mercoledì 21 settembre 2022

Ahh gli imbecilli balordi!


Gas a peso d’oro? Ringraziamo le privatizzazioni 

(di Paolo Maddalena)

Quando l’Italia era governata da uomini di alto livello politico, per i quali tutelare l’interesse del Popolo, e cioè di tutti i cittadini, significava soprattutto emanare leggi conformi alla Costituzione, che di quegli interessi era espressione, la filiera della produzione, trasporto e distribuzione del “gas” e dell’ “elettricità”, era stata nazionalizzata ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, divenendo oggetto della “proprietà collettiva demaniale” del Popolo, e così sottratta alle variazioni, continue e imprevedibili, dei prezzi di mercato.

La gestione di detta filiera fu affidata, a due Enti pubblici economici: l’Eni e l’Enel, i quali non dovevano accumulare profitti, ma solo coprire l’ammontare dei costi, vendendo il loro prodotto a “tariffa”, il cui ricavato era comunque fonte di guadagno per lo Stato. E l’Italia, posti al sicuro questi due fattori di sviluppo dell’intera economia, viaggiava tranquilla sulla via del progresso economico, pervenendo a quello che fu definito il “miracolo economico italiano” degli anni sessanta”.

Sennonché, agli inizi degli anni novanta del secolo scorso, qualche mente bislacca ha sostenuto che tutto dovesse essere messo in concorrenza sul mercato generale, in modo da far godere a ognuno beni migliori a prezzi più bassi. Una vera idiozia, alla quale tuttavia la politica nostrana, anche perché pressata dall’idea di dover entrare nell’Unione europea e, quindi, nella zona euro, vi dette credito, senza pensare che questa opportunità era stata studiata a tavolino, al fine di sostituire il sistema economico di stampo keinesiano, che avvantaggiava tutti, secondo i canoni dell’”eguaglianza” (art.3, comma 2, Cost.) e della “solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 Cost.), per sostituirlo con un ben diverso sistema ispirato al pensiero neoliberista, che avvantaggiava i ricchi, sia che fossero persone singole, sia che fossero Stati.

Eppure si sapeva che questo diverso sistema economico, predatorio e eversivo, era stato fatto proprio dalla P2 di Gelli, il cui “programma”, era stato redatto da Francesco Cosentino e conteneva le norme e i principi di questo nuovo sistema. Norme e principi spesso fedelmente seguiti dai nostri stessi governanti.

Sta di fatto, comunque, che Eni e Enel furono “privatizzati”, cioè trasformati da Enti pubblici economici in SPA, nel 1992, dal Governo Amato, dopo che Draghi, il 2 giugno 1992, a bordo del panfilo Britannia della Regina Elisabetta, che recava a bordo cento delegati della City londinese, aveva dichiarato di aver bisogno di un forte aiuto politico per privatizzare l’economia italiana. E fu il cosiddetto “decreto Letta” (decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164) che “liberalizzò” : la produzione, il trasporto e la distribuzione del gas, in modo che questo importante prodotto servisse più agli interessi degli operatori del settore, anziché all’economia nazionale.

Si deve poi al cosiddetto “decreto Bersani” (decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79) la “liberalizzazione” dell’energia elettrica, la quale fu realizzata, per evitare monopoli, attraverso la suddivisione del ciclo dell’energia nelle fasi della produzione, trasmissione, servizi di dispacciamento e distribuzione, in modo da imporre la separazione societaria tra gli operatori del settore. E su questa strada ha proseguito il decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 210, relativo al tema della distribuzione.

Insomma, nonostante i danni evidentissimi che ha prodotto, il sistema economico neoliberista sembra destinato a durare, distruggendo l’economia e la stessa struttura degli Stati economicamente più deboli, come l’Italia.

