martedì 7 luglio 2026

Studio linguistico

 

La neolingua scaccia-elettori 


di Daniela Ranieri 

Per loro sfortuna, i politici odierni devono (ancora) fare i conti col suffragio universale:

Siccome per farsi votare non ci possono ipnotizzare, né costringerci con la forza, né possono abolire le elezioni – anche se l’astensionismo crescente li aiuta nell’obiettivo di dover rendere conto a un sempre minor numero di cittadini – a questi individui, in attesa che l’Intelligenza Artificiale prima o poi li sostituisca del tutto, rimane un solo mezzo per ottenere consenso e conquistare o mantenere il potere: la parola. Sulla parola si fonda da sempre la propaganda; la parola ha soggiogato le masse e ha rovesciato i troni e gli altari; ma il modo in cui lo ha fatto, ebbene: quello è diverso a seconda di chi l’ha scritta o pronunciata e delle motivazioni che l’hanno mosso. (…).

Intendiamoci: questi di adesso non hanno inventato niente. Da dove viene la frase “I centri in Albania funzioneranno; fun-zio-ne-ran-no!” di Giorgia Meloni? Da Cicerone e Quintiliano: è fondata sull’epanalessi, che è la ripetizione di una parola allo scopo di creare tensione comunicativa e amplificazione emozionale. (…). Meloni fa spesso ricorso all’iperbole (dal greco hyperbolé, composto da hypér, “oltre”, “sopra”, e bàllo, “lancio”, “getto”, col significato di esagerare o ridurre la rappresentazione della realtà): “Cercheremo gli scafisti per tutto il globo terracqueo”. (…). Il tono di voce, l’enfasi oratoria, il linguaggio non verbale (l’espressione seria, i tratti del viso induriti, la tensione muscolare, persino): tutto in lei mira a creare un clima emergenziale e una sensazione di accerchiamento. Così si ottiene un duplice risultato: distogliere l’attenzione dalla “struttura”, cioè dai rapporti di forza in ambito economico e geopolitico, e giustificare la mancata realizzazione delle promesse, se non proprio del programma di governo, come effetto dei bastoni messi tra le ruote da una generica “sinistra” che “tifa contro l’Italia”. Italia che, si badi bene, per Meloni è sempre “nazione”, termine che evoca comunità di sangue, stirpe, storia, cultura e lingua, e non “Paese”, sostantivo che deve apparirle troppo da Ulivo, da Festa dell’Unità di Modena. (…).

Salvini e Renzi hanno condiviso l’esortazione “aiutiamoli a casa loro”, verso persone che spesso non hanno nemmeno una casa. Contrariamente a quanto molti pensano, è stato Salvini a copiare a Renzi l’uso del termine “ruspa” (Salvini voleva usarla per “spianare tutti i campi Rom e i centri sociali”): fu Renzi nel suo libro Stil novo (2012) a elogiarne per primo l’uso, da sindaco di Firenze che una volta all’anno, come una sorta di sacrificio laico”, sale sulla ruspa per abbattere “qualcosa”, esaltando il “benefico, forse salvifico, potere della ruspa”. Stessa cosa per “professoroni”, un accrescitivo usato in senso denigratorio, condiviso in duplex dai due Matteo per indicare intellettuali rompiscatole, menagramo che bloccano le loro riforme con pretesti da azzeccagarbugli. (…). Una curiosità: da chi viene l’espressione “professoroni”? Da Marine Le Pen, da un discorso che ella pronunciò durante la Festa dei lavoratori, il ° maggio 2011, quando tenne a precisare peraltro che stava festeggiando Giovanna D’Arco, in un passaggio contro le élite europeiste. (…).

