Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 3 marzo 2022
Marco
Il Cretino Collettivo
di Marco Travaglio
“La prima vittima della guerra è la verità” (Eschilo). Dopo i civili innocenti, si capisce. Ma poi ci sono l’intelligenza, la logica, il senso dell’umorismo e anche del ridicolo. Visto come siamo messi in Italia, siamo in piena guerra pure noi, anche se non sta bene dirlo. Il Cretino Collettivo ha cacciato dalla Scala uno dei migliori direttori d’orchestra del mondo, Valery Gergiev, perché è russo e fan di Putin (ma entrambe le cose erano note prima che lo chiamassero). Una delle migliori soprano, Anna Netrebko, ha annunciato che diserterà Scala per non finire come lui, essendo pure lei orripilantemente russa. Il Festival della fotografia europea di Reggio Emilia ha annullato la partecipazione della Russia, che esponeva le opere di Alexandr Gronskij: un altro fottuto putinista? Mica tanto: la polizia l’ha appena arrestato a Mosca mentre manifestava contro Putin. E vabbè, pazienza, effetti collaterali. È russo pure Daniil Medvdev, il tennista n. 1 del mondo, che la Federazione ucraina chiede di escludere dal Grande Slam anche se si è pronunciato contro la guerra. E lo è soprattutto quel tal Dostoevskij, sedicente scrittore che, con Tolstoj, Cechov, Puskin, Gogol’ e altri putribondi figuri, minacciava di diffondere la propaganda putiniana alla Bicocca. Così l’ateneo ha sospeso il seminario del loro studioso Paolo Nori per “evitare qualsiasi forma di polemica”. Poi ci ha messo una toppa peggiore del buco: “Volevamo provare ad aggiungere anche autori ucraini”. La par condicio applicata alla letteratura, per giunta postuma. Ora nel mondo della tv, trema Carmen Russo.
Intanto dal Tg1 è sparito il corrispondente Marc Innaro, reo di conoscere bene la Russia visto che la segue da 40 anni e soprattutto di aver mostrato la cartina dell’allargamento della Nato nell’Est Europa: ma benedett’uomo, chi glielo fa fare di mostrare cartine? Pensi alle ragazze, invece. Noi, avendo sempre scritto contro Putin, anche quando Rep ospitava la sua propaganda a pagamento e Giornale, Libero, Foglio e tutto il cucuzzaro berlusconiano rilanciavano le fellatio del padrone al “dono del Signore”, dobbiamo sorbirci le lezioncine di antiputinismo da quei ridicoli tartufi. Francesco Merlo, la lingua più felpata del West, ce l’ha con “gli stessi ‘Italiban’ che tifavano per i tagliagole afghani”. Che poi sono gli eroici “mujaheddin” armati dall’Occidente per scacciare l’Armata Rossa dall’Afghanistan e divenuti improvvisamente “tagliagole” talebani quando usarono le nostre armi per scacciare le nostre truppe. A proposito: le armi che stiamo festosamente inviando agli ucraini, se vince Putin le userà contro di noi. Che in fondo gli somigliamo sempre di più. Perché le guerre presto o tardi finiscono: il Cretino Collettivo mai.
L'Amaca
Il maschio tradito
di Michele Serra
Conoscete qualcosa di più russo di Gogol’? E di Bulgakov?
Beh, Gogol’ e Bulgakov erano ucraini. Il primo era nato in un villaggio a est di Kiev.
Il secondo a Kiev. Entrambi sono morti a Mosca.
Lo stuolo dei russi-ucraini, e degli ucraini-russi, è molto lungo. Non lo conoscevamo: sinistro merito di questa guerra idiota, assurda, è averci aiutato a conoscere un poco meglio i due popoli e le due culture scoprendo che sono, in larga parte, lo stesso popolo e la stessa cultura. E questo rende ancora più tremendo il capo di imputazione che grava su Vladimir Putin. È il fautore di una guerra fratricida.
“Colpa” degli ucraini, secondo Putin, è proprio questa vicinanza tradita. L’idea che sia il tuo prossimo, non il tuo opposto, non un estraneo, a scegliere una strada diversa (l’Europa, la democrazia) rende ancora più insopportabile l’offesa. Putin ha ragionato, e si è comportato, più o meno come il maschio che uccide la compagna che lo vuole abbandonare. Non riesce a contemplare l’idea di non essere più amato, di non essere più obbedito. Per lui l’Ucraina esiste in quanto “sua”, oppure non ha il diritto di esistere.
