lunedì 10 luglio 2023

Riposa in pace Bettina!

 

Addio nonna Betta. Elisabetta Caponnetto, la tenera custode della migliore Antimafia
di Nando dalla Chiesa
“Vado a San Michele a Rovezzano”. Il tassista fuori da Santa Maria Novella resta attonito. Insisto: “La chiesa di San Michele a Rovezzano”. La via, replica lui, a cui non sembra vero di potermi rimproverare l’ignoranza della strada. Aspetti che controllo: via di San Michele a Rovezzano. A quel punto si arrende e cerca. “Ah, è un po’ lontana”.
La bella chiesetta periferica annuncia la sua missione mattutina già all’esterno. Alcuni vigili e carabinieri, qualche auto di servizio. Ma nessun controllo. Solo un appuntamento vagamente solenne, si intuisce, che ha richiamato nella periferia fiorentina quasi un centinaio di persone. Davanti all’altare una bara ricoperta di fiori. Accanto, in attesa di celebrare, don Luigi Ciotti con alcuni sacerdoti locali. È l’ultimo saluto a Elisabetta Caponnetto, detta “la Bettina” o “nonna Betta” da un intero popolo di giovani di venti, trent’anni fa. Quando lei era la moglie di “nonno Nino”, ossia Antonino Caponnetto, già capo del glorioso pool antimafia del maxiprocesso di Palermo. Il marito era volato in Sicilia subito dopo la strage del 29 luglio del 1983, quando un’autobomba aveva ucciso davanti a casa sua il capo dell’ufficio istruzione Rocco Chinnici e altre tre persone. Caponnetto si era candidato a guidare quell’ufficio senza dirle nulla. Glielo aveva fatto sapere dalla radio.
Lui, dal suo canto, visse in una delle più belle città d’Europa senza vedere né mare né ristoranti, facendo la spola tra la caserma della Finanza dove dormiva e il Palazzo di giustizia. Lei lo attese a Firenze per quattro anni. Storia conosciuta ma non troppo. I tormentati ma straordinari successi giudiziari, le condanne, le polemiche, i professionisti dell’antimafia, Caponnetto ingannato, Falcone tradito dai suoi stessi colleghi. Fino alla fine sua e di Borsellino. Esattamente quella grande storia giudiziaria e civile aleggia nella chiesetta sotto un dipinto rinascimentale. E Gian Carlo Caselli, commosso, la rievoca.
La signora Elisabetta divenne nota dopo le stragi. Quando il marito decise di reagire all’immenso dolore per quei due fratelli minori persi e si mise alla testa dell’Italia che chiedeva giustizia. Girando senza sosta per il Paese delle associazioni e delle scuole, dei municipi e delle università. Lei c’era quasi sempre. Iniziò a esserci proprio sempre quando temette che le fatiche provassero troppo il fisico del marito, che con l’età sembrava farsi più fragile, quasi di cartavelina. Si metteva di lato con discrezione, con una eleganza mai vistosa, quella tipica una volta delle “mogli delle istituzioni”, così si diceva. Se lo curava con occhi trepidi e alla fine gli si avvicinava silenziosa.
Lo prendeva sotto il braccio o gli metteva una mano sulla spalla e se lo teneva vicino, per sottrarlo all’assalto di chi chiedeva dichiarazioni, conversazioni, soprattutto nuovi appuntamenti. In quelle centinaia e centinaia di repliche la Bettina spiegò a tutti la modestia dei grandi. Finché nel 2002 subì come sua l’umiliazione inflitta al marito. Quando ai funerali alla Santissima Annunciata, a salutare con una folla immensa di cittadini il giudice coraggioso, a cui l’Italia doveva la prima grande e irreversibile sconfitta di Cosa Nostra e l’irripetibile apostolato decennale in difesa della legalità calpestata, nessuno del governo mise il naso. Nemmeno un sottosegretario alla Giustizia. Si seppe la sera che mezzo governo si era dato convegno al concorso di miss Padania. Rimasta sola, ha ricordato il suo Nino con orgoglio, mantenendo finché ha potuto i rapporti con gli ex giovani dell’antimafia. Restando fedele al nome e alla causa. Davanti a me nella chiesetta stavano tre schiene erette e fiere. Una in camicia blu elettrico, una in polo verde oliva, una in camicia blu scura. Erano “i ragazzi della scorta” del marito, venuti a salutarla più di vent’anni dopo l’addio al Giudice. Perché la fedeltà è una cosa seria.

Daje Paolo!


