domenica 19 aprile 2026

Strozzato il sogno

 

Apagones, benzina in nero e Usa: Cuba non resiste più 


di Giulia Marchina 

I neonati sono preziosi: l’uomo all’entrata dell’America Arias Gyneco-Obstetric Hospital, è lì per sorvegliare. Se ne sta seduto, in testa un cappellino nero con visiera. Accanto a lui, due medici confabulano fumando una sigaretta. Di tutte le strutture ospedaliere de l’Avana, quella ostetrica è la più controllata. In borghese, o in divisa, nel palazzo Art déco tra i corridoi ce ne sono altri, di “uomini del governo”. Una ragazza, al secondo piano, è distesa supina su una fila di sedie in plastica, si lamenta per le contrazioni. Avrà non più di 18 anni. La gravidanza in età adolescenziale è una piaga sociale: il tasso è elevato perché mancano i contraccettivi. Non solo quelli: bende, guanti, siringhe, cerotti, disinfettanti, macchinari. E l’elettricità. I medici ovviano alla scarsità organizzando la spedizione di forniture dai parenti che vivono all’estero, in primis dalla comunità in Florida. O chiedendo ai pazienti di venire forniti di quel che servirà per curarli. Le donne partoriscono spesso al buio, illuminate solo dalle torce dei telefoni o da lampade a batteria. “Portatela di qua!”, grida l’infermiera mentre su una barella sfila una donna che ha appena subito un cesareo. Finirà in una camerata assieme alle altre che hanno subito la stessa sorte. Dall’altro lato del corridoio, la stanza dei parti naturali. Scarsa igiene e impossibilità di operare in un ambiente idoneo causano nei neonati patologie come tonsillite cronica, deviazione del setto nasale, rinosinusite, febbre.

Educazione, salute, sicurezza erano i capisaldi della Rivoluzione, ma “Cuba è ormai come una piramide al contrario”. Miguel Sánchez (nome di fantasia, ndr), 28 anni, è oftalmologo. Mentre cammina sul Malecón, il rinomato lungomare della Capitale, racconta d’aver conseguito la specializzazione da non molto, ma si è già ritirato dalla carriera. “Il salario medio per un neoassunto in ospedale è di 5.000 pesos” (circa 10 dollari, ndr). Come posso pensare di vivere?”. Si arrangia come può, con lavoretti che gli consentono di racimolare qualche pesos extra. Salari bassi, meno cura del paziente ed è così che “se vuoi un occhio di riguardo, cure specifiche e di qualità, tocca presentarsi con dei doni. Olio, frutta, cose così”. Pedro Diaz (nome di fantasia anche per lui, ndr) ha appena finito il turno in laboratorio all’ospedale Calixto Garcia, arriva nel quartiere El Vedado in motorino. Fa il chirurgo: “La carenza energetica ha causato una riduzione dell’attività chirurgica, con la priorità data ai casi oncologici”. Le strutture fatiscenti, l’insufficienza di organico e di opportunità formative: “Molti dei colleghi devono andare all’estero per ‘rinforzare’ la formazione, soprattutto i chirurghi”.

L’università che sforna le nuove leve professionali funziona a singhiozzo come gli ospedali; le lezioni sono intermittenti, seguono i capricci dell’energia elettrica che va e viene; le tesi vanno a rilento perché molti laureandi non possono servirsi dei computer.

Nella notte, sull’ampio viale che porta verso l’aeroporto, mentre da qualche parte risuonano le pentole sbattute per protesta contro i continui apagones, i black-out improvvisi, sempre più frequenti e duraturi, una lunga fila di auto aspetta di fare rifornimento: è arrivato un carico clandestino di carburante. L’odore inconfondibile dell’Avana è ormai quello del cherosene che alimenta i generatori.

