Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 9 luglio 2026
Che bel pensiero!
Certo che Erdogan un pensiero migliore non lo poteva cogitare! Ha regalato una pistola, proprio una pistola, ai cosiddetti grandi che si sono riuniti in Turchia. Quale meraviglia, che senso d’umanità traspare da questa iniziativa! E sì che si è parlato solo di armi, di come aumentare la quota NATO: noi dovremmo cacciare circa 17 miliardi per la cosiddetta difesa. Tutto questo, oltre ad essere vomitevole, dovrebbe far riflettere la massa bovina su chi la governa, su quali sono le uniche vere priorità!
Fossero stati sani di mente, compreso il padrone di casa — che avrebbe dovuto donare un semplice termometro — si sarebbero dovuti concentrare sul disastro climatico, sulle nefaste conseguenze che arriveranno sempre più catastrofiche. Ma sani di mente, purtroppo, non lo sono più.
L'Amaca
Quella voce del Novecento
di Michele Serra
Si legge che l'Unità (la testata) potrebbe essere riacquistata dal Pd, che molto poco fece in passato per salvarla, e altrettanto poco per tutelare i tenaci giornalisti residui. Devo moltissimo a quel giornale, il quotidiano che Gramsci fece nascere e il Pci crescere fino a competere ad armi pari con gli altri grandi quotidiani italiani, il Corriere della Sera, la Stampa, il Giorno, la Repubblica. Per me è stata scuola di scrittura e di vita. Una seconda famiglia. Nonché la madre di Tango e di Cuore.
Viste le peripezie quasi incredibili degli ultimi anni (a un certo punto corse la voce che la voleva comperare Lele Mora, chissà se ne avrebbe affidata la direzione a Nicole Minetti, segnando il passaggio storico dalle mondine alle olgettine), spero vivamente che il Pd riesca a riacciuffare in extremis ciò che appartiene alla storia del movimento operaio e della sinistra italiana; e la metta in sicurezza, in modo che nessuno possa più abusare di quel nome.
Ne faccia, il Pd, ciò che meglio crede, la faccia rivivere in forme nuove ed economicamente non troppo impegnative, visti i chiari di luna; oppure la seppellisca in un caveau, o sotto un albero segreto, o ne disperda le ceneri al vento, così che nessuno più la tocchi e se ne approfitti, povera gloriosa Unità. Era un giornale del secolo scorso e se questo non è necessariamente un vanto o una qualità speciale, è quantomeno una prerogativa che impone rispetto. Non la si strapazzi come un trofeo da esibire o come un relitto da ammodernare.
Ci sono le persone, dentro quel nome e quella storia, quelle che la facevano, quelle che la distribuivano porta a porta. A ogni finta resurrezione recente ci si chiedeva perché mai si dovessero usare proprio quel nome e quella storia per fare tutt'altro. Ognuno è libero di fare il giornale che gli pare, ma di Unità ce n'è stata una soltanto. Rinasca all'altezza del suo passato, oppure riposi in pace.
RX
I funerali dell’Ayatollah (e del nostro occidente)
Il corteo per i funerali di Stato dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, ucciso lo scorso 28 febbraio in un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele, sta mettendo a dura prova il sempre efficiente apparato di comunicazione dell’Occidente libero. Milioni di persone – mentre piovono su Teheran nuove e fiammanti bombe americane come “punizione” (così il Pentagono) per l’attacco iraniano su tre navi nello Stretto di Hormuz dopo la tregua – si sono riversate nelle strade per seguire il carro che trasporta attraverso il Paese i feretri di Khamenei e di quattro suoi famigliari morti nello stesso raid, tra cui una bambina di 14 mesi.
Noi, che leggiamo i giornali più autorevoli, ci aspettavamo sì che gli iraniani scendessero in strada, ma per accogliere e festeggiare gli americani che li stavano liberando (bombardando le scuole) dopo aver eliminato fisicamente il tiranno che li opprimeva da 40 anni; forse erano allucinazioni “gli applausi alle finestre”, “il crollo del regime”, “la spallata agli ayatollah”, “il ruggito di Israele per il regime change”, “la nuova primavera a Teheran”, il “tracollo della tigre di carta” e altre meraviglie testimoniate da analisti e politici liberal-sionisti su di giri per l’operazione Epic fury? Non bastava la famosa “scossetta”, la “schicchera”, la “scintilla” per far rivoltare il popolo iraniano contro il regime che voleva costruirsi l’atomica?
