Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 19 marzo 2021
Precisazione
giovedì 18 marzo 2021
Sulla cresta dell'onda... anomala!
Prima, seconda, terza e probabilmente quarta ondata pandemica, non riescono a far collimare alla nostra comunità, intenzioni, progetti e speranze. Tutto ruota attorno al solito ed ormai increscioso cicaleccio aggiungente ansia alla già abnorme stillicidio di sentimenti da un anno a questa parte avvolgente ognuno di noi.
Se per ipotesi, la "Persona per bene" cacciata a malo modo da Palazzo Chigi avesse operato e realizzato un terzo di ciò che fino ad ora il Drago Silente ha compiuto, probabilmente sarebbe già stata installata la ghigliottina nelle lande di quelli che ancor oggi non hanno spiegato che fine abbiano fatto gli oramai famigerati 49 milioni volatilizzatisi tra le ampolle del dio Po.
Dicevo del cicaleccio, quello strano modo di sbraitare, come se fosse colpa di chissà chi, impregnando l'aria di tremebonda sofferenza, da parte di coloro che risultano essere tra i più colpiti dal magma virale: ristoratori, bar, turismo, sci e sciolina, commercio. E' sacrosanto che si lamentino, è verità la sofferenza dei loro affari, ci mancherebbe! Ma siamo dentro ad un evento mai vissuto prima, l'inaudito si è materializzato, la psicosi è sovrana, lo stress è di casa ovunque e, soprattutto, oltre centomila persone se se sono andate prematuramente, tra sofferenze, solitudine e impotenza. Proprio per questo, non si riesce a comprendere ove rivolgano le loro accuse e le responsabilità, non essendoci sul proscenio che il bastardo mutante. Proprio oggi ricordiamo i defunti da Covid, nella giornata appositamente istituita e che dovrebbe, negli anni, rammentarci sempre la priorità della sanità, la ricerca, entrambe lontane da lucri e ribalderie, cosa che attualmente non è, ci sono regioni che sono commissariate da anni, depredate da orchi famelici, ce ne sono altre protese verso il privato per squallidi interessi, ci sono stati governi, tanti, troppi, che hanno sforbiciato senza alcuna decenza detraendo risorse al pubblico, indebolendolo solo per rafforzare la sanità privata, vedasi il metodo del Celeste portato avanti ancora oggi nella regione che dovrebbe essere faro per tutti, visto redditi pro capite e cospicue risorse a disposizione, si proprio lei, la Lombardia retta da un poveretto costretto a rifugiarsi nella Brichetto, che ci fa rimpiangere il comico Gallera e da quella fucina di negligenze che è stato ed è il Bertolaso di tutti loro.
Dovremmo già da ora aver imparato parecchie cose dalla tragedia comune non ancora evaporata, ed invece siamo quasi tornati al punto di partenza, con Cazzari ed Ebetini sempre più imbizzarriti e ciancianti attorno al nulla solo per egoistici ritorni elettorali. Una merdosa situazione, imbarazzante, destabilizzante.
S'avverte incredibilmente ancora l'egoismo di pochi sulle necessità della società intera, ciò che dovrebbe essere riposto in cassetti in solaio, è priorità di casta. Non conta infatti che le giovani generazioni stiano saltando i momenti migliori della propria vita, non ha valore ciò che in natura è basilare, la salvaguardia degli anziani; salti di fila, furbastri ingalluzziti, avidità, ansia del ritornar a cenare nel bisso, voglia di isole lontane, bignamicamente il piacere di innalzarsi e differenziarsi nel sociale, sono già fumiganti ed in attesa che i canapi si abbassino. Molti di noi sperano, sognano che tutto ritorni come prima, "daggi oggi la nostra divaricazione quotidiana", e coloro che ricordiamo oggi, i martiri pandemici, sembrano sempre più non aver affievolito i miasmi di questa rapto-tecno-pluto-finanzacrazia.
"Tanto eran vecchi!" si sente sussurrare nelle dorate alcove. Come se ciò fosse colpa o maleficio di pochi e non la giostra luccicante tendente, da sempre, ad assopirci davanti allo sfarzoso falò del nulla.
mercoledì 17 marzo 2021
Attorno al silenzio draghiano
AstraZeneca, il silenzio di Draghi è inaccettabile
di Daniela Ranieri
Avevamo lasciato i giornali nell’inerzia dell’adorazione per l’irresistibile taciturnità di Mario Draghi. Che fascino! E che sprint, il nuovo corso! Poche chiacchiere, molti fatti, niente conferenze stampa annunciate via social, niente ritardi, niente Casalini nell’inquadratura. Da svenire il Draghi che firma un Dpcm mandando avanti i ministri Speranza e Gelmini; sublime il Draghi che annuncia un decreto legge in una conferenza stampa senza domande, coi giornalisti assetati di una parola ma tutto sommato felici anche solo di essere stati al suo cospetto.
