Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 28 agosto 2018
Dai fumi del mito
Per anni, come encomiabili rimbambiti, siamo andati dietro alla mitologia, al dire e non dire, al mascherato quasi sussurrato "si dice che..." e mai, mi metto in prima fila, a nessuno di noi è passato per la testa di approfondire il fatal intrigo, il capestro padre di tutti gli incaprettamenti di questa era moderna solo nella parola, riportante invece la nostra nazione all'era del baratto.
Chi di noi infatti scorrazzando con la propria utilitaria per la penisola, si è mai soffermato su come funzionasse, su chi gestisse le migliaia di chilometri a pagamento, dal prezzo ritoccato amorevolmente ad ogni capodanno?
Chi si è mai posto l'arcano dubbio nel constatare che sia le autostrade che gli autogrill, con il Camogli oramai più caro del caviale, appartenevano alla stessa famiglia?
Come sempre accade in una nazione disorientata, sciallata, incartapecorita ci sono voluti i morti, quarantatré per la precisione, per alzare il velo d'ignavia sociale, di menefreghismo schizofrenico, attanagliante le nostre improvvide menti, scarnificate da media consenzienti ed obnubilanti, al fine di comprendere il diabolico ratto di cui siamo stati vittime e, per via della nostra indolenza democratica, complici.
Siamo riusciti a comprendere l'abnorme inganno scientemente progettato da boiardi di stato, da ingannatori seriali, da complici indefessi, uniti nella sistematica ruberia con la famiglia Benetton di cui i cosiddetti giornaloni hanno taciuto per rispetto, e per la pioggia di una sessantina di milioni annui in pubblicità, il nome.
Siamo stati tanto correi della madre di tutte le inchiappettate che neppure ci siamo scandalizzati sul fatto che la concessione, lo scritto tra gli infedeli servi di stato e i magnaccioni veneti, fosse da sempre secretato, occulto, levato dalla vista dei veri proprietari delle infrastrutture, che dovremmo essere noi.
Coglioni, ci hanno trattato, al solito, da coglioni, ridendo probabilmente pure sul nostro vivere pacioso, ringalluzzito solo per l'arrivo di qualche nababbo pallonaro o di una nuova serie di qualche show rimbambente, offrendo loro l'idea, a ragione, di avere a che fare con dei molluschi senza nerbo né parte, figuriamoci arte.
Con sfrontatezza inaudita lor signori hanno tramato alle nostre spalle per lucro, per elargizioni a fondazioni, ovviamente segrete in nome delle privacy, per affarismo, fregandosene dei pericoli, ahimè rivelatisi il 14 agosto verità drammatica.
Hanno scarnificato la dignità nazionale trafficando ignobilmente sulla nostra pelle, hanno scordato ogni beltà appassionandosi ad un sempre più lauto guadagno, sperticandosi per i profitti, festeggiando per i nuovi aumenti annuali ben più alti dell'inflazione e c'immaginiamo ad esempio i veglioni epocali dei Benetton allorché con l'arrivo del nuovo anno, arrivavano pure nuovi e giganteschi introiti frutto delle angherie truffaldine alle nostre miserrime tasche.
Ed in nome di quei quarantatré morti, risvegliandoci dal torpore per il grave lutto nazionale, ci dobbiamo, senza remore, metterci democraticamente in attenzione al fine di comprendere, senza tentennamenti, fino a dove si siano allungate le tenebrose gesta di questi spregevoli ed epocali ingannatori.
E allora passiamo ai dati, senza dimenticar che, come ulteriore sfregio, ieri la società Autostrade ha deciso di pubblicare la concessione statale, dimenticandosi però alcuni allegati, i più deleteri per loro che ci informano di alcune cose:
La remunerazione del capitale
A fronte del capitale investito, con denaro acquisito tramite prestito bancario, la remunerazione del capitale investito ripaga dai costi degli interessi passivi dovuti al debito, oltre che per le imposte. La differenza, sottratti gli interessi e le imposte, è il profitto del gestore. La convenzione, aggiornata nel 2017 quando al ministero delle Infrastrutture sedeva "Gattasorda" Del Rio, concede un faraonico 10,21% come remunerazione del capitale. Da sottolineare che persino "Burocraziolandia" Europa obbiettò tale cifra che suonava come merdoso accordo persino alle loro vetuste orecchie.
