Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 19 giugno 2022
L'Amaca
sabato 18 giugno 2022
Dibba su Assange
Assange: uccidere un eroe per far sì che tutti restino codardi
(di A. Di Battista)
Per comprendere il successo elettorale di Jean-Luc Mélenchon basta leggere le ultime dichiarazioni che il leader della France Insoumise ha rilasciato su Julian Assange. “Se lunedì sarò Primo ministro, Assange avrà la cittadinanza francese e sarà decorato per i servizi dati alla Francia”. Parole piuttosto chiare. Una presa di posizione netta. Tutto il contrario di quel che avviene dalle nostre parti dove, salvo rare e preziosissime eccezioni, i politici hanno il terrore di schierarsi dalla parte di Assange. Oltre ai politici tacciono molti giornalisti per non parlare degli attori, dei cantanti, degli influencer. Tutti strenui sostenitori del politicamente corretto, incalliti frequentatori delle proprie comfort zone ben remunerate, difensori delle verità comode.
A 78 anni, Roger Waters, cofondatore dei Pink Floyd, non perde occasione per ricordare il caso Assange. “Se Assange è un criminale allora lo sono anche io”. Da noi pare che i personaggi pubblici neppure lo conoscano. La prigionia alla quale è sottoposto da oltre un decennio Assange è uno scandalo che dovrebbe far vergognare tutti coloro che si riempiono la bocca di parole quali “valori occidentali”, “libertà di espressione”, “mondo libero”. Con la definitiva autorizzazione all’estradizione negli Stati Uniti, Assange, un giornalista pluripremiato che non ha fatto null’altro che pubblicare notizie, è stato, di fatto, condannato a morte.
Assange, da due anni, è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, a poche miglia di distanza dal balcone di Buckingham Palace dal quale, pochi giorni fa, si è affacciata la Regina d’Inghilterra in occasione del suo giubileo di platino. Settant’anni di regno per la Regina d’Inghilterra, undici anni di prigionia per un uomo colpevole di aver mostrato al mondo intero i crimini dei potenti. Undici anni che, oltretutto, potrebbero diventare 175. È la pena che rischia Assange in USA, il Paese i cui servizi segreti, non è un segreto, in passato hanno pensato di rapirlo e persino di assassinarlo.
Nel democratico e libero Occidente un uomo innocente, un giornalista, un perseguitato politico, viene consegnato ai suoi aguzzini. Nel democratico e libero Occidente gran parte dei giornalisti preferisce voltarsi dall’altra parte. È terribilmente difficile leggere editoriali colmi di indignazione per l’estradizione di Assange o lettere aperte scritte da direttori di giornali e rivolte ai leader politici per pungolarli affinché escano dal loro colpevole torpore. Per carità, c’è chi si batte, chi da anni lotta per la libertà di Julian, una libertà, tra l’altro, che non riguarda più soltanto lui.
Ma si tratta di una sparuta minoranza. Un po’ come gli imprenditori che denunciavano il pizzo nella Palermo degli anni ’80 e ’90. Eroi da morti, rompicoglioni da vivi. “Beh, se la sono cercata”. Questo veniva detto di coloro che pur di non cedere all’estorsione mafiosa erano disposti a perdere la vita. Di Assange i codardi della carta stampata, più o meno, dicono le stesse cose. “Che si aspettava che la CIA gli avrebbe permesso di pubblicare tutti quei documenti senza reagire?”. I peggiori nemici di Assange sono stati coloro che l’avrebbero dovuto maggiormente tutelare: i suoi colleghi giornalisti.
Nel democratico e libero Occidente tutti, grazie a Dio, ricordano Anna Politkovskaja ma in pochi hanno imparato a pronunciare il nome di Shereen Abu Saleh, la giornalista assassinata a Jenin, in Cisgiordania – una terra dove non dovrebbero esserci soldati israeliani ma che da decenni è sotto occupazione – per aver raccontato la tragedia palestinese. Assange ancora non è morto ma, da undici anni, è come se lo fosse. “La mafia uccide, il silenzio pure” disse Peppino Impastato. È vero. Assange è stato condannato a morte dai potenti ma è il silenzio di chi avrebbe potuto parlare ma non l’ha fatto che lo sta uccidendo.