C’è chi può. Andrea Agnelli si fa beffe della giustizia sportiva, la Figc fischietta

di Paolo Ziliani

Immaginate di essere rinviati a giudizio per rispondere di un qualunque capo d’accusa. Poi di non presentarvi alla prima udienza del processo adducendo la scusa di “improrogabili impegni di lavoro”; di non presentarvi nemmeno alla seconda convocazione; e di risultare assenti anche alla terza senza assicurare di essere presenti alla quarta perché avete altro cui pensare. Domanda: secondo voi ve lo consentirebbero? Se siete comuni mortali, sicuramente no. Se invece avete il sangue blu e appartenete a qualche stirpe reale, tutto vi sarà concesso.
Un po’ quel che sta succedendo ad Andrea Agnelli, l’ex presidente della Juventus che avendo deciso di non aderire al patteggiamento farsa stipulato il 30 maggio scorso tra Procura Figc e Madama (che ha consentito alla Juve di evitare il processo per quattro gravi illeciti – e ulteriori pesanti penalizzazioni – pagando una multa di 718 mila euro, e a tutti i dirigenti, Agnelli escluso, di evitare ulteriori squalifiche dietro pagamento di un’ammenda) deve ora sottoporsi al giudizio del Tribunale federale.
Ebbene, per il processo in calendario il 15 di giugno i legali di Agnelli chiesero subito un rinvio adducendo la scusa di “improrogabili impegni di lavoro” del loro assistito, che dal 28 novembre è disoccupato essendo stato estromesso dai Cda non solo di Juventus ma anche di Stellantis ed Exor. Alla seconda convocazione del 27 giugno Agnelli non si è presentato e oggi, lunedì 10 luglio, sarebbe il giorno della celebrazione del processo, giunto al terzo rinvio, presso il Tribunale presieduto dal giudice Sica.
Ebbene, a meno di clamorosi colpi di scena, del processo ad Agnelli – che dopo la squalifica di due anni ricevuta nel processo plusvalenze, che si aggiunge a quella di un anno scaturita dal processo “Alto Piemonte” sul bagarinaggio dato in mano alla ’ndrangheta all’Allianz Stadium, è a forte rischio radiazione – non si farà nulla nemmeno oggi.
E sapete perchè? Perchè l’ex presidente è atteso domani al Tar del Lazio dove in spregio alle regole, che non consentono a un tesserato tale iniziativa se non dopo aver concluso tutta la trafila dei procedimenti, ha fatto ricorso contro i due anni di squalifica ricevuti dalla Corte d’Appello, e resi definitivi e non più appellabili dal Collegio di Garanzia, al termine del processo plusvalenze. Il bello è che Agnelli sta facendo tutto ciò non solo disinteressandosi dell’iter burocratico da seguire, ma violentando nel profondo lo spirito di leggi e regolamenti. Il Tar del Lazio infatti non può in alcun modo intervenire, entrare nel merito, modificare e/o cancellare sanzioni di carattere sportivo come le squalifiche a tempo inflitte a tesserati (è il caso dei due anni ad Agnelli) o le penalizzazioni o le retrocessioni o le revoche di titoli inflitte ai club (ad esempio il -10 punti affibbiato alla Juventus): il Tar può solo disporre risarcimenti di carattere economico, sempre che ritenga valide le rimostranze del ricorrente, ma nulla più.

Ora, è vero che con la giustizia sportiva italiana tutto è possibile (vedi il patteggiamento farsa del 30 maggio che non poteva essere stipulato per motivi di “recidiva”: la Juventus era stata condannata in via definitiva, nel processo plusvalenze, per violazione dell’articolo 4, e i quattro capi d’accusa per cui avrebbe dovuto andare a processo erano tutti di violazione dell’art. 4); ma farsi prendere in giro in modo così imbelle e sfacciato da chi disprezza le leggi e si atteggia addirittura a vittima è troppo. Va be’ essere schiavi: ma Fracchia in confronto a Gravina è Enrico Toti.

Quel cazzaro di Ponte

 