Il sistema funziona così: il carburante viene venduto ufficialmente solo su appuntamento; poi, chi lo compra, rivende sottobanco (spesso coinvolti sono gli autisti degli almendrones, i taxi sociali). Nel continuo slalom per aggirare gli imprevisti della vita quotidiana, gli habaneros sono divenuti maestri dell’improvvisazione e dell’opportunità da cogliere al volo. “Vuole farmi una foto?”, chiedono sorridenti nel centro storico, fotografia della decadenza e del collasso di una nazione. I palazzi cadono a pezzi, tanto che si consiglia di camminare al centro della strada e non sui marciapiedi. “Un dollaro” la tariffa standard. “Vuole che l’accompagni al festival della Santeria? Mi servirebbe del latte per mia figlia…”, dice convinto il profesor de beisboll vestito proprio come un giocatore dello sport importato dagli yanqui, ma divenuto orgoglio della Cuba castrista. “I soli ricchi sono quelli che possono contare sul denaro fatto arrivare dai familiari emigrati all’estero, sopratutto in America”, dice il giovane medico. L’economia parallela è sostenuta dai gusanos, i “vermi” – secondo l’appellativo del regime – che da balseros hanno attraversato le 90 miglia nautiche che separano Cuba dalla Florida.

Al tavolo di un ristorante vicino al Capitolio, sede del Comune de l’Avana, riproduzione del Congresso di Washington, Angel Moreno ha lo sguardo triste: “Non trovo il coraggio di andare a trovare la moglie del mio amico Carlos: è rimasta vedova con tre bambine”. Suo marito è morto sul fronte ucraino; “combatteva con i russi da 2 anni, convinto ad arruolarsi dalla promessa di denaro e cittadinanza russa: gli avevano pagato anche il volo per Mosca”. La Bbc ha calcolato che sarebbero almeno 5mila i giovani cubani partiti per unirsi all’esercito di Putin.

La scuola Alejo Carpentier è piena di bambinetti, occupa un anonimo caseggiato squadrato degli anni 70: di fronte, la sede della Television Cubana; a pochi passi sorge il palazzetto della Tabacuba dipinto di fresco in uno scintillante verde acqua – con una squadra di giardinieri che cura il prato all’inglese – fiore all’occhiello della produzione del Partito comunista che gestisce, più o meno direttamente, tutto ciò che si produce nell’isola. “Una delle tre sole cose che ormai contano qui – ti spiegano – i sigari, il rum e l’export di questi beni”. Anche il turismo sessuale è fiacco: sono ormai rari gli uomini occidentali avvistati mano nella mano con giovani donne.

Col fratello minore di Fidel ormai 94enne sempre più riparato all’ombra del presidente Diaz-Canel, al quale spetta la guerriglia verbale con Rubio e Trump, l’incerto presente dell’impero di famiglia passa per el Tuerto (“il guercio”) figlio di Raul ed el cangejo (“il granchio”) il nipote preferito di nonno Raul, così chiamato per una deformazione alla mano. Sarebbe stato lui l’intestatario di una missiva “segreta” direttamente a Trump per aprire un canale parallelo a quello diplomatico ufficiale, come rivelato dal Wall Street Journal. E ieri dall’America è arrivata la conferma che i contatti sono iniziati.

Una delle sorelle Castro sarebbe invece dietro a “CasaLinda”, l’emporio in stile grande magazzino illuminato al neon che vende prodotti alimentari d’importazione (la maggior parte italiani) e oggetti per la casa. Si paga solo in dollari: il luogo è deserto.

Cuba ha appena festeggiato i 65 anni della “vittoria della Baia dei Porci contro gli americani” e segna sul calendario i 66 anni di bloqueo, l’embargo deciso da Eisenhower nel 1960: per l’occasione è stato invitato anche il cantore brasiliano mitologico Cico Buarque, che ha intonato la “piccola serenata rivoluzionaria di Silvio Rodriguez” sul Malecón. Ad agosto, l’Avana festeggerà i cento anni della nascita di Fidel e, a novembre, ricorderà i dieci anni dalla sua morte. “Il mondo non conosce affatto la storia di Cuba, gli errori sono tutti nostri, gli americani non c’entrano: loro sono l’effetto collaterale”, riassume il giovane medico. “Trump è un loco, ma se può disinnescare questa situazione lo aspettiamo a braccia aperte”. Il pensiero rivela il fossato che si è creato tra le giovani generazioni e le precedenti rimaste aggrappate alla Revolución. “Se vuoi davvero sapere cosa sia lo spirito rivoluzionario di quest’isola, devi conoscere José Martì, l’unico vero indipendentista. Castro è solo repressione”. Martì morì per le ferite riportate nella battaglia contro gli spagnoli, nella seconda guerra d’indipendenza: era il 1895. Nel 1898 gli americani cacciarono i colonialisti spagnoli dall’isola, imponendo un altro governo d’occupazione. Poi, settant’anni fa, la rivoluzione. Che oggi tenta di resistere.

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