sabato 11 marzo 2023

Visione travagliata

 

Globi terracquei
di Marco Travaglio
La catastrofe umanitaria della conferenza stampa del governo a Cutro entra di diritto fra i classici della comicità noir (per i 73 morti e la danza macabra delle bare fra Crotone e Bologna). C’è la Meloni che non ha idea di ciò di cui parla. E, alla sua destra e alla sua sinistra, ci sono i vice Tajani e Salvini: quello sa leggere, infatti corregge sottovoce una delle sue scempiaggini; questo sa scrivere, ma solo sul cellulare mentre fa sì sì con la testa e gongola a ogni gaffe dell’odiata. I giornalisti, ritrovata finalmente coscienza di sé dopo 20 mesi di letargo draghiano, la smentiscono continuamente. E una vocetta fuori campo con inflessione sarda tenta di silenziarli: “Non è un dibattito”, “Non potete”, “Non è professionale”. È Mario Sechi, neo- portavoce e soprattutto portafortuna, già noto perché nella sua modestia crede di aver inventato il giornalismo e tiene a farlo sapere. Solo che non riesce a uscire dalle vite precedenti di montiano, renziano e draghiano e non si dà pace per questi cronisti che fanno domande (“Non è professionale”). Come se il problema fossero le domande e non le risposte.
Eravamo rimasti a Piantedosi che incolpava i morti di scarso patriottismo per non essere rimasti a Kabul o ad Aleppo a “contribuire al riscatto dei loro Paesi” e di somma imprudenza per aver scelto un barcone pericolante invece di una più confortevole nave da crociera; e poi rimediava con l’imperitura minaccia: “Fermatevi lì, veniamo noi a prendervi”, come dicono le segretarie dei Vip agli scocciatori che chiedono un appuntamento: “Ci facciamo vivi noi”. Ora la Meloni chiarisce che non intende andare a prendere nessuno: “Siamo abituati a un’Italia che va a cercare migranti nel Mediterraneo, ma questo governo vuole andare a cercare scafisti in tutto il globo terracqueo”. Dicesi globo terracqueo l’insieme di terre e acque del pianeta. E, se è ragionevole cercare lo scafista in acqua (salvo in quelle territoriali altrui), siamo curiosi di vedere come lo riconoscono sulla terraferma, dove può mimetizzarsi con qualunque altra figura professionale. A meno che non si faccia trovare in uniforme da scafista, con targhetta appuntata al petto, dicitura sulla carta d’identità e tessera del sindacato, nel qual caso chapeau. Ora potete facilmente immaginare il terrore seminato nella categoria scafistica dalla duplice minaccia meloniana: cercarli in tutto il globo terracqueo e condannarli fino a 30 anni di galera. Cioè la stessa pena che rischiano già oggi, anzi la rischierebbero se li prendessero. Ma non li prendono quasi mai perché i migranti, indagati per clandestinità, hanno la facoltà di non rispondere e quasi sempre la esercitano. Cioè perché le teste dei nostri sgovernanti sono globi terracquei. Anzi, solo acquei.

L'Amaca

 

Al mercato delle balle
DI MICHELE SERRA
Per quanto nessuno abbia una visione edificante del mondo dei media, quanto sta emergendo nel processo americano Dvs versus Fox è impressionante. Il contenzioso è noto: Fox, la rete tivù ventriloqua di Trump e della destra complottista, rilanciò con entusiasmo la bufala “ho perso per colpa dei brogli”, contribuendo a infiammare gli animi. La compagnia informatica Dvs, responsabile del voto elettronico, non l’ha presa bene e ha portato Fox davanti ai giudici.
Ora, a partire da quanto il padrone di Fox (e di tante altre cose) Murdoch ha dichiarato, sotto giuramento, in quel processo, a Fox nessuno credeva nella lettura paranoica che Trump dava dell’esito elettorale. Tutti, a partire dal conduttore Tucker Carlson, sapevano che le accuse di brogli erano insensate. Ma sapevano anche che il pubblico della rete, “drogato” da anni di propaganda trumpiana, preferiva pensare di avere perso le elezioni in modo fraudolento. E dunque diffusero quella grossa e pericolosa balla (erano i giorni dell’assalto al Campidoglio) senza farsi mezzo scrupolo: non contava la realtà delle cose, contava accontentare e mantenere un’audience già addestrata, in anni di propaganda, a una lettura puerilmente faziosa della politica. Opinione pubblica e tifoseria non sono la stessa cosa.
Dalle intercettazioni di Carlson emerge, per sovrammercato, il suo solido disprezzo per Trump. È dunque trumpiano, costui, non per convinzione ma perché quella è la parte in commedia per la quale viene pagato. In uno dei tanti dialoghi celebri di Prima pagina di Billy Wilder, Lemmon dice a Matthau: «O vinci il premio Pulitzer o vai in galera per un anno». Nel caso di Fox e del signor Carlson la prima ipotesi è da escludere.

