Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 24 giugno 2026
I fessi pro pace
I guerrieri di penna e di governo fanno la morale nei talk tv
La cosa più insopportabile – durante i dibattiti in tv, quando si parla di armi, armi, armi e tu provi a parlare di pace – sono le facce di questi guerrieri delle guerre in corso, questi strateghi del massacro permanente, accomodati sui seggioloni dei loro privilegi, attenti solo a non macchiarsi il vestito e la punta delle penne, con gli schizzi di sangue dei popoli lontani, lontanissimi, imprigionati dalla geopolitica e dal destino. Ti guardano, gonfiano le gote, soffiano un po’ di insofferenza, ti dicono: “Ehh, le guerre! Figuriamoci. Stai ad ascoltare il papa che dice: produciamo più armi che cibo. Ah, che banalità! Ah, che beata ingenuità!”.
Le facce dei saputi, a quel punto, si allargano in un piccolo sorriso, contente come sono delle loro adulte convinzioni, dunque maturi, intelligenti, riflessivi. Tu invece idealista, sciocco, sognatore. Maneggiano le complessità, loro. Mica come te che la fai facile. Laddove le complessità non sono i morti ammazzati, il dolore, le devastazioni, ma sono i piani e i contro-piani degli stati maggiori, i soldi da investire, quelli da guadagnare, le alleanze da tutelare, i fronti da distruggere, le macerie da moltiplicare per potere, un bel giorno, ricostruire. Magari un resort sopra i 75mila cadaveri di Gaza.
A parte i generali che scannano di mestiere – e se ne vantano – i guerrieri di penna e di governo non hanno mai visto un corpo squartato dalle schegge, un campo profughi devastato dalla dissenteria, i bambini accartocciati dalla sete.
Il copione è sempre identico: il pacifista non viene confutato, viene deriso, che è esattamente la strategia di tutte le propagande al servizio dei governi, di chi li ispira, di chi li finanzia. E naturalmente dei fomentatori che neanche sanno di essere burattini immersi nell’inchiostro dei burattinai.
Li vedi e li senti discutere di missili e di droni come si discuterebbe di derivati finanziari. Parlano di “teatri operativi”, “proiezioni strategiche”, “deterrenza”, “danni collaterali”. Un lessico igienizzato. Sterilizzato.
Quando li intralci con quella parola sconveniente, “pace”, allora ecco che compare la faccia e il sopracciglio, lo sbuffo, il sorriso. Si sentono avanguardisti in marcia. Considerano il papa un fesso e Trump un dritto con gli stivali, anche se fanno finta di detestarlo perché sputazza quando parla. E in suo onore pronunciano la frase più stupida del dibattito pubblico: “Ehh… le guerre sono più complesse di come le vedi tu”.
Ma certo. I morti sono semplici. Gli affari sono complessi. I profughi sono semplici. Le commesse militari sono complesse. La fame è semplice. Le alleanze strategiche sono complesse. La distruzione è semplice. La ricostruzione, con relativi appalti, è complessa.
Adepti del danno – alcuni di loro con l’allegro birignao delle bretelle colorate – ti spiegano perché è sempre inevitabile la guerra. Sempre necessaria. Sempre penultima, fino alla prossima. Oggi siamo a quota sessanta guerre nel mondo, domani vedremo.
Guai a spiegare che le guerre nascono semplicissime dalle disuguaglianze del pianeta. Dalle rapine coloniali. Dall’imperialismo. Dall’umiliazione dei popoli. Dalla concentrazione delle ricchezze. Dalla fame trasformata in rabbia e dalla rabbia trasformata in eserciti. Dal fatto che sfruttando i poveri del mondo abbiamo avvelenato i mari e la terra e ora pretendiamo che siano i poveri del mondo a pagarne le conseguenze. Ma quando mai? Chi lo sostiene, ti dicono, è vittima del complesso di colpa dell’Occidente. Il quale fa benissimo a spendere 3mila miliardi di dollari l’anno in armamenti, altro che fame e malattie.
L’avete capito o no? Papa Leone è un bimbo. Il cardinale Zuppi un utopista. I pacifisti degli illusi. I furbi a lento rilascio sono loro: dovesse anche cascargli un palazzo in testa, ne uscirebbero allegri, soddisfatti, anche se non indenni.