Occorrerebbe un cambio di sistema, ma tutti i partiti che più frequentemente appaiono in televisione non appaiono propensi a farlo. C’è soltanto una coalizione, quella dell’Unione Popolare, guidata da De Magistris, che ha scritto nel proprio programma di essere contraria alle privatizzazioni e al pensiero unico dominante del neoliberismo. Soltanto una affermazione di quest’ultima potrebbe davvero preludere a un effettivo cambiamento.

Guardando

 

A fatica ieri ho visto uno spezzone di "Di Martedì" solo perché tra gli ospiti c'era Giuseppe Conte; dico a fatica perché quella trasmissione non mi piace più, primo per via di quegli innumerevoli applausi spietatamente ad minchiam che m'innervosiscono oltremodo più se passassi una giornata assieme a Tajani; secondo perché Floris è troppo ossessivo nel porgere domande, a volte senza nemmeno aspettare il completamento delle risposte; ed infine l'insulsa apertura di quei due signori che vorrebbero venir identificati come comici, mentre è lampante che la comicità sia tutt'altra cosa. 

Floris ha pensato bene di contrapporre al Presidente Conte un lampante esempio di vero giornalista, il mai di parte Alessandro Sallusti che, lo ammetto, mi infonde oramai tenerezza, per come ha gettato alle ortiche la propria professionalità nei tanti anni in cui era lo scribano personale dell'attuale Mummia Pregiudicata, e, se può gli portare refrigerio consolatorio, dopo di lui la direzione del "Giornale" è inesorabilmente discesa nelle tenebre della comicità nera, da quando è finita nelle mani del Minzo Strisciatutto! 

Il Professor Conte quindi si è trovato difronte il Sallusti il quale gli ha sciorinato una mastodontica serie di castronerie che avrebbero imbarazzato ed innervosito persino un bonzo che avesse appena ingerito una bottiglietta intera di gocce EN. Ma Giuseppe invece ha risposto a colpi di fioretto alle eclatanti inesattezze dell'attuale direttore di Libero, sai che bellezza! 

Ogni volta che vedo il professore all'opera, ripenso a tutti gli attacchi gratuiti da lui ricevuti negli anni dei suoi due governi, ai dardi infuocati che gli lanciarono pennivendoli al servizio di giornaloni di proprietà delle ormai note lobby, da sempre in apprensione allorché hanno a che fare col M5S, ad oggi granitico nei suoi progetti e mai finito a mercanteggiare nulla con coloro per cui il mercanteggio è vita. E penso anche ai successi del Conte I e del Conte II, al fastidio arrecato alla casta, ai trionfali successi ottenuti a Bruxelles, perché spero sia chiaro a tutti che i miliardi del Recovery li ottenne proprio lui, alla faccia di chi pronosticava un'ignobile figuraccia planetaria. Immagino infine se quegli obbiettivi se fossero stati raggiunti dal Portatore Seriale di Agende, probabilmente saremmo tutti impegnati nella costruzione di una gigantesca statua dorata in suo onore. 

Mentre stava terminando il suo intervento, ecco apparire dietro le quinte l'Occhio di Tigre Letta, già impegnato a chiudere gli scatoloni per il prossimo trasloco a Parigi, con un'espressione tipica di chi vorrebbe tornare sui suoi passi, anche se oramai è troppo tardi!    

Non malaccio direi…




Fondo in avvicinamento

 


Potrebbe...

 


In simbiosi col Professore!

 

