Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 22 novembre 2018
Lo stupefacente regno Distorto
Come gli ingiusti prigionieri che dimenticandosi della perdita della libertà s'azzuffano, litigando, sulla quantità di riso concessagli dagli aguzzini, anche nelle nostre lande europee il niet alla manovra di bilancio italiano fa scomparire dagli orizzonti, scientemente, il fulcro, il succo, il nettare della socialità, dell'abbattimento, o almeno della relativa riduzione, delle disparità sociali.
Abbiamo pertanto digerito, inglobato in psiche, addomesticato l'idea dettataci, insufflataci dai grandi economisti che personalmente ritengo ribaldi, che per far funzionare le cose, per far girare un motore già logoro, occorra mantenere disparità economiche, non volgendo minimamente lo sguardo verso coloro che, in pratica, furono necessariamente abbandonati alla stazione precedente.
L'indignazione dei "giornaloni di lorsignori" in queste ore è eclatante: l'attuale maggioranza ha sbagliato la manovra, ha esposto il nostro paese al pubblico ludibrio europeo. E nel concreto ha toppato perché tentando di rivolgersi agli sconfitti, a coloro cioè che dal tempo della più grande presa per i fondelli mai perpetrata dal potere, quando cioè Monti predicava ai quattro venti la spudorata ed indegna frase "è tempo di sacrifici per tutti", una menzogna sgualdrinata perché, come abbiamo successivamente constatato, i soliti noti hanno continuato ad accumulare, coadiuvati dalle spelonche finanziarie comunemente chiamate banche, le quali in primis imprestarono soldi ad amichetti senza garanzie per poi accollarcele sotto il nobile appellativo di "sofferenze", e subitaneamente imbrogliando in perfetto stile "Alì Babà" ignari ed onesti risparmiatori, ha probabilmente scalfito il totem innalzato ad hoc dai riccastri in cravatta, meglio cravattari.
E' inglobato nella nostra comune psiche il concetto che un saldatore, un lavoratore edile, un addetto al versamento in fornace di metallo, debbano lavorare fino a 67 anni. E' opinione comune che un pensionato con minima, accetti di vivere con meno di seicento euro al mese. E' normalità vedere un giovane affannarsi inutilmente alla ricerca di un lavoro, è lampante consuetudine accettare che boiardi, leccaculi, paraculi, menefreghisti, spregiudicati conigli, ricevano due, tre, pensioni superiori ai quattromila euro.
E' culturalmente accettata la mentalità di questo periodo storico, il rapto-tecno-finanziario, un coacervo di differenze sociali riportante l'orologio della dignità umana a periodi che credevano sconfitti, come la peste ed il vaiolo.
Guardiamoci attorno: bande armate arzigogolanti hanno modificato il diritto in un inverecondo scansamento di responsabilità, creando un sistema giudiziario al servizio di coloro che, infrangendo regole una volta punite, non solo non accompagnano a marcire giustamente in galera evasori e nobili ladri, ma addirittura agevolano questi miracolati e prescritti ribaldi ad insegnare, commentare, criticare politiche tendenti a bonificare una società pregna di storture, dalla quale ricevono periodicamente privilegi, affossamenti di concetti costituzionali, per scorribande finanziarie degne dei più grandi banditi di epoche passate.
Siamo stati così perfettamente storditi che, deponendo sano livore, proteste ed affini, riusciamo ancora a credere che la normalità, la giustizia, l'equanimità, siano di casa su questo suolo, che il famigerato "ce lo chiede l'Europa" possa costituire il vademecum del nostro vivere attuale, incastonato nella mercificazione di valori che dovrebbero essere di tutti.
Leggere che il disavanzo eccessivo di riferisca non al 2019 ma al 2017 conferma l'ipotesi sopra descritta.
Nel 2013 l'Italia uscì dalla procedura d'infrazione e ritornò nei paesi corretti, alzando l'avanzo primario, quello che rimane dopo aver pagato tutte le spese e prima di aggiungere gli interessi sul debito al 2% del Pil.
L'anno seguente, nel pieno dell'Era del Ballismo del Bomba, l'avanzo primario scese al 1,4%, il costo per finanziare il debito rimase attorno al 2,4% mentre il Pil era all'1,6%.
