domenica 26 marzo 2023

Calcio nostrano

 

Lo stadio Picco è diventato troppo piccolo
Lo dicono i numeri: l’affluenza media delle gare di serie A è di 28.995 spettatori, mentre sono 8.840 per le partite giocate alla Spezia

di Mirco Giorgi 

LA SPEZIA 
Ora che il Covid non è più un’emergenza, dopo quasi tre stagioni di serie A, con la speranza di vederne una quarta, la questione della capienza inadeguata del Picco esplode. Tutti si beano dell’ennesimo tutto esaurito in arrivo con la Salernitana, ma nessuno che dica che vendere tutti i biglietti in un stadio così piccolo è semplicissimo persino con le assurde scelte di marketing che hanno escluso un sacco di famiglie. A chi si esalta con poco, rispondiamo con la forza di tre numeri. Il primo è 28.995, affluenza media delle gare di serie A fino ad oggi, nonostante le dirette televisive, le problematiche degli impianti e i costi dei biglietti non certo alla portata di tutti. Il secondo è 8.840, affluenza media delle partite giocate al Picco. Il terzo è 11.676, capienza attuale dell’impianto di viale Fieschi. E’ evidente che non si potrà rimanere a lungo in questa categoria se la distanza non viene sensibilmente abbattuta. Salire a 12.000 garantirebbe il minimo richiesto, ma è anche un vicolo cieco. Intanto perché la pressione del baraccone, e di tante grandi piazze che al momento non sono in A, potrebbe far salire facilmente questo limite e rendere lo stadio off limits. Ma soprattutto perché numeri così bassi sono destinati, prima o poi, a tagliarti fuori, non fosse altro che per economia di scala. Che sia stato perso un sacco di tempo è incontestabile. Che si sia persa l’occasione unica di sfruttare il periodo di porte chiuse (durato ben un anno e mezzo) per lavorare a un potenziamento strutturale dell’impianto è un altro dato di fatto. Che la tribuna, ad esempio, sia semplicemente impresentabile a qualsiasi livello professionistico basta la sua ridicola capienza di 1.162 posti a dimostrarlo (il Luperi di Sarzana, che ospita la Fezzanese in D, ha una tribuna coperta da 2.500). Viene il nervoso a pensare quante decine di città in Italia si sarebbero comportate al posto nostro. Facciamo sempre l’esempio di Cesena, ma è utile ricordarlo: promozione in A nell’estate del 1988, demolizione di tre settori iniziata il giorno dopo la fine del campionato, stadio completamente rifatto in tre mesi, prima partita del nuovo campionato con l’impianto agibile, copertura terminata durante la stagione, primo stadio totalmente coperto in Italia, un gioiello. Tecnologia allora avveniristica, con blocchi di stadio costruiti altrove e poi assemblati in loco, perfettamente replicabile con trent’anni di vantaggio e tecniche probabilmente molto più avanzate. Ma la logica del «maniman» (termine purtroppo ormai in disuso nella pur ligure La Spezia) ha prevalso su ogni cosa. Progetti di minima, non sia mai. E non trascuriamo i grandissimi problemi di sicurezza che sono sempre lì sul tavolo. A nessuno interessa il potenziale redditizio di un grande stadio, che potrebbe ospitare, in una città turistica come la nostra, eventi di ogni tipo durante l’estate, facendo aumentare le possibilità di rientro sull’investimento: un weekend estivo con tre date di Vasco Rossi, ad esempio, quanto farebbe incassare? Qui nessuno chiede di buttare via i soldi ma di spenderli bene, perché ritornerebbero con gli interessi, visione del tutto sconosciuta ai nostri politici.

sabato 25 marzo 2023

L'incompetenza al potere

 

