domenica 13 marzo 2022

Illuminante

 

Salvare il salvabile
di Marco Travaglio
Se l’Unione europea esistesse, i suoi ridicoli e ridanciani rappresentanti non si sarebbero riuniti a Versailles, ma da due settimane (anzi da prima, quando il peggio si poteva forse evitare) farebbero la spola fra Kiev e Mosca per trascinare Putin e Zelensky a quel tavolo che, almeno a parole, nessuno dei due esclude. E proporrebbero un negoziato sui tre punti che, almeno a parole, Putin ritiene fondamentali e Zelensky ha definito trattabili: Donbass, Crimea, Nato. E, se gli Usa non fossero d’accordo, l’Ue andrebbe avanti comunque, perché dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia all’Ucraina, i loro interessi sono diametralmente opposti ai nostri. A Biden questa guerra nel cuore dell’Europa fa stracomodo: deve far dimenticare l’umiliante débâcle afghana e allevarsi il nemico ideale, il nuovo Male Assoluto, per non perdere le elezioni di mid-term, mentre la sua economia ingrassa sull’indebolimento di quella europea dissanguata dal conflitto armato, dall’instabilità politica, dalla catastrofe umanitaria dei profughi e dal boomerang economico delle sanzioni. Perciò i servi furbi dello Zio Sam, ben nascosti dietro l’eroica resistenza ucraina, soffiano sul fuoco affinché la guerra criminale di Putin duri il più possibile e faccia più morti possibili (inviando sempre più armi) e criminalizzano come quinta colonna del nuovo Hitler chiunque lavori o accenni a una via diplomatica. Che non è utopica: è pragmatica.
Le sanzioni, specie se danneggiano più il sanzionatore che il sanzionato, vanno modulate e condizionate. Se lo scopo è ricacciare Putin entro i confini russi, non c’è misura economica o invio di armi che tenga: serve la terza guerra mondiale (che però nessuno vuole). Se invece l’obiettivo è salvare il salvabile della sovranità ucraina e il maggior numero di vite, non resta che concedere alla Russia ciò che già ha – Donbass e Crimea – e rassicurarla con una nuova conferenza di Helsinki per la sicurezza europea che impegni tutti (Ue, Nato, Ucraina e Russia), parta dalla neutralità di Kiev, rimedi agli errori passati, blocchi nuove provocazioni e invasioni. Le sanzioni possono diventare un’ottima arma di ricatto se l’Ue è disposta ad attenuarle in cambio di un impegno russo a risparmiare i civili (che però, inviando armi, è molto più difficile distinguere dai militari) e a revocarle in cambio di un cessate il fuoco e di un negoziato vero. Senza chiedere il permesso a Biden, che somiglia tanto a quel personaggio del film di John Landis Ridere per ridere: il “cacciatore di pericoli” che irrompe ad Harlem, urla “Negriii!” e scappa, inseguito e menato da una gang di teppisti di colore. Con la differenza che, quando gli americani vengono a far danni in casa nostra, quelli inseguiti e menati non sono loro: siamo noi.

Stralcio

 