Meglio morta che libera.
Il machismo di Putin è uno degli elementi fondamentali della sua popolarità presso le destre estreme, in tutto il mondo. Il mito “dell’uomo forte” è pre-politico, è legato alla tradizione tribale e patriarcale che con la libertà non ha un rapporto facile.
L’ostentazione di virilità e di prestanza fisica è una sua ossessione di sempre. Niente riesce a levarmi dalla testa l’idea che questo elemento sia molto rilevante nella sua storia politica e, ahimè, nella nostra storia del momento. E che sia un elemento patologico.
Arcaico. Ma ben presente, e pericoloso.
mercoledì 2 marzo 2022
Lungimirante
Guccini
“Così domenica dopo domenica fu una stagione davvero cupa, quel lungo mese della quaresima, rise la iena, ululò la lupa,
stelle comete ed altri prodigi facilitarono le conversioni, mulini bianchi tornaron grigi, candidi agnelli certi ex-leoni.
Soltanto i pochi che si incazzarono dissero che era l' usato passo
fatto dai soliti che ci marciavano per poi rimetterlo sempre là, in basso!
Poi tutto tacque, vinse ragione, si placò il cielo, si posò il mare, solo qualcuno in resurrezione, piano, in silenzio, tornò a pensare.”
E Daniela!
Dopo il virus, c’è la videoguerra
Sarebbe un’occasione per ragionare sullo stato di salute della democrazia, ma preferiamo l’infotainment. Ai minimizzatori darwinisti del virus, adesso sono subentrati gl’interventisti da divano
DI DANIELA RANIERI
Nel giro di pochissime ore, la comunicazione emergenziale si è spostata su un nuovo oggetto perturbante, mantenendo i suoi codici allarmistici e tutto sommato i suoi effetti analgesici. I giornali e le tv, obliterata la Covid (che ha fatto quasi 6 milioni di morti nel mondo e continua a farne ogni giorno), si sono dati a lunghi speciali sulla guerra della Russia all’Ucraina; resiste qualche Guido Rasi, un Pregliasco, qualche domanda lasca: quando potremo togliere le mascherine? Quanto dura l’immunità della terza dose?
La pandemia è finita, come da decreto. Generali in mimetica spiegano l’Operazione Porcospino come fino a poche settimane fa spiegavano l’immunità di gregge. La violenta sterzata della comunicazione non ha riguardato solo i media broadcasting: sui social, virologi presso sé stessi si sono riciclati esperti di geopolitica e cremlinologi nel salotto di casa.
La mortifera società dello spettacolo non è mai stata così viva, a patto di intendere lo spettacolo non come infodemia, come mero aumento delle rappresentazioni, ma piuttosto come una visione del mondo (“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini”, Debord, 1967).
La guerra è lo spettacolo osceno per eccellenza: dopo la morte per infezione nelle terapie intensive, in definitiva asettica (infatti l’immagine più scioccante è un fuori scena, quello delle bare portate via coi camion militari a Bergamo), l’Europa sotto le bombe è la seconda intramuscolo anacronistica dentro il secolo del benessere (per i pochi ma giusti, gli eletti, i beneficiati dello sviluppo).
Ci siamo goduti a distanza le guerre in Kosovo, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria: missioni post-neo-coloniali per l’Occidente salvatore del mondo, esportatore menzognero dei “nostri valori”; valori ai quali l’Isis attentava spettacolarizzando il terrore, per il resto alacremente calpestati e violati dalla politica e dall’asettica e sovranazionale legge della finanza, con la nostra docile indifferenza.
