Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 25 ottobre 2018
Le valige nel girotondo
Frequentando da quasi un mese l'ospedale cittadino, m'accorgo, specie nel meriggio, del variegato girotondo costellato da borse e borsoni, sacchetti di tanti colori portati trafelati da parenti di nuovi allettati i quali, a seconda della tipologia del ricovero, imprimono maggior nervosismo, ansia, nei volti dei parenti spaesati, a volte terrei in viso.
E' un girotondo che non si ferma mai, un continuo andirivieni di cuori ansimanti, di occhi sbarrati, di facce incredule sull'evento da poco avvenuto. Attorno a loro però c'è anche chi, quasi saltellando raggiunge la moglie che ha appena partorito, per festeggiare assieme il nuovo arrivo.
Le borse contenenti oggetti e biancheria raffazzonati ad estrema velocità danno l'idea di quanto sia grande la trepidante attesa, quanto essa continui senza soste, senza pause come lo scopo di alleviare le sofferenze con una semplice vicinanza da parte di chi si ritrova in un attimo a ricercar padiglioni, stanze, letti.
E' la grande prova che ci attanaglia, che scalfisce innate sensazioni che portano a credere che solo agli altri possano capitare disgrazie di simile portata.
Vedo andare a passo svelto giovani ed anziani, trascinando queste borse, questi sacchetti, meteore annuncianti un cambiamento, per alcuni definitivo.
Annaspano, s'intrufolano, ascoltano, parlano sommessamente, girando attorno al pietistico concetto che il nemico è sempre pronto ad azzannarti, per malasorte o malsana gestione della tua salute che sia. In quelle borse c'è la compassione, vincitrice su tutto.
Ahhhh
E ho detto tutto! (Fedez rimani al supermercato assieme alla consorte. Non a festeggiare naturalmente ma nel reparto casalinghi)
Ancora in simbiosi
giovedì 25/10/2018
Chi può e chi non può
di Marco Travaglio
Per semplificarci la vita, le sentinelle del Nuovo Galateo del Perfetto Democratico appostate nei giornaloni dovrebbero stilare un breve elenco delle parole che si possono usare, di quelle che non si possono usare e soprattutto di coloro che possono usare tutte le parole che vogliono. Così, per saperci regolare. Ieri, per esempio, monsieur Pierre Moscovici, nostro nuovo maestro di vita, dopo averci dato degli “xenofobi” e accusati di eleggere “piccoli Mussolini” solo perché non votiamo come vorrebbe lui, ci spiega che tirare fuori una scarpa e poggiarla sui suoi sacri testi è l’anticamera del fascismo. Ce l’ha con un eurodeputato leghista, tal Ciocca, in vena di dannunzianesimo all’amatriciana, anzi alla cassoela, reo di aver simbolicamente calpestato i fogli della sua relazione che bocciava la manovra economica del governo Conte: “All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua a una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”. Così fragile da consentire a una salma ambulante, rappresentante di un partito (quello socialista francese) che vale il 5% di continuare a dare lezioni a un intero continente, di anticipare verdetti su leggi non ancora né lette né scritte, di farsi campagna elettorale alzando il nostro spread. E naturalmente di tacere sul governo del suo Paese che viola i diritti umani e le leggi internazionali perseguitando donne straniere incinte e mandando nottetempo la Gendarmerie a Claviere a scaricarci i migranti indesiderati (anche minorenni, ma con l’età taroccata sui documenti ufficiali).
Se il Paese cornuto e mazziato dai Moscovici fosse un altro, le autorità competenti protesterebbero, magari ritirerebbero l’ambasciatore, cose così, e i relativi giornali scriverebbero due righe a nome dei cittadini che si sentono lievemente offesi dalle accuse di fascismo e di razzismo perché votano come pare a loro. In Italia invece, a parte i soliti populisti sovranisti, non protesta nessuno. I giornaloni sono tutti schierati col galletto francese: lui sì che sa far di conto, mica come i nostri peracottari (quando Moscovici era ministro delle Finanze ai tempi di Hollande, la Corte dei conti bocciava regolarmente le sue finanziarie e persino il suo collega del Lavoro lo accusava di trascinare il Paese “alla bancarotta”, infatti per anni la Francia sforò pure il 3%, ma questi sono dettagli). Ieri, per esempio, Repubblica dedicava un puntuto editoriale alla denuncia del “populismo della scarpa” (quella di Ciocca). Come se l’unico antidoto al sovranismo fosse il gallicanesimo.
