venerdì 18 febbraio 2022

Non opinabile




Dixit


“L’umanità è maledetta se per dare prova di coraggio si condanna eternamente a uccidere. Il coraggio oggi non è far vagare sul mondo la terribile nube della guerra. Il coraggio non è lasciare alla forza la soluzione di conflitti che la ragione può risolvere. Per voi il coraggio deve essere quello di ogni ora: è saper sopportare le prove fisiche e morali che la vita impone di continuo. Il coraggio è scegliere un mestiere, farlo bene, non disgustarsi per dettagli monotoni e fastidiosi. In qualunque mestiere bisogna esser sia pratici sia filosofi. Il coraggio è capire qual è la propria vita, precisarla, approfondirla e al tempo stesso coordinarla con la vita in generale. Il coraggio è tenere d’occhio la propria macchina per filare o per tessere in modo che nessun filo si rompa, e tuttavia prepararsi a un ordine sociale più grande e fraterno in cui la macchina sarà al servizio dei lavoratori liberati. Il coraggio è accettare le nuove condizioni che la vita propone alla scienza e all’arte, accogliere ed esplorare la complessità quasi infinita dei fatti e dei dettagli, e al tempo stesso illuminare questa realtà enorme e confusa con delle idee generali, organizzarla e sollevarla con la bellezza sacra delle forme e dei ritmi. Il coraggio è dominare i propri errori, soffrirne ma non esserne sopraffatti e continuare il proprio cammino. È andare verso l’ideale comprendendo la realtà. È agire e dedicarsi alle grandi cause senza sapere quale ricompensa riserverà al nostro sforzo l’universo, né se una ricompensa ci sarà. Il coraggio è cercare la verità e dirla, non cedere alla menzogna, non associarsi alle urla dei fanatici”. 

Jean Jaurés  (da L'Internazionale) 

L'Amaca

 

L’intelligenza dopo la tempesta
di Michele Serra
Ho commesso “errori di sistema”, ma quegli errori portano “la mia firma individuale. Dunque ne porto il peso”. Così Sergio Cusani su Tangentopoli, a conferma del fatto che l’intelligenza è il solo bene che ci rimane, dopo qualunque tempesta.
Cusani non considera un alibi il “così fan tutti”. Fu il grande errore di Craxi, il cui discorso in Parlamento sarebbe stato quasi perfetto se avesse aggiunto, in coda alla sua chiamata a correo dei presenti, che nessun “errore di sistema” può esentare i singoli dalle proprie responsabilità. Sono le persone che commettono reati, non “il sistema”. Cusani ha reso la sua testimonianza in un incontro pubblico a Palazzo di Giustizia, trent’anni dopo. Stando alle cronache, quell’incontro è rimasto un paio di spanne al di sopra della perdurante gazzarra a proposito della giustizia, che rischia di avere ulteriori puntate referendarie. Partecipava all’incontro anche Gherardo Colombo, il più riflessivo e capace di ascolto, mi permetto di dire, del pool di Mani Pulite, che ebbe ai tempi una popolarità clamorosa, superiore a qualunque serie televisiva dei tempi presenti. D’Ambrosio, Colombo, Davigo, Di Pietro, furono più dei Fantastici Quattro.
Viene da dire, abbandonandosi all’utopia, che se ogni imputato fosse Cusani, e ogni inquirente fosse Colombo, il mondo sarebbe migliore. Non senza colpa e non senza dolore, ma almeno in grado di chinarsi sulla colpa e sul dolore senza spocchia e ferocia. Conobbi Sergio Cusani tanti anni fa, ai domiciliari, era l’imputato-star di Tangentopoli. Mi sembrò una persona notevole, ma ero accecato dai miei pregiudizi, che mi impedivano di vedere in un colpevole un uomo stimabile. Non glielo dissi allora, glielo dico adesso, trent’anni dopo.

Grandissimo!

 

Quando eravamo normali
di Marco Travaglio
Che avrebbero dovuto fare 30 anni fa i magistrati sommersi dalle confessioni e dalle chiamate in correità di politici corrotti e imprenditori corruttori? Quello che prevedeva (e prevede) la legge: indagarli, arrestarli e processarli. Che avrebbero dovuto fare i cronisti sommersi dalle notizie sui politici e imprenditori più famosi che si scambiavano mazzette e, presi con le mani nel sacco, le confessavano e restituivano? Quello che era (ed è) il loro mestiere: procurarsi gli avvisi di garanzia, i verbali, le ordinanze di custodia cautelare (tutti atti, fra l’altro, non segreti) e pubblicarli. Che avrebbero dovuto fare i cittadini sommersi dai nomi e cognomi di chi si era mangiato l’Italia a suon di mazzette sugli appalti pubblici e di appalti pubblici fatti apposta per trarne mazzette, depredando le casse dello Stato e le tasche dei contribuenti con opere inutili, gonfiate e inquinanti e lasciando il conto da pagare a noi (manovra finanziaria da 90mila miliardi e prelievo del 6 per mille dai conti correnti nel 1992 a cura del governo Amato)? Maledire i ladri di Stato, smettere di votarli e, se provavano a farla franca col trucchetto dell’impunità parlamentare, contestarli con lanci di insulti, spugne, monetine e banconote (false) e difendere i magistrati che applicavano la legge (finalmente) uguale per tutti.
Quella del 1992-’93 fu una rara parentesi di normalità nel Paese di Sottosopra che, prima e dopo, ha sempre confuso le guardie con i ladri, i giornalisti con i leccaculo, i cittadini con i sudditi. Per due anni gli italiani furono veri cittadini e, informati da veri giornalisti, si schierarono dalla parte delle guardie contro i ladri. Poi, grazie alle sue tv, B. riportò al potere i ladri travestiti da amici delle guardie, li salvò con decine di leggi impunitarie votate o mantenute anche dal centrosinistra e tutto tornò come prima. Ora vogliono farci pentire di essere stati normali e farci credere che non sta bene tifare guardie, anzi è giusto tifare ladri. E l’ex braccio destro del ladrone latitante presiede la Consulta che avalla un referendum per vietare l’arresto dei ladri, uno per riportarli in Parlamento e tre per punire le guardie. Una guardia si porta avanti e, nel trentennale di Mani Pulite, rinvia a giudizio un galantuomo come Davigo. Partecipano alla festa molti giornalisti che per due anni informarono i cittadini sui delitti dei potenti, anche dei loro editori (che, terrorizzati, li lasciavano liberi), e ora, per far carriera e non finire prepensionati, si pentono di aver fatto per pochi mesi il proprio dovere. Li vediamo sfilare in tv a battersi il petto come nelle purghe staliniane, confessando il loro peccato mortale di gioventù: aver chiamato ladri i ladri. Il sistema migliore per non dover spiegare perché hanno smesso.