America e americani
Colonizzati. Colesterolo America: c’è quella buona e quella cattiva
Cioè, quello che abbiamo capito in settimana è che l’America – ammazza i ammerigani! – è un po’ come il colesterolo, che c’è quello buono e quello cattivo. Lo scambio sui social tra il Boss e la sua fan pentita Giorgia Meloni ha messo definitivamente Trump dalla parte dei cattivi anche per la destra italiana, che chiedeva per lui il premio Nobel, o ambiva al ruolo di “pontiere” con gli Usa, o altre varie prove di attenzione. Ora è tutto un garrire di bandiere, e nazionalismo, e “lei non sa chi sono io!”, ma poi alla festa dello zio Sam, il 4 luglio, ci vanno lo stesso, perché, signora mia, l’Ammeriga è l’Ammeriga. Bene.
Mentre il cattivo continua a dar fuori di matto, Matteo Renzi è andato in pellegrinaggio dall’America dei buoni, cioè gli Obama, con Clinton, Bush, Biden e tutto il cucuzzaro. Lodevole intento, per carità, ma sembrava un po’ la reunion di un vecchio gruppo rock, con qualche fan impazzito che gioisce per il rilancio del “sogno americano”. Nel mentre, Enrico Letta, è diventato virale, come direbbe Farfallina73, per un suo tweet con la scritta “America we love” e il selfie del quartetto: Bush Jr, Clinton, Obama e Biden, sempre loro. Non so perché ma la faccenda mi ha un po’ confuso essendo la lista delle guerre attribuibili a questi quattro signori lunga come l’elenco del telefono: Iraq, Afghanistan, Bosnia, Serbia, Somalia, Libia, Siria, di nuovo Iraq, senza contare l’aiuto alle guerre degli altri (inclusi parecchi miliardi di dollari a Israele), o la fuga indecorosa dall’Afghanistan che ha mollato gli afghani regalando ai talebani un arsenale che se lo sognavano. Tutti e quattro hanno mantenuto il blocco a Cuba, contribuendo alla resa per fame dell’isola, che Trump concluderà. Diciamo che come sogno americano, ok, si intendeva un’altra cosa, forse.
Ma chiariamo: il gioco tra il meglio e il meglino, il peggio, il meno peggio non è interessante. Il problema è che rapporto vogliamo avere con gli Stati Uniti, e credo che la risposta sia in un sentimentdiffuso di conquistata antipatia collettiva. Diciamo che la famosa frase di Wim Wenders secondo cui “gli americani ci hanno colonizzato l’inconscio” era vera e verissima, ma anche che risale al 1976, è passato mezzo secolo, e molto inconscio sotto i ponti. Non viene più da lì tutto il cinema, tutta la musica, tutta la letteratura, anzi perdono un po’ terreno, e con la tecnologia ci sanno fare anche altri (coreani, cinesi). Fanno molte guerre, ma le perdono spesso, o le trascinano, o le appaltano ad altri. E qui, anche senza guardare la divisa, citerei la “povera gente” di Bertolt Brecht che se a bombardarli sia il colesterolo buono o quello cattivo non è che alla fine gliene frega tanto, sempre bombardati sono (solo le guerre post-11 settembre sono costate tra vittime dirette e indirette quasi quattro milioni di morti).
Quindi i problemi con l’America sono almeno due: uno è l’Imperatore (e sì, c’è una certa differenza tra chi propone la sanità pubblica e chi scatena le bande dell’Ice); ma l’altro è l’Impero, cioè una sfera globale di influenza in cui il confine tra alleato e suddito, tra paese amico e colonia è molto labile e scivoloso.
Comunque vada, saremo americani, conviene farsene una ragione, visto che destra e “sinistra” sedicente riformista si accapigliano per quale America tifare. Certo, quello che si chiama soft power (il nostro inconscio colonizzato) è un po’ cambiato: più che “conquistare le menti e i cuori” ci tengono per le palle, e finalmente la cosa è chiara a tutti.
Sarebbe bello!