Nel 2016 l'Italia era lontana anni luce dai parametri europei, 5,2% dal rapporto debito/Pil, una cifra pari a 80 miliardi.
Tra il 2015 e il 2018 l'Italia ha beneficiato di circa 1,8% di Pil, una flessibilità autorizzata, una quarantina di miliardi serviti al Bomba a elargire gli 80 euro in busta, ad evitare l'aumento dell'Iva e facendo altre misure specchietto per allodole (fonte Fatto Quotidiano)
Oggi invece la cara ed amata, da pochi, Burocrazia Europea si è scocciata di continuare ad elargire flessibilità ed il pensiero che accosta tale nervosismo ad una mossa politica in grado di sbeffeggiare la compagine governativa è chiaro come che Moscovici sia un pagliaccio, visto che quando era nel governo francese contribuiva a creare deficit attorno al 3%.
Questa mossa europea altro non è che l'ibernazione, la marmorizzazione di uno status di società imparziale, artificiale, scompaginante politiche un tempo chiamate di sinistra, che cercavano una solidarietà, un'attenzione particolare ai meno abbienti.
L'abbiamo quindi istituzionalizzata, senza rendercene conto. Abbiamo sdoganato un circo ingiusto fondato sull'accaparramento di pochi, sulla distribuzione imparziale di risorse, sull'inamovibilità delle immarcescibili caste da vent'anni regnanti senz'apparire.
Sul disprezzo di pochi, sovrasta il silenzio dei tanti addolciti dal gelido vento impetuoso, irrorato da giornali finanziati dai grandi gruppi industriali, in grado di spargere fregnacce, fake news, stravolgimenti di verità per il bene del dogma come già detto insinuatosi dentro le coscienze di tutti: sacrifici, teste chine, silenzi e obbedienza in nome e per conto di questa Europa, lontana anni luce da Ventotene.
mercoledì 21 novembre 2018
Travaglio
mercoledì 21/11/2018
Il bacio della morte
di Marco Travaglio
La Caporetto di Salvini nella campagna campana sugli inceneritori è stata ovviamente oscurata dai giornaloni, dei cui padroni il Cazzaro Verde è l’idolo incontrastato. E infatti la dice lunga su di lui e sulla cosiddetta informazione. Dal crollo del ponte di Genova e poi ancor più chiaramente dalla marcetta di madamine e umarell Sì Tav a Torino, si è ricomposto attorno alla Lega quel partito trasversale degli affari che per vent’anni aveva puntato tutto su B. e negli ultimi quattro su Renzi. Rovinandoli entrambi. Non il partito degli imprenditori, che sono gente seria, ma quello dei prenditori all’italiana, quei questuanti straccioni che non hanno mai avuto un’idea né rischiato un euro in vita loro. E infatti sono sempre lì con la mano tesa sotto i palazzi della politica a chiedere elemosine sotto forma di appalti, sussidi, provvidenze, grandi opere, Tav, inceneritori, discariche, cliniche convenzionate, giornaletti assistiti, purché sia tutto a carico dello Stato tranne i guadagni (nella migliore tradizione del “privatizzare gli utili e socializzare le perdite”). Ora questi parassiti della società, dopo l’estinzione dei loro santi patroni Pd&FI, si aggrappano a Salvini come all’ultima àncora di salvezza. E lui gli dà corda, immemore della fine miseranda di chiunque li abbia assecondati. B. li prese sul serio con la famigerata Legge Obiettivo e il Ponte sullo Stretto, e finì seppellito da un’omerica risata. Renzi raccolse il testimone, diventando il trombettiere di Confindustria, Confcommercio, Confqua e Conflà, tagliando su misura per loro il decreto SbloccaItalia e la controriforma costituzionale, che dovevano velocizzare le procedure e velocizzarono solo il suo tramonto.