Chi ha la possibilità di aprire bocca la apra. Chi ha una penna scriva. Chi ha una responsabilità istituzionale la eserciti senza alcun timore. Chi ha un giornale dedichi spazio a questa nauseabonda ingiustizia che si consuma nel cuore dell’Europa. Chi ha voce la tiri fuori, adesso. Già domani potrebbe esser tardi. Un uomo libero sta per essere assassinato affinché nessun altro segua il suo esempio. A marcire in carcere uno per educarne cento! È questo l’obiettivo e lo stanno per raggiungere grazie al fatto che nel democratico e libero Occidente sono già troppi quelli educati, docili, mansueti. Quelli dannatamente addomesticati.
Stralcio
“Guarda qua!” dissi enfaticamente, raccogliendo da terra il frutto dello scempio. “Hai castrato la canappia di Rocky!” Butterfat batté le palpebre sbigottito e, continuando a massaggiarsi l’arto colpevole, si allontanò barcollando nelle tenebre, invocando un antidolorifico. Intanto il cuore mi batteva a mille mentre reggevo in mano il naso di bronzo.
Non saprò mai che cosa mi spinse ad agire in quel modo, anche se un tasso alcolico superiore a quello di plasma e piastrine può essere una spiegazione. Mi guardai a destra e a sinistra e, assicuratomi che non ci fossero testimoni, intascai l’iconica appendice e fuggii come un infedele che avesse rubato l’occhio di un idolo. Immagino che il mio piano fosse raggiungere la mia macchina, prendere in qualche modo la tangenziale e tornare a Manhattan. Lì avrei messo all’asta il cimelio da Sotheby’s, collezionisti folli si sarebbero scatenati nelle offerte e alla fine avrei incassato una somma a sette cifre. Mi ricordo che trovai la mia Honda, mi ci infilai dentro dopo una quarantina di minuti di sforzi, accesi il motore e premetti l’acceleratore causando una serie di sobbalzi che culminarono in una mezza rovesciata all’indietro, in seguito alla quale il veicolo rimase capovolto con le ruote che giravano a vuoto. Ricordo vagamente un animato confronto con due rappresentati delle forze dell’ordine, che portò a un contatto ravvicinato tra il loro manganello e la custodia del mio QI.
Alla stazione svuotai le mie tasche a beneficio del sergente di turno, sommergendolo con pelucchi, vecchie chiavi, mentine e svariate foto ingiallite di Lili St. Cyr; ma lui puntò a colpo sicuro la monumentale canappia bronzea, attualmente classificata come “reperto A”. “Ah, quello,” balbettai con il tono acuto di un ottavino. “È il mio portafortuna. Un’antica usanza etrusca.” Cercando di mantenere una parvenza di contegno, abbozzai una risatina simile al verso che fa un gatto quando viene infilato in un tritadocumenti. Ormai i due tutori della legge, frustrati dal mio aplomb, si davano il cambio a recitare la parte del poliziotto cattivo e di quello ancora più cattivo. Tenni duro finché non sentii parlare di “sottomarino”: al che sbracai miseramente e cominciai a strillare come un isterico alla prospettiva di venire annegato.
Le mie confessioni furono più profonde di quelle di sant’Agostino e molto più compromettenti: il mio piano di arricchirmi col grugno di Sly eruppe irrefrenabile in un profluvio di lucciconi. Per fortuna, in Pennsylvania il possesso illegale di nasi non viene punito con la pena capitale; ma con quello che mi è costata la riparazione dello sfregio inferto a un bene della collettività, la prossima volta sarà meglio che vada a soffiare il naso alle galline.
(Zero Gravity - Woody Allen)
Auguri!!
Eccolooo!
L'Amaca
