martedì 14 marzo 2023

No satira, no libertà!

 

I nasi comunicanti
di Marco Travaglio
Mi chiamano per replicare a una polemica di quel circoletto di onanisti chiamato Twitter sulla caricatura di Elly Schlein firmata dal nostro Francesco Federighi. Qualche genio la chiama “fotografia”, qualche gigante del pensiero tira in ballo l’antisemitismo per via del nasone che la titolare, più spiritosa dei servi sciocchi, definisce “etrusco”. Naturalmente non replico un bel nulla: sarebbe come spiegare una battuta o una barzelletta a chi non l’ha capita. “Mai discutere con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza” (Arthur Bloch). Ma anche questo è un segno dei tempi. Sono i dittatori che ingaggiano pittori di corte per farsi il ritratto autorizzato. Dove la stampa è libera, i potenti vengono sbeffeggiati dalla satira e dalla sua forma più bonaria: la caricatura, “ritratto che, senza abolire la rassomiglianza con la persona, ne accentua in modo ridicolo o satirico i tratti caratteristici” (Treccani). Federighi ha lavorato per varie testate, fra cui l’Espresso, caricaturando uomini, donne e Lgbtq di destra, centro e sinistra: il naso lungo di Conte, le orecchie a sventola della Raggi e del Papa, le occhiaie della Meloni, i dentoni di Renzi…
Forattini è nella storia grazie a Fanfani nano, Andreotti gobbo, Spadolini diversamente virile, Fassino scheletrico. Nessuno si scandalizzò né stupì. Allora la censura colpiva la satira più feroce, quella in tv: Tognazzi e Vianello su Gronchi, Fo e Rame sulle morti bianche, Grillo su Craxi e Telecom, i Guzzanti su B. e Bossi, Luttazzi un po’ su tutti. Poi la satira sparì dalla tv (a parte Crozza sul Nove). Il Fatto, nato per dar voce a chi non ce l’ha, ne è impregnato in ogni pagina. E finisce spesso nel mirino dei censori. Nel 2016 per la vignetta di Mannelli sulla Boschi: “Riforme: lo stato delle cos(c)e”. Sessista, volgare! Le risate che ci facemmo con Dario Fo: “Disegnatela a mezzobusto come Vespa e ditelo ufficialmente: la Boschi non ha le cosce”. L’anno scorso per la vignetta di Vauro sul nasone di Zelensky: antisemiti, putiniani! Diciamolo ufficialmente: Zelensky ha un nasino alla francese. L’altroieri Salvini che tuona contro Mannelli per il Circo Meloni con animali. Ora, in questa inarrestabile regressione verso l’età della pietra, fa scandalo una caricatura della Schlein: e non per la Schlein, ma per i suoi cortigiani. I famosi filo-semiti che esaltano il battaglione Azov. Intanto la Bbc è costretta a furor di popolo a reintegrare Gary Lineker dopo averlo sospeso per un feroce tweet contro il governo Sunak. Nei Paesi seri anche la censura è una cosa seria. Nel Paese di Pulcinella si strilla contro le caricature, anche perché un caso Lineker non ce lo possiamo permettere: qui uno come lui non verrebbe mai censurato, perché nessuno gli avrebbe dato un programma.

Vergognarsi del proprio paese

 