Ora il bacio della morte tocca a Salvini che, non avendo alcun progetto di gittata superiore alle 24 ore, si fa dettare la linea da questi amorevoli portajella nella speranza che la gente ci caschi. Soprattutto da quando s’è accorto che i migranti non tirano più. Così frena sulla revisione delle concessioni pubbliche, da Autostrade in giù. Poi delira di “completare la Tav Torino Lione”, senza sapere bene cos’è (un treno merci: il Tav) e che non c’è nulla da completare, perché i lavori non sono neppure iniziati (se avesse interpellato i suoi deputati piemontesi Alessandro Benvenuto ed Elena Maccanti, l’uno presidente della commissione Ambiente e Lavori pubblici e l’altra capogruppo in commissione Trasporti, gli avrebbero ripetuto ciò che han detto un mese fa: “Vanno sospesi i bandi di gara per l’appalto del tunnel di base in attesa dell’analisi costi-benefici: se dimostrerà che i costi superano i benefici, ne trarremo le conseguenze”).
Infine i suoi ultimi acquisti in Campania, tutta brava gente che stava con Giggino ’a Purpetta e Cosentino, gli raccontano che c’è un’emergenza rifiuti e va risolta in quattro e quattr’otto con nuovi inceneritori (che, anche cominciando subito i lavori, sarebbero pronti fra 7-8 anni). E lui ripete a pappagallo, citando il modello di Brescia (il più grande e più cancerogeno inceneritore d’Italia) e scordandosi il contratto di governo che s’ispira al modello opposto di Treviso. Lì nel 2010 il primo consigliere dei 5Stelle in un capoluogo, David Borrelli, fece approvare alla Lega un ordine del giorno anti-inceneritori. Con risultati strepitosi. Treviso ha chiuso i due termovalorizzatori e produce 386 kg di rifiuti pro capite (contro una media italiana di 497 ed europea di 477), con una differenziata dell’85% e una tassa rifiuti di 185 euro pro capite (la media nazionale è 304). Merito della Lega, che seguì sulla strada dei “rifiuti zero” i neonati 5Stelle, quando la Provincia era guidata da Luca Zaia, ora governatore del Veneto. E anche di Laura Puppato, allora sindaca Pd di Montebelluna, e della sua consulente Paola Muraro (poi assessore della giunta Raggi, costretta alle dimissioni da una campagna di stampa oscena e da un’inchiesta della Procura di Roma basata sul nulla).
Ieri, sul Fatto, Ferruccio Sansa ha rinfrescato ai leghisti la loro memoria corta. Ancora il 10 marzo 2017 Salvini elogiò pubblicamente i suoi consiglieri regionali umbri Fiorini e Mancini, che si battevano “contro l’inceneritore di Terni voluto da Renzi”, con mega-manifesti (“Ambiente e salute, non mandiamoli in fumo”); “Grazie per quello che state facendo dentro il palazzo, da fuori mi arrivano tante testimonianze di fiducia e solidarietà. Grazie Lega, perché sulla salute non si scherza, ci sono in ballo posti di lavoro, c’è in ballo la salute di tanti figli”. Lo stesso accadeva l’anno prima in Lombardia, dove l’assessore all’Ambiente, la leghista Terzi, si batteva non solo contro la costruzione di nuovi termovalorizzatori, ma addirittura per smantellarne di già esistenti (“rivedere tutta l’impiantistica”). Idem in Toscana, col no dei leghisti agli inceneritori di Firenze e Grosseto. E pure in Liguria, dove Edoardo Rixi, oggi viceministro delle Infrastrutture, tuonava contro il progetto dell’inceneritore Scarpino a Genova: “La decisione dei politicanti di centrosinistra sul termovalorizzatore vuole aiutare i compagni Bassolino e D’Alema a risolvere i problemi delle discariche sature nel Mezzogiorno. Ma non tiene conto delle decine di migliaia di cittadini che subiranno danni alla salute”. Naturalmente negli ultimi giorni, mentre Salvini cancellava dieci anni di battaglie, nessuno di questi impavidi combattenti ha fiatato. Ma l’han fatto per loro migliaia di militanti, tempestando di proteste i suoi social. I suoi bravi comunicatori gliel’han fatto notare. E lui, che ne è succube, ha prontamente rinculato, cedendo a Di Maio e Conte e tornandosene a Roma con la coda fra le gambe. Il che dimostra che non bisogna mai sopravvalutare nessuno, neppure Salvini. E che gli elettori sono sempre più avanti degli eletti, persino nella Lega.