Guardate se non ci tocca ritirare fuori la “complessità”, che, come ricorderete, fu vietata nel febbraio 2022, dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, quando anche solo alludere alla storia pregressa delle relazioni tra i due Paesi e alla loro composizione demografica, oltre che alle manovre della Nato verso est, divenne un chiaro indizio di essere al soldo della propaganda putiniana.
Non basta liquidare la tragicità estetica delle esequie di Khamenei come folklore oscurantista. Le autorità iraniane si aspettano per i sei giorni di cerimonie la partecipazione di 15-20 milioni di persone (su 93 milioni di abitanti), più dei 10 che nel 1989 parteciparono ai funerali di Khomeini, il cui feretro fu preso d’assalto dalla folla al punto che la salma cadde a terra, e dei 7 milioni che nel 2020 seguirono il corteo del generale Soleimani, ucciso a Baghdad da un raid Usa.
C’è chi la sa lunga: la gente che vedete piangere e battersi il petto rappresenta la fazione ultraconservatrice della popolazione, una minoranza tra il 15% e il 25% legata all’apparato dei Guardiani della Rivoluzione, per la quale la Guida Suprema era una figura semi-divina e la sua uccisione da parte di forze straniere è un sacrilegio imperdonabile; il regime usa queste persone per ostentare la sua forza davanti al mondo, offrendo loro acqua e trasporti pubblici gratuiti (avrebbero dovuto farle morire di sete e non diffonderne le immagini: come si sa, infatti, solo le teocrazie islamiche fanno uso di propaganda, da cui le nostre democrazie sono immuni). Inoltre ai funerali non partecipa l’altra metà dell’Iran, la gioventù urbana che ha protestato al grido di Donna, Vita, Libertà. Tutto vero. Quindi quello in lutto non è popolo, essendo i popoli tali solo quando piacciono a noi, che siamo pronti alla morte per difendere la nostra libertà di aperitivo contro i terroristi, ma ignoriamo vieppiù a chi appartenga la ‘sovranità’. In quali casi potremmo mai vedere una folla simile nelle nostre città, a parte una svendita di iPhone da Unieuro?
Agli smagati commentatori non è sfuggito un dettaglio: le donne in lutto indossano il chador nero integrale imposto loro dai Guardiani della Rivoluzione; forse pensavano che, dopo i benèfici attacchi americani, le donne partecipassero ai funerali di Stato con un outfit piùsbarazzino, chessò: il body glitterato di Jennifer Lopez; forse non hanno presente com’erano vestite le donne italiane fotografate dall’équipe di Ernesto De Martino in Lucania tra 1952 e il ’56, quando il rito funebre collettivo serviva a cementare la comunità e a proteggere dalla disperazione chi era colpito dalla morte di un caro; forse hanno dimenticato i funerali di Enrico Berlinguer, quando si riversarono per le strade di Roma quasi due milioni di persone, il 13 giugno 1984.
Gli americani e i loro zerbini pensavano che bombardando l’Iran col criminale Netanyahu avrebbero in poche ore rovesciato il regime e avuto orde di iraniani festanti a cui distribuire cioccolata. Invece, l’Iran resiste e piange la sua guida. Trump ha somministrato steroidi alla tradizionale arroganza americana, scartavetrando la patina di ipocrisia che ha ricoperto gli abusi, le infamie, le violazioni dei diritti umani che gli Usa hanno compiuto in giro per il mondo in nome del Bene. Infatti il segretario della Nato Rutte ha benedetto i nuovi attacchi americani come “assolutamente necessari”. Se non altro, marxianamente, Trump un merito lo ha avuto: ha portato al suo stato terminale un Occidente già in bancarotta.




