domenica 19 giugno 2022

L'Amaca

 

Lavorare meno e meglio
DI MICHELE SERRA
Anche Gardaland fatica a trovare lavoratori stagionali, così possiamo aggiornare l’annosa polemica sui “giovani che non vogliono lavorare”. A patto di aggiornarla senza barare (in molti casi orari folli e stipendi bassi non sono un incentivo), è una discussione molto interessante e tutt’altro che “stagionale”. Indica una “perdita di importanza” del lavoro nella vita delle persone giovani, almeno nelle società del benessere.
Che questo dipenda dalla bassa qualità dell’offerta o anche da qualcosa di più strutturale — per esempio una concezione della vita meno incentrata sul sacrificio — credo stentino a capirlo anche sociologhi, sindacalisti, imprenditori.
Sta di fatto che lavorare meno, e possibilmente meglio, sembra essere un’ambizione diffusa.
Se ne deve prendere atto senza moralismi, specialmente noi boomer che, tra tanti torti, abbiamo il merito di avere lavorato molto, e in genere anche volentieri, forse perché l’idea che il mondo fosse tutto da costruire era tipica dei nostri anni di formazione, e molto coinvolgente. Non è più così, al “dover lavorare” non corrisponde più la stessa gratificazione sociale e personale. È inutile lagnarsene, ma è inevitabile chiedersi in quale modo potrà ricomporsi il rapporto tra ciò che si produce e ciò che si consuma, tra ciò che si dà e ciò che si chiede, tra i doveri e i bisogni.
E questo è un mistero la cui soluzione è nelle mani e nelle menti di chi verrà dopo di noi.
Consumare di meno? Vivere più sobriamente, ma con più spazio e tempo per se stessi?
Confidare nell’automazione come motore di ricchezza, ammesso che la distribuzione della medesima sia poi larga ed equa? Sperare che i Paesi poveri continuino a fornire braccia e sudore ancora per qualche secolo? Varrebbe la pena campare almeno un’altra vita per sapere come andrà a finire.

sabato 18 giugno 2022

Dibba su Assange

 

Assange: uccidere un eroe per far sì che tutti restino codardi 

(di A. Di Battista)

Per comprendere il successo elettorale di Jean-Luc Mélenchon basta leggere le ultime dichiarazioni che il leader della France Insoumise ha rilasciato su Julian Assange. “Se lunedì sarò Primo ministro, Assange avrà la cittadinanza francese e sarà decorato per i servizi dati alla Francia”. Parole piuttosto chiare. Una presa di posizione netta. Tutto il contrario di quel che avviene dalle nostre parti dove, salvo rare e preziosissime eccezioni, i politici hanno il terrore di schierarsi dalla parte di Assange. Oltre ai politici tacciono molti giornalisti per non parlare degli attori, dei cantanti, degli influencer. Tutti strenui sostenitori del politicamente corretto, incalliti frequentatori delle proprie comfort zone ben remunerate, difensori delle verità comode.

A 78 anni, Roger Waters, cofondatore dei Pink Floyd, non perde occasione per ricordare il caso Assange. “Se Assange è un criminale allora lo sono anche io”. Da noi pare che i personaggi pubblici neppure lo conoscano. La prigionia alla quale è sottoposto da oltre un decennio Assange è uno scandalo che dovrebbe far vergognare tutti coloro che si riempiono la bocca di parole quali “valori occidentali”, “libertà di espressione”, “mondo libero”. Con la definitiva autorizzazione all’estradizione negli Stati Uniti, Assange, un giornalista pluripremiato che non ha fatto null’altro che pubblicare notizie, è stato, di fatto, condannato a morte.

Assange, da due anni, è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, a poche miglia di distanza dal balcone di Buckingham Palace dal quale, pochi giorni fa, si è affacciata la Regina d’Inghilterra in occasione del suo giubileo di platino. Settant’anni di regno per la Regina d’Inghilterra, undici anni di prigionia per un uomo colpevole di aver mostrato al mondo intero i crimini dei potenti. Undici anni che, oltretutto, potrebbero diventare 175. È la pena che rischia Assange in USA, il Paese i cui servizi segreti, non è un segreto, in passato hanno pensato di rapirlo e persino di assassinarlo.

Nel democratico e libero Occidente un uomo innocente, un giornalista, un perseguitato politico, viene consegnato ai suoi aguzzini. Nel democratico e libero Occidente gran parte dei giornalisti preferisce voltarsi dall’altra parte. È terribilmente difficile leggere editoriali colmi di indignazione per l’estradizione di Assange o lettere aperte scritte da direttori di giornali e rivolte ai leader politici per pungolarli affinché escano dal loro colpevole torpore. Per carità, c’è chi si batte, chi da anni lotta per la libertà di Julian, una libertà, tra l’altro, che non riguarda più soltanto lui.