martedì 20 novembre 2018
Toninelli visto da Scanzi
martedì 20/11/2018
IDENTIKIT
Il “vigile” Toninelli: l’uomo inadatto nel posto sbagliato
di Andrea Scanzi
Orange is the new black, Toninelli is the new Nardella. Lanciato a bomba contro se stesso, Danilo Toninelli è una sorta di Bignami dell’insipienza: tutto quel che non andrebbe fatto in politica, lui lo fa. Persino Beppe Grillo ha detto che parlare di lui “è come sparare sulla Croce rossa”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è più Paperino che Disastro, ma quando sei a capo di un dicastero – purtroppo – sempre più centrale, non puoi permetterti neanche mezzo inciampo. E lui, di inciampi, vive. Senz’altro onesto e brava persona: e non è poco. Ma non basta. Parafrasando Marco Travaglio, che ne ha scritto settimane fa, potremmo dire che quando Toninelli non scrive, non parla, non si muove e non sta sui social, qualcosa di buono lo indovina. Un po’ poco, però. E la sua presenza nel Salvimaio finisce col sabotare il governo dal suo interno. Venerdì scorso, sempre sul Fatto, Pino Corrias ne ha vergato un ritratto mitologico. Raccontandone anche gli inizi: “Come molti della premiata lotteria Cinquestelle, Danilo Toninelli viene dal quasi nulla della provincia, paese di Soresina, dove nasce il 2 agosto 1974. Babbo salumiere, madre casalinga, un fratello, una villetta. Fino ai vent’anni, dopo i compiti, aiuta in bottega al bancone. Qualcuno lo ricorda ancora in camiciola bianca e cappello tra i cotechini, già allora adornandosi i polsi con i bracciali colorati, dettaglio d’anticonformismo paesano che ancora coltiva. Finito il liceo e il capocollo, studia Giurisprudenza a Brescia, si laurea, e quando gli tocca il militare, anno 1999, si arruola carabiniere, ufficiale di complemento: ma l’Arma non è ancora il suo destino”.
Assicuratore, matrimonio, figlie. Le prime candidature stitiche (84 e 9 preferenze) col M5S. Poi l’elezione nel 2013. “Secchione” esperto di legge elettorale, inventa il cervelloticissimo “Toninellum” e lo propone in streaming a Renzi. Al tempo la Diversamente Lince di Rignano è all’apice del suo regno tragicomico e Toninelli ne esce zimbellato il giusto. Ora: se ti fai mettere sotto da uno come Renzi, è bene che tu smetta. Subito. Ma lui non smette mica.
Si fa rieleggere nel 2018 e diventa addirittura ministro. Da allora è una slavina. Sensibilizza sul Codice della Strada, ma nella foto non mette la cintura. Si fa ritrarre con sguardo ora “concentrato” e ora “con occhio sempre vigile”, anche se a guardarlo sembrerebbe al massimo soffrire di stipsi. Posta scatti al mare, sorridente muscoloso e piacione, mentre imperversa l’emergenza Genova. Sorride con Vespa davanti al plastico del Ponte Morandi. In un crescendo mesto di tafazzismo bulimico, si rivela poi nell’ordine: sognatore di rosticcerie nelle stazioni e bimbi che giocano sui ponti autostradali; uomo che sussurra a tunnel inesistenti; e da ultimo “esultatore” col pugno chiuso (destro, però) lanciato al cielo dopo una votazione solo per lui storica. “Ischia il vento”, compagno Toninelli! Dopo quell’esultanza da Tardelli moscio ha pure fatto l’inchino zen, mentre la “pianista” Bernini si travestiva da pasionaria posticcia. Uno spettacolo ingigantito dai media, che trasformano ogni minuzia grillina in reato da ergastolo, ma pur sempre mediamente pietoso. Pare si sia arrabbiato pure Di Maio, e non per la prima volta. Nulla di personale, ma non è proprio il lavoro suo: in quel ruolo lì, Toninelli è ontologicamente inadatto. Durante il “caso manina”, mentre Salvini si difendeva dicendo che “Conte leggeva e Di Maio scriveva”, il collettivo Spinoza chiosò così: “Conte leggeva. Di Maio scriveva. E Toninelli colorava”. Geniale. Ma forse non era una battuta.
lunedì 19 novembre 2018
Gran pensiero
“Bisogna ribellarsi al conformismo, al pensiero che le profonde ingiustizie del sistema neoliberista - milioni di persone abbandonate alla miseria e a una vita precaria - siano normali. La precarietà del lavoro e del salario, della pensione, dell’educazione e della sanità non sono normali. È il sistema economico che non funziona. La grande sfida è immaginarne uno migliore. Pensare che il mercato sia un grande regolatore, che più libertà di mercato significhi più democrazia, è sbagliato. Crescono non gli interessi generali, ma quelli di una minoranza.”
