lunedì 14 dicembre 2020

Modi di dire

 


Tra non molto si dirà "e smettila di fare il Governatore destrorso" quando qualcuno, davanti a delle difficoltà, cercherà di lavarsene le mani subdolamente.
Il giochino dei Fontana che sono tra noi è infatti quello: aspettare le decisioni dal governo centrale per poi tirarsene fuori in caso di nuove problematiche. "L'han detto loro, noi non eravamo d'accordo!"
Son tutti così, guidati da un Cazzaro senza dignità, pure Prosecco Zaia che solo apparentemente sembrava diverso, più pensante, operoso, scaltro.
Agiscono solo per continuare a compiacere l'elettorato, temono cadute, sfanculate e non hanno coraggio, fermezza, ardire per decidere e scegliere il bene comune.
Si deve chiudere, non aprite, e i poveri ristoratori e i lumbard che hanno la seconda casa al mare?
Ma chi cazzo se ne frega di quelli che hanno la seconda casa al mare, delle loro necessità shoppistiche quando continuano a morire oltre seicento persone, non numeri, persone con le loro storie, i loro ricordi, le loro amarezze, al giorno?
Auguro che il Natale porti luce nelle menti obnubilate di questi portatori insalubri di gradimento. "Smettetela di fare i Governatori!" Ops!

Meditazioni sportive

 


domenica 13 dicembre 2020

Ringraziamenti

 


Chissà



Con trentamila casi e 600 morti al giorno, Angela chiude tutto, scuole comprese, vietando già da ora la vendita dei fuochi d’artificio, tanta amata dai tedeschi ma in grado di riversare feriti nei pronto soccorso. Chissà se avrà anche lei un Fontanen, un Von Toti, un Cazzaren arimescolarle die fagaten con richieste di aperture natalizie ad minchiam? Chissà!

L'Amaca

 

Il governo tecnico no!
di Michele Serra
In termini politici Matteo Renzi è il classico rentier, non vive di ciò che produce ma della rendita acquisita quando era ciò che non è più, ovvero il capo del Pd. È in forza di questa sua rendita che può fare il grosso, anche perché probabilmente sa che non potrà farlo oltre il 2023, quando si presenterà alle elezioni non alla guida di una corriera (scassata ma capiente) come il Pd, ma con il suo partito scooter. Rapido e giovanile, ma inadatto ai lunghi percorsi.
Dunque, se tanto ci dà tanto, Renzi spenderà fino in fondo la sua rendita per mantenere un ruolo da protagonista, il solo che gli sembri alla sua altezza. Fare cadere il governo non è la sola possibilità (potrebbe anche ritagliarsi la parte, nobile, del salvatore della Patria), ma è la più ovvia. Se fossi un bookmaker pagherei una quota bassissima a chi scommette sulla crisi di governo: Befana o Pasqua a seconda degli umori romani e anche del caso, che è sempre un attore politico importante anche se tutti fanno finta che la politica sia una scienza (accade anche nel calcio: mai nessuno che ammetta di avere vinto per caso, e accade abbastanza spesso).
La sproporzione tra il potere parlamentare di Renzi e il suo peso elettorale attuale è uno dei tanti guai di questa bizzarra legislatura. Non se ne ricordano di floride e solide (credo che il titolo “tensioni nella maggioranza” sia il più pubblicato nella storia dei giornali italiani, insieme a “l’Italia nella morsa del gelo”). Ma nemmeno se ne ricordano di così precarie e strambe, tanto da partorire due maggioranze opposte in soli due anni. Prepariamoci a dover dire, come Fantozzi che si alza dalle ultime file, “no, il governo tecnico no!”

Finalmente Corrado!

Finalmente Augias! Daje al nipotino di Brigitte!