La sindrome di Riad
Pensate che bella campagna elettorale per il fronte progressista se dicesse agli elettori, acquisiti e da conquistare: “Questa volta si cambia tutto. Prima di votare conoscerete il programma, il candidato premier e una rosa di nomi per la squadra di governo. Ma soprattutto saprete che terremo fuori i voltagabbana, i traditori, i ricattatori, gli scissionisti che usano i partiti come taxi per agguantare un seggio con immunità e poi si vendono al miglior offerente gabbando chi li ha votati. Nessuno di noi candiderà o accoglierà parlamentari che hanno cambiato o cambieranno partito. Per rispetto a voi e per la stabilità e coesione del nostro governo, che dovrà cambiare molte cose scontrandosi con potenti nemici esterni senza doversi guardare anche da quelli interni”. Un discorso di puro buonsenso e sicuro successo, che taglierebbe corto anche col ridicolo dibattito sul re degli scissionisti ricattatori traditori. Ce l’ha fatto venire in mente il buon Massimo Giannini iscrivendosi, dalla Gruber e su Repubblicadell’editore greco amico di Bin Salman, al club “Trova anche tu un posto a Renzi” con questa frase: “Il senatore di Rignano ha molto da farsi perdonare, ma oggi la pregiudiziale anti-renziana è insensata”. Invece è sensatissima perché non l’ha imposta Conte o Bonelli o Fratoianni: l’hanno imposta gli elettori nel referendum del 2016 e in dieci anni di elezioni rionali, comunali, provinciali, regionali, nazionali ed europee. Non sanno più come dire che non vogliono vederlo neppure in cartolina. E nessuno dovrebbe capirli meglio di chi ne ha sperimentato l’affidabilità almeno due volte.
Nel 2014-’16, sotto il governo Renzi, Giannini conduce Ballarò su Rai3, attaccato un giorno sì e l’altro pure dai pit bull renziani che ne chiedono la testa perché osa invitare pure i 5Stelle e la ottengono quando si permette di parlare del “rapporto incestuoso” fra la Boschi e Banca Etruria. Giannini accusa Renzi di “creare un clima da editto bulgaro” come “il cacciatore che scioglie la muta dei cani”. Chiuso da TeleRenzi nell’anno del referendum, Ballarò sparisce per sempre, sostituito dal programma clandestino di tal Semprini, un turbo-renziano strappato a peso d’oro a Sky. Stessa fine, sempre per lesa renzità, fanno la Berlinguer al Tg3, la Gabanelli, Giletti e Porro. Nel 2021 Giannini dirige la Stampa e Renzi gli fa causa da Dubai per un articolo intitolato “Mistero sulla missione a Dubai”. Poi in tv gli rinfaccia una causa persa contro Carrai con tanto di risarcimento danni: peccato che sia tutto falso, causa persa e risarcimento. Giannini deplora le “menzogne vergognose di Renzi” che “portano la politica al grado zero della dignità e della decenza”. Era solo cinque anni fa: calo di memoria, sindrome di Stoccolma o sindrome di Riad?
martedì 23 giugno 2026
Due visioni parallele
Basta con l'ipocrisia: denigrare i nostri colleghi è umano, troppo umano
di Massimo Recalcati
Trovo profondamente ipocrita il dibattito che si è sviluppato intorno alle frasi oggettivamente oltraggiose che Michele Mari ha pronunciato in riferimento a Michela Murgia. Queste frasi non sono state scritte o dichiarate pubblicamente ma sono state pronunciate in una conversazione tra scrittori. È quello che accade normalmente in qualunque gruppo sociale. Il giudizio tagliente e ingiustamente violento, la diagnosi selvaggia o la condanna spietata su persone che non conosciamo neppure personalmente sono una tragica prerogativa dell'essere umano. Sarebbe del tutto ipocrita non volerlo riconoscere. In qualunque ceto sociale o professionale l'esercizio della denigrazione del proprio simile è un fatto quotidiano. Alzi la mano, si potrebbe chiedere ai nostri lettori, chi di noi non si è macchiato almeno una volta di questo genere di cattiveria meschina?
