domenica 14 ottobre 2018

Oremus


Molto caratteristico andare a Messa a (omissis) per la curiosissima (cit.) preparazione dei canti intonati da una giovane (probabilmente e segretamente inviata dall’UAAR visto l’alto numero di persone che al termine della funzione manifestano pubblicamente il loro neo ateismo) ad un livello tipico e riservato agli eunuchi. Durante queste accozzaglie di sibemolle che soltanto la pietas cristiana, miracolosamente, chiama canti, si assiste a crampi esofagei tanto abnorme è lo stiramento di colli intenti ad arrivare alla nota giusta, e questi martiri pare siano già stati informati e rasserenati, segretamente, da arcangeli di aver raggiunto il premio eterno per la mansuetudine e la pazienza dimostrata. 
Il suono emesso dai pochi e valorosi che tentano di seguire l’atea in pectore, assomiglia più ad un raduno di datate ambulanze festeggianti al termine del pranzo sociale, lautamente irrorato da rosso frizzante, con sirene sparate a gò gò. Al Santo ho personalmente visto anziani salire su treppiedi, su scale, su sgabelli per acchiappare la tonalità in simil fischio di fabbrica decretante la fine giornaliera delle attività. Pare anche che alcune statue di santi esposte nelle cappelle laterali si siano portate le mani al viso, in segno esplicito di sgomento, facendo gridare al miracolo. 
Il top si raggiunge allorché l’Intonante smette di gracchiare al momento di ricevere la Comunione, creando un ambiente facilmente equiparabile a quello di un’osteria trovatasi improvvisamente sprovvista di vino con una parte degli astanti scioccati e silenti per la ferale notizia ed altri, più fortunati, ancora intenti a svuotare caraffe, tra nenie e canti impastati dall’inevitabile “palpitola”

venerdì 12 ottobre 2018

Leggete e mortificatevi


Mario Giordano per La Verità 

Più che Cottarelli, Costarelli. Ogni domenica appare dagli schermi tv con Fabio Fazio per spiegarci, manco fosse la Madonna del sacrificio, che dobbiamo spendere meno. E per dare il buon esempio, si fa dare da mamma Rai 6.500 euro per ogni sua apparizione. Gli italiani tirino la cinghia, insomma, che lui tira le somme. E sono somme piuttosto abbondanti.

Per dire: nell' ultima sua omelia domenicale, quella di qualche giorno fa, è stato in onda dalle 20.43 alle 21.11, cioè esattamente 28 minuti. Cioè significa che la sua tariffa è pari a 4 euro al secondo, 232 euro al minuto, in pratica circa 14.000 euro l' ora. Non male per un signore che ha fatto della spending review la sua missione di vita. Lo chiamavano Mister Forbici. Ma, come minimo, sono forbici d' oro. Le quali, per altro, evidentemente tagliano solo nelle tasche altrui.

È stata la stessa Rai a comunicare l'augusta cifra, rispondendo a una interrogazione del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Il meccanismo, per la verità, è piuttosto contorto: la Rai ha firmato infatti un accordo complessivo per la fornitura del programma con Officina, la società controllata per metà dal medesimo Fabio Fazio. È quest' ultima materialmente a versare il cachet, il quale per altro non va direttamente nelle tasche di Cottarelli alias Costarelli, ma all'Osservatorio sui conti pubblici dell' Università Cattolica di Milano, di cui il medesimo è direttore.

La sostanza cambia poco: ogni comparsata del professore costa 6.500 euro e chi paga quei soldi, tramite il canone Rai, sono gli italiani. I quali, immaginiamo, esulteranno all' idea di offrire cotanto denaro a un signore per fare in modo che quest' ultimo spieghi loro in diretta tv che devono fare sacrifici.

Uno dei cavalli di battaglia di Cottarelli, per esempio, è la legge Fornero. A ogni occasione, appena può, lui pontifica che non bisogna toccarla. Che è giusto che gli italiani lavorino sempre di più. Fino a 67 anni. Anche oltre. Sono in fabbrica? Chi se ne importa. Non ce la fanno più? Fattacci loro. I conti pubblici non permettono nessun intervento, il governo è pazzo se pensa di accogliere, anche solo in parte, le richieste dei lavoratori esasperati.

Questo dice Mister Forbici d' oro. E sono parole che dovremmo tenere ben presenti, non solo perché, come detto, ci costano piuttosto care, all' incirca 6.500 euro ogni mezz' ora. Ma anche perché chi le pronuncia sa bene di che cosa parla, essendo andato in pensione a 59 anni con un assegno da oltre 18.000 euro al mese.