Il ponte sospeso sullo Stretto
DI MICHELE AINIS
C’è un ponte sospeso sullo Stretto di Messina. Noi non possiamo vederlo, ma lui sì: il ministro Salvini allunga lo sguardo sullo specchio d’acqua dove un tempo navigava Ulisse, dove secondo la leggenda Colapesce regge l’isola dal fondo per evitare che un giorno s’inabissi, dove l’effetto di Fata Morgana riflette a mezz’aria l’immagine delle due città gemelle, e già vede Scilla e Cariddi coniugate dal mastodonte lungo più di 3 chilometri, retto da due piloni che salgono a 400 metri di quota.
Sarà l’ottava meraviglia, la sua piramide privata. Sarà inoltre l’eccezione che smentisce ogni principio conosciuto. Giacché i ponti uniscono, collegano due sponde contrapposte. Invece il ponte sullo Stretto divide, divarica, distanzia. Non solo la politica, con destra e sinistra a fronteggiarsi tra favorevoli e contrari.
Benché – diciamolo – a suo tempo l’idea venne sposata pure da Prodi, D’Alema, Rutelli, Renzi, oltre che da Berlusconi. Ma questo ponte ci separa inoltre dalla logica, o almeno dal buon senso. E ci allontana, ahimè, dalla Costituzione, dai suoi valori.
Mettiamo da parte i dubbi tecnici, che pure in queste faccende dovrebbero essere importanti. Anche se molti studiosi di strutture in acciaio lo reputano di fatto irrealizzabile, anche se il ponte a campata unica più esteso del mondo (quello dei Dardanelli in Turchia) misura il 63 per cento in meno di quest’ultimo prodigio.
Lasciamo altresì da parte il rischio eolico, in una zona battuta da venti formidabili, che impediranno il traffico per almeno 30 giorni l’anno. O il rischio sismico, dopo 36 terremoti catastrofici nell’arco di due millenni (l’ultimo, nel 1908, ha fatto 80 mila morti). E dimentichiamo che le due sponde dello Stretto poggiano su placche continentali che si divaricano d’un centimetro per anno.
In due secoli fanno un paio di metri; e allora il ponte si romperà come una corda tesa.
Sì, possiamo trascurare questi leggeri inconvenienti, possiamo perfino disinteressarci della sorte cui vanno incontro le popolazioni locali. Il comitato “Invece del ponte” calcola che i lavori dureranno almeno 10 anni, in base al raffronto con il Terzo valico e con altre opere pubbliche perennemente incompiute. Nel frattempo Messina verrà traforata dalle cave (occorre scavare 8 milioni di metri cubi, secondo alcune stime). Subirà il passaggio dicentinaia di camion al giorno. Respirerà nubi di polvere. Verrà assordata dal rumore. Per ottenerne in cambio un’astronave sospesa fra le mulattiere, giacché in Sicilia corre (si fa per dire) il treno più lento d’Italia: 13 ore da Trapani a Ragusa.

Ecco, qui comincia ad affacciarsi la regola costituzionale, ammesso che qualcuno voglia prenderla sul serio. In quella Carta non c’è forse scritto che “la sovranità appartiene al popolo”? E si può allora decidere tutto questo pandemonio senza l’assenso popolare? In Francia la legge Barnier del 1995 garantisce il giudizio della cittadinanza sui grandi progetti d’infrastrutture nazionali. Da parte nostra potremmo quantomeno celebrare un referendum consultivo, è il minimo. Magari allargandolo a tutti gli italiani, dato che le grandi opere hanno sempre un rilievo nazionale, dato che in ballo c’è una spesa di 11 miliardi.
Il governo, viceversa, ha in odio il dibattito, preferisce l’indottrinamento. Sicché assegna un milione l’anno alla società concessionaria per “sensibilizzare” le popolazioni di Messina e Villa San Giovanni, anche attraverso concorsi nelle scuole. Roba da Minculpop, altro che libertà d’informazione. Ma il governo ha in odio pure la concorrenza, benché a sua volta iscritta nelle tavole costituzionali. Difatti attribuisce l’opera al vecchio General Contractor (disdetto nel 2013) senza una nuova gara; e scaricando per giunta tutti i rischi sulla parte pubblica, come ha denunziato l’Autorità Anticorruzione.
Infine, la Costituzione subisce una ferita nella norma – celeberrima – che promette la tutela del paesaggio. Che ne sarà di quel tratto di mare, con una cicatrice nera a sfregiare l’orizzonte?
Sennonché lo Stretto di Messina è parte del patrimonio culturale, oltre che di quello naturale. Ne scrisse Omero, e poi anche Tucidide, e Virgilio, e Lucrezio, e Ovidio, e Dante, e Goethe, e Pascoli, e D’Arrigo. Si può oscurare questo lascito in nome della viabilità? Sarebbe come costruire un ponte sospeso sopra il Colosseo, per migliorare il traffico di Roma. Ma lo Stato italiano ha appena riformato l’articolo 9 della Costituzione, per rafforzare la tutela del paesaggio; e con quest’impresa diventa il primo nemico del paesaggio.