Quindi: la scarpa sul testo di Moscovici è fascismo, ergo ha ragione Moscovici a darci dei fascisti perché abbiamo un europarlamentare un po’ svitato che si leva la scarpa. Se viceversa qualche populista o sovranista italiano s’azzardasse a dare del fascista a Moscovici, diventerebbe automaticamente fascista, scagionando – per il principio di non contraddizione – Moscovici. Tanto varrebbe stabilire che Moscovici è come Virna Lisi nel vecchio carosello della Chlorodont: con quella bocca può dire ciò che vuole. E gli altri no. Sono fortune che capitano a chi milita dalla parte giusta, cioè nei partiti giusti (quelli in via di estinzione). Un po’ come Renzi, che nella stessa frase riesce a dare dei “cialtroni” a tutti i ministri del governo Conte e a piagnucolare contro le “campagne d’odio” di chi critica lui. Perché cialtrone non è odio: è amore (erano amore anche le minacce di ripulire il Pd “col lanciafiamme”, di “rottamare” gli avversari interni e di “asfaltare” quelli esterni). Se invece, puta caso, il babbo fa affarucci col vicino di casa vendendogli un terreno, e uno lo scrive, è odio. E se la Boschi indossa stivali a mezza coscia e una cronista lo scrive, è sessismo (d’ora in poi, al ristorante, niente cosce di pollo, parlando con pardon: solo ali e petti).
Poi c’è chi milita nel partito sbagliato, tipo Grillo. In una pubblica piazza, da libero cittadino e comico tornato in servizio a tempo pieno, dice quel che pensa dei poteri del capo dello Stato, quelli ufficiali e soprattutto quelli ufficiosi, che ne fanno (da Re Giorgio in poi, non prima) una specie di monarca assoluto redivivo, infallibile, intoccabile, innominabile, ineffabile. Ancora protetto da anticaglie polverose come il vilipendio (tant’è che Bossi rischia la galera non per i 49 milioni rubati dal suo entourage, ma per aver dato del “terùn” a Napolitano). Apriti cielo! I parrucconi di ogni ordine e grado strillano come vergini violate: “Grillo attacca Mattarella”, “Nessuno tocchi Mattarella”, (peraltro mai nominato: il discorso di Grillo riguardava la carica, non la persona). Compresi quelli che, con la controriforma Renzi&Boschi&Verdini volevano stravolgere l’equilibrio dei poteri, inclusi quelli del Colle, con una legge costituzionale, non con un discorso in piazza. Poi Grillo sbeffeggia gli intellettuali e i politici da talk show che, dice, sembrano malati di autismo o psicopatici perché parlano tra sé e sé o a pochi intimi in idiomi incomprensibili ai più. Riapriti cielo! “Grillo insulta gli autistici”, “Grillo offende i malati”, “Giù le mani dalla sindrome di Asperger”. Nessuna protesta invece dagli psicopatici, sempreché non fossero quelli che non avevano capito la frase di Grillo: che non era un insulto ai malati, ma a certi politici e intellettuali. L’ha spiegato ieri Massimo Fini: se dico che i politici sono sordi e ciechi sui bisogni dei poveri, dubito che si offenderebbero le associazioni dei non vedenti e dei non udenti. A meno che non ne facciano parte anche i deficienti. Per capire chi ha offeso chi, basterebbe una famosa barzelletta di Gigi Proietti. “Tutti i laziali sono stronzi”. “Come si permette?”. “Perché, lei è laziale?”. “No, sono stronzo”.