I nostri valori: la democrazia al servizio del potere; la Costituzione tradita; lo Stato sociale eroso con pervicacia; nessun salario minimo, per accontentare le imprese; scuola trasformata in serbatoio di lavoratori minorenni non retribuiti e fucina di start-upper; libertà di stampa minacciata dai potenti con la scusa della privacy. La lotta per i diritti di tutti si è ridotta alla difesa del nostro “stile di vita”, che poi è la scansione del tempo stabilita dai tempi della produzione e del consumo. Non è un caso se tanto dopo gli attentati degli jihadisti quanto alla comparsa della Covid i leader di destra e di sinistra hanno reclamato il diritto all’aperitivo. Non più cittadini, siamo consumatori e spettatori-produttori di notizie blandamente scioccanti. Abbiamo visto le nostre abitudini sconvolte dai lockdown, con tutte le merci a disposizione dei nostri desideri; Netflix è diventata un genere di conforto; tutto pur di non pensare a quanto fosse miserabile la nostra vita. Indifferenti ai sotto-ultimi e anzi con essi competitivi, tosti nei “respingimenti” dei profughi, ma pronti alla morte per un mojito.
La realtà costringerebbe a pensare a quanto siano fragili le due conquiste su cui credevamo di aver costruito la cosiddetta civiltà avanzata occidentale: allungamento della vita media e democrazia.
La salute ci è parsa un diritto acquisito proprio mentre al welfare e alla Sanità pubblica si stavano sostituendo il welfare del privilegio e la sanità privata, che ingrassava grazie ai pazienti trasformati in clienti e ai contributi regionali e statali.
La pandemia ha mostrato a che livello erano le falle del Sistema sanitario: mancanza di mascherine per i medici e gli infermieri, reparti chiusi, assunzioni di personale bloccate, pronto soccorso e terapie intensive già in affanno per la normale amministrazione.
I governi Monti, Letta e Renzi sono quelli che hanno tagliato più risorse alla Sanità, oltre a dare ad essa meno risorse di quelle programmate; in totale, un taglio di 37 miliardi in 10 anni; il governo Renzi tolse dal tariffario pubblico 208 esami prima gratuiti, perché “non necessari”, capricci da ipocondriaci. Così la pandemia ci ha colti: poveri, con gli anziani malridotti e gli ospedali allo stremo.
Ci è bastato guardare altrove: tanto morivano solo i vecchi, “non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese” (frase icastica di Giovanni Toti): anni di spot e di informazione nevrotizzante per la prevenzione buttati nella pattumiera.
La fine della solidarietà intergenerazionale e interclassista hanno avverato la profezia micidiale di Margaret Thatcher: “Non esiste la società, esistono solo gli individui”.
Abbiamo rimosso quel che intralciava il falso mito della crescita: 5 milioni di poveri assoluti prima della pandemia, 6 dopo; la lotta di classe risolta a favore dei ricchi: “Il 93 per cento dei guadagni della ripresa sono andati all’1 per cento dei più ricchi” (Piketty, 2013). Banchieri gangster rapinavano la ricchezza collettiva; “visionari” e ricconi da copertina con una mano facevano cadere briciole per i poveri (come vuole la trickle-down theory), con l’altra arraffavano il 90% dei beni mondiali. Intanto la sinistra portava avanti l’agenda neoliberista di lotta allo Stato sociale, inteso come minaccia all’individualismo e alla libertà d’impresa. Lo Statuto dei lavoratori è stato distrutto da un governo di giovani carini e di “sinistra”, tra pochissime voci di dissenso. Bisognava sfoltire i processi decisionali, velocizzare, rispondere alle esigenze performative di una società spettacolare, lucidata dalle eccellenze e fondata sul “merito”, mentre laureati e dottori di ricerca erano costretti ad accettare lavoretti precari, con contrattini finti “a tutele crescenti”.
Ora 300 morti al giorno non sono più interessanti. Draghi riapre l’Italia. Naturalmente non ci si sta preparando a un’eventuale ondata autunnale. Non siamo più in una guerra metaforica: siamo scioccati dai carrarmati di Putin e divoriamo immagini fino all’anestesia. Sarebbe l’occasione di ragionare sullo stato di salute della democrazia dell’Impero del Bene, ma preferiamo l’emergenza spettacolare, l’infotainment, il genere che mischia informazione (approssimativa) e intrattenimento, la bulimia dei tweet. Ai minimizzatori darwinisti del virus sono subentrati gli interventisti da divano.
Ci volevano eventi estremi, una pandemia e una guerra in Europa, per chiarire che la salute e la democrazia sono conquiste sociali, non naturali; e che noi, satolli e frustrati, non siamo disposti a lottare né per l’una né per l’altra.
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