Ma insensibili a tutto, i nostri rappresentanti di allora decisero di sottoscrivere tale percentuale che al netto delle imposte risulta essere del 6,85%.
Tra il 2013 ed il 2017 Aspi (Autostrade per l'Italia) ha incassato 4,65 miliardi di utili (4.650.000.000 miliardi di euro che fan più effetto)
Gli aumenti delle tariffe autostradali vengono succhiate per il 70% da Atlantia (Benetton) più la remunerazione.
Anspi elargisce allo stato, che siamo noi, il 2,40% sui ricavi dei pedaggi. Nel 2017 i ricavi sono stati 2.855.000.000 (due miliardi e ottocentocinquantacinque milioni di euro)
Nei documenti si evince che gli aumenti delle tariffe autostradali da qui al 2028 saranno del 24,6%.
La concessione fu migliorata, per i Benetton, nel 2007 dal governo Delinquente Naturale - Lega (con il Cazzaro Verde già nella direzione)
La costruzione della oramai famosa Gronda (che badate bene sarebbe dovuta arrivare al ponte maledetto crollato) che divenne la scusa per la proroga della concessione al 2042, pensata dal governo del Silente Gentiloni con Gattasorda Del Rio ministro impelagato.
Nel 2007 i costi per la Gronda genovese furono preventivati in 1,8 miliardi. Nel 2018 si sono trasformati in 4,3 miliardi. Un miracolo, parrebbe!
Ciliegina sulla torta: Aspi si è impegnata ad aumentare i costi della manutenzione portandoli dai 284 milioni del 2013 a 292 nel 2038. I maggiori lavori autostradali vengono però assegnati a Pavimental una società di proprietà, indovina indovinello, di Autostrade!
(fonte dei dati sopra esposti: Repubblica del 28 agosto 2018 e Fatto Quotidiano)
PD, Forza Italia, Lega e compari dovranno spiegarci tutto, e dettagliatamente. Soprattutto il PD ci dovrà illuminare sul codicillo presente nell'aggiornamento della concessione in cui si prevede che nel 2042 chiunque volesse subentrare ai Benetton, compreso noi ovvero lo Stato, dovrà sganciare alla Famiglia veneta una cifretta di 6 miliardi di euro!!!
Riuscite a capire ora l'inghippo, la stortura, il ratto?
Grazie a politici della malora che si sono succeduti dal lontano 1999, abbiamo messo nelle mani di pochi, stucchevoli, imprenditori una enorme gallina dalle uova d'oro e, pur avendo già ampiamente pagato il costo della costruzione, attraverso questi stolti accordi, elargiamo gigantesche somme di denaro senza alcun tornaconto. Il ministro Del Rio (non è l'unico responsabile di queste scorribande finanziarie alle nostre spalle, ma solo l'ultimo della serie) ha inoltre prorogato la fine della concessione, che sarebbe dovuta scadere nel 2038, portandola al 2042.
Per la gioia dei Benetton e per la sconfitta disonorevole di tutti noi.
Questa è solo una delle innumerevoli vicende convalidanti l'esistenza di una forma alterata di potere che spesso chiamo tecno-rapto-finanzicrazia che, per il rispetto ai quarantatré morti, abbiamo il dovere civile di affossare definitivamente.