Naufragio, la risposta shock di Roma “Bengasi non si muove? Ok, bye bye”
L’atto d’accusa all’Italia nella ricostruzione della Ong Sea Watch “Non intervenire per salvare quei migranti è stata una scelta politica”
DI ALESSANDRA ZINITI
ROMA — «Non abbiamo nessuna motovedetta oggi», rispondono da Tripoli mentre il barcone grigio con 47 persone terrorizzate a bordo sale e scende su onde alte fino a tre metri ormai da 14 ore. «Grazie. Bye bye», tagliano corto da Roma buttando giù il telefono agli operatori della ong Sea Watch che dalla mattina chiamano tutti i centri di soccorso, Libia, Malta, Italia. Sono le 16.02 di sabato. Dodici ore dopo, 30 delle 47 persone che chiedevano aiuto da 27 ore sono in fondo al mare.
È così che si continua a morire nel Mediterraneo, con le autorità marittime che non rispondono, buttano giù i telefoni, ignorano le richieste di soccorso, fanno scelte attendiste in situazioni dove ogni minuto può costare una vita.
«È stata una scelta politica quella dell’Italia di non intervenire mandando tempestivamente mezzi in grado di soccorrere quelle persone. Scelte in linea con quanto affermato da Giorgia Meloni a Crotone: “Vogliamo scoraggiare le partenze, dire a questa gente che non conviene venire in Italia”. Solo che vogliono farlo capire lasciandoli morire in mare», la pesantissima accusa che lancia Giorgia Linardi di Sea Watch. Parla con la rabbia e l’amarezza di chi, per un intero giorno, haseguito quel barcone, rilanciando il primo mayday partito alle 2.28 della notte tra venerdì e sabato quando i migranti hanno chiamato il centralino di Alarm Phone.
La ricostruzione delle ore che precedono il naufragio attraverso gli audio delle conversazioni registrate da Sea Watch con le sale operative di Roma e Tripoli e con il Basilis L, il primo dei quattro mercantili poi intervenuti sulla scena, sono l’agghiacciante testimonianza di un’altra tragedia evitabile se chi era stato informato avesse agito con tempestività.
Sono le 9.32, dunque sette ore dopo il primo allarme. L’aereo Seabird della ong tedesca avvista il barconee lancia ilmayday : «Una barca di legno grigia, 50 persone a bordo, onde alte, la gente in pericolo si sbraccia, è richiesta assistenza immediata ». Risponde subito il mercantile Basilis L: «Siamo a circa 20 miglia, stiamo procedendo ora». Il video girato dall’aereo mostra onde che coprono il ponte del mercantile alto più di cinque metri. Passa un’ora e quando alle, 10.30, Sea Bird richiama Basilis per sapere perché non interviene, la risposta è questa: «La sala operativa di Roma ci ha detto di seguire le istruzioni della Guardia costiera libica. Raggiungere il luogo e attendere». Passano le ore e nessuna motovedetta arriva. Nel primo pomeriggio a Sea Watch è chiaro che è in atto uno dei tanti respingimenti camuffati da soccorso che avvengono in zona Sar libica: in sostanza, Imrcc Roma — che in quanto prima autorità a essere informata dei fatti ha comunque l’obbligo di coordinare il soccorso in attesa dell’arrivo dell’autorità del Paese competente — si limita a ordinare al mercantile di passaggio di stare ad “ombreggiare” il barcone, confidando che i libici mandino una motovedetta e riportino indietro i migranti. Ma neanche questo avviene. Ecco la risposta che Sea Watch ottiene dalla sala operativa di Tripoli: «Non abbiamo nessuna motovedetta a Bengasi oggi. Proviamo a trovarne una, proviamo». Alle 16.02, Sea Watch richiama Roma e spiega: «Il nostro aereo ha lasciato la scena, abbiamo appena chiamato Jrcc Libia e ci hanno detto che non sono riusciti a trovare nessuno e quindi nessuna motovedetta si sta dirigendo verso il caso in pericolo. Chi è ora responsabile per questo caso visto che Jrcc Libia non è in grado di rispondere a questa emergenza? ». La risposta è agghiacciante: «Ok, thank you for the information. Bye bye».

