lunedì 12 settembre 2022

Ipotesi terrificante

 

Domenico Quirico per la Stampa

La ruota della prima guerra russo-americana ha ripreso a girare, dopo esser rimasta per un poco apparentemente immota. Ci stavamo quasi abituando a tutto.

Senza scomodare Caporetto, ottanta, novanta chilometri di avanzata in due giorni significa che il fronte russo nel Donbass ha ceduto: di schianto. Il collage di tecnologia bellica made in Usa, dalle armi al controllo del campo di battaglia, e di fanterie ucraine spronate da un nazionalismo novecentesco, sembrano in grado di determinare la sconfitta putiniana.

Come porzioni di sangue in una vena sempre nuovi convogli vengono sospinti verso Est guidati dagli aerei spia americani. E rischiano di confondersi con la baraonda di folle filorusse spaventate ed esauste in fuga con i loro involti e valigie verso Belgorod. Questo significa che siamo giunti non all'imprevedibile lieto fine ma semmai al punto più pericoloso di questa guerra. Perché da questo momento Putin è un uomo perduto.

Nessuna autocrazia nella Storia è mai sopravvissuta a una sconfitta. E questo è ancor più vero per il sistema putiniano, regolatore di ogni volontà, soffocatore di ogni differenza piramidale, fosco, senza nessuna luce di speranza, che si è retto per ventidue anni soprattutto su una promessa di potenza, anzi di superpotenza riparatrice dei torti subiti ai tempi della novecentesca catastrofe dell'Unione sovietica.

Poiché non ha reso i russi più ricchi né ha creato delle classi riconoscenti salvo una oligarchia di funzionari a cui ha delegato l'amministrazione della cleptocrazia e (si pensava) l'esercito e la sicurezza, la scoperta che quella vantata potenza ha fallito significa la rottura del patto sottoscritto al debutto del nuovo millennio con 150 milioni di russi.

Pensate: da un lato questo ometto in cui nulla è vistoso eccetto forse la sua mancanza di vistosità. E dall'altro 150 milioni di russi derubati di tutto anche delle bugie, umiliati, offesi, i miseria. Ora la promessa si insabbia. Nelle autocrazie tra satrapo e sudditi non sono consentiti reciproci perdoni. Propaganda e disinformazione funzionano in questi casi fino a un certo punto.

Inutile lanciare dal Cremlino ordini come saette e sguardi furiosi tutto intorno. La sconfitta perfora la dura crosta delle bugie e della indifferenza, perfino della paura. I russi vivono e soffrono il tracollo del loro esercito e dello Stato che l'aveva creato come una malattia mortale. Kharkiv perduta, gli ucraini a cinquanta chilometri dal confine, la Crimea quasi assediata: molti certo continuano a credere ma già cominciano anche a non credere. Le altisonanti promesse e spacconate di questi duecento giorni, le maldestre fandonie della propaganda che prima sembravano un po' sospette ora appaiono disgustose, un inganno criminale. È l'ora dell'agonizzante disinganno.

Il dittatore è dunque solo di fronte alla concreta possibilità di essere sconfitto, sente la stretta angosciosa della irrimediabilità del proprio stato di vinto. In fondo anche essere considerato una enigmatica personificazione dell'inumano come ha azzardato qualche approssimativo in cerca di iperboli può essere lusinghiero. Ma un vinto è solo umiliazione. E per questo che il pericolo non è mai stato così grande. Questa non è una guerra tradizionale, è una guerra tra potenze atomiche.

Fino ad alcuni giorni fa le condizioni della vittoria per Putin ancora esistevano, anche se le sue truppe non avanzavano più neppure al rallentatore e i bombardamenti sulle città ucraine sembravano una scalcinata confessione di impotente vendetta che una strategia militare. Ma fino a allora a Putin poteva bastare questa condizione di stallo, un piccolo capitale di territori occupati a caro prezzo per affermare che la Russia aveva resistito all'attacco non degli ucraini ma dei quaranta Paesi più ricchi del mondo, aveva respinto "l'imperialismo'". Ma ora? Quella condizione di vittoria non esiste più.

Impossibile chiedere un nuovo assegno in bianco che copra crimini ed errori. E allora quello che fino a ieri era deterrenza, ovvero una possibilità evocata ma in fondo astratta, l'Atomica e l'Apocalisse, diventa di colpo arma, un'arma come le altre, l'unico modo per rovesciare tutto e sfuggire al vergognoso destino di vinto. Che cosa è una possibilità anche se mostruosa che non si incarna? Niente. E i vivi riservano sempre sorprese. Con i morti si sta tranquilli. 