Travaglio
martedì 28/08/2018
I Senza Vergogna
di Marco Travaglio
Ma chi scrive i testi ai Benetton&Autostrade per l’Italia? Non contenti del tragicomico comunicato sul crollo del ponte Morandi, dei due festini a Cortina a poche ore dalla tragedia, della conferenza stampa-farsa dopo i funerali e della richiesta di danni al governo per le critiche alla loro malagestione, questi professionisti della catastrofe se ne sono inventata un’altra: per dimostrare di non aver nulla da nascondere, hanno pubblicato online una serie di documenti che tenevano segreti da anni sulle concessioni gentilmente ottenute dal 1999 al 4 marzo 2018. E hanno spacciato il tutto per una desecretazione totale. Purtroppo – come spiega Daniele Martini a pag. 8 – si sono scordati un paio di dettagliucci: le carte sullo scandaloso aggiornamento della concessione nel 2007 (governo B.&Lega) e sulla Gronda di Genova usata come scusa da Gentiloni&Delrio per prorogare il contratto senza gara e riaumentare i pedaggi. È il progetto che, in barba ai suoi documenti ufficiali, Autostrade gabella per sostitutivo del ponte Morandi (mentre avrebbe consentito ai Benetton di lucrare sia sulla Gronda da 5 miliardi sia sul ponte pericolante). Poche ore dopo il ministero dei Trasporti ha pubblicato tutto, ma proprio tutto online, sbugiardando la finta trasparenza di Autostrade. Così Benetton e i loro compari politici si son dati non una, ma due zappe sui piedi. 1) Hanno ammesso che i segreti di Stato sulla concessione non avevano ragion d’essere, se non per coprire le vergogne di concessionario e mandanti. 2) Hanno confessato di essere perfettamente consapevoli dei privilegi indebiti ricevuti e di aver tentato di occultarne i dettagli più imbarazzanti fino all’ultimo, pur sapendo che il governo stava per smascherarli.
Ora Pd, FI, Lega & C. dovranno spiegarci perché garantirono quei privilegi indebiti, tenendo i cittadini (e persino l’Autorità che dovrebbe vigilare sui trasporti) all’oscuro non dei continui aumenti dei pedaggi (quelli sono pubblici), ma delle loro motivazioni. E d’ora in poi nessun bene pubblico – tv, acqua, spiagge – dovrà più restare o finire a privati con patti segreti. I cittadini hanno il sacrosanto diritto di sapere tutto della gestione dei beni pubblici, specie quando sono monopoli naturali. Non sappiamo quanto durerà la strana coppia M5S-Lega, ma bastano pochi mesi per restituire fiducia nella democrazia con una mossa semplice e a costo zero: applicare il principio di trasparenza inaugurato da Conte e Toninelli su Autostrade a tutti i settori che nascondono rendite di lobby. E restituirci almeno l’idea platonica di un Ufo ormai disperso nell’iperuranio: lo Stato.
lunedì 27 agosto 2018
Nei meandri
Sto leggendo un ottimo libro di Sandra Bonsanti "Il grande gioco del Potere" e mi sono raggelato nell'apprendere che, durante il sequestro Moro, fu smantellato, ad opera dell'allora ministro degli Interni Cossiga, non mi manca assolutamente il Picconatore, l'efficientissimo nucleo antiterrorismo guidato da Emilio Santillo.
Cossiga anzi, per chi se lo ricorda, Kossiga istituì il comitato anticrisi composto, tra gli altri, dai seguenti signori:
Generale Giudice, capo della Guardia di Finanza
Ammiraglio Giovanni Torrisi, capo di Stato Maggiore della Difesa
Generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi
Prefetto Giulio Grassini, direttore del Sisde
Generale Donato Lo Prete, pure lui al vertice della Finanza
Colonnello Giuseppe Siracusano Responsabile dei posti di blocco
Criminologo Franco Ferracuti
Prefetto Ferdinando Guccione
Funzionario di polizia Elio Cioppa
Bene, cosa avevano in comune questa brodaglia di potenti, qual era il minimo comun denominatore che legava questi ribaldi in un momento tanto grave per la nostra Repubblica, durante la ricerca del covo delle brigate rosse, scritto rigorosamente minuscolo, dove detenevano il Presidente Aldo Moro in attesa di giustiziarlo?
Erano tutti, ma proprio tutti appartenenti alla mefitica, squallida, vigliacca associazione massonica P2, retta da quel bastardo, per fortuna già da parecchio sotto terra, Licio Gelli.