Salvini e la costosissima barzelletta del ponte
DI ALBERTO ZIPARO *
Gli annunci reiterati di Matteo Salvini sul Ponte sullo Stretto di Messina – una vera campagna mediatica – non vanno presi per novità di rilievo politico e programmatico. Il neo ministro delle Infrastrutture ha intensificato frequenza e quantità di annunci, anche perché aumenta la quota di inadempienze e incapacità che l’agitare della figurina del Ponte deve coprire. Se all’inizio era solo l’ignoranza e il vuoto di conoscenza e azione rispetto ai problemi e alle necessità del Sud, specie di Calabria e Sicilia, da occultare, ora si sono aggiunte due autentiche catastrofi sociali per i territori meridionali: la cancellazione del Reddito di cittadinanza e l’avanzata dell’Autonomia differenziata. E questo a non dire delle liti di governo.
Ci sono però alcuni punti da chiarire per spiegare la grande balla del Ponte. Innanzitutto non c’è un atto ufficiale: il verbale del Cdm in cui si è trattato l’argomento chiarisce che l’approvazione del decreto è stata “salvo intese”. Tradotto: questa potrà potrà essere definita una volta che i problemi legali, normativi, economici, tecnici e programmatici della questione siano stati affrontati e risolti, forse tra altri cinquant’anni.
Fonti informali di governo specificano la natura di tali problemi. Il mancato decreto risultava “privo di fondamenti” normativi e legali, prima che tecnici e programmatici. L’elenco delle bizzarrie giuridiche è lungo: “Resuscitare” la società concessionaria del progetto e dei lavori del Ponte, già liquidata; ripristinare i diritti di affidamento dei lavori al Contraente generale (che intanto non esiste più, essendo cambiate natura giuridica e caratteristiche dell’impresa capofila, che prima era Impregilo e adesso è Webuild); riattivare la procedura ex Legge Obiettivo (cosa possibile per la procedure già in corso al momento dell’abrogazione della stessa legge, ma non in questo caso, in quanto la caducazione di tutti i contratti di appalto e la cancellazione ufficiale del progetto ha chiuso anche la continuità di procedura ex Legge Obiettivo e cancellato la fonte normativa dell’operazione). Oggi riaffidare i lavori alla società in cui è parzialmente presente la società ex capofila del general contractor significherebbe affidare un contratto d’appalto di una decina di miliardi a trattativa privata, in barba a tutte le norme nazionali e comunitarie. Come irregolarità e illegalità non c’è male.
La cosa incredibile è che non sono solo e non tanto questi i problemi del Ponte. Gli attuali fan del progetto omettono infatti un passaggio fondamentale, che fu decisivo nel 2013 per la sua cancellazione ufficiale: lo stesso coordinatore tecnico-scientifico del progetto, professor Remo Calzona, aveva ammesso che, a fronte delle numerosissime edizioni di un progetto infinito, la sua versione esecutiva, quella cruciale per dimostrare la reale fattibilità dell’opera, non era mai stata redatta perché avrebbe provato l’esatto contrario della fattibilità, ovvero che il Ponte non si può fare. Non è che sia difficile, problematico, complicato, arduo o pieno di incognite: è semplicemente impossibile. Il progetto è giudicato “allo stato non realizzabile” dalla massima autorità tecnica competente, non da un gruppuscolo di ostinati luddisti, sia nell’ultima versione con campata unica di 3,3 chilometri, sia nella versione con i piloni nello Stretto, bocciata anni prima proprio dai luminari coinvolti all’uopo dalla società e dal ministero, che avevano stabilito l’impossibilità di poggiare il manufatto su pile “nel mare” proprio per le condizioni sismo-tettoniche e meteo-climatiche dello Stretto.
Stessa sorte è toccata alle altre ipotesi progettuali. Il perché di tutto ciò è semplice: a oggi non esistono ancora materiali che assicurino le prestazioni tecnologiche necessarie per costruirlo. Questo problema insormontabile non è mai menzionato dai politici e dai decisori pubblici locali e nazionali che continuano a perseverare sulla favola del Ponte sullo Stretto. La stessa stupefacente insistenza rappresenta un’autodenuncia della sua ignoranza e incapacità. Pur di annunciare “i cantieri tra un paio di anni” è costretta a ignorare il problema capitale della non costruibilità, per non parlare delle gravissime criticità territoriali, ambientali, economiche, sociali, trasportistiche emerse in decenni di studi sul progetto.
Il Ponte è un annuncio perenne, immagine paravento di mancanze e insipienze della politica istituzionale rispetto alle regioni coinvolte e in generale al Mezzogiorno. Più di questo, è stato una formidabile fonte di sprechi e sparizione di risorse pubbliche (oltre mezzo miliardo di euro in cinquant’anni): sarebbe bene smetterla davvero con questa costosissima barzelletta diventata una piaga sociale.
* Ingegnere ed Urbanista Università di Firenze

