Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 6 maggio 2022
Moni
Libertà travagliata
giovedì 5 maggio 2022
Pino e i perfetti ritratti
Schröder, che portò il gas russo al popolo (e i benefit a se stesso)
L’EX CANCELLIERE TEDESCO DELLA SPD - Orfano di padre, morto in guerra con la Wehrmacht, scalò i socialdemocratici fino ad arrivare a guidare il governo. Putin e Gazprom gli offrirono una vita dorata. Oggi però è malvisto anche nella sua Germania
DI PINO CORRIAS
Al bel tempo che fu, Vladimir Putin offrì a due stelle dell’Europa politica le chiavi della slot machine che a ogni giro del giorno suona le tre campanelle di Gazprom che pompa la linfa negli ingranaggi produttivi d’Occidente e in cambio incassa stratosferici guadagni per la gloria dello Zar e dei suoi oligarchi: un miliardo di euro al giorno, tutti i giorni dell’anno.
Il primo era Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano, e pure ex presidente della Commissione europea. L’altro era Gerhard Schröder, ex cancelliere tedesco che aveva appena lasciato le chiavi della Germania alla irresistibile ascesa di Angela Merkel.
Prodi, che ha sempre avuto un angelo custode dossettiano, declinò con un “Per carità, no grazie”. Mentre Schröder, in perfetta etica protestante, per nulla scalfita dalle paturnie socialdemocratiche sul conflitto d’interessi, chiese l’essenziale: “Quanto?”.
Era il 2005. Stava convolando a nozze con la sua quarta moglie, penultima di cinque, e il quanto avrebbe agevolato l’imminente trasloco nella nuova vita, a 61 anni, evviva gli sposi. Il quanto lo fece sorridere: 600 mila euro l’anno dalla Rosneft, altri 250 mila dal consorzio Nord Stream 2, due ingranaggi societari del gas russo, più spese, capricci e premi. Che comprendevano l’uso dei jet della compagnia, l’apparato di sicurezza, la foresteria all’87esimo piano del grattacielo di cristallo di Gazprom a San Pietroburgo, un ufficio ad Hannover. Il tutto senza intaccare il suo vitalizio da ex Cancelliere: 9 mila euro al mese di pensione, più una segreteria e lo staff.
L’ingaggio avvenne in modalità calciomercato, coerente con la passione di Schröder per il suo Borussia, squadrone che lo annoverava tra le tessere oro della tribuna vip. Neanche il tempo di sfilarsi la maglia di Cancelliere che già gli offrivano quella di presidente del Consiglio di sorveglianza del gasdotto che aveva raddoppiato durante i suoi 5 anni di governo, 1998-2005, vedi mai le coincidenze. A onor del vero, Schröder tentennò il tempo di una doccia e quello di ricevere sul proprio cellulare la telefonata del suo amico Vladimir che non aveva tanta voglia di scherzare: accetti o mi devo offendere?
Due settimane dopo, Schröder – come un qualunque senatore di Rignano – si era già accomodato al cospetto del sultano, servitore del colosso energetico russo che nei successivi 17 anni ha reso sempre più indispensabile all’economia tedesca, italiana, europea, assecondato da tutto l’establishment dell’era Merkel, fino a garantire il 55 per cento del fabbisogno energetico della locomotiva tedesca. Il che ha voluto dire gas illimitato e a buon prezzo, ma anche dipendenza illimitata, che non è mai un buon prezzo. Specialmente da quando le spallate della Russia sono diventate sempre più perentorie, prima ai confini della Georgia, anno 2008, poi a quelli della Crimea, cancellati con l’annessione, anno 2014. Per diventare – tralasciando gli avvelenamenti dei dissidenti – la valanga di acciaio del 24 febbraio scorso, quando ha varcato quelli dell’Ucraina con il fuoco e le fiamme dei carri armati, dei missili, le fosse comuni. Guerra canaglia come tutte le guerre.