"E come si fa, stasera, per il conto? Tre giorni fa, un’eternità, Irina era semplicemente contrariata di non poter più pagare il parcheggio con Apple Pay, l’applicazione per cellulare che qui tutti usano, perché la carta di credito in plastica è desueta quanto l’assegno da noi. E poi ho voluto pagare il nostro pranzo con la mia Visa e non ci sono riuscito, ed è in quel momento che tutti e due abbiamo cominciato a capire che le sanzioni, l’uscita dal sistema Swift, non erano una faccenda fra Stati e banche, che colpisce solo marginalmente le persone o prosciuga i loro risparmi, cosa a cui i russi sono abituati, ma che ben presto impedirà loro di pagare qualunque cosa. In previsione del momento in cui le carte non si bloccheranno più una volta su due, come succede per il momento, ma ogni volta che si proverà a usarle, questo pomeriggio ho scelto di ritirare dei rubli, il massimo possibile per non rischiare, e mi hanno consigliato di andare in una filiale della Vtb, una banca sufficientemente piccola per non essere ancora colpita dalle sanzioni (i servizi ormai si dividono fra quelli che sono sotto sanzioni e quelli che non lo sono ancora ma presto lo saranno). C’era almeno una ventina di persone davanti a ogni sportello bancomat, tutti russi, preoccupati ma calmi, e tutti con la testa sollevata verso un display che indicava il cambio del rublo, dell’euro e del dollaro. Tre giorni fa un rublo valeva poco meno di dieci centesimi di euro, oggi sta a quindici, se riesco a ritirarne sarò uno sceicco, mentre le persone che mi stanno intorno guardano i loro risparmi sciogliersi a vista d’occhio. Vorrei intavolare una conversazione, ma anche se non sono ancora stati segnalati casi di aggressività verso gli stranieri a Mosca, siamo comunque noi che ci becchiamo le conseguenze delle sanzioni; molti espatriati di mia conoscenza cominciano ad abbassare la voce quando parlano al telefono in francese per strada, meglio tenere un profilo basso. Ho una fifa matta che il bancomat si ingoi la mia carta; non succede ed è già qualcosa, ma non mi fa ritirare nulla. Per fortuna ho pagato in anticipo l’albergo e il mio biglietto. Per il resto, è assolutamente imprevedibile. Xaver cerca di pagare per primo, ha tre carte di credito diverse, nessuna funziona. La mia sì, inspiegabilmente, ma è il suo ultimo respiro. E il taxi per l’aeroporto, lunedì? Se mi trovassi bloccato a Mosca perché non posso pagare il taxi? La Visa e la Mastercard annunciano sabato che lasciano anche loro la Russia. Per fortuna, Pavel mi ha dato una busta di contanti. ***
Un boomer russo
«Ho già visto tutto questo, più in piccolo. Ero inviato a Bagdad, giornalista giovanissimo, in un tempo in cui l’Iraq era un Paese prospero, uno dei più piacevoli dove vivere in Medio Oriente. Sapevamo che Saddam gassava un po’ i suoi curdi ma si guardava da un’altra parte, tutti i capi di Stato gli dichiaravano la loro amicizia. Quando invase il Kuwait, credeva che tutti avrebbero protestato un po’, così per forma, e che poi tutto sarebbe passato, business as usual . Ma non passò: il mondo intero si coalizzò contro di lui, embargo, sanzioni, il Paese prospero diventò un Paese paria, regredì all’età delle caverne ed è ancora lì che si trova. È questo che ci sta succedendo. Putin è diventato un paria, ma anche noi diventiamo dei paria. È pazzesco, sai, quello che avrà vissuto uno della mia generazione. Uno che è stato adolescente in Unione Sovietica e poi, a vent’anni, quel miracolo assoluto, totalmente inimmaginabile, della fine degli anni Ottanta. Passare di colpo da Cernenko a Gorbaciov, e poi il golpe, i carri armati a Mosca, i primi locali notturni a Mosca, i primi viaggi all’estero. I soldi a fiumi, la criminalità, il Far West degli anni di Eltsin. Voi non ne avete la minima idea in Francia, la minima idea. Che avete vissuto voi, poveri piccoli? Il maggio ’68? L’elezione di Mitterrand? Ho paura di Le Pen, e che sarà mai! Uno della mia età in Russia ha esperienze per dieci vite, e ora che credevamo di poterci riposare, che non ci sarebbe successo più nient’altro che le cose normali della vita, comprare una dacia, invecchiare, ammalarci, morire, ecco che ci arriva addosso questo, nella peggiore delle ipotesi la fine del mondo, nella migliore delle ipotesi ritorneremo dentro la nostra topaia».
(da Racconto di una guerra - oggi su Repubblica - di Emmanuel Carrére)

L'Amaca

 