Perché voterò i 5 stelle (nonostante gli errori)
DI TOMASO MONTANARI
Per chi votare? O, più radicalmente, andare a votare o no? Sono le domande che agitano e angosciano il popolo di sinistra, vasto e vivace, ma mai come oggi disperso e senza rappresentanza.
Arrivati alla resa dei conti, chi ha costruito un’egemonia culturale tutta spostata a destra – un Pd ridotto a guardia pretoriana di Draghi, e cioè dello stato delle cose – presenta se stesso come l’unico possibile rimedio. Lo fa puntando tutto sulla paura dei “fascisti”. Paura fondata: non tanto per il governo (lì abbiamo già visto quasi tutto il possibile: e forse questo ulteriore sprofondamento provocherà qualche reazione), quanto per il concreto rischio di uno stravolgimento della Costituzione senza l’appello del referendum popolare. A non esser fondata, al contrario, è la pretesa del Pd di essere argine credibile. Non lo è per ragioni strutturali profonde (il Pd ha una forte componente presidenzialista; ha più volte tentato di stravolgere la Carta che ora vorrebbe difendere; sembra prontissimo ad accordarsi con la destra attraverso il ponte naturale degli egolatri Renzi e Calenda…), ma anche per una banale evidenza: se davvero Letta avesse visto nella estrema destra una minaccia eversiva, non avrebbe rinunciato all’unica possibilità di batterla – l’alleanza con il Movimento 5 Stelle.
Guardo con interesse e simpatia a molte serissime persone e a molte giuste idee proposte dalla neonata Unione Popolare, appoggiata da Jean-Luc Mélenchon e Pablo Iglesias. Ma il rischio reale che corre la Carta, e l’urgenza di colpire più duramente possibile il fronte unico della guerra e dell’Agenda Draghi mi induce a preferire questa volta il voto per il Movimento 5 Stelle. È una decisione sofferta, che nasce anche da una disincantata consapevolezza del divorzio tra la politica e le elezioni. Sappiamo da tempo che una sinistra vera, quella che in Italia oggi esiste nelle pratiche di lotta dal basso e di solidarietà, non costruisce una rappresentanza politica nell’imminenza di una scadenza elettorale: ci vuole un processo più lungo, largo e profondo.
Le elezioni politiche sono oggi un’altra cosa: un gioco disonesto e truccato, al quale è comprensibile che molti si sottraggano. Ma se si decide di giocare, è legittimo provare a farlo secondo la logica della situazione. E non c’è alcun dubbio che il voto ritenuto più pericoloso, e dunque più avversato, dal partito del pensiero unico italiano e atlantico sia quello per il Movimento. Per questo Letta ha rotto l’unica alleanza efficace: mentre la Meloni, con Draghi “lord protettore”, è già stata benedetta dalla Casa Bianca, il Giuseppe Conte che si oppone al riarmo, frena sulla guerra oggi con Russia e domani con la Cina, e dichiara di non prendere ordini da Washington, è ora il vero intoccabile.
Non mancano remore: non solo legate all’essenza stessa di un movimento che si è dichiarato fin dall’inizio né di destra né di sinistra, ma anche all’incoerenza verso i suoi stessi ideali fondativi (dal Tav alle trivelle…), fino all’imperdonabile ingresso nel governo Draghi. È poi difficile dimenticare i mostruosi Decreti sicurezza del governo Conte-Salvini. Bisogna, tuttavia, riconoscere che Conte li ha più volte definiti un errore – e d’altra parte il Pd (che, con Minniti, ha una parte cospicua nella loro genealogia) non ha mai mosso un dito per ritirarli, e anzi li applica volentieri con i suoi sindaci. Isaia Sales ha notato su queste pagine che “un uomo senza storia come Conte ha portato avanti un modello semi-laburista e ci sta riuscendo”. Anche se penso che la strada in questa direzione sia ancora molto lunga e tutt’altro che sicura, è vero che i nove punti presentati invano da Conte a Draghi appaiono in piena sintonia con la Cgil di Landini.
Sarò condizionato dalla mia visione cattolica, ma sono portato a dar peso alle ultimissime vicende e scelte del Movimento guidato da Conte, sperando che siano l’inizio di una sincera conversione: l’uscita dell’ala “poltronista” di Di Maio, la progressiva dialettica e quindi la rottura con il governo Draghi su temi cruciali come la guerra e la politica sociale, la critica all’atlantismo incondizionato. E dunque – pur consapevole del rischio – nel gioco sporco di queste elezioni mi pare sensato non tanto dare spazio al mio personale giudizio, pieno di riserve e dubbi, quanto prendere atto del giudizio del sistema. Non posso dimenticare il vero e proprio odio contro i poveri che l’establishment italiano ha esibito scagliandosi contro il Reddito di cittadinanza (che, per quanto imperfetto e insufficiente, è la più importante “cosa” di sinistra fatta in Italia negli ultimi decenni). È quest’odio, ai miei occhi, il più esplicito e oggettivo riconoscimento della funzione anti-sistema del Movimento 5 Stelle: nonostante tutto. Ed è per questo che, nonostante tutto, il Movimento avrà il mio voto.