Sappiamo bene che c'è addirittura chi ne ha fatto una vera e propria professione: dire male, parlare male, criticare a prescindere, condannare, diffamare, sentenziare sistematicamente. Si tratta di un'attitudine umana — indubbiamente non tra le migliori — che si infiamma particolarmente, come già riteneva Aristotele, all'interno di gruppi omogenei. Raramente ho sentito uno scrittore parlare bene dei suoi amici e colleghi. Ma vale, ovviamente, anche per gli psicoanalisti che, almeno loro, dovrebbero garantire una certa imparzialità e neutralità bonaria nei loro giudizi, e che invece si distinguono per una peculiare attitudine all'esercizio della malalingua. Ma vale ovviamente per ogni insieme umano: cantanti, avvocati, commercialisti, idraulici, panettieri, giornalisti. Nessun codice deontologico potrà mai sanare questa attitudine a parlare male dei propri simili o dei propri colleghi, all'utilizzo del giudizio sprezzante o della diagnosi selvaggia esercitato con intenzioni malevole.
Sarebbe del tutto ipocrita misconoscere questo fatto. Come sarebbe altrettanto ipocrita invocare la dignità di chi è colpito, perché anche chi viene colpito non è mai esente — tolto Gesù Cristo — dalla piaga della maliziosa attitudine al parlare male dell'altro. Soprattutto, ripeto, se questo altro fa il nostro stesso mestiere. Allora scatta qualcosa di pressoché irresistibile. Subentra non solo l'aspetto diabolicamente ludico della passione critica, ma anche una forte dose di robusta invidia. Lo sappiamo non solo perché la psicoanalisi lo ha spiegato con dovizia di particolari, ma anche per esperienza diretta: l'invidioso colpisce nell'invidiato quello che vorrebbe essere e non è. Può ricorrere volentieri anche alla diffamazione per colpire chi costituisce il proprio io ideale irraggiungibile. E tutto questo può anche accadere senza che si conosca nulla, letteralmente nulla, della vita dell'invidiato. Quello che conta è solamente la natura maligna del pregiudizio.
Sarebbe necessario un esercizio di ascesi singolare per ciascuno di noi per provare a sottrarsi alla tentazione della condanna sommaria, della demolizione critica, della veemente passione di gettare fango sull'altro. Nella vita privata questo esercizio di ascesi risulta assai più difficile perché si allentano i freni inibitori. «Scrive come un cane e pensa solo al denaro», disse impunemente uno scrittore di una certa fama di un altro scrittore mio amico in mia presenza. Sarebbe stato il caso di dichiarare pubblicamente tale misfatto? Sarebbe come pretendere di svuotare il mare avendo tra le mani un secchiello d'acqua. La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile. Sono certo che nemmeno i premi Nobel per la letteratura possano dirsi del tutto esenti da questa attitudine che è la stessa che permea la vita delle famiglie, dei gruppi amicali, dei partiti, delle congregazioni religiose e di qualunque — dir si voglia — formazione umana. Basta girare le proprie spalle che il commento acido è in agguato. Con l'aggiunta che più uno si distingue dagli altri più cattura fatalmente la critica astiosa.
Da questo punto di vista, se non si vuole negare ipocritamente questa verità «umana troppo umana», la sola cosa possibile è quella di discriminare il piano privato da quello pubblico. Se il privato è una giungla, una gara tra chi colpisce il proprio nemico-amico il più duramente e malignamente possibile, il giudizio, quando invece diventa pubblico, acquista un peso specifico differente. Ma non mi pare il caso di Michele Mari. Il quale resta ai miei occhi innanzitutto un notevole scrittore. Nemmeno sarebbero state necessarie le sue scuse, visto che quello che ha fatto è quello che tutti tendiamo irresistibilmente a fare.
Caccia allo Strega: Mari profana il murgia-culto
Fidatevi se vi diciamo che Michele Mari è il più bravo scrittore italiano. Vi chiederete: e allora come mai è candidato allo Strega, che in tempi recenti è stato vinto da libri-semolino analgesici e perfettamente conformi al mid-cult, e rischia(va) addirittura di vincerlo? Eh, sono i misteri del bizzarro mondo letterario italiano, per cui un signore che ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali veri capolavori, arriva per una vita secondo o viene ignorato, per poi, a 70 anni, diventare il favorito del maggiore premio nazionale, chissà se per improvvisa agnizione di giurati e Amici della domenica o perché lo spirito santo dell’alea editoriale aleggia sulla sua casa editrice, Einaudi.