mercoledì 24 ottobre 2018
In simbiosi
mercoledì 24/10/2018
EDITORIALE
Più manette, più soldi
di Marco Travaglio
Siccome siamo notoriamente servi della maggioranza giallo-verde, ieri abbiamo denunciato la scomparsa dai radar di una promessa che avrebbe rafforzato di parecchio le coperture ballerine alla manovra finanziaria. Cito testualmente dalla pagina 21 del Contratto per il governo del cambiamento: “L’azione è volta a inasprire l’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”. Ma anche dalle parole di Matteo Salvini a Porta a Porta il 18 gennaio: “Sono d’accordo per la galera per chi evade: se io riduco le tasse e tu non paghi, io butto la chiave, sul modello americano”. Persino B., il 22 gennaio, a Non è l’Arena, ebbe un attacco di masochismo: “Pensiamo di aumentare le pene per l’evasione come negli Stati Uniti”. Poi per fortuna non tornò al governo. Ma il vicepremier 5Stelle Luigi Di Maio, ancora il 24 settembre, giurava al Fatto: “A fine settembre nel decreto fiscale verrà previsto il carcere per chi evade”. Invece nel dl fiscale il carcere per gli evasori non c’è: c’è invece il condonino, così “ino” e poco conveniente che ne profitteranno in pochissimi. E meno male, intendiamoci: ma allora non si capisce perché venga fatto, visto porta all’erario un gettito (180 milioni, per il Mef) del tutto sproporzionato al discredito che costa ai suoi autori, almeno presso i contribuenti onesti. Ora Di Maio annuncia che il carcere per gli evasori verrà infilato -Lega permettendo - in corsa nella “Spazza-corrotti” del ministro Alfonso Bonafede, che però non è un decreto, ma un disegno di legge, sottoposto agli emendamenti e ai tempi biblici del Parlamento. Campa cavallo.
Invece un governo non dico onesto, ma almeno interessato a fare cassa, avrebbe dovuto fare l’opposto: inserire l’Anticorruzione e l’Antievasione nel decreto fiscale e posticipare l’eventuale “pace fiscale” (così ciascuno avrebbe potuto leggere e capire quel che scrivevano i tecnici del Mef). Perché una normativa severa e dunque dissuasiva contro l’evasione e la corruzione (3-400 miliardi l’anno) porterebbe una montagna di soldi in più del condonino. Quanto basterebbe a finanziare tutti i redditi di cittadinanza, le riforme della Fornero e persino un primo taglio delle tasse (a chi le ha sempre pagate). E qual è l’unico deterrente conosciuto al mondo per quegli imprenditori che preferiscono la scorciatoia della mazzetta ai rischi del libero mercato degli appalti e per quei ricchi che le tasse non le pagano in toto o in parte, nell’assoluta certezza dell’impunità? La certezza della galera. Che oggi è prevista sulla carta, ma nei fatti remotissima, quasi fiabesca.
Per tre motivi. 1) La prescrizione scatta dopo 5 anni o al massimo 7 anni e mezzo (da quando è stato commesso il reato), insufficienti per le verifiche fiscali (che arrivano dopo 2 o 3 anni), avviare le indagini, inoltrare rogatorie, commissionare perizie contabili e ricevere le risposte, celebrare l’udienza preliminare e i tre gradi di giudizio. 2) Le pene sono troppo basse (per i reati fiscali, da 3 a 6 anni massimi), anche perché sono finte: fino a 4 anni non si va in carcere. 3) Le soglie di non punibilità sono troppo alte. Sulla prescrizione, Bonafede ha in mente di bloccarla dopo la condanna di primo grado, ma non basta: deve decorrere da quando il reato viene scoperto. Sulle pene e sulle soglie, nulla ancora si sa. Ma basterebbe copiare uno a caso fra i sistemi penal-tributari dei Paesi più evoluti del nostro, che riescono a mandare davvero in galera molti colletti bianchi, come gli Usa e la Germania (da noi sono poche decine su 50 mila detenuti).