Massini e il quartiere

 

La battaglia stile Braveheart di via Asiago contro re Rosario
DI STEFANO MASSINI
Sembra un paradosso, ma la trasmissione dell’anno è homeless. Dopo mesi in cui via Asiago si era tramutata in una Walk of Fame nostrana, è stato personalmente lui, Fiorello, l’Anfitrione del caffellatte nazionale, a comunicare urbi et orbi che sarebbe in corso una specie di casting stradale alla ricerca di un nuovo domicilio per “Viva Rai2”. Colpo di scena magistrale, perché da settimane si (stra)parlava di accordi, indennizzi, risarcimenti, trattative infuocate, con Roberto Sergio pronto a schierarsi in prima persona contro gli inquilini come Milziade contro i persiani.
Invece no. Fine di un melodramma. Fine di una vicenda chiassosa che certo si fonda sul disturbo della quiete pubblica, ma nella percezione generale si è tradotta in un rumorosissimo attacco mediatico contro la trasmissione dei record. Sembra un po’ di tornare a quando il sindaco di una cittadina turca dell’Anatolia uscì su tutti i giornali del mondo reclamando un risarcimento milionario per reato di sfruttamento (la città si chiama Batman).

Ovviamente la richiesta del primo cittadino non ebbe luogo finché l’eroe pipistrello era solo un monumento dei fumetti, ma crebbe in urgenza quando un boom planetario premiò ai botteghini “The dark knight” di Christopher Nolan. Sto dicendo che era una malcelata forma di sfruttamento del successo altrui? No, non è questo. Mi sbaglierò, ma non riesco a non percepirvi il segno di quella sottile insofferenza che si prova verso tutto ciò che la maggioranza loda e approva, fino a percepirvi un nemico da sminuire se non sabotare. Tutto questo ha un nome, è la sindrome di Procuste, dal nome di quel demonio greco che mozzava gambe e braccia di chiunque fuoriuscisse dalla sagoma del letto, per cui egli è diventato per gli psicologi il paradigma di chi non tollera ciò che supera l’unità di misura dell’ordinario, e sente di doverlo per forza attaccare.

Ci viene spiegato che soprattutto nell’era dei social, moltiplicatori nella percezione del successo, la sindrome di Procuste è una specie di reazione innata, un istinto che mira ad annientare il primato di chi svetta per evitare di esservi commisurato. Non mi sorprende allora che l’ermellino di re Rosario crei anche una reazione di questo tipo, un inconsapevole “adesso ti faccio vedere io”, oltretutto consacrando il duello come meritoria crociata del singolo contro il potere del perfido Golia.
Insomma, non dubito affatto che la tribù urbana di via Asiago possa aver subito negli ultimi mesi alcuni disagi, ed era non solo comprensibile ma legittimo che per la nuova stagione fosse individuato un patto di coabitazione. Ma a mutare il contesto è la strategia un po’ incendiaria con cui si è dato fiato alle cornamuse neanche fossimo in Braveheart, issando barricate e dipingendo scenari danteschi con un angolo di Roma tramutato in Malebolge.

Tant’è, temo toccherà riporre l’ascia di guerra, perché ora il celeberrimo glass trasloca altrove, con (possibili) oneri e (indubbi) onori, lasciando agli annali l’ennesima geremiade su concerti ed eventi “troppo rumorosi, troppo invadenti, troppo impattanti”. Lo dissero di Vasco Rossi, dei Deep Purple, dei Kiss, di Madonna, e non mancano neppure centinaia di denunce per le intollerabili campane delle chiese... Vuoi vedere che siamo diventati un paese di mistici amanti del silenzio? Che strano: 250 anni fa Goethe nel suo “Viaggio in Italia” ci attribuiva come caratteristica il far rumore e musica perfino di notte, perfino per strada. Forse perché non esistevano ancora i condomìni.

domenica 9 luglio 2023

Help!



Ci ridurranno così!

Facci tui!



“Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa“.

Con questa frase il Coglione per antonomasia, il Salvagente per tutti i coglioni che grazie a lui non perdono la speranza che un giorno, e perché no, potrebbero diventare giornalisti o anche, e in quel caso ecco delinearsi Gasparri, politici nazionali, ebbene questo neo assunto in Rai quale spregio alla professionalità dei commentatori, ha ulteriormente infangato la povera ragazza già in mano al pellerossa il cui padre alterna democrazia al più nero fascismo. I normodotati dovrebbero ogni giorno elevare un pensiero di libertà, mandando mentalmente a fare in culo il Ras dei Coglioni, tale Facci!

Estratto


“Dirigo i miei lenti passi (più rapidamente di quanto penso) al portone per salire di nuovo in casa. Ma non entrò; esito; proseguo. Praça da Figueria, sbadigliando mercanzie di vari colori, popolandosi di compratori mi copre l’orizzonte di girovago. Avanzo lentamente, defunto, e la mia visione non è più mia, non è più niente: è quella dell’animale umano che ha ereditato senza volere la cultura greca, l’ordine romano, la morale cristiana e tutte le altre illusioni che formano la civiltà all’interno della quale io percepisco.
Dove saranno i vivi?” 

(Fernando Pessoa - Il libro dell’ inquietudine)