L'Amaca

 

La pigrizia del proibizionismo
DI MICHELE SERRA
Ha ragione il sottosegretario Mantovano quando dice che «tutte le droghe fanno male». Dice il vero. Fanno male gli oppiacei, le anfetamine, la cannabis, la nicotina, il vino, l’amaro anche se dei frati. Fanno male l’abuso di farmaci, gli eccessi alimentari, gli insaccati, le cene grevi, gli strapazzi erotici, l’inattività fisica, il tirar mattina, fa male la vita irregolare, fanno male molti amori e molto spesso, a fare male, è la vita stessa.
Ma fa ancora più male vietare per legge questi mali, illudersi di eliminarli ammanettandoli. Tanto è vero che neppure il più ottuso o severo dei legislatori si sognerebbe di proibire il vino, le sigarette, i cibi grassi, gli zuccheri, l’abuso di farmaci, solo perché “fanno male”. I comportamenti sani si possono solo suggerire, magari sulla base di qualche informazione scientifica attendibile e di una buona politica scolastica; ma imporli per legge equivale a trattare i cittadini da bambini (come fanno le dittature) e a ingrassare il mercato nero ad ogni nuova proibizione. Quando si dice che la virtù non si può imporre per decreto non lo si dice perché si è favorevoli al vizio. Ma perché si considera che lo Stato non debba illudere se stesso, e i cittadini, che il vizio sia estirpabile con un così banale espediente, un “no!” gridato come quello che si grida al cane o al gatto quando si avvicinano all’arrosto.
L’educazione, l’amor proprio, la disciplina, la continenza, il senso della misura non sono cose che si impongono, sono cose che si insegnano. Per questo il proibizionismo ha effetti catastrofici: perché è pigro. Insegnare è faticoso, punire è facilissimo.

lunedì 13 marzo 2023

Tanto bene a Te!

 


Tomaso e l'orrore

 

