mercoledì 15 aprile 2026

L'Amaca

 


Il declino di un winner

DI MICHELE SERRA

Esiste già un "dopo Trump": lo si coglie nelle parole di distacco e addirittura di biasimo di parte dei suoi sostenitori americani delusi — specie gli isolazionisti che non ne vorrebbero sapere di guerra — e nei silenzi imbarazzati dei politici europei suoi apparentati, i populisti di destra e gli anti-europeisti, termini politicamente quasi sinonimi.

Se ne prende atto con sollievo, ma è impossibile resistere a una domanda che definirei "naturale" per la spontaneità con la quale sorge: ma non lo sapevate già da prima, chi era Donald Trump? Come avete potuto non accorgervi dei suoi modi, del suo linguaggio e del suo spirito di sopraffazione? Come è possibile che l'assalto al Parlamento dei suoi sostenitori non vi abbia impedito di votare per lui? Ben al di là degli orientamenti ideologici di ognuno, come si fa a confidare in un ottantenne delirante che sprizza vanagloria da ogni frase, e usa la Casa Bianca come cassa di risonanza per i suoi quattrini e i suoi affari privati?

Temo che la risposta, ammesso che qualcuno si prenda la briga di darla, non sarebbe confortante. A parte qualche frangia moderata del suo elettorato (per esempio i cattolici americani feriti dagli insulti al Papa), Trump perde consenso soprattutto perché è debole. Impantanato nel Golfo, incastrato da Netanyahu, maldestro nelle nomine dei suoi ministri e vendicativo nel rimangiarsele. Non è il winner che prometteva di essere, e se il suo elettorato vorrà scaricarlo non sarà per la sua orribile cultura del potere, già lampante da molto tempo. Sarà perché non è forte come prometteva di essere, recente scoperta che ferisce i suoi adoratori ben più della sua nera figura umana. Trump è la proiezione politica di idee e sensibilità che milioni di esseri umani condividono. Perderà voti non perché voleva cancellare l'Iran, ma perché non è riuscito a farlo.

Rinfresco di memoria

 

I papisti contro Trump lapidavano Bergoglio 


di Daniela Ranieri 

I giornali danno il giusto rilievo all’“attacco senza precedenti” di Trump al Papa. Hanno gioco facile: a sferrarlo è il mentecatto più potente del mondo, e si tratta di una serie di accuse sgangherate e insulti. Per Trump, Leone XIV è “un debole” perché ha condannato la guerra, “l’idolatria di sé stessi e del denaro”, “l’esibizione della forza”. Ovvio che Trump si sia sentito chiamato in causa, insieme col suo compare Netanyahu, l’altro criminale che sta seminando morte e distruzione per tutto il Medio Oriente perché secondo lui glielo chiede l’Antico Testamento.

Non è affatto vero, però, che si tratta di un attacco “senza precedenti”. I nostri neo-papisti hanno rimosso che Papa Francesco, prima di morire l’anno scorso, ha subìto continuamente attacchi, e proprio per lo stesso motivo: perché predicava la pace in luogo della guerra. La differenza è che allora a risentirsi per essere giudicati dal vicario di Cristo erano i Buoni dell’Occidente asserito democratico, mentre ora è quel bambinone maligno di Trump. Ad aprile 2022 Francesco disse: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il 2% del Pil per l’acquisto di armi, pazzi!”. Allora al governo c’era l’infallibile Draghi, il quale ringraziò Papa Francesco fingendo che non ce l’avesse con lui (ma su 30 Paesi Nato, noi eravamo tra i 10 che si erano “compromessi”, quindi il cerchio si stringeva). I giornali padronal-draghiani lo relegarono a pagina 38, mentre continuavano alacremente a pompare propaganda di guerra. Il Tg1 lo censurò direttamente.

A Pasqua di quell’anno, l’ufficio delle celebrazioni liturgiche del Vaticano ebbe l’idea di far sfilare alla via crucis una donna russa e una ucraina insieme, a condividere idealmente la croce della guerra fratricida. La prima a risentirsi fu l’Ambasciata ucraina presso la Santa Sede (quindi Zelensky): “L’ambasciatore condivide la preoccupazione generale in Ucraina… sull’idea di mettere insieme le donne ucraine e russe”, vade retro. Si accodò l’arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina (“idea inopportuna e ambigua”). Poiché chiedeva un negoziato invocando il coraggio della “bandiera bianca”, Bergoglio si prese del putiniano dai nostri artiglieri da scrivania, tanto più dopo aver denunciato “l’abbaiare della Nato alle porte della Russia” quale causa della guerra. Galli della Loggia, editorialista del Corriere, su Libero definì la posizione del Papa “filo-russa” tout court, oltre che “ambigua”; non rilevava che il Papa avesse parlato di “massacro” e di “atto sacrilego e ripugnante” da parte di Putin.