Voi capite: uno che prende, da quando aveva 59 anni, oltre 18.000 euro al mese (220.000 euro l' anno, per l' esattezza) come pensionato del Fondo monetario internazionale e poi fa sborsare alla Rai 6.500 euro per ogni mezz' ora che passa davanti alle Tv, non ha tutti i diritti di insegnarci come si fanno i risparmi? Come bisogna fare sacrifici? Non fa forse bene a indignarsi di fronte a semplici operai che pretendono (pensate l' assurdità) di andare in pensione a 62 anni, dopo aver versato 38 anni di contributi? Ma chi si credono di essere costoro?

Dei funzionari del Fondo Monetario? Dei Mister Forbici d' oro? Dei commissari alla spending review? Degli amici di Fabio Fazio? Lavorino fino a 67 anni in fonderia e non rompano le balle a chi sta spiegando, con la cipria sul naso, che bisogna soffrire.
«Avevo nostalgia di Washington», disse Cottarelli, alias Costarelli, nell' ottobre 2014. In quel momento lasciava l' incarico di commissario alla spending review a Palazzo Chigi per rientrare al Fondo monetario internazionale.

In Italia l' aveva chiamato Enrico Letta, negli Stati Uniti lo aveva rispedito Matteo Renzi, il quale fra un Airbus e l' altro non amava tanto quelli che facevano le pulci alle sue spese. In quell' occasione, il professore pronunciò anche frasi pesantissime sui burocrati dei palazzi delle istituzioni: «Non mi davano nemmeno i documenti», accusò. Ma siccome non era Rocco Casalino, allora nessuno si scandalizzò. Per altro la nostalgia di Washington non gli è nemmeno durata tanto: nel 2017 infatti ce lo siamo ritrovati in Italia. E il motivo è anche facilmente comprensibile: negli Stati Uniti, a quanto risulta, non hanno né Fabio Fazio né mamma Rai. 6.500 euro per mezz' ora se li può anche scordare, laggiù.

Così nel 2017 Cottarelli è diventato direttore dell' Osservatorio sui conti pubblici all' Università Cattolica di Milano. Di qui, nel maggio 2018 ha provato il gran balzo verso Palazzo Chigi. Nonostante la mise perfettamente chic, zainetto in spalla e trolley al seguito, il tentativo si è schiantato contro uno spiacevole incidente di percorso: per sua sfortuna, infatti, per governare l' Italia a tutt' oggi bisogna ancora avere i voti in Parlamento.

Pensate che disdetta: non bastano quello dei palazzi importanti, dal Fondo monetario al Quirinale. Per ovviare a questa evidente distorsione, va detto, negli ultimi tempi si stanno prodigando in tanti: istituzioni europee, burocrati, tecnocrati, corazzieri del Quirinale, financo agenzie di rating e mercati. Per cui, tranquilli: non appena riusciranno a imporre finalmente il loro volere, come ai bei tempi di Monti, eliminando ogni fastidio democratico, Cottarelli potrebbe tornare pesantemente in gioco per guidare il Paese. Non ne vediamo l'ora.

Per il momento, però, deve accontentarsi di farsi guidare da Fabio Fazio nella chiacchierata domenicale su Raiuno. Un siparietto educativo e un po' soporifero, in cui ogni settimana ci spiega che il governo sta sbagliando tutto, che la flat tax non si può fare, che il reddito di cittadinanza è peggio che la peste bubbonica, che la riforma della legge Fornero è da rifuggire come il colera e che è venuto il momento di tagliare davvero tutto quello che si può tagliare.

A parte la sua pensione da 18.000 euro, ovviamente, e il compenso da 6.500 euro per la mezz' ora di Tv a cura di mamma Rai. Ha scritto Giancarlo Perna che l' uomo ha «una faccia rettangolare da cercatore d' oro californiano». Ed è proprio vero.
Soltanto che il cercatore californiano, a quanto pare, il filone d' oro l' ha trovato. Nelle nostre tasche, purtroppo.