venerdì 10 marzo 2023

Schiavismo 2.0

 

Estratto dell’articolo di Chiara Tadini per www.today.it

 

“Non si trova personale". "I giovani non hanno più voglia di lavorare". "Non c'è più spirito di sacrificio, preferiscono stare sul divano a prendere la disoccupazione". Quante volte negli ultimi anni abbiamo sentito o letto sulle pagine dei giornali queste frasi ripetute dagli imprenditori?

 

Non fanno eccezione quelli del settore turistico, con centinaia di appelli lanciati a mezzo stampa o social in cui albergatori, ristoratori e titolari di stabilimenti balneari denunciano la difficoltà nel reperire baristi, camerieri, cuochi, animatori e altre figure lavorative del comparto.

 

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Ho provato a candidarmi ad alcune offerte di lavoro stagionale sulla riviera romagnola, mettendo in curriculum le mie reali esperienze nel settore turistico (e omettendo, per ovvi motivi, la laurea in giornalismo e le mie attività lavorative in ambito giornalistico). Le proposte ricevute, purtroppo, hanno confermato i miei dubbi sull'affidabilità degli appelli degli imprenditori balneari.

 

Tra le offerte di lavoro alle quali ho risposto inviando il mio (finto) curriculum, c'è un hotel a tre stelle della zona tra Cesenatico e Bellaria. L'annuncio pubblicato online dava poche informazioni: si cerca animatrice o animatore, preferibilmente con un anno di esperienza, preferibilmente conoscenza della lingua inglese, contratto a tempo determinato, turno diurno e stipendio 1.000-1.200 euro al mese. Non passano neanche cinque minuti dall'invio della mia candidatura che vengo ricontattata telefonicamente dal titolare.

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Innanzitutto non mi era mai capitato di ricevere una risposta in maniera così rapida; oltre a questo, mi stupisce la gentilezza della persona dall'altra parte del telefono, che fa di tutto per mettermi a mio agio e si aspetta che sia io a fargli una proposta di retribuzione. Il tutto con una semplice chiamata telefonica nel quale non mi chiede neanche di descrivere le mie esperienze precedenti (che ho appena abbozzato nel curriculum): sembra quasi che stia aspettando solo che io dica "Ok, accetto" per offrirmi il lavoro. […]

 

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L'albergatore mi spiega che in passato si è rivolto alle agenzie di animazione per l'invio di animatori, ma di avere avuto problemi perchè "sono ragazzi pagati poco e inquadrati male". Sembra una buona partenza. Prosegue spiegandomi subito gli orari di lavoro: due ore al mattino, dalle 10 a mezzogiorno, poi tre ore al pomeriggio, due ore di pausa per la cena e di nuovo dalle 20.30 fino alle 10 di sera. […]

 

Benissimo, visto che sembra già deciso a offrirmi il lavoro passo subito al sodo: contratto e retribuzione. "Considera che noi non possiamo assumerti come animatrice, ma ti assumeremo come tuttofare come abbiamo fatto in precedenza con altre animatrici". Perchè non può assumermi come animatrice? Forse perchè il tuttofare è il livello di inquadramento più basso del Ccnl del turismo...?

SCHIAVITUSCHIAVITU

 

Ma lui continua: "Per quanto riguarda lo stipendio dimmi tu, a quanto pensavi?". La butto sul ridere: "Beh allora direi 10mila euro al mese". Dopo un rapido scambio di battute arriva la proposta, quella vera. "Io offro 1.200 euro al mese, che non sono pochi". In effetti ho visto di peggio, anche se in questa offerta si richiede anche il lavoro serale, che per legge deve essere pagato di più.