Tuttavia, l’amore per l’algida operatività dei banchieri centrali registra una prima, piccolissima crepa nella giornata di lunedì, quando la Germania, e a domino l’Italia, la Francia e la Spagna sospendono le vaccinazioni con AstraZeneca, il Santo Graal del “cambio di passo” del Governo dei Migliori e dell’europeismo palingenetico su cui ideologicamente si fonda. Mentre legittimamente la popolazione va nel panico (perché vaccinata o vaccinanda con Az) o sprofonda nella desolazione, da Palazzo Chigi non si leva una parola. Staranno studiando le cartelle cliniche dei deceduti di morte sospetta? Staranno conferendo con le cancellerie e le presidenze d’Europa? E però Macron, che pure è un gelido enarca, annuncia di persona la sospensione con poche, inequivocabili parole: “Sulla base della raccomandazione del nostro ministro della Salute è stata presa la decisione di sospendere in via precauzionale la vaccinazione con AstraZeneca, sperando di riprenderla rapidamente se il parere dell’Ema lo consentirà”.
Ecco, magari in momenti come questi ci sarebbe voluto, a capo del governo, qualcuno di meno misteriosamente elusivo e di un po’ più empatico coi destini della Nazione; uno capace di assumersi la responsabilità di una decisione francamente inintelligibile per i cittadini, che dà adito a congetture e a paure se possibile ancora più nefaste dei freni principali alla campagna di vaccinazione: l’inosservanza degli impegni per le forniture da parte delle case farmaceutiche; le difficoltà logistiche; la peste no-vax. Che effetto avrà sulla fiducia delle persone questa ritrosia a comunicare col popolo in un momento così delicato? Si può solo immaginare cosa sarebbe successo se l’omissione fosse stata commessa da Conte: editoriali sull’esecrabile governo degli incompetenti, maratone di ore attorno al tema “mancanza di anima” dell’alleanza Pd-5Stelle, crocifissione di Arcuri, minacce di Renzi, interviste di Renzi, tweet di Renzi e dei sui cascami pappagalleschi, in Parlamento e nelle redazioni.
Sarebbe bastata una paginetta Word con poche essenziali indicazioni, per ridare un po’ di fiducia a una popolazione stremata, e anche per non dare l’idea di essere di quelli che oltre all’aplomb non perdono tempo a parlare al popolo per cui governano e che in realtà sottovalutano (ricevendo in cambio ringraziamenti folli, lodi imbarazzanti, panegirici stellari, specie da parte di chi si sente poco popolo e molto “migliore” ad honorem). Naturalmente, i fan della oligarchia neoplatonica-liberale danno la colpa al ministro Speranza, residuo del Conte II, che secondo loro avrebbe indotto Merkel, Macron, Sanchez a bloccare le vaccinazioni con l’eccesso di zelo tipico di certa di sinistra anticapitalista, e si sono messi a fare capriole semiotiche per rintracciare nel mutismo di Draghi l’ulteriore conferma della sua straordinarietà (come il Klamm del Castello di Kafka, che non parla e non compare, risiedendo in questa invisibilità il suo potere); mentre più passano le ore, più questo silenzio apparirà un modo di dire “arrangiatevi. Non devo spiegare niente”. È inaccettabile che parli solo domani, a 4 giorni dal blocco, a Bergamo, nella Giornata per la memoria delle vittime; o che a parlare siano i retroscena che lo dipingono “irritato” con l’Ema, perché delle due l’una: o il blocco è ingiustificato e dettato da ragioni non scientifiche, il che sarebbe esiziale per la credibilità dei governi dell’Unione; o ci sono buoni motivi per dubitare della non tossicità del vaccino, e non si capirebbero allora le professioni di fede di questi giorni da parte di tutte le autorità, manco il vaccino di Az fosse una divinità incontestabile. A peggiorare l’omissione, c’è che il giorno prima era andato in Tv da Fazio il generale Figliuolo, decoratissimo, in divisa alle 10 di sera, a ordinare (a chi?) di vaccinare “chi passa” per non buttare le dosi avanzate (che si suppone adesso saranno tantissime), generando un’onda di estatica ammirazione presso certi commentatori sensibili ai presentat’arm. Silenzio del presidente del Consiglio banchiere graditissimo alle élite imprenditorial-editorial-finanziarie e propaganda militar-populista del “commissario straordinario” in mimetica, che invece, a ben vedere, dovrebbe parlare poco ed essere operativo: un mix inedito per una democrazia.