Tanto per capire il perché non fu trovato il covo, né lo statista, per il godimento degli sciacalli golpisti di allora, che s'aggiravano attorno al nostro stato, con il beneplacito di mamma America.
Da voltastomaco!
Non fate i Viganò!
Io modificherei pure i dizionari, immettendo la voce Viganò come "rancoroso, biliare, astioso. Tipico atteggiamento di chi vistosi messo in un cassetto, sfocia la propria rabbia sproloquiando contro qualcuno, infangandolo con accuse alla "cazzo&campana." Esempio: "dai smettila, non fare il Viganò!"
Leggete questo commento apparso oggi su Repubblica:
Le manovre contro Francesco
CHI ATTACCA IL PAPA
Alberto Melloni
Che un vecchio prelato, furibondo per non avere fatto carriera, covi risentimento verso il Papa è l’abc del cattolicesimo romano. Che usi i giornali per vendicarsi è un déjà vu, dai tempi in cui il cardinale Ottaviani affidò a Indro Montanelli carte per denigrare papa Giovanni. Che dunque un nunzio — monsignor Carlo Maria Viganò — decida di far sapere poco diplomaticamente che papa Francesco avrebbe ignorato le sue denunce, e gli chieda di dimettersi, non dovrebbe stupire.
È infatti la conferma di un dato preoccupante. Nella selezione dei candidati all’episcopato sono stati scelti uomini privi delle doti spirituali e della stabilità psicologica richieste. Così fra quelli che hanno governato le diocesi coi preti pedofili, troppi si sono resi complici in guanti bianchi dei delitti. Fra quelli che hanno servito la Santa Sede alcuni si sono rivelati omuncoli disponibili a giochetti come questo di Viganò, che per la sua puntualità sordida e mafiosa è impossibile credere non sia stato pianificato, orchestrato e temporizzato. Non da lui, ma da qualcuno che ha scelto di fare di lui un Corvo in talare.
Scelta non casuale. Quando il 1° ottobre 2011 Benedetto XVI nominò il cardinale Giuseppe Bertello Governatore della città del Vaticano non gli fece un favore: diplomatico di immensa esperienza, dotato di un tatto politico unico nella infinita crisi italiana, Bertello aveva la statura per fare ben altro. Ma il Papa — che preferiva a un segretario di Stato "un confidente" amico — si tenne la lealtà del cardinale Bertone e "usò" Bertello per risanare quell’ultimo e chiacchierato residuo di potere temporale. Scelta intelligente: che però tagliava la strada a Viganò che, dopo un periodo in Nigeria e dieci anni in Segreteria di Stato a Roma, era passato proprio alla segreteria generale del Governatorato, convinto di poterne scalare il vertice e diventare cardinale. Già a primavera 2011 Viganò aveva fiutato aria di fronda attorno a sé e aveva scritto ai superiori spiegando che erano i colpevoli di una mala gestio che volevano bloccare la carriera a cui si sentiva vocato e rimandarlo a fare il nunzio, in una sede prestigiosa ma lontana dal suo attico. E in effetti il 19 ottobre 2011 Benedetto XVI nominò Viganò nunzio negli Usa. Cento giorni dopo, con la pubblicazione di quelle sue lettere di accuse, iniziava la compravendita di carte dell’appartamento papale che va sotto il nome di Vatileaks.
A Washington Viganò doveva però essersi consolato pensando che Francesco lo avrebbe premiato per quei suoi passi. E rincarò portando nuove denunce. Invece niente: Francesco ha atteso che avesse l’età per la pensione, lo ha congedato dal servizio e anziché lasciargli l’appartamento che il monsignore s’era tenuto in Vaticano, gli ha fatto dire che poteva tornare in diocesi. Ce ne sarebbe abbastanza per spiegare un gesto vendicativo, ma autolesionista ( se Viganò sapeva più di tutti, più di tutti ha taciuto).