In un’intervista sul Fatto del 2013, Mari ci disse: “Non mi insospettisce di essere uno scrittore amato: lo prendo come qualcosa di inevitabile, come parte di un equivoco”. Ecco, l’equivoco si va diradando: il consorzio delle Lettere socialmente ammissibili lo ha quasi espulso dal club in cui lo aveva appena accolto, per la colpa grave di aver (forse) pronunciato una frase offensiva sulla scrittrice Michela Murgia, morta nel 2023, anche lei scrittrice Einaudi.
Mari – critico, traduttore dall’inglese, docente di Letteratura alla Statale – è uno scrittore ossessivo, paradossale, inattuale, asociale, arbitrario, estraneo a qualunque perbenismo. Il suo filtro della realtà è eminentemente letterario: divide il mondo in scrittori bravi (massimamente i nevrotici, posseduti da qualche demone), e scrittori pessimi (nella cui categoria fa rientrare anche i mediocri, che odia più dei pessimi). Appartiene alla stirpe di Gadda, Manganelli, Landolfi (ma in questo frangente ricorda Thomas Bernhard, grande scrittore austriaco, che disprezzava il suo Paese e i suoi abitanti, ma ancor più la sua classe intellettuale, e si trovò a ricevere una vagonata di premi su cui scrisse un libro esilarante). I giurati Strega, membri dell’élite editoriale e/o a loro volta scrittori (ma ci sono dentro, per dire, anche ex sindaci di Roma, notoriamente grandi letterati), promuovono e premiano spesso l’esatto opposto: l’attualità, il conformismo, la morigeratezza e le altre virtù di una sinistra al vapore inoffensiva e autoreferenziale che schiva i conflitti e vive di cliché.
Si tenga conto che in quell’intervista Mari ci disse anche: “Io la questione se Céline fosse nazista non me la pongo nemmeno, perché era un genio. Se ti dicessero che Bach era pedofilo, tu che dici? Ma chi se ne frega”. Ecco, Mari si è dimostrato peggio che nazista o pedofilo: avrebbe detto che Murgia era “intransigente perché brutta”. Cioè, chissà se per candore o per la stessa voluttà di sconfitta che abita i suoi personaggi, ha offeso il totem più potente del circuito editoriale romano, e qualcuno ha fatto la spia ai piani alti del culto murgiano. Ma davvero si sta discutendo se sia elegante dileggiare una persona morta, e se corrisponda al bon ton giudicare qualcuno dal suo aspetto fisico? Ovviamente no. Se Mari avesse espresso le stesse opinioni su qualcun altro, non se ne starebbe parlando; invece si discute se debba ritirarsi o essere espulso dallo Strega (la Fondazione, dopo aver preso le distanze da Mari, ha negato di volerlo fare), e si pensa che molti giurati puniranno Mari nel voto finale (ignorando l’abisso che c’è tra il suo libro e gli altri), perché la questione è se si possa non apprezzare Murgia per i più svariati motivi e partecipare allo Strega. A quanto pare no, se non a costo di pubblica gogna; così decreta il demente wokismo d’importazione. Complimenti: hanno annullato il principio noto in estetica come autonomia dell’opera d’arte: l’autore di un capolavoro può essere un soggetto moralmente abietto, posto che in questo caso si tratterebbe non di abiezione, ma di uno sgradevole pettegolezzo (a sua volta condannato e diffuso con un pettegolezzo, vabbè).
Capite che siamo al fanatismo religioso. A questo punto perché non imporre alle case editrici, dopo l’autocertificazione di fedeltà alla Costituzione necessaria per partecipare a Più libri più liberi (manco fossero ministri che devono giurare sulla Carta), di apporre un disclaimer a ogni libro stampato, tipo: “Questo libro è Murgia-correct”? O anche: “Nessuna memoria di scrittore amico di giurati Strega è stata maltrattata durante la lavorazione di questo libro”? Gli scrittori potrebbero impegnarsi a non offendere con pensieri, parole, opere o omissioni né Murgia né coloro che l’hanno amata, e consegnare i dispositivi elettronici per permettere agli inquirenti di fare copia forense di chat, messaggi ed e-mail private in cui possano avere espresso giudizi negativi sugli idoli del giro editoriale italiano. Evidentemente ci si dimentica che erano i totalitarismi, a richiedere tessere e giuramenti e a purgare gli artisti dissidenti (vedi Istruzioni per diventare fascisti, libro di Michela Murgia), pazienza.