Anche l'uranio è buono?

 

Uranio Fan Club
di Marco Travaglio
L’uranio sarà anche impoverito, ma il suo Fan Club non fa che arricchirsi. Dopo il duo Caprarica-Fubini, giovedì a Piazzapulita ne parlavano Vittorio Emanuele Parsi e Francesca Mannocchi. Invano Corrado Formigli ricordava la strage infinita di soldati in missione all’estero, mentre quelle dei civili possiamo soltanto immaginarle. Poi intervistava Sigfrido Ranucci sui bombardamenti anglo-americani a Fallujah (Iraq) col fosforo bianco. E, con Padellaro e Negri, notava il doppiopesismo del Tribunale dell’Aja che vuole arrestare Putin dopo aver dormito sonni profondi sulle stragi occidentali da uranio impoverito e da fosforo bianco. Ma ora che l’uranio impoverito lo donano generosamente gli inglesi agli amici di Kiev non riesce proprio a indignare né Parsi né Mannocchi. Sì, certo, spiegava Parsi, agli ucraini va raccomandato di “non raccogliere queste cose (sic, ndr) senza cautela, perché potrebbero essere pericolose” e financo “avere delle controindicazioni”, tipo l’aspirina. Ma “non hanno nessuna capacità di escalation”, quindi “sta a noi decidere se vogliamo fare (sic, ndr) l’agenda dei russi o la nostra”. Ovvio che è meglio la nostra, anche se è difficile distinguerla da una cartella clinica di oncologia. Mica possiamo darla vinta a Putin rinunciando a sterminare un po’ di ucraini con un po’ d’uranio.
Padellaro osservava che la parola “uranio” allarma vieppiù l’opinione pubblica per un’escalation senza sbocchi né strategie. Ma Mannocchi metteva su l’arietta di Parsi: queste cose spettano ai “decisori”, non certo all’“opinione pubblica, che non ha la lucidità”. A noi pare l’opposto, ma non essendo decisori non siamo lucidi. Invece il lucido Parsi spiegava che i giudici dell’Aja “applicano la legge in ossequio alla separazione dei poteri, non all’opportunità politica”: infatti hanno inviato “un segnale a Putin”, che è proprio una scelta politica. E la lucida Mannocchi opinava che non si può chiedere a quei giudici perché non processano tutti i criminali di guerra, ma solo chi conviene alla Nato: “L’Iraq è una vergogna che ci portiamo dietro, ma è un fatto storico, mentre ora parliamo di Ucraina”. E il milione di morti ammazzati da noi fra Iraq e Afghanistan è prescritto, sennò “c’è un pregiudizio antiamericano”. Cose che càpitano quando l’opinione pubblica poco lucida si ostina a non apprezzare le virtù taumaturgiche dell’uranio impoverito che “si libera attraverso le urine con molta più facilità” (Fubini). Ed è meglio del Viagra: vuoi mettere avere lì sotto un razzo a testata nucleare fosforescente che ti illumina a giorno la stanza da letto, così risparmi sull’abat jour? La preziosa sostanza è consigliata anche come profumo per ambienti e sale da bagno: la famosa essenza di geranio impoverito.