Gli speculatori di guerra
di Michele Serra
Se le parole hanno un peso, le dichiarazioni del ministro Cingolani sull’aumento “ingiustificato del prezzo dei carburanti, spirale speculativa su cui guadagnano in pochi, senza alcuna motivazione tecnica”, sono di una precisione e insieme di una gravità inaudita. Non sono i rumors dei social, è il governo, per bocca di un suo ministro, che attribuisce a pochi speculatori il fortissimo rincaro dei carburanti e delle bollette.
Non ho alcuna competenza giuridica, so solo che speculare sulle difficoltà prodotte dalla guerra, e sulla condizione di vulnerabilità in cui la guerra scaraventa la gente comune, è il classico atto odioso, benché sia, da secoli, consustanziale alla guerra stessa: di molte fortune economiche si mormora siano nate da uno sconquasso bellico. A meno che si dia per scontato che così debba accadere, la domanda è se qualche Procura voglia ascoltare il ministro, e magari aprire un fascicolo, a partire dalla sua esplicita denuncia. Le cronache sono piene di sindaci finiti in galera (non inquisiti: in galera) per avere firmato carte sbagliate, e seguito procedure sbagliate, senza mettersi un solo quattrino in tasca. Vogliamo dunque dire che gonfiarsi le tasche approfittando della peggiore delle disgrazie – la guerra – meriterebbe il bene di un’inchiesta giudiziaria, magari di un processo? Anche se finisse nel nulla, per via delle evidenti difficoltà di esplorare il mondo occulto del potere economico, sapere che la magistratura, leggendo le parole di Cingolani, ha avuto un sussulto, ci farebbe sentire rassicurati. La vecchia vox populi “chi ruba una gallina va in galera, chi ruba un miliardo no”, cerca disperatamente una smentita.

sabato 12 marzo 2022

L'Amaca


Benedetta sia la betoniera
di Michele Serra
Non so se sia autentico, ma spero ardentemente che lo sia, il video dei due pensionati ucraini che invitano energicamente i soldati russi, entrati nel loro piccolo giardino, a levarsi dai piedi. E quelli se ne vanno, talmente è evidente l’assurdità della loro presenza, quasi senza protestare, mentre il cane abbaia come fanno i cani quando arriva il postino.
La guerra, lo sappiamo, non funziona così, ma il brevissimo filmato ha una potenza metaforica irresistibile. Due anziani inermi affrontano quattro giovanotti armati. Li mettono in fuga con l’arma dell’evidenza: questa è casa nostra, che accidenti ci fate con il mitra in mano in casa nostra? Come vi permettete? Non lo vedete che il cane si spaventa? Con quegli scarponi infangati, poi, mica vi verrà in testa di entrare dentro casa, che abbiamo appena lavato i pavimenti?
La guerra ha un carico micidiale di terrore e di morte: è quello il suo primo odore, quello del sangue e della polvere delle macerie. Ma poi ha un suo secondo livello, altrettanto profondo, che è l’assurdità. L’assurdità di una violazione incomprensibile della vita quotidiana, delle abitudini e dei diritti umani nella loro forma più banale, più elementare.
La vita tranquilla, perfino stupida, che tutti noi meniamo giorno dopo giorno. Con quale diritto uno Stato maggiore, un governo, un’entità distante nello spazio e nella logica, viene qui a mettere sottosopra le nostre giornate?

Nel video è inquadrata anche una betoniera, in un angolo del giardino. La betoniera è la vera eroina della situazione. La guerra ha interrotto il suo lavoro. Maledetta sia la guerra, benedetta la betoniera. E il cane. 

Dall'esterno

 






La penso come Antonio!

 

L’invasione e lo stupore dei “buoni”
di Antonio Padellaro
L’invasione russa dell’Ucraina era solo una questione di tempo, scrive il generale Fabio Mini su Limes, nell’articolo anticipato ieri dal Fatto. Dal momento che, a partire dal 1997, la progressiva espansione della Nato, secondo i più accreditati osservatori occidentali (compreso William Perry, ex Segretario alla Difesa durante la presidenza Clinton), sarebbe stata inevitabilmente considerata dai russi una minaccia, “e che andare avanti avrebbe avvelenato le relazioni con Mosca”.
Ora, tutto ciò nulla toglie ai crimini contro l’umanità di cui si sta macchiando Putin, mentre ci dice qualcosa sulla cecità dei “buoni” che non avendo calcolato, per oltre un ventennio, le conseguenze dei propri atti subiscono oggi la sanguinaria ritorsione dei “cattivi”. E lo fanno chiedendosi come diavolo sia potuto accadere. Detto che i “buoni” continueranno a sentirsi infallibili (e Dio ci aiuti), sia però consentito interrogarsi sull’utilità del vecchio espediente retorico che consiste nel considerare un pazzo furioso chiunque non si comporti secondo le nostre attese, soprattutto quando sbagliatissime. Leggiamo, infatti, sulla stampa belligerante, dotte analisi sulle disastrose condizioni in cui versa l’autocrate. Con titoli del tipo: “Dal cancro alla pazzia, le intelligence occidentali s’interrogano sulla salute fisica e mentale di Putin” (Repubblica).
Secondo il Daily Star (ripreso dal Giornale), Mad Vlad “prova costante dolore e potrebbe avere problemi di non poco conto che spaziano dalla follia a un tumore all’intestino”. Si cita una fonte, naturalmente anonima, del Pentagono, secondo cui “in passato lo abbiamo visto sorridere, ma nel 2022 ci sono poche foto in cui sembra felice”. Non basta, “perché addirittura alcuni pensano che come ultima traccia da lasciare sulla Terra prima della sua morte ci sia stata l’invasione dell’Ucraina”. Tutto molto credibile: infatti, chi prima di tirare le cuoia come estremo desiderio non vorrebbe appiccare il fuoco all’appartamento del vicino o magari bombardare Kiev?
È vero che gli abbiamo piazzato qualche testata nucleare con vista Cremlino, però lui è sempre così malmostoso. Mai una bella risata, e che diamine.