Un disturbo sintomatico della neolingua Milano-centrica che ormai ha colonizzato la Roma dei Palazzi, nonché l’espressione che fa letteralmente ululare i miei sensori di pataccheria come i rilevatori di fumo nella fucina di Efesto, è il “piuttosto che” in funzione non avversativa né comparativa, le uniche due che la lingua italiana ammette, bensì in senso disgiuntivo, al posto di “oppure” e di “o anche”. Dalla peste del “piuttosto che” è affetto Renzi, che l’ha usato per fare gli infiniti elenchi della sua stagione da presidente del Consiglio: “Dobbiamo parlare con le imprese, piuttosto che con i sindacati, piuttosto che con le associazioni”, intendendo che voleva parlare con tutti e tre i soggetti; lo usa la romanissima Giorgia Meloni: “Posso immaginare, a esempio, un social housing piuttosto che un asilo nido”, intendendo che le due scelte si equivalgono; lo usa Vannacci, il difensore dell’italianità: “Un reato non può essere più reato se rivolto a un omosessuale piuttosto che a un nero, a uno zingaro o a un sinti” (…).

La guerra è genitrice di un vocabolario specifico, perlopiù costituito da antifrasi (“missione di pace” per guerra di aggressione), da ossimori (“attacco preventivo”, per giustificare un’aggressione), più spesso da eufemismi, usati allo scopo di attenuarne l’essenza violenta (“danni collaterali” per l’uccisione di civili, “intervento umanitario” per partecipazione ai combattimenti tra Paesi in guerra, o sedare rivolte popolari, o partecipare a golpe, destituzioni di leader, cambi di regime, “interrogatorio potenziato” per le pratiche di tortura a Guantanamo), burocratizzazione o medicalizzazione della guerra (“bombardamento chirurgico”, come se fosse un atto medico, “bombe intelligenti”, al fine di eliminare il sangue dalla scena bellica rappresentando i bombardamenti come un atto preciso, pulito e asettico), etc. La morte di migliaia di civili, dovuta a errori o a calcoli esatti come nel caso di Gaza rasa al suolo dall’esercito israeliano, fa parte dei “danni collaterali”. Anzi: per Gaza la manipolazione del linguaggio è stata radicale, fin dalla descrizione della situazione: chiamare “guerra” la punizione collettiva e il massacro deliberatamente programmato da Israele contro i palestinesi è pura fallacia, perché “la parola guerra” presuppone il dispiegamento di due eserciti sul campo, mentre a Gaza c’è uno Stato col suo esercito ipertecnologico che “guerreggia” contro una popolazione inerme. (…).

È interessante l’aggiornamento costante della propaganda bellica messo in atto dai governanti e diffuso dagli editorialisti dell’informazione mainstream, sempre seguendo la regola orwelliana per cui un termine, se occorre al regime che controlla la lingua di una comunità, può finire per significare il suo esatto contrario. Così il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro, inizialmente denominato “ReArm Europe”, è diventato il più delizioso e smart “Readiness2030”, “Prontezza2030” (che a sua volta è un ossimoro, dato che nessuno direbbe di essere pronto, però tra 5 anni), che deve essere sembrato più efficace agli esperti di comunicazione dell’Unione europea. (…). È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.


Effettivamente

 