In memoria di Giulio Regeni
Restituisco la Legion d’onore
di Corrado Augias
Caro direttore, domani lunedì 14 dicembre, andrò all’Ambasciata di Francia per restituire le insegne della Legion d’onore a suo tempo conferitemi. Un gesto nello stesso grave e puramente simbolico, potrei dire sentimentale. Sento di doverlo fare per il profondo legame culturale e affettivo che mi lega alla Francia, terra d’origine della mia famiglia.
La mia opinione è che il presidente Macron non avrebbe dovuto concedere la Legion d’onore ad un capo di Stato che si è reso oggettivamente complice di efferati criminali. Lo dico per la memoria dello sventurato Giulio Regeni, ma anche per la Francia, per l’importanza che quel riconoscimento ancora rappresenta dopo più di due secoli dalla sua istituzione. Quando il primo console Napoleone Bonaparte la istituì, non voleva ridare vita ad un ordine cavalleresco ma certificare il riconoscimento di un merito, militare o sociale. Questa distinzione è importante in relazione al caso di cui si discute. Dove e quali sono i meriti del presidente Al-Sisi?
I riconoscimenti e le onorificenze degli Stati sono soggetti al mutevole andamento della storia, può accadere che un’insegna elargita in un dato momento si trasformi in un gesto imbarazzante per il comportamento successivo della persona insignita. In questo caso però le cose sono già chiare oggi. Il comportamento delle autorità egiziane, a partire dal suo presidente Abdel Fattah al-Sisi, è stato delittuoso, ha violato i canoni della giustizia, prima ancora quelli dell’umanità. Ora l’Italia si trova di fronte un’autentica alternativa del diavolo. Rischia di sbagliare qualunque decisione prenda. Se manterrà normali relazioni diplomatiche con l’Egitto sembrerà tradire la memoria di un bravo ricercatore universitario torturato e ucciso per il lavoro accademico che stava svolgendo. Se li interromperà sarà sostituita, tempo pochi giorni, da altri Paesi in molti fruttuosi rapporti commerciali e industriali. In un caso e nell’altro una perdita secca, anche se di diversa natura.
I rapporti tra Stati (come ogni rapporto politico) sono regolati dal calcolo, certo non dalla generosità né dall’amicizia, nemmeno dai legami secolari che pure esistono tra Italia e Francia. Però c’è un limite che non dovrebbe essere superato, ci sono occasioni in cui anche i capi di Stato dovrebbero attenersi a quella che gli americani chiamano the right thing, la cosa giusta. Credo che il presidente Emmanuel Macron in questo caso abbia fatto una cosa ingiusta.
Ecco il testo della lettera consegnata all’ambasciatore: «Gentile ambasciatore, le rimetto qui accluse le insegne della Legion d’onore. Quando mi venne concessa, il gesto mi commosse profondamente. Dava una specie di consacrazione al mio amore per la Francia, per la sua cultura. Ho sempre considerato il suo paese una sorella maggiore dell’Italia e una mia seconda patria, vi ho risieduto a lungo, conto di continuare a farlo. Nel giugno 1940, mio padre soffrì fino alle lacrime per l’aggressione dell’Italia fascista ad una Francia già quasi vinta. Le rimetto le insegne con dolore, ero orgoglioso di mostrare il nastrino rosso all’occhiello della giacca. Però non mi sento di condividere questo onore con un capo di Stato che si è fatto oggettivamente complice di criminali. L’assassinio di Giulio Regeni rappresenta per noi italiani una sanguinosa ferita e un insulto, mi sarei aspettato dal presidente Macron un gesto di comprensione se non di fratellanza, anche in nome di quell’Europa che — insieme — stiamo così faticosamente cercando di costruire.
Non voglio sembrare più ingenuo di quanto non sia. Conosco abbastanza i meccanismi degli affari e della diplomazia — però so anche che esiste una misura, me la faccia ripetere con le parole del poeta latino Orazio: Sunt certi denique fines, quo ultra citraque nequit consistere rectum.
Credo che in questo caso la misura del giusto sia stata superata, anzi oltraggiata.
Con profondo rincrescimento.

Dialoghi