Meloni, Salvini e l’impossibile omaggio ai migranti di Cutro
I TEORICI DELLA “SOSTITUZIONE ETNICA” - Quei corpi di cui ora la destra finge compassione, sono quelli di chi da anni è stato dipinto come nemico mortale della nostra nazione, bianca e “cristiana”
DI TOMASO MONTANARI
Le bare di Cutro – quelle a cui il governo Meloni non ha avuto nemmeno il coraggio di rendere omaggio durante la sconcertante photo opportunity sul luogo del delitto – stanno in fondo a molte catene. Su quella, corta e determinante, dei fatti e dei non fatti di quella notte è, e sarà, relativamente facile fare luce. Ma non bisogna per questo trascurare le altre: quelle politiche (le leggi sull’immigrazione: tutte securitarie e sostanzialmente razziste dalla Turco-Napolitano in poi, in una fuga verso il peggio in cui Minniti è l’anticamera di Salvini), e quelle culturali.
Quei corpi inermi, di cui ora la destra finge di avere compassione, sono i corpi di chi da anni è stato dipinto come nemico mortale della nostra nazione, bianca e “cristiana”. Prendiamo il ministro della Guardia costiera – quel Matteo Salvini di cui l’attuale ministro dell’Interno Matteo Piantedosi fu capo di Gabinetto al tempo dei Decreti sicurezza. Ecco qualcuna delle sue uscite degli ultimi: “La sinistra, a livello mondiale, ha pianificato un’invasione, una sostituzione di popoli. Io non mi arrendo, io non ci sto”. “Lo ius soli in Italia non lo accetto, è una sostituzione di popoli, una immigrazione programmata”. “82.000 italiani l’anno scorso sono scappati all’estero per lavorare, un record. Intanto quest’anno sono sbarcati quasi 150.000 immigrati, senza lavoro. È in corso un tentativo di sostituzione di popoli, ma io non mi rassegno”. “È in corso un tentativo di genocidio delle popolazioni che abitano l’Italia da qualche secolo e che qualcuno vorrebbe soppiantare con decine di migliaia di persone che arrivano da altre parti del mondo”. “Con il flusso incontrollato di migranti è in corso un tentativo di sostituzione di popoli”.
È la teoria – insieme demenziale e criminale – della “sostituzione del popolo”: per cui l’etnia europea bianca e cristiana sarebbe minacciata da un complotto giudaico-massonico che la vuole sostituire con neri musulmani, spediti con i barconi sulle nostre coste. Una teoria espressa in termini quasi identici nel Mein Kampf di Hitler, nelle rivendicazioni di Brenton Tarrant (lo stragista delle moschee neozelandesi) e, appunto, nelle parole di Salvini e dei suoi. L’attuale presidente della Camera Lorenzo Fontana denuncia “un annacquamento devastante dell’identità del paese che accoglie [i migranti]”; mentre l’altro Fontana, presidente della Lombardia, ha detto che “non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. E la presidente del Consiglio (quella che per Enrico Letta e Stefano Bonaccini non sarebbe fascista, e sarebbe capace) non è da meno. Tra tantissime uscite, eccone una del 2016: “Prove generali di sostituzione etnica in Italia. Nel 2015 più di 100 mila italiani hanno lasciato la nostra Nazione per cercare fortuna all’estero. Di questi oltre il 30% sono giovani tra i 18 e 34 anni. In compenso, sempre nel 2015 sono sbarcati in Italia 153 mila immigrati, nella stragrande maggioranza uomini africani”. La donna, madre, cristiana e bianca denuncia l’invasione degli uomini neri, e si è più volte detta sicura che in Italia ci sia “un disegno di sostituzione etnica”. Come può essere credibile oggi la sua commozione su quei corpi neri? Come può esserlo la Meloni che difende il suo amico Orbán a spada tratta? Quell’Orbán che ha detto: “Dobbiamo affermare che non vogliamo che nella nostra società ci siano la diversità, la mescolanza. Non vogliamo che il nostro colore, le nostre tradizioni e la nostra cultura nazionale si mescolino con quelle degli altri. Non lo vogliamo. Non lo vogliamo affatto. Non vogliamo essere un paese dove ci sia diversità. Vogliamo essere quello che eravamo mille e cento anni fa”.
Hanno costruito la loro conquista del potere sull’odio per i corpi neri, sull’imprenditoria della paura. E ora che al potere ci sono arrivati, provano a costruire una società a loro immagine e somiglianza.
Un minuscolo indizio. è stato ripubblicato dal governo Meloni identico a quello precedente. Salvo che per l’obiettivo della costruzione “dialogo interculturale, attraverso iniziative che favoriscano un processo di scambio di vedute aperto e rispettoso fra persone e gruppi di origini e tradizioni etniche, culturali, religiose e linguistiche diverse, in uno spirito di comprensione e di rispetto reciproci”. Obiettivo sostituito con la “promozione e diffusione degli aspetti più qualificanti della cultura italiana, nella sua dimensione artistica, letteraria e storica, per rafforzare tra i giovani il senso di appartenenza alla Nazione e il ruolo da questa svolto nello sviluppo culturale mondiale”. Questo è il futuro che hanno in mente i fascisti del terzo millennio: che almeno non fingano di piangere sui corpi di quei temibili portatori di multiculturalismo, colpevoli di attentato all’identità italiana.

Interessante

 