 

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"Naturalmente non saranno proprio 1.200 in busta paga". Alt: in che senso? L'albergatore farfuglia un po': "Mah, adesso devo sentire bene con il commercialista... Sai, una parte dei soldi si dà in busta paga... L'altra fuori busta...". Cioè in nero? "Si esatto, fuori busta". Ma come? Non erano le agenzie di animazione quelle che pagavano poco e male? Ringrazio per l'offerta e riaggancio.

 

Un secondo imprenditore mi chiama un paio d'ore dopo l'invio del mio curriculum. La posizione da ricoprire, si legge nell'annuncio, è quella di barista in un bar in spiaggia poco lontano dall'hotel della prima offerta. "Tempo parziale mattina dalle 7.30 alle 15.30" (e già viene da chiedersi perchè scrivano tempo parziale se poi la giornata lavorativa è la classica full time da otto ore).

 

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La prima cosa che mi specifica il titolare è che in realtà stanno cercando un "aiuto barista". Gli orari sono quelli, dal lunedì alla domenica senza giorno di riposo - cosa illegale: il dipendente stagionale, alla pari di qualunque altro dipendente, ha diritto a 24 ore di riposo consecutive settimanali, e se la norma non viene rispettata le multe possono arrivare fino a 10mila euro. […]

 

Passiamo a contratto e retribuzione, e qui la situazione si fa davvero confusionaria. "Il contratto è a tempo determinato per tre mesi, però devo sentire con il commercialista se posso farti anche un contratto da apprendista, perchè con quello riesco a darti qualcosa in più in busta paga e a pagare meno contributi".

 

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Mi pare strano: un apprendista è pagato più di un non apprendista? Provo a chiedere delucidazioni: "Ma intendi il contratto di apprendistato? Perchè in tal caso la retribuzione è inferiore, non superiore a quella di un normale dipendente". "Ah... Non lo so... Non me ne intendo...". Vabbè, confidiamo nell'eventuale aiuto del commercialista.

 

Ma lo stipendio per un normale contratto a tempo determinato qual è? "1.100 euro". Lordi o netti? La mia domanda lo spiazza: "Oddio non lo so, io faccio un bonifico da 1.100 euro... Sei la prima che me lo chiede in tanti anni".  […]

 

Terzo imprenditore, titolare di due stabilimenti balneari nella stessa zona dei primi due colloqui. "Cerchiamo due bariste, ma facciamo una gran fatica a trovare personale", premette subito. Poi mi spiega le mansioni, che vanno ben oltre quelle della semplice barista: "Siamo in pochi e quindi tutti fanno tutto, dal preparare i caffè, al servirli al tavolo, alle pulizie, alla cassa, a darmi una mano a me ai fornelli".

 

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Lavoro anche di cucina quindi: bene, di solito il settore è pagato di più. La stagione è quella che qui viene definita "lunga", da Pasqua fino a metà settembre. La giornata lavorativa va dalle 8 del mattino alle 20.15 di sera e si lavora su turni di 8 ore e mezza.

 

Chiedo informazioni sul giorno di riposo: "Eh qui siamo in pochi, non riusciamo a fare il giorno di riposo". Questo significa lavorare per più di 5 mesi full-time senza neanche un giorno per rifiatare. E chi ha mai "fatto una stagione", come si dice nel settore, sa bene quanto siano massacranti le giornate di lavoro. Bene, passiamo all'argomento retribuzione. "Il primo mese io do 1.300 euro, poi se la ragazza va bene si passa a 1.500". Lordi o netti? Anche in questo caso ricevere una risposta precisa è quasi impossibile:

 

"1.300 sono quelli in busta paga... Non so... Io do quelli... Immagino siano lordi". Anche se fossero netti, comunque, significherebbe meno di 5 euro all'ora. Figuriamoci netti. "Grazie per l'offerta, ci penso e in caso ci risentiamo". […]

Filosoficamente Fini

 

Abbiamo smesso di vivere per paura della morte

di Massimo Fini 

In Parlamento si è aperto un dibattito sulla sigaretta elettronica. Si discute se sia davvero utile per “eradicare” (nel loro linguaggio da collitorti i medici hanno scritto proprio così invece di sradicare) il vizio del fumo, quello vero di chi sta sempre come Humphrey Bogart di Casablanca con la sigaretta in bocca tenuta leggermente di lato (un mito allora in tempi un po’ meno tremebondi). Il fumo, quello vero fortunatamente non è ancora proibito in Italia, se all’aperto.

