nove anni che probabilmente a scuola oggi dirà ai suoi compagni: "Oggi il mio bisnonno compie ottant'anni!", ricevendo attestati di stima e vagonate d'auguri per un traguardo così importante del bis nonnetto. La maestra le dirà "Ezra Key ma il tuo bisnonno vive ancora in casa o è in qualche struttura adeguata? Speriamo che questo pazzo clima non lo infastidisca più di tanto! Fagli tante feste e stagli vicino che gli anziani han bisogno di affetto, specialmente in queste ricorrenze, dove, ripensando ai tempi andati, con qualche lacrimuccia che scenderà loro dal viso, mentre alle sei di sera ceneranno con la solita tazza di latte, saranno immersi nelle loro amene fantasticherie, prima di coricarsi sul far della sera!"
Ezra Key alzerà lo sguardo basita e, tra lo sbigottimento generale, alzerà il volume dell'iPod, sparando a balla Jumpin' Jack Flash, dirà: "ma il mio bisnonno, che ha un giro vita da primo ballerino della Scala, è appena rientrato con la sua fidanzata da un'isola del Pacifico dove ha una delle innumerevoli case sparse nel globo, e ora sta partendo per gli States dove sta finendo di produrre il prossimo disco della sua band, e probabilmente il prossimo anno ripartirà per l'ennesimo tour mondiale! Non credo di vederlo perché si alza molto tardi e anche oggi farà serata con gli amici. Probabilmente riunirà i suoi sette figli per una cenetta, ma non ha molto tempo perché ha un sacco d'impegni in giro per il mondo, essendo il migliore frontman della storia del Rock dal 1962 senza mai dare segni di cedimento!"
Tanti auguri di cuore Sir Michael Philip Jagger! E grazie, grazie, grazie di tutto!

Robecchi

 

Clima: negare sempre. Gli scienziati del “ma pioveva pure nel Settecento”
di Alessandro Robecchi
In estate fa piuttosto caldo, in inverno fa decisamente freddino, piovere è sempre piovuto e la grandine c’era pure prima. Ecco riassunto in due righe il contributo al dibattito sul clima di quelli che negano il cambiamento climatico. Faccio una doverosa premessa: ognuno e chiunque ha il diritto di confondere il clima con il meteo, non si possono regolamentare per legge le stupidaggini ed esiste in qualche modo il diritto alla cazzata. Quindi di fronte a ricerche scientifiche, enti di ricerca, università, Onu, Nasa, scienziati, dati, statistiche, rilevazioni ed evidenze, uno può anche credere a Vittorio Feltri, perché no, tutti abbiamo amato Linus che credeva nel Grande Cocomero.
Naturalmente non mi occuperò né del clima né del meteo, cose per cui serve una competenza scientifica che non maneggio adeguatamente, ma della narrazione che ne sgorga, torbida e abbondante. In primis, notando come persino una cosa evidente e gigantesca come il cambiamento delle nostre abitudini di fronte al clima stia diventando una questione di fazioni contrapposte. Più i climatologi lanciano l’allarme e più balzano su come pupazzetti a molla certi pensatori a dire che faceva caldo anche nel 1843, il discorso finisce in vacca, si formano due partiti, si comincia a picchiarsi sui denti, e del clima non frega più niente a nessuno. Aggiunge ridicolo il fatto che ormai si è sedimentata la certezza che chi pensa all’emergenza sia “di sinistra” (una delle cose più generiche dopo “mammifero”, peraltro), e chi invece irride le paure e i timori sia “di destra”, pronto a sudorazioni improvvise non per il caldo afoso, ma perché vede minacciata la sua libertà di parola. Un delirio.
Quindi si rischia una paralisi nel dibattito sul clima, con forze equamente distribuite: i negazionisti hanno mezzi d’informazione, giornali agguerriti, trasmissioni televisive, come quella del compagno della presidentessa Meloni, che zittisce la sua inviata mentre fornisce dati scientifici per dare la parola al primo trombone che passa. È una comprensibile – psicologicamente comprensibile – reazione a certi millenarismi estremisti che dipingono la questione del clima come l’anticamera della morte collettiva: è scientificamente provato che di fronte a chi annuncia sventure si alzi qualcuno a dire che va tutto benissimo.
Quel che stupisce è la tigna ideologica, un meccanismo che sposta il discorso da quel che esiste e da quel che si potrebbe eventualmente fare, a una specie di impostazione dogmatica. Se dici che sarebbe meglio evitare voli privati dove arriva il treno sei “comunista” (ahah), se dici che l’aria condizionata nelle stanze d’albergo andrebbe settata in modo meno delirante, senza che si affacci un pinguino da sotto il letto, sei “contro la libertà individuale”. Insomma, ogni anche minuscolo accorgimento per arginare il delirio è contrastato non in termini di effettiva utilità – giusto, sbagliato, efficace, non efficace, come si converrebbe a un dibattito tra esseri senzienti – ma di impostazione ideologica: facciamo il cazzo che vogliamo e il problema non esiste, siete voi che fate tutto ’sto casino per impedirci di tenere il riscaldamento a 80 gradi, l’aria condizionata a meno dodici, che sono nostri inalienabili diritti. È in questo modo che il dibattito diventa non solo inutile, ma anche un po’ grottesco, come se davanti a un frontale in autostrada non si parlasse di chi ha ragione o a torto, o di come soccorrere i feriti, ma si negasse l’incidente: dài, guarda come sta bene il morto!