Commentatori con elmetto

 

Penne armate che sparano contro i pacifisti

La guerra nei talk e sui giornali - Bollano come filo-Putin chiunque osi opporsi agli aiuti militari e cerchi un’altra via per risolvere il conflitto. Sono editorialisti o generali?


DI SALVATORE CANNAVÒ


I giornalisti sognano la guerra più dei generali. Se quest’ultimi (vedi il generale Fabio Mini, il generale Marco Bertolini e altri) hanno preferito la cautela, autorevoli colleghi come Paolo Mieli, Gianni Riotta, Ezio Mauro, Aldo Cazzullo sono impegnati pancia a terra a redarguire i pacifisti accusati di schierarsi a mezza strada tra l’aggressione russa e la difesa ucraina.

Anche se quelli in realtà si oppongono all’invio di armi dietro cui vedono il coinvolgimento della Nato, la loro posizione viene rappresentata tout court come filo-Putin. Riotta ha affibbiato loro l’appellativo di Putinversteher, quelli che se la intendono con il presidente russo. Il clima è questo.

I pensieri basici

Un punto alto dell’avversione, che rasenta il disprezzo, verso posizioni pacifiste integrali si è raggiunto giovedì sera a Piazzapulita contro la professoressa Donatella Di Cesare e il professore Alessandro Orsini accerchiati dai giornalisti con l’elmetto, Paolo Mieli e Mario Calabresi. “Il cinismo dei pacifisti”, spiega l’ex direttore del Corriere della Sera, che su questo tema aveva già scritto una chiara, ma non dichiarata, polemica con il direttore del Fatto Quotidiano, “è quello di chi dice agli ucraini ‘non vi aiutiamo per il vostro bene’”, una caricatura delle reali posizioni che si accoppia al sarcasmo con cui replica alle pacate analisi del professor Orsini. Mario Calabresi, dopo aver professato il suo fascino per chi vuole “comprendere perché i fenomeni accadono” a una Di Cesare che invita a comprendere tutte le motivazioni della guerra, risponde con un ragionamento che definisce “basico”: “Se uno ti spacca la testa con una mazza da baseball non è che stai lì a chiederti le sue ragioni”. E se la filosofa bolla come “propaganda” il ragionamento a base di mazze da baseball, subito interviene Mieli a redarguirla: “Non offenda, non parli di propaganda”.

Dibattiti da talk show, in cui lo scontro prevale sull’interlocuzione, ma che aiutano a cogliere il tono di fondo che nel migliore dei casi è un fraintendimento e più spesso è un’ipocrisia. Nessun pacifista ha detto, infatti, “né con Putin, né con Zelensky”, nessuno si è messo a metà strada tra i contendenti. Il dubbio sull’invio di armi rimanda al giudizio sulla Nato, all’inutile ruolo politico dell’Unione europea, alla disattivazione decennale di strumenti per la risoluzione delle controversie. E quello che dà fastidio ai giornalisti con l’elmetto è la messa in discussione del sancta sanctorum occidentale, la Nato come atto di fede, il ricorso alla guerra come soluzione sempre e comunque. Fu così nel 1991 in Iraq, nel 1995 in Serbia, nel 1999 in Kosovo, nel 2001 in Afghanistan, nel 2003 ancora in Iraq. Un refrain insistito che ha collezionato sconfitte, fallimenti ma riproposto all’infinito.