Ma quel che è chiaro è che qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. Attaccare papa Francesco alla fine del suo viaggio irlandese, a sei giorni dalla lettera al popolo di Dio, a un mese dal ritiro della berretta cardinalizia a Mc-Carrick, prima dell’arrivo del nuovo Sostituto e del rientro del Segretario di Stato, nasconde un disegno: che non ha nulla a che fare con la pedofilia, ma col tentativo di saldare l’integrismo anti- bergogliano con il fondamentalismo politico cattolico. Cioè il mondo dei tradizionalisti legati al cardinale Burke, che ha deciso di passare dai dubia alle calumniae scommettendo sulla possibilità di agire come blocco in un futuro conclave. E il mondo della "destra religiosa" americana ed europea che da quella grande chiazza nera stesa fra Monaco e Budapest, fra Danzica e Roma, sogna di smantellare l’Europa della pace per farla ritornare la terra degli Dei della Guerra. Chi ha insignito il pollo del ruolo di Corvo voleva misurare l’effetto di una bufera mediatica non su Francesco, ma sul collegio cardinalizio, sull’episcopato, sui teologi; poi si vedrà.
Commento Giannini
SALVINI ALL’INCASSO DEL POPULISMO
di Massimo Giannini per Repubblica
La macabra danza sovranista intorno alle povere vite di 150 disperati sembra concludersi in gloria per Salvini. Può ergersi a martire di fronte alle masse impaurite e adoranti, e lucrare un altro tesoretto di consensi persino su un avviso di garanzia inseguito e provocato a ogni costo.
Il "ministro della mala vita" non meritava questo "favore", dicono quelli che la sanno lunga. E non hanno tutti i torti, vista la cinica astuzia con la quale il Conducator leghista ha trasformato subito un possibile inciampo giudiziario in un sicuro dividendo politico.
Ma cosa deve fare una democrazia occidentale, di fronte a un uomo di governo che per incassare un altro pugno di voti viola scientemente le leggi dello Stato e le norme del diritto internazionale? Deve auto-limitarsi nel funzionamento delle garanzie costituzionali e del bilanciamento dei poteri, per non fare il gioco di un ministro che, indagato, grida in piazza "gli italiani sono con me"?
La squallida bravata salviniana sulla nave Diciotti, e quelle che verranno nelle prossime settimane, hanno nientemeno che questa posta in palio: se non la tenuta, la qualità democratica del Paese. E non è un’esagerazione, con buona pace delle anime belle che consideravano eccessivi gli allarmi sulla natura tecnicamente "eversiva" dell’alleanza legastellata. Qui non c’è solo una rottura già insanabile con l’Europa (per quanto l’Unione sia scandalosamente inadempiente su molti fronti). A distribuirsi quel manipolo di eritrei rappresentati come "emergenza" abbiamo chiamato l’Irlanda e l’Albania. A elemosinare il riacquisto dei nostri Btp, che da gennaio la Bce smetterà di comprare, siamo andati in America, in Cina, in Russia.
"Italexit" è già quasi compiuta. Il "governo del cambiamento" ha davvero già cambiato gli orizzonti e i riferimenti geopolitici dell’Italia, collocandola di fatto fuori dall’Europa dei Padri Fondatori. Non ancora la Polonia di Kaczynski o l’Ungheria di Orban (al quale domani il responsabile del Viminale bacerà la pantofola). Ma non più la Germania di Merkel o la Francia di Macron. Questo è il claustrofobico Club delle Piccole Patrie nel quale ci sta relegando la coalizione gialloverde a trazione salviniana.
Ma stavolta c’è di più. Salvini può imporre il suo Nuovo Ordine Sovranista per due ragioni. La prima è che ha ormai il comando della coalizione, avendo ridotto Conte e Di Maio al ruolo di "utili idioti". La seconda è che può farlo — fregandosene della Ue, della magistratura, dell’opposizione — perché si considera protetto dall’unica fonte di legittimazione che riconosce, cioè il popolo. Se il popolo è con lui (e in buona misura lo è) non esistono codici né procure.