A lezione

 

Costituzione tradita da anni. E adesso raccogliamo i frutti
L’ORIZZONTE SI FA SEMPRE PIÙ NERO - L’inversione di rotta. Dopo il 1989 una parte della sinistra che era stata comunista abbandonò ogni velleità e si diede una sola parola d’ordine: integrarsi
DI TOMASO MONTANARI
Bisognerebbe evitare di parlare di “neofascismo”: perché il fascismo in Italia non se n’è mai andato. Ma allora dobbiamo chiederci perché ad un certo punto abbia rialzato la testa fino ad arrivare al governo con Berlusconi (che si vantò espressamente di aver costituzionalizzato i fascisti: peccato che non avessero per nulla abiurato al fascismo), ed oggi forse fino a guidarlo. La ragione sta nel tradimento del progetto della Costituzione. Come ha ben detto Sergio Mattarella, il fascismo è il contrario della Costituzione: se ci si chiede cos’è il fascismo, basta infatti prendere tutti i valori della nostra Costituzione e ribaltarli.
Fra tutti, uno a me molto caro è l’idea che la cultura – al centro dell’art. 9 – sia il vaccino che si somministrava alla neonata Repubblica perché non riprendesse il virus del fascismo. In Costituente Concetto Marchesi dice che il presidio della nazione da quel momento in poi sarebbe stata la scuola, e non più l’esercito, aggiungendo che la leva degli eserciti si è sempre fatta, ma la leva delle intelligenze mai. Oggi siamo al capo opposto: con il governo Draghi, siamo a una spesa militare che viaggia verso il 2% del pil mentre tutte le università italiane sono finanziate con lo 0,3%.
Se oggi Fratelli d’Italia è accreditato dai sondaggi come il primo partito di coloro che votano – ribadisco: di coloro che votano, e qui c’è il grande problema di andare a riprendersi l’altra metà del Paese che non vota – è perché la Costituzione è stata tradita. In occasione del 25 aprile 1970 Sandro Pertini, presidente della Camera, fa un discorso in cui dice: “Noi non vogliamo abbandonarci a un vano reducismo”. E in effetti per troppo tempo la celebrazione del 25 aprile è stato vano reducismo. “Siamo qua – continuava – per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale che a mio avviso costituiscono un binomio inscindibile”.
Se noi parliamo solo di libertà e non parliamo di giustizia sociale, affondiamo il progetto della Costituzione. Temo che quello che viviamo oggi sia il frutto del fatto che a un certo punto abbiamo cominciato a smontare il progetto della Costituzione, a partire dalla precarizzazione del lavoro, dalla sistematica distruzione del lavoro come strumento fondamentale di partecipazione alla vita politica del Paese, Secondo l’articolo 1 “La sovranità appartiene al popolo”, e la Repubblica è “fondata sul lavoro”. Il nesso sta qui: se lo spezzi, non avrai più la Repubblica democratica, non avrai più la sovranità popolare.
Ma quando è iniziata l’inversione di rotta? Succede che, quando nell’89 crolla il Muro, una parte della sinistra italiana, quella che era stata comunista, si sente sconfitta anche nelle ragioni profonde e abbandona ogni velleità di cambiare il mondo. La parola d’ordine è: integrarsi. In più, in Italia, prende corpo un patto scellerato di mutua legittimazione con quelli che erano stati fascisti. Come altro leggere infatti il terribile discorso di Luciano Violante presidente della Camera, del 9 maggio 1996, quello sui “ragazzi di Salò”? Un discorso per cui il repubblichino Mirko Tremaglia lo va ad abbracciare, e dice di essersi sentito dire finalmente quello che da sempre aspettava. Era stata buttata alle ortiche la discriminante antifascista, si iniziava ed equiparare le due parti.
Ricordo le parole dure e coraggiose che Antonio Tabucchi scrisse su Carlo Azeglio Ciampi. Ciampi era stato un partigiano, aveva fatto la Resistenza da militare, con ideali mazziniani forti. Ma quando diventa presidente della Repubblica, è come se non riuscisse più a resistere alla pressione continua degli ex missini, degli ex fascisti che, riesumati da Berlusconi, chiedono una sostanziale equiparazione. Così, riferendosi a Salò, arriva a parlare di “giovani che fecero le scelte diverse”. Tabucchi gli scrive una lettera aperta durissima in cui dice che il “blanchissage di Salò è cominciato da tempo… Del suo iniziatore, il deputato ex comunista Violante si dice avesse ambizioni di capo dello Stato e che dovesse conquistarsi le simpatie della destra in Parlamento. Ma dal Capo dello Stato in carica non me lo sarei aspettato”.
Era il 2001 e Tabucchi si chiede: fra tra vent’anni che cosa vedremo? Vent’anni dopo arriva il Giorno del ricordo: arriva cioè la rottura formale, ufficiale, della retorica pubblica di uno Stato non più antifascista. Oggi per battere il fascismo, e anche l’anti-antifascismo (un felice conio di Giorgio Bocca) strisciante della borghesia italiana, l’unica strada è un ritorno al progetto della Costituzione: giustizia sociale, eguaglianza, cultura, scolarizzazione. Se il fascismo oggi torna così forte, così prepotente, è perché quel progetto, che è il contrario del fascismo, noi l’abbiamo tradito. E l’abbiamo tradito da sinistra.