Attorno al PD

 

Coalizione a ripetere
di Marco Travaglio
La parabola dei lanzichenecchi che osano disturbare il fine intellettuale sul treno parlando di calcio e figa, narrata da Alain Elkann col sopracciglio e il mignolo alzati da dietro il Financial Times e la Recherche, ha riscosso persino più recensioni delle altre sue dimenticabili opere. Ma lascia inevaso un interrogativo: possibile che la direzione di Repubblica voglia così male al padre del padrone da non cestinare quel pezzo per il suo bene? L’unica risposta è che la direzione sia uguale a lui e non si sia posta proprio il problema dell’harakiri a cui lo (e si) esponeva. Le ultime annate trasudano un odio e un disprezzo per tutto ciò che è popolare (bollato di “populismo”) da far impallidire la Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. Da quando il popolo vota all’opposto dei loro sogni, i salotti e le terrazze a mezzo stampa lo insultano per non sforzarsi di capirlo. E a farne le spese è l’unico soggetto che ancora li sta a sentire: il Pd che, a furia di seguirne i consigli, dimezza i voti a ogni elezione. Nel 2011, dopo tre anni e mezzo di B., ha le elezioni in tasca. Ma, su ordine di Napolitano e Rep, si ammucchia con FI nel governo Monti per tener lontani i 5Stelle. Che alle elezioni del 2013 balzano al 25,5%. Basta che Pd e M5S eleggano Rodotà al Colle per governare insieme. Ma Rep e i poteri retrostanti hanno un’idea migliore: Napolitano rieletto e altra ammucchiata Pd-FI-Centro col governo Letta (e poi con Renzi e Gentiloni) per tagliare fuori i lanzichenecchi “grillini”. Che infatti nel 2018 esplodono al 33%.
Di Maio ci prova col Pd. Che però, su ordine di Renzi e Rep, lo getta astutamente fra le braccia di Salvini. Nasce il governo Conte-1. Nel 2019 il Cazzaro Verde lo butta giù per votare subito e governare con “pieni poteri”. Rep è con lui: “Voto subito (ma c’è chi dice no)”, titola scavalcando la Padania. Per fortuna resta sola e, al posto del Salvini-1, nasce il Conte-2, il miglior governo degli ultimi vent’anni. Infatti Rep lo bombarda finché cade. I sondaggi danno ai giallorosa ottime chance nel voto anticipato, invece su ordine di Mattarella e Rep nasce l’ammucchiata Draghi. Che rade al suolo l’asse M5S-Pd e resuscita le destre: Lega e FI tornano al governo e FdI raddoppia i voti in 18 mesi di opposizione solitaria. La sola speranza è un’alleanza Pd-5Stelle, ma Rep la scomunica, Letta obbedisce in nome dell’Agenda Draghi e la Meloni stravince. Ora in Spagna i socialisti guadagnano un milione di voti e fermano la destra difendendo le loro riforme sociali (molto simili all’Agenda Conte) e rifiutando l’ammucchiata col Pp. E cosa consiglia Rep a Sánchez? Di “coalizzarsi col Pp”: una coalizione a ripetere, tipo quelle delle buonanime di Letta e Renzi. Fortuna che in Spagna nessuno legge Rep, sennò i lanzichenecchi di Vox avrebbero già vinto.