Scrollarsi dal torpore amorevole


Chi non passa oltre al progredire del tempo allorché un genitore comincia a scricchiolare in salute? 
Quella luce d'affetto particolare e di specifico monopolio, il tassello inamovibile nel cuore, che nessun altro potrà colmare, a volte stordisce, appanna, distrae, perché li vorremmo eterni, signori e padroni del tempo. 
Mi accade proprio ora: fantastico su nuove cure, su lidi ove trasportare mio padre per riportarlo nel suo granitico collocamento, alla sua regale mansione di quercia in cui trovare riparo dall'assolato vivere frenetico ed avulso. 
C'era, c'è e ci sarà sempre, il cuore proclama, con tanta forza che diventa impossibile soffermarmi sulla sua età, un castello in bilico divenuto di carta, soffice ma sempre più esposto ai rivoli di vento del progredire del suo orologio biologico. 
Non avverto nessun segnale, pur avendone accanto molti, irti, seri, pericolosi. Vengono frantumati, sminuzzati dal calore, dall'abbraccio di cuore, di sguardi, di rispetto, di gratitudine. Mi svegliano da questo torpore ascensori medici discendenti a gran velocità verso una realtà pregna d'ineluttabilità, di sentenze scientifiche, conversazioni mediche, referti, lettere di dimissioni. 
Attorno a lui vedo pazienti anziani, più anziani di lui, ma non li metto in relazione alla sua persona, senza età, da sempre accanto e soccorrevole. 
Già, la vita, il suo ciclo, il divenire, l'obnubilamento, il lumicino affiorante, la sveglia, quella dannata sveglia confermante tempi precisi e, conseguentemente, i suoi anni, tanti, mai troppi però! Riesco a riverniciarmi ogniqualvolta mi sorride, mi parla, insufflandomi ricordi, lingotti d'oro custoditi saggiamente nel suo sterminato caveau. Ah potessi rivivere momenti speciali in cui intersecai me stesso alla sua sagace gestione di rotte ed approdi! Come vorrei ora in cui ansimo minuti, ritornare al tempo in cui scialacquavo giornate distaccate da lui, per affrescarle ex novo attraverso la sua presenza, con quei guizzi umorali da sempre incentrati sull'ottimismo, sull'allontanamento delle avversità mediante triturazioni di problematiche alla luce della costante ricerca del bene, distribuito a piene mani in famiglia! 
Sta, come i suoi coetanei, come d'autunno sugli alberi le foglie (cit.) Ed io sono lì sotto anelando, ansimando, che questa fiaba, troppo bella per essere vera, continui al di là d'ogni ascensore che la mia labile ragione m'impone di agguantare, per riportarmi sulla terra e alle sue leggi, a volte glaciali ed irriguardose verso sentimenti affamati d'eternità.     

Nipotismo




Pierre


Ma quanto ci piace questo Moscovici, che a breve tornerà in un giusto ed eterno anonimato, probabilmente finendo a parlare di spread in qualche sgualcita osteria francese, quando afferma “Non accetto l’idea che ci sia una Commissione di burocrati da un lato e un bilancio del popolo dall’altro. Un bilancio che aumenta il debito è un bilancio che non è buono per la gente” dimenticandosi tra l’altro di aver fatto la stessa cosa al tempo del governo sotto la presidenza del comico pacioso Hollande!
Chissà quali sono i parametri neuronali di Pierre Moscovici riguardo a gente, bilancio, benessere, socialità, bene comune, lotta alle disparità! 
Di certo questo guitto burocrate ha terrore al pensiero di un cambiamento epocale a Bruxelles, con la fine dell’attuale regno tecno-rapto-burocrate-finanziario che lo relegherebbe a cercare una collocazione in ciò che sa far meglio: infiascare aria fritta al soldo dei tanti re sole che foraggiamo lautamente per proteggere se stessi.

giovedì 11 ottobre 2018

Se



Certo che ce lo domandiamo, lo abbiamo in cuore! Se per la tragedia di Avellino, 28 luglio 2013, ossia oltre cinque anni fa, ci fosse stata una giustizia celere, in grado di giudicare questi signori del telepass, forse, in caso di condanna e di giusta galera, ci saremmo risparmiati il crollo del ponte Morandi e altre vittime. Cinque anni per richiedere la condanna di Castellucci, AD di autostrade, e di altri dieci dirigenti. E siamo solo al primo grado. Quando si arriverà a sentenza definitiva, Castellucci e company non potranno più pagare il conto con la giustizia, sempre che se condannati, per raggiunti limiti d”età. Questo grazie alla fragorosa melina in auge nel nostro paese e praticata dallo stuolo di avvocatoni, periti, controperiti, faccendieri, affaccendati che vive lucrosamente e beatamente alle spalle di disastri e relative vittime per squallidi eventi provocati, pare, dall’incuria, dalla mancanza di manutenzione, per maggiori introiti, in questo caso, United Color. 
Ma il punto è un altro: se fosse già stata emessa una sentenza definitiva, se le porte del carcere si fossero realmente aperte, cosa impossibile nelle nostre lande per lor signori, forse il ponte Morandi non sarebbe crollato, forse il successore di Castellucci avrebbe controllato, ispezionato quel dannato tratto, convincendo gli azionisti di riferimento a spendere denari per una degna manutenzione. E non avremmo avuto altri 43 morti.