In Giappone, che segue la linea proibizionista anche per il fumo vero, quello dello sigarette, hanno scelto una soluzione intelligente ma straniante. Tu cammini per le strade di Tokyo e non vedi una sola persona che fuma (i giapponesi sono radicali in questo proibizionismo di derivazione yankee) ma a un certo punto sulle più importanti strade di Tokyo vedi trenta persone immobili, con lo sguardo fisso davanti a sé, che fumano, stando molto attenti a non valicare una linea disegnata sul marciapiede che segna il confine.

Nel dibattito parlamentare è saltato fuori che il fumo delle sigarette elettroniche (in termini tecnici E-Cig; di quello naturale, normale non se ne parla neanche, è il diavolo incarnato), anche all’aperto, non dovrebbe essere ammesso davanti ai bar, alle fermate dei tram e persino nei parchi se c’è una donna incinta. Ottima occasione: io vado in giro per i parchi a tastare il ventre di quelle più graziose senza cadere nemmeno nel divieto sessuofobico in stile #MeToo (i Talebani in questo senso sono veri paladini della libertà perché da quelle parti si fuma come a ognuno pare e piace).

In realtà questa storia del fumo sia E-Cig sia in atteggiamento Bogart, che ha aspetti esilaranti, si inserisce nel grande dibattito di quello che io ho chiamato il “terrorismo diagnostico”. Nella nostra società non esiste più l’uomo sano, sostituito da quello “a rischio”, un’espressione che fa venire i brividi. Sono “a rischio” anche i bambini, figli di genitori “a rischio”, cioè sanissimi ma che in futuro potrebbero sviluppare ipoteticamente alcune patologie. E allora si impedisce loro di mangiare le merendine, i dolci, i salami. Siamo tutti “a rischio”. Del resto è ovvio: è vivere che ci fa morire.

Qualsiasi età si abbia bisogna controllarsi, palpeggiarsi, auscultarsi, bisogna stare a dieta, fare almeno sei controlli l’anno. Non si può fumare, non si può bere, non si può più ingrassare, al limite, sempre in nome della salute non si dovrebbe nemmeno scopare se non al minimo. Alle volte non si dovrebbe nemmeno respirare, come consigliava il famoso oncologo Umberto Veronesi in un grottesco decalogo di qualche anno fa. Secondo Veronesi (che poi novantenne andava giù pesante col Viagra) per non inalare l’inquinamento provocato dalla produzione industriale, in certe ore del giorno e in certe città, noi non dovremmo nemmeno respirare. Cioè, invece di abbattere il mostruoso Ambaradan che ci siamo costruiti, mortale dal punto di vista ambientale, disumano da quello esistenziale, l’uomo non dovrebbe più respirare, in omaggio ai soli Iddii unanimemente riconosciuti, il Progresso, la Tecnica, l’Economia, le ancelle gemelle, queste due ultime, dell’Iddio di tutti gli iddii: la Modernità. Dobbiamo vivere ibernati, vecchi fin da giovani. Insomma per la paura della morte noi ci impediamo di vivere.

Ma da dove ci viene questa abietta paura della morte? Dal passaggio dal mondo contadino a quello urbano. Nella società agricola, premoderna, l’uomo viveva in intimo contatto con la natura e, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, era consapevole che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma è la precondizione della vita. L’uomo sentiva di far parte di un tutto, di un destino più ampio, della sua famiglia, della comunità di villaggio, della specie, della Natura stessa, in cui la sua vita e la sua morte si scioglievano nell’eterno gioco del passaggio di testimone tra generazioni, fra i vecchi e i giovani. Ma questi motivi, che consentivano all’uomo di ieri di accettare la morte con una certa serenità, sono, capovolti, gli stessi che lo impediscono a noi. Noi viviamo lontano dalla Natura, a contatto con oggetti che non si riproducono ma semmai si sostituiscono, e alla cui sorte ci sentiamo sinistramente omologhi, abbiamo perso il senso di un destino collettivo e quindi sentiamo la nostra morte come un evento esclusivamente individuale, definitivo, radicale, assoluto e quindi totalmente inaccettabile. Ma, come diceva il vecchio e saggio Epicuro: “Muore mille volte chi ha paura della morte”.

Sveglia!

 


Aria di crisi

 


Inciviltà