È un dispositivo di potere aberrante, che abbiamo già conosciuto. Salvini porta a compimento il piano avventurista e plebiscitario del suo ex alleato Berlusconi che oggi, in questa Italia senza memoria, sembra diventato De Gaulle. L’Unto del Signore fu il primo a considerarsi al di sopra della legge, in virtù del consenso elettorale che cancellava i suoi reati e i suoi peccati. Il vicepremier in cravatta verde segue le stesse orme. Sostituite le "toghe rosse" con i "pm politicizzati", i "comunisti" con i "radical chic", e il gioco è fatto. C’è un’inquietante coerenza tra la vecchia destra berlusconiana e la nuova destra salviniana. Qualunque forzatura diventa lecita, se è quello che la massa indistinta condivide o pretende.
Nel Ventennio berlusconiano il sistema seppe reagire. Il Quirinale rinviò alle Camere la legge Gasparri sulle tv e la legge Castelli sulla giustizia. La Consulta e i giudici ordinari ressero l’urto, e la stessa cosa fece talvolta il Parlamento, che almeno non votò con i due terzi la mostruosa riforma costituzionale del 2005. Tra difficoltà e cedimenti, le istituzioni furono più forti di chi avrebbe voluto snaturarle, piegandole ai suoi bisogni e ai suoi disegni. Oggi la sfida si ripete. Persino più insidiosa, complice l’eclissi di una sinistra che, come dice Marco Minniti, «ha lasciato orfana la sua gente». Ma anche stavolta la democrazia italiana deve essere capace di difendersi, e di difendere il popolo da sé stesso.
di Massimo Giannini per Repubblica
La macabra danza sovranista intorno alle povere vite di 150 disperati sembra concludersi in gloria per Salvini. Può ergersi a martire di fronte alle masse impaurite e adoranti, e lucrare un altro tesoretto di consensi persino su un avviso di garanzia inseguito e provocato a ogni costo.
Il "ministro della mala vita" non meritava questo "favore", dicono quelli che la sanno lunga. E non hanno tutti i torti, vista la cinica astuzia con la quale il Conducator leghista ha trasformato subito un possibile inciampo giudiziario in un sicuro dividendo politico.
Ma cosa deve fare una democrazia occidentale, di fronte a un uomo di governo che per incassare un altro pugno di voti viola scientemente le leggi dello Stato e le norme del diritto internazionale? Deve auto-limitarsi nel funzionamento delle garanzie costituzionali e del bilanciamento dei poteri, per non fare il gioco di un ministro che, indagato, grida in piazza "gli italiani sono con me"?
La squallida bravata salviniana sulla nave Diciotti, e quelle che verranno nelle prossime settimane, hanno nientemeno che questa posta in palio: se non la tenuta, la qualità democratica del Paese. E non è un’esagerazione, con buona pace delle anime belle che consideravano eccessivi gli allarmi sulla natura tecnicamente "eversiva" dell’alleanza legastellata. Qui non c’è solo una rottura già insanabile con l’Europa (per quanto l’Unione sia scandalosamente inadempiente su molti fronti). A distribuirsi quel manipolo di eritrei rappresentati come "emergenza" abbiamo chiamato l’Irlanda e l’Albania. A elemosinare il riacquisto dei nostri Btp, che da gennaio la Bce smetterà di comprare, siamo andati in America, in Cina, in Russia.
"Italexit" è già quasi compiuta. Il "governo del cambiamento" ha davvero già cambiato gli orizzonti e i riferimenti geopolitici dell’Italia, collocandola di fatto fuori dall’Europa dei Padri Fondatori. Non ancora la Polonia di Kaczynski o l’Ungheria di Orban (al quale domani il responsabile del Viminale bacerà la pantofola). Ma non più la Germania di Merkel o la Francia di Macron. Questo è il claustrofobico Club delle Piccole Patrie nel quale ci sta relegando la coalizione gialloverde a trazione salviniana.