Ma si tratta di una sparuta minoranza. Un po’ come gli imprenditori che denunciavano il pizzo nella Palermo degli anni ’80 e ’90. Eroi da morti, rompicoglioni da vivi. “Beh, se la sono cercata”. Questo veniva detto di coloro che pur di non cedere all’estorsione mafiosa erano disposti a perdere la vita. Di Assange i codardi della carta stampata, più o meno, dicono le stesse cose. “Che si aspettava che la CIA gli avrebbe permesso di pubblicare tutti quei documenti senza reagire?”. I peggiori nemici di Assange sono stati coloro che l’avrebbero dovuto maggiormente tutelare: i suoi colleghi giornalisti.

Nel democratico e libero Occidente tutti, grazie a Dio, ricordano Anna Politkovskaja ma in pochi hanno imparato a pronunciare il nome di Shereen Abu Saleh, la giornalista assassinata a Jenin, in Cisgiordania – una terra dove non dovrebbero esserci soldati israeliani ma che da decenni è sotto occupazione – per aver raccontato la tragedia palestinese. Assange ancora non è morto ma, da undici anni, è come se lo fosse. “La mafia uccide, il silenzio pure” disse Peppino Impastato. È vero. Assange è stato condannato a morte dai potenti ma è il silenzio di chi avrebbe potuto parlare ma non l’ha fatto che lo sta uccidendo.

Chi ha la possibilità di aprire bocca la apra. Chi ha una penna scriva. Chi ha una responsabilità istituzionale la eserciti senza alcun timore. Chi ha un giornale dedichi spazio a questa nauseabonda ingiustizia che si consuma nel cuore dell’Europa. Chi ha voce la tiri fuori, adesso. Già domani potrebbe esser tardi. Un uomo libero sta per essere assassinato affinché nessun altro segua il suo esempio. A marcire in carcere uno per educarne cento! È questo l’obiettivo e lo stanno per raggiungere grazie al fatto che nel democratico e libero Occidente sono già troppi quelli educati, docili, mansueti. Quelli dannatamente addomesticati.

Stralcio

 

“Guarda qua!” dissi enfaticamente, raccogliendo da terra il frutto dello scempio. “Hai castrato la canappia di Rocky!” Butterfat batté le palpebre sbigottito e, continuando a massaggiarsi l’arto colpevole, si allontanò barcollando nelle tenebre, invocando un antidolorifico. Intanto il cuore mi batteva a mille mentre reggevo in mano il naso di bronzo. 

Non saprò mai che cosa mi spinse ad agire in quel modo, anche se un tasso alcolico superiore a quello di plasma e piastrine può essere una spiegazione. Mi guardai a destra e a sinistra e, assicuratomi che non ci fossero testimoni, intascai l’iconica appendice e fuggii come un infedele che avesse rubato l’occhio di un idolo. Immagino che il mio piano fosse raggiungere la mia macchina, prendere in qualche modo la tangenziale e tornare a Manhattan. Lì avrei messo all’asta il cimelio da Sotheby’s, collezionisti folli si sarebbero scatenati nelle offerte e alla fine avrei incassato una somma a sette cifre. Mi ricordo che trovai la mia Honda, mi ci infilai dentro dopo una quarantina di minuti di sforzi, accesi il motore e premetti l’acceleratore causando una serie di sobbalzi che culminarono in una mezza rovesciata all’indietro, in seguito alla quale il veicolo rimase capovolto con le ruote che giravano a vuoto. Ricordo vagamente un animato confronto con due rappresentati delle forze dell’ordine, che portò a un contatto ravvicinato tra il loro manganello e la custodia del mio QI. 

Alla stazione svuotai le mie tasche a beneficio del sergente di turno, sommergendolo con pelucchi, vecchie chiavi, mentine e svariate foto ingiallite di Lili St. Cyr; ma lui puntò a colpo sicuro la monumentale canappia bronzea, attualmente classificata come “reperto A”. “Ah, quello,” balbettai con il tono acuto di un ottavino. “È il mio portafortuna. Un’antica usanza etrusca.” Cercando di mantenere una parvenza di contegno, abbozzai una risatina simile al verso che fa un gatto quando viene infilato in un tritadocumenti. Ormai i due tutori della legge, frustrati dal mio aplomb, si davano il cambio a recitare la parte del poliziotto cattivo e di quello ancora più cattivo. Tenni duro finché non sentii parlare di “sottomarino”: al che sbracai miseramente e cominciai a strillare come un isterico alla prospettiva di venire annegato. 

Le mie confessioni furono più profonde di quelle di sant’Agostino e molto più compromettenti: il mio piano di arricchirmi col grugno di Sly eruppe irrefrenabile in un profluvio di lucciconi. Per fortuna, in Pennsylvania il possesso illegale di nasi non viene punito con la pena capitale; ma con quello che mi è costata la riparazione dello sfregio inferto a un bene della collettività, la prossima volta sarà meglio che vada a soffiare il naso alle galline.

(Zero Gravity - Woody Allen)

Auguri!!



Il giovane al centro della foto, componente di una band diciamo “abbastanza” famosa, qui ritratto agli albori della carriera, oggi compie ottant’anni, portati benissimo come la careggiata che, grazie a lui e ai suoi amici, ha inaffiato di frizzantino l’intero globo. Auguri Sir Paul! (Se non lo avete riconosciuto correte ad acquistare il ticket di Achille Lauro! Perché vi meritate solo questo!)