Ragogna

 



L'Amaca

 

L’amaca
La dittatura del mio corpo
DI MICHELE SERRA
Mi domando sempre più spesso come vive e ragiona l’umanità extra-occidentale, quella che non vive e non ragiona come noi. Si tratta, dopo tutto, dei sei settimi del totale (se non ci credete, fate i conti).
Me lo domando, per esempio, quando leggo che sulle colonne del New York Times ci si interroga, molto seriamente, su questo tema: sconfitta l’egemonia del Corpo Magro (diet culture) e poi divenuta un po’ troppo asfissiante e onnipresente, per reazione, la riscossa del Corpo Oversize, non sarà forse giunto il momento di lanciare un Midsize Movement (movimento delle taglie medie)?
Notizie come questa mi fanno desiderare fortemente un lungo soggiorno alle Aleutine, o in Indocina, o in Senegal, o in Nuova Guinea, non perché là si viva meglio (si vive, dal punto di vista del benessere, probabilmente assai peggio), ma perché almeno avrei la certezza che tra gli argomenti di conversazione non ci sia l’ipotesi di fondare una sezione locale del Midsize Movement.
Non che il corpo non sia un argomento molto rilevante per chiunque, ma non è che se ne parla un po’ troppo, in America e per imitazione anche da noi, afflitti dal Complesso del Pappagallo? E a parte parlarne troppo, non è che per giunta se ne parla stupidamente, con ridicole catalogazioni e intruppamenti che invece di stemperare le differenze le esaltano e le aggravano? E per dirla tutta, non è un poco lussuosa, un poco viziata, questa assemblea permanente su “come mi sento”, con tutto quello che succede nel mondo di più grave, e soprattutto di più interessante?

venerdì 24 marzo 2023

Barney e signora



Mai come oggi desidererei che il Maestro universale, iroso oltremodo, scorbutico, scontroso, ritornasse in vita e si recasse, munito di scalpello, da tale Barney Bishop, idiotissimo presidente della idiotissima Tallahassee Classical School, in Florida, che ha licenziato fulmineamente la preside Hope Carrasquilla, rea di aver mostrato agli studenti il David del Maestro e l’affresco della Creazione di Adamo della Cappella Sistina, che ha suscitato le ire di tre madri, una delle quali, sicuramente discendente da Madame Curie vista la splendida lucidità mentale, dichiaratasi sconvolta che suo figlio abbia dovuto vedere quelle immagini pornografiche!!! Mi piacerebbe vedere il Maestro entrare con la sua toscanità e spaccare ogni cosa, imprecando e maledicendo l’incommensurabile stupidità di questi idioti retrogradi nonché conservatori! Comunque visto che il Maestro sta riposando in quel di Santa Croce, il vaffanuculo a Barney e alla signora, placidamente glielo invio io!

Proprio non ce la fa!



Niente da fare! Proprio non ce la fa! Sta provando, con ottimi risultati, a fare l'europeista convinta, la Nato-servente, è adulata dai suoi adepti, in prevalenza industriali ma pure illuminati rapto-finanzieri, evasori, fobicibalzellisti, ma non riesce a fingere di agevolare quel senso di democrazia che un/una/il/gli/le premier dovrebbe avere. 

E così oggi, nel settantanovesimo anniversario delle Fosse Ardeatine, ha rilasciato questa dichiarazione:  

"Oggi l'Italia onora le vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine - ricorda la premier con una nota - Una strage che ha segnato una delle ferite più profonde e dolorose inferte alla nostra comunità nazionale: 335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani." 

Con il dovuto rispetto cara, per modo dire, la nostra, anzi la vostra, premier: eunbelpaiodiciufoli, mi permetta! 

I 335 martiri innocenti, trucidati da quei bastardi dei nazisti alleati ai criminali nostrani, sono stati ammazzati perché antifascisti! 

Viva la Costituzione antifascista! 

Viva la Libertà! 

Viva l'Italia liberata dal fascismo!