La modica quantità consentita di evasione e frode la inventò il centrosinistra a fine anni 90. Poi, nel 2006, il governo Prodi approvò pure un indulto di 3 anni per i condannati a quasi tutti i reati, fiscali inclusi. Dopo la crisi del 2009, persino Tremonti abbassò un po’ le soglie. Nel 2014 arrivò Renzi e le rialzò a dismisura, rendendo praticamente impossibile non solo la galera, ma persino le indagini e i processi agli evasori. Da allora anche chi s’impegna allo spasimo per finire indagato, imputato e arrestato, non ci riesce. Per commettere il reato di omessa dichiarazione bisogna nascondere al fisco almeno 50 mila euro all’anno (prima era 30 mila). Per quelli di omessi versamenti e dichiarazione infedele, bisogna evadere più di 150 mila euro (prima era 50 mila). Per quello di evasione dell’Iva, bisogna occultare addirittura oltre 250 mila euro. In pratica, chi fa ogni anno 300 mila euro di fondi neri (pari a 150 mila di mancate imposte) non commette alcun reato e non rischia nulla. Invece chi ruba un portafoglio con 100 euro rischia fino a 6 anni di carcere. In Germania non esistono soglie, ma pene modulate sulla gravità dell’evasione: carcere vero sopra i 100 mila euro, fino a 10 anni per i casi più gravi. In Francia la pena massima è 5 anni, ma veri, non farlocchi come da noi. Negli Usa si rischiano fino a 30 anni, e non in teoria: esistono grandi evasori condannati a 27-28 anni. I controlli, a opera di 2300 agenti speciali e specializzati, sono a tappeto: ogni anno un americano ricco su 7 viene ispezionato e il 90% di chi viene indagato viene poi condannato e sconta la pena dietro le sbarre per un periodo medio di 2 anni e 8 mesi, che diventano 3 anni e mezzo per i manager di società (carcere vero, non domiciliari o servizi sociali). In Italia il 98% degli evasori denunciati la galera non la vedono nemmeno in cartolina. E allora, se il rischio è quasi zero e il vantaggio è un mare di fondi neri, perché chi può non dovrebbe evadere? Con una seria legge antievasione e anticorruzione, il governo non avrebbe evitato la bocciatura europea. Ma almeno potrebbe dire ciò che ora non può dire: di aver fatto tutto il possibile.
martedì 23 ottobre 2018
Requiem
Se ne vanno sempre i migliori!
Qui sotto il ricordo di Repubblica.
ETTORE LIVINI,
MILANO È stato, da sempre, l’uomo dei numeri di casa Benetton. Ha guidato la diversificazione della famiglia fuori dal mondo della moda e dei maglioni. Ha spalancato, con alterne fortune, al clan di Ponzano Veneto le porte dell’Olimpo della finanza italiana.
Trasformando il brand dei golf colorati in un colosso diversificato che, malgrado la tragedia del Ponte Morandi, vale in Borsa 14 miliardi. Gilberto Benetton, però, morto ieri a 77 anni dopo una breve malattia, è sempre sfuggito — « per timidezza » , dice chi lo conosce bene — alle etichette facili Per il suo storico braccio destro Gianni Mion — che gli dava del lei dopo 30 anni di lavoro gomito a gomito — era semplicemente il « Sior Gilberto » .
Un finanziere? No, assicurava il diretto interessato: « I miei fratelli mi hanno incaricato di gestire i nostri risparmi fin da ragazzo — si schermiva — ma io non sono un esperto di finanza » .
L’ambasciatore della famiglia presso i salotti buoni? Nemmeno.
L’unico salotto che contava per lui — assicurano gli amici — era quello di casa in centro a Treviso, la stessa di quando i Benetton erano ancora " signori nessuno" e dove con la moglie Lalla ha cresciuto le figlie Barbara e Sabrina. Il buen ritiro dove rientrava appena possibile dai viaggi d’affari in giro per il mondo, evitandosi — se possibile — il fastidio di transitare a Roma o Milano. E basta cercare su Youtube una delle tante interviste concesse a margine delle partite di basket, pallavolo o rugby dei team trevigiani sponsorizzati Benetton per capire che quello, non Piazzetta Cuccia e dintorni, era il suo ambiente.
Chi era Gilberto Benetton allora?
« Un imprenditore dei servizi » , si definiva lui. Un industriale del Nord- est che si è fatto da sé ma senza gli stereotipi degli altri colleghi veneti per cui " piccolo ( e indipendente) è meglio". Un raffinato power- broker in molte grandi partite della finanza tricolore che però — per quanto possibile — ha sempre sfuggito i riti e le liturgie del capitalismo di relazione. Un mondo dove i Benetton erano corteggiatissimi perché erano tra i pochi che i soldi ce li avevano davvero.