(Luis Sepúlveda)
domenica 18 novembre 2018
Exultet!
M’inchino, quasi commuovendomi, nel leggere le parole, i concetti, le proposte di Katia Tarasconi, consigliera regionale del PD emiliano. Prorompo in un “finalmente!” epocale nel gustare i suoi pensieri, che sono di molti, me compreso, proferiti in quella triste e anacronistica assemblea, fiera del nulla che, se non ci fosse stata lei, avrebbe ricalcato lo stereotipo di tutti gli anni precedenti, dannatamente sperperati e riconducibili all’insalubre Era del Ballismo, retta da un bullo egoriferito, supportato da una claque indisponente, pregna di nullità fagocitanti ideali alimentanti la becera arsura di visibilità.
Katia Tarasconi nasce anch’ella come seguace del Pifferaio Insulso; probabilmente però l’aria tonificante emiliana deve averle fatto un gran bene, ringalluzzendone sinapsi e neuroni! Ai soliti giochi senza storia né arte, imprimatur di una politica ad uso di ribaldi e corrotti, antepone, con coraggio, lo sparigliamento, il giusto anonimato, la scomparsa di tutti coloro che per anni hanno flirtato con banche, banchieri, affaristi, tecnorapto e, in specialmodo, con un seriale pagatore di tangenti alla mafia, nonché pluri indagato, alteratore di democrazia, utilizzatore di leggi confezionate ad hoc per i suoi porci comodi, puttaniere incallito, nauseante inglobatore di libertà mediatiche, corruttore senza limiti né decenza, insufflante scientemente idiozie in etere al fine di rimbambirci totalmente in queste terre oramai culturalmente esangui, la cosiddetta Alloccalia.
Grazie Katia di aver riportato ragione e speranza in un partito non solo da rianimare, ma da rifondare totalmente, blindandolo da codesti ballisti oramai impalpabili!
“E adesso io dico: ritiratevi tutti”
Intervento all’assemblea PD di Katia Tarasconi consigliera regionale Pd Emilia Romagna
Se dovessi titolare il mio intervento lo intitolerei “Ritiratevi tutti”. Mi sono data tre minuti per sintetizzare quella che è una tra le più difficili sfide a cui il Pd deve far fronte. “O noi risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta”: queste parole non le ha pronunciate uno statista o un politologo, le diceva Al Pacino ai suoi giocatori di football nel film Ogni maledetta domenica. Eppure sembra che parli di noi. (…)
Lo spazio a Salvini e ai 5 Stelle lo abbiamo lasciato noi. Noi con le nostre divisioni, correnti, e soprattutto con la nostra presunzione – guardate ne abbiamo tanta, eh –. Noi che continuiamo a parlare di fuoco amico mentre il fuoco vero è arrivato dalla gente. Loro non ci hanno più capito, per loro siamo diventati quelli che difendono le élite, non il popolo, e che ci piaccia o no, sia vero o no, noi abbiamo il dovere di fare i conti con questo. Sono passati 5 mesi dalla scorsa assemblea. A nessuno là fuori, ve lo garantisco, interessa chi sta con o contro Renzi, Franceschini, Martina, Zingaretti, Minniti. Noi dovremmo provare con questo Congresso a dimostrare una volta per tutte di essere una squadra e non un agglomerato di singoli presuntuosi, arroganti e spesso autoreferenziali. Ci serviva, ci serve, io spero, un congresso serio, rifondativo sui programmi, sulle idee, sulle modalità, invece sembra che siamo ricaduti in un congresso vecchio stile dove si ha cura persino di mettere persone provenienti dalla stessa area politica a sostenere diverse mozioni per essere sicuri ancora una volta che comunque vada qualcuno difenderà la vostra ricandidatura.