Con l’Europa che, da un giorno all’altro, si è ritrovata a recitare due parti nella tragedia: armare la resistenza ucraina, in nome del diritto dei popoli, e insieme finanziare l’aggressione russa, in nome delle rispettive catene produttive.
Schröder ha provato a fare il pesce in barile, “questa guerra è un errore”, ma aggiungendo che anche i cancellieri precedenti, Willie Brandt e Helmut Schmidt avevano varato gasdotti che passavano persino nel sottosuolo della Guerra fredda. Lui si è limitato a incrementarli per garantire i fatturati della manifattura tedesca e i pasti caldi all’intera Germania.
Dedicandogli una doppia pagina, il New York Times ha scritto che Schröder sta diventando un paria in patria. Il Parlamento tedesco vorrebbe revocargli il vitalizio. Mentre lo staff si è revocato da solo con dimissioni a catena. Ma se i suoi ex amici pensano di turbarlo con gli addii e gli attacchi, non hanno fatto i conti con la sua biografia di ferro. “Non faccio mea culpa. Non fa per me”.
Come il suo amico Putin, anche Gerhard viene dalla strada. Nasce nel 1944 in una famiglia povera della Bassa Sassonia, genitori segnalati come “elementi antisociali”. La madre analfabeta fa la donna delle pulizie. Il padre, soldato della Wermacht muore in battaglia in Transilvania senza avere mai visto l’ultimo nato dei suoi cinque figli battezzato Gerhard Fritz Kurt.
L’infanzia è una battaglia che combatte per strada. Lo raddrizzano il lavoro in un ferramenta e la scuola serale. Lo salva la politica. E poi gli studi di Giurisprudenza. Diventa segretario dei Giovani socialisti a vent’anni, avvocato a 27, deputato al Bundestag a 35. Si trasferisce a Hannover, poi a Berlino. Scala il partito. Nel 1998 vince le elezioni con i Verdi, battendo Helmut Kohl. Diventa Cancelliere promettendo lotta alla disoccupazione, protezione sociale, investimenti nelle imprese. Nei suoi cinque anni di governo si oppone agli interventi armati degli Usa in Medio Oriente e nel 2002 si sfila dalla “Coalizione dei volenterosi” voluta da Bush figlio che decide di invadere l’Iraq, spianando con fuoco e fiamme le città e i villaggi, come in ogni guerra canaglia, anche se dai divani occidentali non si vedevano i morti e le macerie.
Detestato da sempre dagli americani, Schröder è stato l’artefice del riavvicinamento della Germania con la Francia e specialmente con la Russia del suo amico Putin, “un impeccabile democratico”.
Oltre alla politica, ama le donne e il lusso. Veste italiano. Beve francese. Fuma cubano. Gioca con il suo passato da duro e per il suo congedo dal governo ha scelto My Way di Frank Sinatra come colonna sonora della festa.
Oggi che i tempi si sono fatti cupi, la velocità con cui si è messo al servizio di Putin fa crescere a tanti il sospetto che lo fosse anche prima. Ogni giorno riceve attacchi da stampa e tv. Il Borussia gli ha revocato la tessera oro. Persino il suo partito non vede l’ora di cancellare la sua ombra lunga. Che minaccia non tanto il passato, quanto il presente, visto che è stato proprio Olaf Scholz, l’attuale Cancelliere, il suo migliore allievo. E fino a ieri, il suo pupillo, che oggi vorrebbe voltargli le spalle, ma senza spegnere il gas.
Meditate gente, meditate!