Gli insulti di Riotta 

Per questo Riotta decide di maltrattare la nostra Barbara Spinelli, sottolineando come il suo saggio per il quotidiano Il Fatto venga rilanciato, con applausi, dai social media dell’Ambasciata russa a Roma, “Putinversteher con bollo diplomatico” (Repubblica). Un modo per infilarla a forza in una lista di filo-putiniani che aggrega no vax, sovranisti e intellettuali di prestigio (Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo) e lei stessa, analista e intellettuale impegnata da sempre su limpide posizioni progressiste.

Spinelli, però, è colpevole di aver criticato la strategia di allargamento a Est della Nato, nonostante la tesi sia stata elaborata dal fior fiore del pensiero geopolitico statunitense.

Mauro senza pace 

Lo stesso atteggiamento viene scaraventato contro il pacifismo sceso in piazza il 5 marzo a Roma. Scrive Ezio Mauro: “La ‘neutralità attiva’ di fronte all’evidenza dell’aggressione di Putin all’Ucraina è una formula non soltanto sterile, ma ingannevole, dunque sbagliata”. E “rifiutando di vederla, noi rimettiamo in cammino l’eterno fantasma d’Europa: il quinto Procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato”. Pacifisti che se ne lavano le mani, l’accusa più infida.

Posizione ripresa dal Corriere della Sera, che ha schierato nei giorni scorsi un tridente composto da Antonio Polito, Aldo Cazzullo e il già citato Paolo Mieli.

Polito punta il dito 

Antonio Polito alle posizioni pacifiste risponde: “La frase chiave di questo argomento dice: ‘La pace è più importante di tutto, anche della libertà’. È più o meno ciò che pensava la folla plaudente che accompagnò nel 1938 Neville Chamberlain, premier britannico, alla partenza per la Conferenza di Monaco”. Il paragone con Hitler e i Sudeti è immancabile, come se Putin avesse già scritto un suo Mein Kampf e avesse il piano segreto di conquistare l’intera Europa. Ma c’è anche un altro scioglilingua che in certa stampa rappresenta un evergreen, “la riedizione di un vecchio e famigerato slogan degli anni di piombo, ‘né con lo Stato né con le Br’ (ancora Polito). Calabresi a Piazzapulita lo declina a modo suo: “Mi ricordate quelli che giustificano le Brigate rosse con la strage di piazza Fontana”. Tic e riflessi di un modo di ragionare che è sempre lo stesso, liquida i dissensi schiacciandoli su posizioni mai espresse e rinvia a schemi incistati della storia italiana.

Deinde filosofare 

Aldo Cazzullo, ancora sul Corriere, la liquida in modo “basico”, come direbbe Calabresi: “La guerra di Putin uccide ogni giorno decine se non centinaia di vecchi, donne, bambini; ma noi filosofeggiamo, poiché non esistono il bene e il male, il torto e la ragione, il bianco e il nero; esiste solo il grigio, in cui tutto può essere giustificato”. Nessuno in realtà giustifica la guerra, solo chiede di affrontarla in altro modo che non sia l’escalation della guerra stessa. Poi si passa a una retorica da vecchia sinistra che dovrebbe convincere gli attuali ‘compagni che sbagliano’, vedi la Cgil o l’Anpi.

W la Resistenza 

Per Luigi Manconi, ancora Repubblica, i ragionamenti che rifiutano di fornire armi mostrano una logica per la quale “si sarebbe dovuto rinunciare a gran parte delle azioni armate della Resistenza”. Ragionamento simile a quello di Adriano Sofri (Il Foglio) che paragona l’invio delle armi all’Ucraina alla sottoscrizione organizzata da Lotta Continua nel 1973 per inviare armi al Mir cileno contro il golpe di Augusto Pinochet.

Ma Pinochet rappresentava un colpo di Stato interno, che apriva una fase di guerra civile (in realtà rapidamente soffocata) mentre sulla Resistenza Alessandro Portelli (il manifesto) ricorda molto chiaramente che gli Alleati che fornivano armi ai partigiani “erano già in guerra con la Germania, la guerra la stavano vincendo e, particolare non secondario, avevano già ‘gli stivali sul terreno’”. La Nato i “boots on the grounds” non li ha ancora, ma in realtà il desiderio inconfessabile dei giornalisti con l’elmetto è questo. Più oltranzisti dei generali.