Ma stavolta c’è di più. Salvini può imporre il suo Nuovo Ordine Sovranista per due ragioni. La prima è che ha ormai il comando della coalizione, avendo ridotto Conte e Di Maio al ruolo di "utili idioti". La seconda è che può farlo — fregandosene della Ue, della magistratura, dell’opposizione — perché si considera protetto dall’unica fonte di legittimazione che riconosce, cioè il popolo. Se il popolo è con lui (e in buona misura lo è) non esistono codici né procure.
È un dispositivo di potere aberrante, che abbiamo già conosciuto. Salvini porta a compimento il piano avventurista e plebiscitario del suo ex alleato Berlusconi che oggi, in questa Italia senza memoria, sembra diventato De Gaulle. L’Unto del Signore fu il primo a considerarsi al di sopra della legge, in virtù del consenso elettorale che cancellava i suoi reati e i suoi peccati. Il vicepremier in cravatta verde segue le stesse orme. Sostituite le "toghe rosse" con i "pm politicizzati", i "comunisti" con i "radical chic", e il gioco è fatto. C’è un’inquietante coerenza tra la vecchia destra berlusconiana e la nuova destra salviniana. Qualunque forzatura diventa lecita, se è quello che la massa indistinta condivide o pretende.
Nel Ventennio berlusconiano il sistema seppe reagire. Il Quirinale rinviò alle Camere la legge Gasparri sulle tv e la legge Castelli sulla giustizia. La Consulta e i giudici ordinari ressero l’urto, e la stessa cosa fece talvolta il Parlamento, che almeno non votò con i due terzi la mostruosa riforma costituzionale del 2005. Tra difficoltà e cedimenti, le istituzioni furono più forti di chi avrebbe voluto snaturarle, piegandole ai suoi bisogni e ai suoi disegni. Oggi la sfida si ripete. Persino più insidiosa, complice l’eclissi di una sinistra che, come dice Marco Minniti, «ha lasciato orfana la sua gente». Ma anche stavolta la democrazia italiana deve essere capace di difendersi, e di difendere il popolo da sé stesso.
domenica 26 agosto 2018
Improvvisamente una frase...
A volte una frase apre un mondo nuovo, fa prendere decisioni sempre rinviate, fa scoprire trucchi e vagiti di un possibile pericolo democratico.
Tacito, non è che l'abbia mai letto, l'ho solo trovato in un bellissimo libro di Sandra Bonsanti, scrisse "La memoria stessa avremmo perso con la voce, se fosse in nostro potere dimenticare come tacere." Non posso non tacere questo mia inadeguatezza riguardo al Movimento che ho votato, votato perché appariva come qualcosa di nuovo, di fuori dalle righe, lontano anni luce dalla politica blasfema contro la democrazia degli ultimi anni.
Ed invece rieccoci ai soliti, malefici schemi, quelli che in nome della politica ti autorizzano a condividere delle scelte inumane, al di fuori di schemi e senno. Di Maio ha provato a governare con uno psicopatico, sperando in un miracolo e per paura di ritornare a vendere lattine allo stadio, lo sta assecondando in tutto. A me non sta bene, abiuro questo stile andreottiano di far politica. Il Movimento sta perdendo i suoi connotati, assomigliando sempre più alla Balena Bianca dei tempi di Forlani, di De Mita. Hai un razzista tra i coglioni? Lo devi cacciare, ti devi allontanare, lo devi ghettizzare, a costo di riandare a votare. Questo è il mio pensiero, questo è il pensiero di molti a cominciare dal Presidente della Camera Fico. Occorre immediatamente lasciare sepolcri imbiancati che teorizzano supremazia di razze e fascio pensieri allegati. La vicenda della nave Diciotti è solo una punta di un iceberg su cui prima o poi andrà a cozzare la libertà, tramandataci dai nostri padri a prezzo della vita. Occorre discernere chi crede in questo da chi blatera per tornare in tolda. Ma occorre un dinamismo, un efficientismo che Di Maio sembra non avere. Non posso accondiscendere su questi tematiche basilari del mio modestissimo bagaglio culturale che nasce, si sviluppa e vive su una basilare norma insita in ogni cervice normodotata: siamo tutti, ma proprio tutti, uguali. E a culo tutto il resto! (cit.)
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