L'Amaca

 

La destra frescona
DI MICHELE SERRA
Il frescone, a Roma, non è una figura antipatica. È il fesso spensierato, il semplice che apre bocca senza pensarci troppo. Dice le frescacce, che sono l’eufemismo di fregnacce, termine assai più greve, mi scuso per averlo evocato ma la cultura ha i suoi obblighi.
La destra italiana ha una importante corrente frescona, fin qui molto sottovalutata, che i politologi dovrebbero studiare con attenzione. Nel negazionismo climatico, per esempio, c’è una evidente impronta frescona: “Ma che vuoi che sia? D’estate ha sempre fatto caldo”. Non c’è malizia, c’è l’innocenza del fesso, la leggerezza di chi in ogni cosa complicata vede un nemico. Non è venuto al mondo per pensare, il frescone, ma per essere felice. Avendo la casa scoperchiata da un tornado, come in Arizona però a Ladispoli, borbotta “e che sarà mai?”, e scende al bar per l’aperitivo mentre la Protezione civile lo cerca per prestargli soccorso.
Nella produzione giornalistica della destra la fresconeria è importante. Contende il primato all’anima squadrista che massacra le persone, e mentre le massacra le deride (l’olio di ricino, nel tempo, ha preso la forma dell’editoriale). Lo squadrista è truce, il frescone invece è spesso un bravo ragazzo/ragazza, non ha nessuna intenzione di fare del male, anzi punta tutte le sue carte sul benessere: ma che stai a preoccuparti, ma che vuoi che sia, il mondo è sempre uguale, basta la salute.
Problema: lo squadrista è facile da contraddire, basta dirgli quello che è. Un fascista. Ma il frescone? Il frescone è inespugnabile. Sorride. Ti offre da bere.
Guida la maggioranza. Governa.

Ancora su Roma Foggia

 

Roma-Foggia sul treno della discordia
Dopo il racconto di Alain Elkann sui “giovani lanzichenecchi” che ha suscitato polemiche e risposte, un altro scrittore ha ripercorso la stessa tratta, descrivendo la realtà opposta