Tecnica e capitale, le nostre guerre
IL MODELLO “PARANOICO” - Schiacciata dal “produci, consuma, crepa” l’umanità non riesce a raggiungere mai un momento di equilibrio, di pace, di serenità: deve salire subito un altro gradino
DI MASSIMO FINI
“In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre, dove regna il capitale oggi più spietatamente”
(Don Chisciotte, Francesco Guccini)
La vicenda ucraina si è rapidamente trasformata in una guerra ideologica: fra “mondo libero” e quello che libero non è. Lo ha detto chiaramente, fra gli altri, Silvio Berlusconi alla convention di Forza Italia: “Soltanto 2 miliardi di esseri umani vivono in condizioni che si possono definire libere e democratiche, secondo il modello occidentale. Gli altri 6 miliardi, cioè i ¾ della popolazione mondiale, sono governati da dittature, da sistemi autoritari o comunque si trovano a vivere in condizioni di insufficiente libertà politica e insufficiente libertà economica e civile”.
Insomma bisogna scegliere: o di qua o di là. O con l’Occidente o contro l’Occidente o comunque fuori. Il termine “Occidente” fa rabbrividire perché ricorda quelle grandi agglomerazioni senza volto, Eurasia, Estasia, Oceania, di cui parla Orwell in 1984. Diciamo, per semplificare al massimo, perché sul tema si sono spese intere biblioteche, che nella civiltà occidentale sono garantite alcune libertà civili negate nei sistemi dittatoriali o autoritari. A cominciare dalla libertà d’espressione che però molto spesso è più formale che sostanziale perché chi esce dal seminato viene demonizzato, emarginato, silenziato. “Canta nel vento” per ricordare una bella canzone di De André in morte di Luigi Tenco. Ma è sempre meglio che essere sbattuti a Ventotene o in Siberia.
Però credo che il “mondo libero” debba fare qualche riflessione su se stesso. Ha creato un modello di sviluppo, indubbiamente attraente e potente tanto da aver sfondato in culture in origine lontanissime dall’iperattivismo liberista, come quella cinese (al fondo del pensiero cinese c’è la “inazione”, cioè la non-azione di Lao Tse, Il Libro della Norma) e indiana. Questo modello di sviluppo è fondato sulla supremazia dell’Economia e della Tecnologia rendendo l’uomo una semplice “variabile dipendente” da questi due moderni Iddii. In questo senso gli uomini che vivono nei “mondi liberi” o in quelli autoritari sono sulla stessa barca: i totalitarismi cinese o russo non sono che dei capitalismi di Stato, con tutte le antinomie del capitalismo propriamente detto. È un modello che ho definito “paranoico” perché non permette di raggiungere mai un momento di equilibrio, di pace, di serenità: salito un gradino bisogna farne immediatamente un altro e poi un altro ancora, all’inseguimento di una sempre sbandierata ma impossibile felicità finché “morte non ci separi” (è il “produci, consuma, crepa” dei CCCP). L’uomo è stato degradato a consumatore. Fra i tanti paradossi di questo modello paranoico c’è che noi oggi, si viva in un mondo libero o in uno autoritario, non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre.
È un’antinomia che era già stata notata, con un certo suo stupore, da Adam Smith che pur è uno dei padri del modello liberista. Gli uomini nella loro stragrande maggioranza sono diventati degli “schiavi salariati” e, per dirla con Nietzsche (chi era costui?), un mondo che postula l’uguaglianza e ha bisogno di legioni di “schiavi salariati” è un mondo che ha perso la testa. E noi l’abbiamo persa da tempo. Siamo diventati degli impiegati della Tecnica e dell’Economia. Nel “mondo libero” nessuno, a parte eccezioni così esorbitanti da risultare insultanti (Bezos, Musk), è veramente libero, padrone di se stesso. Facciamo un paragone con gli infamati “secoli bui”. I contadini e gli artigiani del Medioevo non avevano padroni sul capo, avevano la loro vita nelle proprie mani, nel tranquillo ruminare delle stagioni (le corvées che tanto scandalizzano i moderni erano roba ridicola come nota ancora Adam Smith). Non esisteva, per quanto a noi possa sembrare sorprendente, la disoccupazione. “Che cosa sarebbe successo in un’economia tradizionale, preindustriale, se su un campo su cui vivevano dieci persone si fossero accorti che otto erano sufficienti a coltivarlo tutto e al meglio, mentre il lavoro dei due, i ‘marginali’, era superfluo? Li avrebbero cacciati a pedate nel sedere dicendogli di andarsi a cercare impieghi più produttivi? Nient’affatto. Si sarebbero divisi il lavoro in dieci, approfittando del tempo così guadagnato, che non è ancora il nostro sinistro ‘tempo libero’, eterodiretto, per andare all’osteria, a giocare ai birilli, a corteggiare la futura sposa” (Cyrano se vi pare…). Noi abbiamo invece usato la tecnica per sbattere fuori dal mondo del lavoro quelli in sovrappiù, per andarsi a cercare impieghi ancora più subordinati, umilianti e feroci.