Indiscrezioni

 


Eccolooo!

 

Trombette in bocca
di Marco Travaglio
Gonfio il petto di ardore patriottico, siamo lieti di smentire il nostro titolo disfattista sui tre re magi che portano a Zelensky non oro, incenso e mirra, ma fumo: la promessa all’Ucraina dello status di “candidata” all’Ue che, se gli altri 24 fossero d’accordo (ma 7-8 non lo sono), le garantirebbe l’accesso fra 15 anni, quando Macron e Scholz non saranno più lì, e forse nemmeno Draghi. Non ci era parsa una gran cosa. Poi abbiamo scoperto la “visita storica” (Corriere), l’“appuntamento storico” (Stampa), il “segnale di unità europea” (Rep), il “balzo in avanti dei Paesi forti” (Messaggero), la “troika di guerra che esibisce compattezza, muscoli, bandiere, aiuti, armi” (Ferrara, ex Cia, ora Foglio), il “corposo bagaglio portato in treno da Draghi, semplicemente unico in Europa” (rag. Cerasa, Foglio). Pancia in dentro e petto in fuori, con “tenace lavoro ai fianchi” (Rep), SuperMario ha “convinto” quei panciafichisti di Emmanuel e Olaf. Il Corriere esalta la “spinta di Draghi”, mentre per Rep lo spingitore è stato “sospinto da un’intesa sempre più solida con Washington”. Funziona così: Biden lo sospinge da Washington, lui prende l’abbrivio da Roma e spinge Macron e Scholz. Tipo il trenino con la samba a Capodanno. A proposito: i tre “hanno limato la linea assieme nel salottino spartano del vagone di Macron: 11 ore al buio nella notte in cuccetta” (Rep). Totò, l’onorevole Trombetta e Isa Barzizza sul wagon-lit. Onorevole lei, con quella faccia? Ma mi faccia il piacere! E chi non conosce quel trombone di suo padre, che si mette la trombetta in bocca.
Quando scendono – Draghi spingitore sospinto che spinge gli altri due – Zelensky chiede armi, ma Draghi a non sente: “Non ci ha chiesto armi”. Tanto basta a Rep per dipingerlo come “ancora una volta il più esplicito”, oltreché il più agile (“dribbla una scarpa abbandonata”), mentre gli altri due fanno i vaghi. “Macron è accanto a Draghi, ogni tanto poggia la mano sul suo braccio, Scholz appare più distaccato, ma i tre camminano insieme” (Corriere). Alla fine Zelensky assegna i premi Fedeltà: “La stretta di mano più intensa la riserva a Draghi. La complicità con cui lo accoglie e lo pone al suo fianco durante la foto di gruppo e nella scelta dei podi in conferenza stampa. Un tempo ci sarebbe stata la Germania da un lato e la Francia dall’altro. Ora Scholz è relegato nella periferia della fiducia di Kiev. Draghi ha spezzato l’asse franco-tedesco”. Lo nota solo La Stampa, che ha in dotazione uno speciale pressometro: lo strettadimanometro. A Macron solo “abbracci”. E al crucco manco quelli: in punizione. Pochi lo sanno, ma al buffet di Kiev l’unico caffè zuccherato era per Draghi: quello di Macron era amaro, quello di Scholz salato.

L'Amaca

 

Il prezzo della cretineria
DI MICHELE SERRA
Se ho ben capito: tre anni fa venne lanciata “per scherzo” una criptovaluta di nome Dogecoin. Una specie di parodia delle criptovalute. E già qui, almeno per quanto mi riguarda, fatico a mettere bene a fuoco la faccenda: se le criptovalute sono già, a modo loro, imitazioni delle valute vere, come si fa a fare la parodia di una parodia? Come si confeziona il falso di un falso?
Comunque: il famoso Elon Musk, con diversi tweet, sostenne le virtù di questo Dogecoin, insomma partecipò allo scherzo. Ma diversi investitori puntarono sul Dogecoin i loro quattrini (veri), prendendo alla lettera ciò che per altre persone era solo un gioco. Nell’era dei social, del resto, la morte del contesto è ormai un fatto compiuto: tutto finisce in un unico mostruoso brodo nel quale per riuscire a distinguere il vero dal falso, il serio dal burlesco, è necessario avere un minimo di destrezza intellettuale, cosa di cui non tutti dispongono, a volte per colpa loro, a volte perché penalizzati da una vita difficile. L’intenzione satirica è stata la prima vittima di questa strage del comprendonio. Se scrivo che Putin vuole diventare imperatore di Giove, ci sarà sempre qualcuno che mi scriverà, inviperito, che non esistono prove di astronavi russe in partenza per Giove, e dunque sono un calunniatore.
In ogni modo: un tizio ha chiesto a Musk 258 miliardi di risarcimento per danni, perché si è rovinato con il Dogecoin. Due domande: come ha calcolato, l’avvocato del tizio, la bella sommetta di 258 miliardi? Perché non arrotondarla a 260? Seconda domanda: il risarcimento dei cretini è una delle voci future del bilancio umano? La cretineria diventerà mutuabile, dunque a carico della collettività?
Non basterebbero milioni di miliardi.