Bergoglio era tecnicamente un disfattista, se il leit motiv del blocco padronale era armarci fino ai denti tagliando la spesa sociale e ignorare la via diplomatica per privilegiare quella delle armi. “Ma la risposta alla guerra non è un’altra guerra, la risposta alle armi non sono altre armi”, ribadiva lui, testardo. Allora gli interventisti si misero a insegnarli il catechismo: su La Stampa, Mario Deaglio gli spiegò che “anche il Vangelo ci spinge all’autodifesa” (omise di dire che l’Italia non era stata attaccata da nessuno). Per il Papa la soluzione non erano nemmeno “altre sanzioni, ma un modo diverso di governare il mondo, non più mostrando i denti: la scuola di Gesù, di Gandhi, della non violenza”. Praticamente l’Anticristo, per i soldati del Bene. Intanto a DiMartedì, Suor Paola e Corrado Augias chiarirono anche a beneficio dell’anziano fricchettone che San Paolo raccomanda di prepararsi ad affrontare il nemico.

Su Gaza, il Papa si prese semplicemente dell’antisemita. Quando uscì il libro in cui chiedeva alla comunità internazionale di verificare se le accuse di genocidio del popolo palestinese formulate da organismi internazionali contro Israele fossero fondate, Bergoglio fu redarguito dall’Ambasciata israeliana presso la Santa Sede: “Chiamare l’autodifesa con altri nomi significa isolare lo Stato ebraico”. Il rettore dell’Università delle Religioni dell’Iran riferì a un’agenzia che il Papa gli aveva detto: “Noi non abbiamo problemi con gli ebrei, il nostro problema è con Netanyahu, che ha causato la crisi nella regione e nel mondo senza prestare attenzione alle leggi internazionali e ai diritti umani”. Una frase adamantina. Ma Netanyahu non si tocca. La Stampa irrise il Papa, accusandolo di prestare il pulpito agli Ayatollah: “Quella di Bergoglio è una posizione come tante, ha valore solo per chi un valore glielo attribuisce”. Giuliano Ferrara lo scomunicò sul Foglio: “Le linee rosse le ha passate tutte, e malamente”.

Insomma: come si vede, i precedenti si sprecano. Un Papa che usa le parole del Vangelo (“pace a voi”) viene sempre lapidato dai padroni e dai fan della guerra, anche se questi cambiano. Ironia della sorte: i linciaggi contro Bergoglio avvenivano sugli stessi giornali che oggi si indignano per le parole di Trump.

Così è!


La retromarcia su Roma 


di Marco Travaglio 

La brusca fine della lunga luna di miele con gl’italiani (e persino con Trump) dovrebbe indurre Giorgia Meloni, impegnata nella precipitosa retromarcia su tutto, a ripercorrere questi tre anni e mezzo di occasioni mancate. Per assecondare i poteri marci nominò alla Giustizia Nordio, quintessenza del berlusconismo impunitario, estraneo alla destra legalitaria cui dice di ispirarsi, col risultato di sputtanarsi sull’abuso d’ufficio, il preavviso di arresto, lo sfascio definitivo dei processi e infine di andare a sbattere al referendum sui magistrati. Per non fare la fine del Conte-2 si consegnò mani e piedi agli Usa, prima con Biden e poi con Trump, ribaltando l’antiamericanismo del suo mondo, sposando il bellicismo russofobo e inseguendo la follia della vittoria ucraina contro ogni evidenza, per poi trovarsi spiazzata quando Trump fece l’unica cosa giusta oltre alla mezza tregua a Gaza: i negoziati per una pace di compromesso fra Mosca e Kiev, sabotati dall’Ue e anche dall’Italia, che invece si genuflesse agli Usa quando meno le conveniva (5% del Pil alla Nato, acquisti di Gnl a prezzi quadrupli e di armi da regalare a Kiev). Per coprirsi le spalle con l’establishment Ue entrò nella commissione Ursula con popolari, socialisti e liberali, precludendosi ogni margine di manovra contro i piani di riarmo, i patti di austerità, l’accordo capestro sui dazi al 15%, le folli rinunce al gas russo, ad altri mercati in espansione, tipo Cina e Brics, e ad alleanze nell’unico bacino d’interesse nazionale: non l’Est Europa, ma il Mediterraneo.