Quello che ci meritiamo

 

Fassino in gondoeta
di Marco Travaglio
Totò sarebbe orgoglioso di Piero Fassino che, dopo una vita da torinese (sei legislature in Parlamento e una sindacatura), si riscopre veneto alla tenerà età di 72 anni. E passa dal Po alla Laguna, dalla Fiat alla gondoeta, da Gianduja ad Arlecchino. Nel film Sua Eccellenza si fermò a mangiare ambientato nel fascismo, Totò è un ladro che per una serie di equivoci si spaccia per il medico personale del Duce: il dottor Biagio Tanzarella di Cavarzere (Ve). E, per rendersi credibile (si fa per dire), inframmezza la sua parlata partenopea con una raffica di“ostrega”, “ciò”, “ela” e “lù”. A noi piace immaginare l’esangue Piero che segue le orme di Totò per mascherare la cadenza torinese nel mega-collegio col paracadute che il Pd gli ha assegnato: “Cerea madamin, ostrega, ela sta bin, ciò?”. “Monsù, cume anduma, ostrega, ciò? Ai pias la polenta e osei, a lù?”.
Il tweet inaugurale della sua campagna in gondoeta è memorabile: “Se eletto, il mio impegno prioritario sarà rappresentare ogni giorno in Parlamento la voce delle genti di Venezia, Treviso e Belluno”. Le “genti”: un termine così arcaico in bocca a un politico non si sentiva dai tempi di Costantino Nigra, che Fassino ebbe a conoscere in gioventù nel tardo Risorgimento. Ma nonno Piero, a dispetto dell’aspetto, è uno zuzzurellone che adora sorprendere e spiazzare. Infatti, dopo che il suo Pd svuotò le casse del Comune di Torino e cementificò la città con le Olimpiadi invernali 2006, si è subito affezionato a Milano-Cortina 2026. E ha twittato contro Grillo: “Definire ‘di cemento’ le Olimpiadi di Cortina 2026 quando invece sono una grande opportunità di crescita, sviluppo e lavoro, la dice lunga su quanto il M5S non sia in sintonia col Paese reale”. Il Paese reale, con cui lui è sintonizzatissimo, stravede per le colate di cemento e asfalto, anche per ricoprire le meraviglie naturali di Cortina. Dunque spese folli e cattedrali nel deserto -profetizza Fassino- regaleranno anche alla perla delle Dolomiti “un salto di qualità per la città… rendendo i Comuni e tutto il Veneto protagonisti dell’evento e già progettando il dopo Olimpiadi come leva di crescita per il futuri decenni”. Nonno Piero, com’è noto, è il Nostradamus dei tempi moderni. Le sue centurie sono ormai leggenda. “Se Grillo vuol fare politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. “Se Padellaro vuole scrivere ciò che vuole, fondi un giornale e vediamo chi lo legge”. “Se la Appendino vuol fare il sindaco, si candidi e vediamo quanti la votano”. Ora in Laguna si attende con una certa ansia la prima fassinata goldoniana. Tipo: “Se l’acqua alta pensa di tornare a Venezia, sappia che se la vedrà col Mose”. Potrebbe essere la volta che le celebri paratie si inabissano per non riemergere mai più.

domenica 11 settembre 2022

Spettacolo!



Stasera Giove la sta tirando su con l’argano…

Pensiero

 


Differenze

 


L'Amaca

 

Guadagnare poco e non parlarne mai
DI MICHELE SERRA
Che i giovani italiani siano sottopagati, i loro stipendi i più bassi d’Europa, e gli stipendi italiani in generale gli unici, nei Paesi industrializzati, a essere diminuiti dal 1990 a oggi (in Francia e in Germania, nello stesso periodo, sono aumentati di più di un terzo), non è una novità: è sicuramente il macro-dato senza il quale nessuna percezione del presente, della vita sociale, della vita quotidiana, dello stato d’animo del nostro Paese, è possibile.
La sola domanda che dobbiamo farci, dunque, è come mai questo macrodato non sia stato costantemente, drammaticamente al centro del discorso politico e mediatico, se non per sporadiche “emergenze” (le turbolenze nella logistica, lo sfruttamento arcaico dei braccianti, la ribellione de riders, eccetera) o per provvedimenti, come il Jobs Act o il reddito di cittadinanza, comunque evasivi rispetto al grande tema dei salari miserabili.
Le grandi divisioni politiche del Novecento vertevano, tutte o quasi, sul conflitto sociale e sulla questione salariale. Gli effetti collaterali negativi di quella che si chiamò “lotta di classe” (l’asprezza ideologica, la violenza politica) non impedirono il netto miglioramento delle condizioni di lavoro, a partire dal potere d’acquisto dei ceti popolari. Di qui alla quasi rimozione della questione il passo è stato indietro, non avanti.
In questi ultimi anni abbiamo parlato molto degli influencer, poco dei riders, molto del metaverso, poco del muletto e della fresa.
Molto, anzi moltissimo, di amori ed emozioni, di sentimenti e di psicologie, poco della vita materiale che li genera. Ma la vita materiale ha il difetto, e il pregio, di richiamarci brutalmente ai fondamentali.