Non è stato sempre così. Gilberto, terzogenito della dinastia famigliare, ha perso papà quando aveva quattro anni e tra mille sacrifici è rimasto a scuola fino ai 14 ( « sono quello che ha studiato di più in famiglia » , scherzava spesso). Così quando Luciano, il primogenito, è riuscito a convincere la sorella Giuliana a mettersi in affari con lui per produrre e vendere maglioncini come quello giallo sgargiante che gli aveva fatto e regalato, Gilberto è stato nominato ad honorem il " cassiere" di casa. Lui ha preso il lavoro sul serio. Gli affari sono andati bene, la maglieria ( per un po’) si è rivelata una macchina da soldi e il Sior Gilberto ha iniziato a spenderli fuori dai confini del Veneto. Puntando dritto al cuore della finanza privata italiana ma facendo shopping anche grazie ai saldi di stato degli anni ‘ 90.
« Non siamo mai stati bravi a tenere i rapporti con Roma — si è lamentato spesso — in fondo siamo veneti » . In realtà i suoi successi imprenditoriali più grandi sono quelli costruiti sulle ceneri della partecipazione pubblica. Gestiti con lungimiranza lasciando la gestione — cosa rara tra le dinastie italiane — ai manager e limitandosi a orientarli come azionista. Il primo " colpo" nella capitale è del 1994 quando assieme a Leonardo del Vecchio e ai tedeschi di Moevenpick rileva i supermercati Gs e gli Autogrill. La gestione Benetton rivolta il gruppo come un calzino, fa crescere il marchio Autogrill sulle strade di tutto il mondo e lo trasforma in uno dei leader globale di settore.
Un affare sono pure Aeroporti di Roma e Autostrade per l’Italia, comprate a debito, ripagate in pochi anni, globalizzate e diventate anche loro galline dalle uova d’oro in grado di dirottare fior di dividendi verso Ponzano, una pioggia d’oro in grado di far dimenticare le difficoltà del vecchio business dei maglioncini.
Gilberto è l’anima di questi business e il " teorico" dell’internazionalizzazione. Una ricetta che ha funzionato quando il controllo è rimasto più o meno in famiglia ma difficile da applicare quando i Benetton hanno giocato al grande risiko dei salotti buoni nazionali.
Il " do ut des" con lo Stato, per dire, li ha convinti a entrare in Alitalia con i capitani coraggiosi nel 2009 bruciando qualche decina di milioni nel pozzo senza fondo dell’ex- compagnia di bandiera.
« L’investimento peggiore » , copyright dello stesso Gilberto, è stato quello in Telecom Italia al fianco di Marco Tronchetti Provera. Una Caporetto finanziaria dove la famiglia ha visto andare in fumo qualcosa come 1,5 miliardi.
Buchi che però non hanno scoraggiato il Sior Gilberto che ha deciso di entrare in Generali con una partecipazione del 3% che fa di Ponzano uno dei pivot della " cordata italiana" ( si spera più fortunata di quella di Alitalia) che fa la guardia all’italianità del Leone di Trieste.
Tempo per sé, in questo tourbillon di affari e milioni, Gilberto ne ha avuto sempre poco. Riservato, schivo, ha evitato sempre qualsiasi passerella mondana al netto di qualche apparizione sui campi di golf e l’unico sfizio che si è concesso è Nanook, lo yacht di 49 metri battente bandiera inglese messo in vendita proprio quest’anno.
Gli ultimi mesi per lui non sono stati certo facili. Prima la morte del fratello più giovane Carlo, poi il crollo del ponte Morandi. Dove lui ( con ritardo, gli hanno contestato in molti) è stato chiamato a metterci la faccia per tutti. « Siamo stati in silenzio perché dalle nostre parti è segno di rispetto — ha detto in un’intervista a Il Corriere della Sera — Abbiamo fatto degli errori e quando avremo accertato compiutamente cosa è accaduto verranno prese le decisioni che sarà giusto prendere » .
Uno choc, anche perché in queste settimane si stava chiudendo quello che molti operatori giudicavano come il suo vero colpo da maestro: la fusione tra Atlantia, la cassaforte di famiglia, e la spagnola Abertis per dar vita a un colosso mondiale delle autostrade. L’operazione si farà.
Ma Gilberto purtroppo non avrà il tempo di firmare la fusione.
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