Per tenersi buoni i figli di B. e le loro tv ha perpetuato il loro indecente conflitto d’interessi su FI e sul governo rimangiandosi la tassa sugli extraprofitti per non disturbare Mediolanum; e ora si ritrova Marina e Pier Silvio più forti e arroganti che mai grazie al loro diritto di veto. Per non “darla vinta” a magistrati e opposizioni s’è tenuta la Santanchè e altri impresentabili, salvo poi scaricarli fuori tempo massimo dopo il referendum perduto, nobilitando vieppiù il No alla schiforma. Per lisciarsi la lobby israeliana ha sempre evitato sanzioni a Tel Aviv contro lo sterminio di Gaza e persino dopo i vari attacchi ai caschi blu italiani in Libano e ora sospende il rinnovo dell’accordo militare quando la mossa appare ormai tardiva, insufficiente e strumentale. Per inseguire l’illusorio ruolo di “ponte” Usa-Ue le ha date tutte vinte a Trump, avallando la piratesca operazione Venezuela ed evitando di dissociarsi dall’aggressione all’Iran con la frase pilatesca “non condanno e non condivido”, salvo poi scoprire che quello non ammette posizioni mediane: solo servi o nemici. Infatti ora l’ha scaricata brutalmente non appena lei gli ha detto quel che si merita sulla scomunica al Papa. Ma pensarci prima? 

martedì 14 aprile 2026

Complice ritardo

 

Come quando arrivi alla festa di matrimonio e gli sposi sono già a copulare!



Grattate

 


Nove ore

 



Avanti i boiardi!

 

La crisi del calcio, la barzelletta del rinnovo. Per la Federazione in corsa Malagò e Abete 


di Lorenzo Vendemiale 

Il nuovo che avanza nel calcio ha le sembianze di Giovanni Malagò, 67 anni, l’uomo che per un decennio ha incarnato l’establishment dello sport italiano, e ora vuole passare al pallone. Oppure di Giancarlo Abete, anni addirittura 75, già presidente della Figc dal 2007 al 2014, quando si dimise per il fallimento della Nazionale ai Mondiali. Suona familiare.

Comincia la partita per la successione di Gabriele Gravina alla guida della FederCalcio. E ci sono tutti i presupposti per cui non cambi nulla. Il primo a farsi avanti è Malagò, indicato dalla Serie A quasi all’unanimità: 18 club su 20, tranne la Lazio di Lotito e il Verona. Sembra incredibile pensando che solo pochi anni fa, da commissario in Lega, finiva indagato per l’alterazione di un verbale, e intercettato definiva i presidenti dei club “delinquenti veri”. In Italia abbiamo la memoria corta. Il primo a fare il suo nome è stato Aurelio De Laurentiis, ma come raccontato dal Fatto il vero regista dell’operazione è Beppe Marotta: il presidente dell’Inter ha mosso mari e monti per convincere i colleghi a firmare per Malagò, che conterebbe anche su un’intesa col presidente uscente Gravina. La notizia però è stata accolta in maniera tiepida (per usare un eufemismo) dal governo, dove Malagò ha tanti nemici, a partire dai ministri Abodi e Giorgetti. Difficile immaginare che il pallone, che chiede riforme e aiuti allo Stato, possa permettersi di inimicarsi l’esecutivo. La reazione immediata è arrivata dal vecchio Abete, per anni alleato di Gravina. Ma oggi il rapporto fra i due è un po’ incrinato, e nel calcio, dove vale tutto e il contrario di tutto, potrebbe ora catalizzare i consensi dei contrari a Malagò. Ha subito chiesto alla sua Lega Dilettanti di “investirlo” dello stesso ruolo (con la differenza che i Dilettanti contano il doppio della Serie A in termini di voti). Abete potrebbe anche puntare a fare da regista per un altro nome, magari un ex calciatore proposto dalle componenti tecniche (il sindaco di Verona, Damiano Tommasi, o Demetrio Albertini). Intanto però occupa il campo lui.

Il punto è che nessuna delle candidature che stanno nascendo ha i contorni dell’alternativa. Malagò ha bisogno dei voti di Gravina, considerando che la Serie A vale solo il 18%. Abete (o il candidato che deciderà di sostenere) è comunque uomo di apparato. In un caso o nell’altro, vincerà il sistema, con la conservazione dello status quo e della cricca di incapaci che hanno governato in questi anni.

L’unica soluzione è il commissariamento, per cui però non ci sono i presupposti tecnici. Spazzare via le cariatidi che popolano la Federazione, rimettendo mano alle norme. È a questo che punta Lotito (ma la sua figura di guastatore non agevola la causa). Ed è ormai l’obiettivo dichiarato anche del governo, come ha spiegato Paolo Marcheschi di Fratelli d’Italia: “Non è un problema di nomi: le riforme vere richiedono i poteri che solo un commissario può avere”. Oggi il ministro Abodi sarà in audizione sulle prospettive di riforma del calcio italiano promossa proprio dal senatore FdI. Sicuramente avrà tanto da dire. Riuscirà anche a fare qualcosa?