Come le big della consulenza hanno svuotato Stati e imprese
IL GRANDE INGANNO - Un mercato da 900 mld basato su competenze finte, conflitti d’interesse veri e vaste reti di potere
DI ALESSANDRO BONETTI
Il nostro tempo di transizione si porta dietro, come sempre in casi analoghi in passato, sfide enormi a cui i governi e le imprese non sembrano preparati. Il motivo? Ce ne sono molti, ovviamente, ma un pezzo della colpa va anche alle grandi multinazionali della consulenza, che sempre di più svuotano il settore pubblico e quello privato di competenze e visione del futuro. È questa la tesi dell’economista Mariana Mazzucato (famosa per le sue idee sullo Stato imprenditore) e di Rosie Collington (dottoranda con Mazzucato all’Institute for Innovation and Public Purpose di Londra). Il titolo è eloquente: The Big Con (traducibile come “il grande inganno”). Secondo le studiose, infatti, le società di consulenza estraggono una rendita esagerata dalla propria attività, cioè guadagnano molto più di quanto giustificato dal loro contributo effettivo ai clienti.
Per argomentare questa tesi, le autrici hanno studiato il campo della consulenza per anni. È un settore molto concentrato: poche multinazionali, con sede nel Nord globale, dominano il mercato e sono fra gli approdi più ambiti dai neolaureati: si va dalle Big Four della contabilità (Deloitte, EY, KPMG, PwC) alle Big Three specializzate in gestione aziendale (McKinsey, Bain, Boston Consulting Group), fino a una moltitudine di sigle minori, le “boutique”.
Le aziende più grandi, peraltro, di solito non sono quotate in Borsa, ma inquadrate in strutture a responsabilità limitata: le loro attività economiche rimangono quindi opache, tanto che “valutare con precisione il mercato globale dei servizi di consulenza è impossibile”. In ogni caso, le stime suggeriscono che il mercato è cresciuto moltissimo negli ultimi decenni: nel 2010 il fatturato complessivo si aggirava intorno ai 350 miliardi di dollari, nel 2021 era fra i 700 e i 900 miliardi.
Cosa giustifica queste cifre enormi? Secondo la teoria classica, i consulenti sono esperti che aiutano i clienti a raggiungere i loro obiettivi e trasferiscono conoscenze tra organizzazioni. Secondo Mazzucato e Collington, invece, questa spiegazione non basta a dare conto della dimensione e pervasività delle società di consulenza: l’influenza di queste società deriva anche dalla loro capacità “di creare un’impressione di valore”. Un’impressione, si badi bene, perché spesso i consulenti non hanno una competenza specifica nel campo in cui di volta in volta danno consigli. Quel che conta, però, è che “le pratiche di consulenza e le immense risorse e reti delle grandi società contribuiscono a infondere fiducia nel valore di una consulenza”.
Grazie a questa apparenza di conoscenza tecnica e imparziale, i consulenti riescono a persuadere “governi svuotati e timidi” e “aziende che massimizzano il valore per gli azionisti” ad esternalizzare a loro le proprie attività. Un “trucco”, insomma, che permette al settore di accumulare rendite.
Le società di consulenza prosperano anche grazie all’ossessione per i risultati di breve termine, che spinge aziende e governi a rivolgersi ai consulenti invece di investire in risorse interne. I consulenti “surfano” abilmente sulle trasformazioni dell’economia, amplificandole e traendone vantaggio. E così l’ossessione per il breve termine diventa, da causa, anche conseguenza del loro ruolo sempre più invadente, in un loop senza fine.
La situazione è particolarmente grave nel settore pubblico. Più un governo esternalizza, più disimpara, più è difficile che abbia le competenze per negoziare coi propri fornitori, e più sarà spinto a esternalizzare ulteriormente: in questo modo diventa sempre meno capace di guidare i processi economici a vantaggio dei cittadini e sempre più vittima della retorica anti-Stato. Le conseguenze di questo circolo vizioso sono sotto gli occhi di tutti: oggi in Italia molti enti locali si trovano costretti a rinunciare ai fondi del Pnrr per l’incapacità tecnica di spenderli, come d’altronde avveniva spesso già negli anni passati coi fondi strutturali europei.