DI PAOLO DI PAOLO

Non c’è da raccontare niente. Quindi si può raccontare tutto. Non esiste déjà vu su un treno che da Roma parte per Foggia, se – come è accaduto ad Alain Elkann (Repubblica del 24 luglio) – si può scoprire che fa tappa a Caserta e a Benevento, o che nella vecchia “prima classe” (la nominazione è cangiante: business, executive…) è possibile incontrare adolescenti rumorosi e poco deferenti. Niente, anzi nessuno è mai davvero già visto: basterebbe rovesciare astrattamente l’articolo di Elkann e immaginarlo scritto da un “lanzichenecco”. Quel «signore con i capelli bianchi, una sorta di marziano che veniva da un altro mondo» – così Elkann si autoritrae – proprio perché non déjà vu da quei passeggeri potrebbe aver suscitato in loro qualche curiosità. Chi può dirlo? A Elkann sarebbe forse bastato un minimo slancio in più e un filo di insofferenza in meno; e, da esperto intervistatore (da Moravia a Montanelli a una ragazzina di undici anni), avrebbe trovato materiale interessante. Scavare col pensiero in quel muro apparentemente invalicabile tra il suo abito «stazzonato » di lino blu e i loro cappelli con visiera: chi sono? Che cosa stanno pensando? Che cosa desiderano? Oltre quello che stanno dicendo a voce alta. «Tutte le persone sono simpatiche quando si riescono a capire»: non è Proust, l’autore che Elkann tentava di leggere fra gli schiamazzi. È Harper Lee.
Per quanto mi riguarda, rifacendo la tratta (all’andata su un Frecciargento Trenitalia, al ritorno su un Italo), non ho portato libri: solo una pagina di Tondelli, che con Elkann e altri fondò una rivista. A bordo di un regionale all’inizio degli anni Ottanta, «accaldato, sudato e appiccicoso», lo scrittore intendeva farsi tramite delle «storie di gente comune»: «Gente che fa, gente che produce, gente sottoccupata, gente incantata, gente improduttiva, gente selvatica», «gente che costituirebbe a prima vista una massa anonima ma che, se indagata con solo un poco di attenzione, riserverà molte sorprese».
Confermo: nella prima mescolatissima classe del Frecciargento del mattino per Foggia, trovo la turista con cappello a falda larga e trovo la ragazza che cerca di resistere all’aria condizionata sfilando dalla grossa valigia un accappatoio. Non c’è un medico presente a bordo – un messaggio accorato lo invita a presentarsi nella carrozza 6. Penso: nessuno che chieda mai di uno scrittore! E sì che potrebbe, volendo, trovare le parole per descrivere il curioso rapporto tra un ragazzino saputello e sua nonna. Lui quasi la ossessiona non con le domande, ma con le sue competenze: sulla misura dei bagagli, sulle lattine d’acqua che ultimamente vengono distribuite (in prima classe!), su un panorama ripetitivo («qua ci sono solo campagne, zone industriali, binari»), sui tratti in cui va via la linea dei cellulari. Il mio dirimpettaio, le cuffie wireless come noccioline bianche nelle orecchie, si affanna a riprendere contatto con un certo Gennaro, e ripetendone familiarmente il nome – Genni, Genni – sente abbaiare un cane accucciato sotto un sedile. Al che la proprietaria spiega che anche il cane si chiama (suppongo io) Jenny. C’è il maniaco dell’igiene – disinfetta con l’Amuchina spray i tavolinetti – e c’è un drappello di “lanzichenecche” belle e loquaci, le unghie finte, la voce un pelo alta, le risate un po’ esagerate. D’altra parte, qualche sopracciglio si alza, qualcuno sbuffa: la verità è che tutti possiamo essere il lanzichenecco vicino di posto di qualcun altro. A questo proposito, urge segnalare che fra noti critici e critiche del racconto di Elkann – rilanciato, rimaneggiato, reso virale – vi è chi sbraiterebbe al primo segnale di disturbo. In modo così sgradevole e scomposto e incapace di compromesso che la mansueta insofferenza di Elkann, al confronto, è balsamica. Percorro le carrozze in cerca di qualche abito di lino, lo trovo. Trovo piedi piazzati sui sedili, accese partite a carte, in cosiddetta seconda classe, e trovo copie di libri, che non avevo trovato in prima. E non c’era Proust, ma c’era un Roth e un Bret Easton Ellis: sul tavolino di un ragazzo con indosso la t-shirt arancione di una qualche truppa sportiva.
Gli occhi al cielo per il canonico ritardo, sia all’andata che al ritorno. Una voce che chiede se Vittorio ha mangiato. «I Bucaneve mi ricordano quando ero bambina!». Una signora che piange perché le porte si sono chiuse e il marito è rimasto giù. «’Nu guaio!». La vicina di posto la aiuta a cercare gli orari, a calmarsi. Eccolo il meraviglioso condominio ferroviario in cui le distanze di classe si sfarinano; talvolta perfino i pregiudizi. L’elzevirista accigliato può incontrare il suo opposto, faticando ad accettarlo (su questo giornale, molti anni fa, a un Citati che inaspettatamente elogiava i “borgatari” che mangiano il gelato in centro, rispondeva un infastidito Malerba). L’incontro non è facile ma la curiosità è vitale; e ogni viaggio, ogni viaggetto è un’occasione per polverizzare l’abitudine. E, come invita a fare una scrittrice nell’ultimo numero di Robinson – quello che Elkann ha sfoderato accanto ai giovani passeggeri – per diventare «estranei a sé stessi». Provando a varcare, con le frontiere geografiche, quelle mentali. Le più spesse. In un verso o nell’altro, le più difficili.