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Spese folli da Covid, così Arcuri ha sgonfiato i conti alle Regioni
di Ilaria Proietti
Quanto vale lo scalpo di Domenico Arcuri? Per le Regioni che non l’hanno mai amato, centinaia di milioni di euro. Quelli che difficilmente avrebbero ottenuto dal commissario defenestrato giusto alla vigilia della maxi-operazione per rifondere le spese per l’emergenza coronavirus sostenute dai governatori e a cui la struttura di Arcuri ha osato fare i conti in tasca. Conti che non tornano, a una ricognizione aggiornata all’8 marzo.
Ma riavvolgiamo il nastro al 19 giugno dello scorso anno, quando le Regioni avevano consegnato le tabelle delle spese sostenute per l’emergenza coronavirus dal 31 gennaio al 31 maggio 2020. Un conticino provvisorio da 4,1 miliardi di euro, di cui la metà serviti per assicurare l’assistenza alla popolazione nei Covid hotel, per la distribuzione di generi alimentari e di igiene personale a domicilio, per gli oneri legati all’impiego del volontariato di Protezione civile o per allestire tende e container per i triage da campo.
L’altra metà, ossia 2 miliardi, se ne era andata per l’acquisto di farmaci, kit medici, tamponi, apparecchi medicali come i ventilatori, maschere facciali, camici, guanti e mascherine che le Regioni avevano dichiarato di aver speso nonostante ricadessero nei dispositivi di tipo A, B e C per i quali nel frattempo Arcuri aveva disposto l’acquisto centralizzato e la distribuzione direttamente dalla centrale unica in capo alla struttura commissariale. Con cui, per via di tali acquisti, le Regioni avevano avuto un approccio pessimo fin da quando, ad aprile 2020, era stato loro comunicato lo stop all’autorizzazione di acquisti a valere sul fondo nazionale: se proprio avessero voluto fare da sé, i governatori avrebbero ben potuto spendere, ma a patto che si trattasse di fondi propri. Qualche Regione a quel punto aveva dichiarato il rischio di bancarotta, ma senza smettere di acquistare come se non ci fosse un domani denunciando le inefficienze del commissario: il governo per quietare gli animi aveva rassicurato tutti sollecitando però le necessarie rendicontazioni. Su cui Arcuri aveva messo al lavoro il suo staff, anche perché la dimensione degli importi presentati aveva da subito imposto una puntuale ricognizione delle spese. Come quelle della Regione Lombardia guidata dal leghista Attilio Fontana, tanto per fare un esempio. Che aveva dichiarato di aver sostenuto nei primi 5 mesi dell’emergenza una spesa di quasi 900 milioni di euro per ottenere i risultati che già allora erano sotto gli occhi di tutti.
Di questa cifra da capogiro, le spese per mascherine, ventilatori e dispositivi analoghi erano inizialmente circa 376 milioni: la ricognizione effettuata dalla struttura commissariale aggiornata all’inizio di marzo di quest’anno ha avuto l’effetto di sgonfiare il conto a quota 161 milioni, euro più euro meno. Peraltro in buona parte spesi in deroga agli ordini del commissario. E che dire della Sicilia di Nello Musumeci? Quasi 350 milioni di spese dichiarate in cinque mesi, di cui 195 per i famosi dispositivi di categoria A, B e C (il cui acquisto in teoria competeva al commissario) e che, rendicontazioni alla mano, sono stati rettificati a quota 66 milioni. E ancora il Piemonte con un cahier de doleances iniziale di 420 milioni, di cui 159 milioni per mascherine, kit e apparecchiature varie che a spulciare le fatture vere corrispondono a 120 milioni. Alla fine, mettendo a confronto il conto presentato da tutte le Regioni a giugno con quello rettificato dalla struttura commissariale, viene fuori una differenza di 390 milioni: se le spese dichiarate a ogni latitudine della penisola ammontavano a circa 2 miliardi, la ricognizione dell’8 marzo di quest’anno dice che la cifra effettivamente spesa è pari a poco più di 1,6 miliardi. E di questi 1,6 miliardi, circa il 38 per cento risulta essere stato speso dopo l’8 aprile, ossia in un’epoca in cui non erano più autorizzati acquisti sui fondi nazionali.
Arcuri, del resto, ha avuto da dire anche per i rimborsi dovuti per la primissima fase dell’emergenza. Quando il Dipartimento della Protezione civile aveva trasferito al commissario straordinario (nominato dal governo Conte il 18 marzo, ndr) le spese ad allora autorizzate condizionatamente alle regioni nella loro qualità di soggetti attuatori, era iniziato un vero e proprio braccio di ferro: dei 329,8 milioni inizialmente trasferiti, le regioni avevano formalizzato una richiesta di rimborso per 140 milioni di cui 133 ritenuti congrui. Il commissario aveva sganciato un acconto del 50 per cento riservandosi di saldare eventualmente il resto all’esito dell’attività di controllo.