Tornando al nostro tema, com’è possibile che le consultancies siano divenute così pervasive? La spinta storica che fece esplodere il settore fu l’ondata neoliberale degli anni Ottanta e Novanta. Anche nei decenni precedenti i consulenti collaboravano attivamente con attori privati e pubblici, ma nella maggior parte dei casi fornivano soprattutto informazioni e competenze specialistiche. Dagli anni Ottanta, invece, iniziarono a occuparsi in modo crescente anche di management aziendale vero e proprio.
Sotto l’egida di politici di destra (come Reagan e Thatcher) e di centrosinistra (quelli della Terza Via, da Blair a Clinton), le società di consulenza furono coinvolte attivamente nella definizione di nuovi modelli di appalto pubblico, come le private finance initiatives (PFI). Nel Regno Unito nel 1997 il governo Blair reclutò membri della Andersen Consulting per capire come ampliare l’uso delle PFI negli appalti pubblici e poi creò all’uopo una società (Partnerships UK), il cui personale era composto soprattutto da consulenti provenienti da società private o comunque molto legati al settore. Nel frattempo, queste stesse società fornivano consulenze ai privati su come partecipare ai nuovi appalti. Un caso eclatante di conflitto di interessi, ma non l’unico né l’ultimo (vedi l’articolo a fianco).
Le società di consulenza sono arrivate a formare una burocrazia trasversale e privatizzata, che non deve rispondere di fronte ai cittadini e corre pochi rischi mentre realizza ingenti guadagni. Inoltre, con la loro aura di imparzialità, queste società possono fornire ai governi la legittimazione necessaria per decisioni controverse come tagliare la sanità o l’istruzione. Anzi, dato che la crescita della consulenza dipende da una continua esternalizzazione, i consulenti tendono a favorire strutturalmente politiche di privatizzazione e di “Stato minimo”.
D’altra parte, per amministrazioni pubbliche impoverite di competenze e fondi la scelta di ricorrere ai consulenti è quasi obbligata. Anche perché, a volte, le grandi consultancies si offrono di svolgere certi lavori gratis o a tariffe molto inferiori a quelle di mercato: basti citare qui l’incarico dato da Mario Draghi a McKinsey per la scrittura del Pnrr. L’esternalizzazione delle decisioni è una via “allettante per i funzionari pubblici in dipartimenti avversi al rischio che, dopo anni di tagli al bilancio, hanno poche risorse”. Mazzucato e Collington lo chiamano lowballing: grazie a questa strategia le società ottengono informazioni e contatti preziosi e penetrano ancor più nei gangli del governo.
L’espansione del settore si basa anche sulle dinamiche di funzionamento interne. Si parla ad esempio di up or out: l’alternativa per un dipendente è fra la promozione (up) o l’uscita dall’azienda (out). In realtà, anche se esci, è probabile che tu resti nel network della società per cui lavoravi ed è così che le società di consulenza sono riuscite a creare vaste reti di ex collaboratori che lavorano in altre aziende, ampliando così il proprio raggio d’azione e la capacità di raccogliere informazioni.
Negli ultimi anni varie inchieste giornalistiche e rapporti governativi hanno messo in luce le criticità del settore. Il libro di Mazzucato e Collington sembra andare più a fondo nella diagnosi del problema, che “non è la consulenza in sé o le intenzioni dei consulenti (…) ma l’industria della consulenza in continua espansione”, che cannibalizza le organizzazioni pubbliche e private. Le due studiose auspicano una riforma del settore, che obblighi le società a una maggiore trasparenza e le renda contrattualmente più responsabili di eventuali fallimenti. Se la diagnosi è giusta, però, sarà difficile vedere un sistema che si autoriforma.

domenica 12 marzo 2023

Ribrezzo



Questa notizia rende speciale questa domenica: Rosanna Cioli, pensionata della Spezia e militante dai tempi del PCI, definì il senatore “una merdaccia”, definizione tipicamente fantozziana, fu querelato dal fuciniere di querele, che recentemente si è accordato con la pensionata per la somma di 500 euro, irrisoria e che rende l’idea della sua voracità. E mi fermo qui, visto che se dovessi dire la mia al proposito probabilmente dovrei tirar fuori cifre che non ho. Lo sdegno per questo episodio lo manifesto alla grande. Tanto è gratis! Non s’abbatta Rosanna! I conti si faranno sotto il lampione! Aspettiamo serenamente, tanto manca poco, pochissimo…