La lettera
Anatomia di uno “scandalo”

DI FABIO FINOTTI
(L’autore è direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York e professore emerito all’Università della Pennsylvania)

Caro Direttore, ho letto su Repubblica il bel racconto di Alain Elkann sui “nuovi lanzichenecchi”. Poi ho visto le critiche, e mi sono sorpreso e rallegrato. Ma dunque la letteratura può ancora scandalizzare, muovere le coscienze, dare scandalo? A questo punto vorrei fare — per esercizio — il mestiere di critico che mi ha procurato una cattedra negli Stati Uniti. Come un anatomista chiamato a eseguire l’autopsia su un corpo reso cadavere dai colpi di tanti illustri giornalisti. Chi dice “io” in un racconto non è lo stesso che dice “io” nella realtà, lo sappiamo tutti.
Il protagonista del nostro racconto non è e non potrà mai essere il vero Alain Elkann. L’autore di un racconto si incarna nel personaggio che dice “io” ma ugualmente nei suoi antagonisti (qui i lanzichenecchi). Bakhtin la chiama polifonia. Fatta chiarezza (ma siamo all’ABC dell’analisi letteraria), vediamo come si presentano quei “lanzichenecchi” in difesa dei quali si sono alzate tante spade. Se nessuno porta l’orologio non è perché siano dei poveracci, ma perché il loro tempo è ormai segnato dal telefono. Sembrano appagati di quel che sono, tanto da non vedere il mondo attorno che li circonda. Di fronte a loro c’è lo scrittore che li descrive. Il vero poveraccio sembra lui. Il suo vestito è «molto stazzonato di lino blu». L’impressione è di disordine, sciatteria. C’è malinconia nel modo in cui lo scrittore si affida non all’elettronica, ma a vecchi materiali, usa non lo zaino ma una cartella «di cuoio marrone», e da lì tira fuori un armamentario di oggetti tutt’altro che virtuali: giornali, libri, un quaderno, una penna... a guardarlo con gli occhi dei giovani sembra un campionario da rigattiere.
Ma il punto è questo: i giovani non vedono. Non si rendono conto che tra quelle cianfrusaglie c’è qualche gemma, per esempio un Proust. Non sono i vecchi lanzichenecchi, sono quelli “giovani”. Non usano la lancia ma dissolvono egualmente tutto quello che sfiorano, perché non lo riconoscono, non lo guardano, non ammettono la sua esistenza. Il protagonista è uno di quegli scrittori crepuscolari che la letteratura moderna ci ha consegnato, da Morte a Venezia all’Angelo azzurro agli Occhiali d’oro di Bassani. Uomini che nascono e muoiono senza che il mondo si accorga di loro, se non per disturbarli, per distrarli dal loro destino. Ma i lanzichenecchi, questi giovani barbari che viaggiano in prima classe, meritano una difesa a spada tratta? Il vocabolario, l’ostentazione di potere, l’idea della donna davvero sono l’ideale che vogliamo difendere? Qui siamo di fronte a due mondi diversi, e chi ha deciso di schierarsi col secondo, quello più giovane, ha fatto una scelta tra due classi non sociali ma intellettuali.
La rivoluzione per i lanzichenecchi “esterni” al treno, che colpiscono lo scrittore dai social, è la cieca prepotenza del gruppo, mentre la cultura è un vezzo da snob. Lo scrittore esce dal treno silenzioso e non visto. Può considerarsi fortunato. La prossima volta il nuovo fascismo invece di ignorarlo potrebbe aggredirlo perché ha osato essere diverso dagli altri. Magari solo scrivendo con la stilografica un diario. Oppure creando un racconto. È meglio che non ci provi più.