Nevrosi e depressione nascono con la rivoluzione industriale colpendo prima la borghesia (Freud) e in seguito l’intera comunità. Noi tutti oggi basculiamo fra nevrosi e depressione. Il fenomeno della droga, sconosciuto nel mondo premoderno, è sotto gli occhi di tutti. E fermiamoci qui, per pietas.
In un recente articolo sul Fatto (27/4) il sociologo De Masi ha richiamato Martin Heidegger che negli anni Trenta ha posto il problema cruciale dell’ambiguità della Tecnica che però va accoppiato, nel mio pensiero, all’Economia e alla Pubblicità il vero motore dell’intero sistema (basta collegare i servizi drammatici che ci vengono dall’Ucraina con gli spot televisivi che immediatamente li seguono per capire ciò che dico).
Ricorda De Masi sunteggiando Heidegger: “L’Occidente ha convogliato nello sviluppo tecnologico tutta la volontà di potenza dell’uomo, trasformandola in fine a se stessa. Così facendo ha trasformato il mondo in apparato tecnico e noi tutti in impiegati di questo apparato”. È ciò che da tempo, salendo sulle spalle robuste di Heidegger, sostengo anch’io. Sul tema si è esercitata anche una delle menti italiane più lucide, Umberto Galimberti (Psiche e techne). Anche Galimberti è estremamente critico nei confronti della Tecnica, ma sostiene che la Tecnica è un fatto cui non ci si può opporre. Io sto sul versante opposto. Come lo scudiero de Il settimo sigillo di Bergman, mi ribello.
L'Amaca
La libertà dello sciacallo
DI MICHELE SERRA
Ormai, nel girovagare quotidiano tra le notizie online, faccio lo slalom (un percorso accurato, caparbio) per evitare i tanti video di scontri verbali, polemiche insolenti, risse televisive. È un genere che già in tempi normali umilia e disgusta, ma adesso che la morte e il dolore hanno una evidenza quotidiana, questi rissanti a rischio zero mi sembrano i parassiti di una tragedia molto più grande di loro, in groppa alla quale provare il brivido della storia restando però bene al riparo dai suoi colpi.
Cerco anche di limitare il dosaggio delle immagini di guerra — ben altro format — perché vederne troppe mi fa sembrare osceno il consumo compulsivo della morte altrui, e le mutilazioni, le case diroccate, le città sventrate. Cerco scampo, come in un riparo di fortuna, nei rari luoghi immuni dalla guerra e dal dibattito sulla guerra. Le notizie sulla natura, per esempio: non me ne perdo una.
Ieri ho visto tre volte il filmato dello sciacallo dorato ricomparso da qualche anno in Italia (proveniente da Est) e da qualche mese stabile nell’Appennino Parmense, dove è stato ripreso da una videocamera nascosta.
Ho perfino temuto — cliccando tre volte sulla stessa notizia — di incrementare incautamente la popolarità di quel canide schivo e leggero, con il muso aguzzo del lupo e la coda gonfia della volpe, che vive bene, come molti animali selvatici, quanto più lontano da lui rimane l’uomo. Mi sono sentito sciacallo pure io prendendo atto che in certi giorni anche la mia navigazione online tende a evitare, in ogni sua forma, la presenza umana.