Se io questa cosa la dico fuori, la gente mi dice “Hai ragione” e anche qui dentro tantissimi la pensano così, ma avere il coraggio di dirlo è un’altra cosa. E voi credete che la gente non l’abbia capito? Il punto è: anche se l’elettorato cominciasse a vedere il governo gialloverde per quello che è, con le sue promesse irrealizzabili, siete davvero sicuri che sarà pronto a votare il Partito Democratico un’altra volta? Io purtroppo no. Davvero non sono sicura. Perciò io dico o non risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente. Siccome non voglio che tutto questo passi come una critica faccio una proposta e siccome credo che tutte le persone che si sono candidate siano capaci e stimabili, io dico ritiratevi tutti, facciamo un passo indietro, facciamo un congresso in un altro modo, ripartiamo da zero, ripartiamo non dalle persone, ripartiamo dalle idee, ripartiamo dai valori, ripartiamo dal riscrivere lo statuto. (…) Il Pd ha bisogno di ossigeno, deve essere libero, tra la gente e non più ostaggio di qualcuno. Chiudo e vi dico che una delle cose che ho guardato oggi, con un po’ di tristezza, è che noi siamo il partito che dovrebbe stare in mezzo alla gente e persino qui in assemblea c’è un cordone che divide un pezzo di assemblea, quelli importanti, dall’altro pezzo di assemblea, che sta dietro. E no, ragazzi, se siamo il partito della gente siamo tutti insieme, questa è tutta l’assemblea.
Sia così!
D’accordissimo! Togliamo immediatamente il disturbo per far ritornare coloro che sanno governare, che lo hanno sempre fatto alla grande. Se non altro per farli smettere di cianciare, blaterare, belare su democrazia, libertà, diritti, legalità, accoglienza. Rompendo oltremodo i coglioni.
domenica 18/11/2018
Il Cazzaro posseduto
di Marco Travaglio
L’abbiamo scritto già quest’estate che Di Maio farebbe bene a valutare seriamente l’utilità di proseguire l’alleanza con Salvini. E non erano ancora accadute le frizioni 5Stelle-Lega su alcuni punti qualificanti del programma di governo. Né il Cazzaro Verde aveva tranciato, come ha fatto ieri, l’unico esile filo che teneva insieme i giallo-verdi: il Contratto. Le ragioni tattiche che avevano originato il “governo del cambiamento” sono note, almeno a chi ha buona memoria: la necessità di evitare di tornare subito al voto e la mancanza di alternative per l’indisponibilità del Pd a mettersi in gioco. Ora però la situazione è cambiata: non si vede né un governo né un cambiamento. O meglio: si vede un partito, il M5S, che – con tutte le sue gaffe e i suoi errori – prova e ogni tanto riesce a cambiare qualcosa; e il presunto alleato, la Lega, che gli mette ogni giorno i bastoni fra le ruote per conservare o restaurare l’Ancien Régime. Non è solo una battaglia di potere fra partiti concorrenti: è anche il frutto della trasformazione della Lega in qualcosa di molto diverso da ciò che era fino alla vigilia del 4 marzo: un partito del 12-15% che contendeva a B. la leadership del centrodestra su posizioni quasi paritarie. E giocava a contrapporsi come forza anti-sistema (pur facendone parte da 25 anni) al vecchiume italoforzuto.
Ora, nel breve volgere di nove mesi, il tempo di una gravidanza, la Lega s’è mangiata quasi tutto il vecchio centrodestra (infatti è passata dal 17,7% al 30 e più). Ne sta imbarcando tutto il peggio, soprattutto nelle regioni del Sud. E, più riciclati incorpora, più si gonfia e diventa simile a quel che fu FI, meno può permettersi di cambiare qualcosa. Paradossalmente, proprio mentre uccide il padre, anzi il nonno, Salvini ne viene posseduto e imprigionato. Gli elettori di centrodestra, si sa, sono di bocca buona: dopo aver digerito B., Dell’Utri, Previti, Cosentino, Cuffaro e altri galantuomini, considerano Salvini&C. delle educande. Dunque la corsa dei peggiori figuri sul Carroccio del vincitore non toglie voti a Salvini, anzi ne porta di nuovi. Ma le dimensioni abnormi assunte dalla Lega la costringono a farla finita col cambiamento e a tirare il freno a mano ogni qual volta i 5Stelle provano ad attuare uno dei punti innovativi del Contratto. Manette agli evasori? Era Salvini a sventolarle in campagna elettorale: tutto dimenticato. Meglio un bel condono (stoppato l’altra notte in extremis dal M5S, ma al prezzo di rinviare la linea dura sui reati fiscali). Ridiscutere le grandi opere inutili? Per carità: ecco i leghisti in piazza con le madamine e i pidin-forzisti nascosti dietro.