Povero Calendaretto!

 

Carletto er Magnete
di Marco Travaglio
Non sappiamo se il nervosismo di alcuni leader (Meloni) o sedicenti tali (Calenda e Renzi) dipenda dagli ultimi sondaggi. Anzi, lo sappiamo ma non possiamo dirlo. In ogni caso è divertente indovinare i sondaggi dalle facce dei politici. Meloni dà rispostacce e, scalmanandosi, le casca la maschera di euroatlantista affidabile per restituirci il suo volto più vero e verace dell’erinni anti-tutti che l’ha spinta fin lassù. Forse, seppur sempre strafavorita, è rimasta senza fiato né argomenti, avendo consumato i pochi che aveva: le sarebbe convenuto votare due settimane fa. Per sua fortuna c’è sempre qualche genio, come il duo Damilano-Lévy, che lavora per lei.
Anche Letta Occhi di Tigre gira a vuoto, avendo visto sfracellarsi tutti i suoi astuti calcoli contro la realtà: l’Agenda Draghi, popolarissima in America (e ci mancherebbe), meno in Italia; il voto utile, cioè inutile visto il distacco di 20 punti dalle destre; Calenda “magnete che attira voti dalle destre” (li attira, se li attira, dal centrosinistra: le destre se li scambiano l’una con l’altra, ma invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia); e i 5Stelle morti e sepolti, anche per mano della calamita-bis Di Maio, che invece funge da sfollagente (col decisivo apporto di Tabacci) e rischia di non votarsi neppure da solo.
Conte è in rimonta, ma partiva da così in basso che gli sarebbe convenuto votare due settimane dopo, per fare il pieno di ex 5S ed ex Pd, superare Letta e fare strike nei collegi al Sud. Dopo il 25 arriveranno le bollette-monstre e chi parlerà di Agenda Draghi rischierà i forconi: il che spiega perché Mattarella ci fa votare il 25.
L’unico che non sembra toccato dalla data delle urne è Calenda, talmente scollegato dalla realtà da risultare sempre uguale a se stesso (eccetto sulla bilancia). Già l’alleanza con Renzi, che ha dato vita alla nuova coppia comica Ollio e Ollio, la dice lunga sul fiuto da rabdomante con cui lo statista dei Parioli coglie l’umore popolare. Ma il meglio sono le sue sboronate social, tipiche dell’aspirante leader dei “moderati” e di “Italia sul serio”. Tipo “Io non avrei preso i jet privati in campagna elettorale”, forse ignaro che l’unico a farlo è Renzi. Il quale, siccome Conte lo sfidava a parlare di Rdc al Sud senza scorta, s’è messo a strillare alle “minacce fisiche” e al “linguaggio mafioso”. Ed è un miracolo che non si sia presentato con la scorta di Bin Salman, già efficacissima nel segare a pezzi i giornalisti dissidenti. Allora Calenda, a nome dei moderati, ha dato il suo indirizzo a Maurizio Acerbo (segretario di Rifondazione) per fare a botte per strada. Poi, per moderare vieppiù i toni in vista del “13% al terzo polo” (che poi è il sesto), ha twittato che l’Italia si “merita un meteorite”. E pare che, eccezionalmente, non parlasse di sé.