Annullare le concessioni pubbliche? Per carità: fosse per la Lega, chi ha lasciato crollare il Ponte Morandi incasserebbe altri miliardi per ricostruirlo. Trasparenza sui soldi a partiti e fondazioni? Non se ne parla, sennò qualcuno chiede lumi sui 49 milioni spariti e sugli strani giri dal Lussemburgo all’onlus leghista Più Voci. Chiudere negozi e outlet a rotazione la domenica? Guai, sennò chi li sente i governatori e i sindaci leghisti, tutt’uno col pidino Sala. Metter mano ai conflitti d’interessi? Figuriamoci, B. non vuole e nemmeno i grandi editori, che ogni giorno erigono sui giornaloni il monumento equestre a Matteo (sia quelli di destra che lo elogiano, sia quelli di sinistra che fingono di attaccarlo spacciandolo per il vero padrone del governo, anche se non fa nulla). Bloccare la prescrizione? Peggio che mai, altrimenti l’establishment che ha eletto Salvini a nuovo santo patrono del Sistema finisce in galera. Anzi, piuttosto si tenta di svuotare il peculato per salvare i leghisti, i forzisti e i pidini che rubavano sulle note spese coi fondi regionali e comunali. E sotto coi nuovi inceneritori, ignoti al Contratto, ma non ai compari di Cosentino e Giggino ’a Purpetta convertiti al salvinismo. Alla Rai, mentre i 5Stelle nominano un Ad indipendente come Salini, la Lega fa la guerra per piazzare tal Casimiro Lieto, nientemeno che autore de La prova del cuoco dell’ex (?) capitàna Isoardi.
In questo continuo gioco di Penelope, dove Salvini disfa di notte la tela che Di Maio tesse di giorno, è già un miracolo se il M5S è riuscito a portare a casa il dl Dignità (annacquato dai leghisti), il ddl Anticorruzione (con agenti infiltrati, aumenti di pena e premi ai pentiti), il blocca-prescrizione (dal 1° gennaio 2020), il nuovo voto di scambio politico-mafioso, l’abolizione dei vitalizi, i fondi in manovra per reddito di cittadinanza e rimborsi ai truffati dalle banche, lo stop al bavaglio sulle intercettazioni e alla Svuotacarceri. Che, di fronte al quasi nulla della Lega (l’inutile dl Sicurezza e l’inutilissimo ddl sull’illegittima difesa), è un bottino tutt’altro che magro. Ora però è impensabile che i 5Stelle trascorrano i prossimi quattro anni a lottare ogni giorno col sedicente alleato per realizzare ciò che avevano concordato nel Contratto, stracciato da Salvini senza neppure interpellare il “comitato di conciliazione”, previsto per dirimere le controversie. Il Cazzaro Verde posseduto da B., anziché a governare pensa solo alle elezioni europee. E cerca pretesti per rompere. Tanto vale che i 5Stelle lo anticipino: approfittino dei pochi mesi che mancano per piazzare, se ci riusciranno, qualche altro colpo; e poi lo lascino al suo destino. Che probabilmente sarà un nuovo voto per il Parlamento, seguìto da un bel governo Salvini-B. (così quanti oggi gridano al fascismo lo rimpiangeranno). O magari niente elezioni e subito un governo di restaurazione Lega-FI-Pd. Dopo avere sfilato a braccetto a Torino per il Tav e combattuto insieme contro l’Anticorruzione e l’anti-prescrizione, è giusto che i tre partiti dell’Ancien Régime smettano di vedersi di nascosto e ufficializzino il partouze.
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