Nato per leccare


di Marco Travaglio 


Ha un bel dire Crosetto che “i presidenti passano, il rapporto con gli Usa resta”: nei prossimi due anni e mezzo, salvo sorprese, gli Usa saranno ancora sinonimo di Trump, con cui chi governa dovrà continuare a fare i conti. Possibilmente facendo gl’interessi dell’Italia, anzi iniziando a farli, visto che finora ha fatto quelli degli Usa. Essendo impossibile cambiare Trump, bisognerebbe cercare di capirlo. Checché se ne dica, non è un pazzo, anche se gli piace farlo. È un bullo egomane che capisce solo i rapporti di potere: forte coi deboli e debole coi forti. Finora tutti i leader occidentali, tranne il canadese Carney e lo spagnolo Sànchez, hanno pensato che il miglior modo per affrontarlo sia adularlo e compiacerlo. Lo disse lui stesso all’inizio del secondo mandato: “Ho la fila di leader ansiosi di baciarmi il culo”. Poi li insultò, li derise e li umiliò a uno a uno: Starmer, Merz, Macron, von der Leyen, Rutte, ora la Meloni. Nessuno gli ha fatto sgarbi particolari, anzi gli hanno detto di sì quasi su tutto ciò che davvero gli interessava: dazi, 5% di Pil alla Nato, Gnl americano al quadruplo del metano russo, armi comprate dagli Usa per regalarle a Kiev, niente tassa sulle big tech, zero sanzioni a Israele, pigolii sulle guerre illegali in Venezuela e in Iran. L’unico no a Trump è stato sul piano di pace per l’Ucraina concordato con Putin in Alaska. Ma lì per lui è un win-win, mentre per l’Ue è un lose-lose: gli Usa ingrassano pure sulla guerra, vendendoci le armi e lucrando sull’harakiri dell’economia europea che si svena da sola per una causa strapersa.

Fateci caso: gli unici ad aver detto dei no, Carney e Sànchez, hanno subìto da Trump attacchi e minacce (dazi fantasmagorici, mai applicati), ma – almeno finora – mai disprezzo. Come Mamdani, il giovane sindaco socialista di New York: Trump lo considera un pericolo pubblico (ampiamente ricambiato), ma l’ha ricevuto nella Sala Ovale con rispetto e qualcosa di simile alla simpatia: perché ha molti voti, quindi è forte. E Trump teme solo la forza: perciò rispetta Putin, Xi e – ora che l’ha visto all’opera a sue spese – l’Iran. Gli “alleati” Nato, se volessero spiazzarlo e farsi rispettare al vertice di Ankara, anziché scodinzolargli appresso nel terrore di esser bullizzati un’altra volta, si rialzerebbero in piedi, drizzerebbero la schiena, ritrarrebbero la lingua e gli comunicherebbero quanto segue: “Il 5% di Pil in armi te lo scordi, il gas lo ricompriamo dalla Russia, con Putin ci trattiamo anche noi con la Merkel mediatrice, i patti sulle basi in casa nostra li rinegoziamo nel rispetto del diritto internazionale e partiamo subito con le sanzioni a Israele e la tassa digitale sulle big tech”. Ovviamente non lo faranno e continueranno a subire il suo disprezzo. Peraltro, pienamente meritato.

Un po' di sfottò ai brasilero!

 


Se vent’anni fa?

 


Se vent’anni fa qualcuno ci avesse detto che un giorno un presidente di uno Stato, qualsiasi, avrebbe telefonato al presidente Fifa per far togliere una giornata di squalifica ad un giocatore della squadra della sua nazione, avremmo sorriso commentando “non dire scemenze! Se arrivassimo a quel punto sarebbe la fine di tutto. Il Calcio morirebbe, nulla sarebbe più come prima! Ma soprattutto: pensi davvero che potesse venire un presidente tanto coglione da invischiarsi in faccende sportive, e dall’altra parte ci fosse un pezzo di merda come presidente FIFA da inchinarsi come un’ameba ai diktat di un egocentrico di quella portata? Via dai non dire cavolate!”




Quanno ce vo'....

 



lunedì 6 luglio 2026

Succede anche questo!

 


Infinita vergogna!

 

Gaza, il governo ora ammette: “Israele blocca le evacuazioni sanitarie dalla Striscia” 


di Giacomo Salvini 


“Siamo il Paese che ha salvato più vite a Gaza”, diceva a settembre scorso il ministro degli Esteri Antonio Tajani in Parlamento dando i numeri sui 181 bambini accolti in Italia da Gaza. Questo accadeva prima dell’attacco del 28 febbraio scorso da parte degli Stati Uniti e di Israele nei confronti dell’Iran e la relativa crisi con i Paesi del Golfo. Da allora, infatti, le evacuazioni per ragioni sanitarie dalla striscia di Gaza “sono sospese” e “non ci sono notizie certe su quando saranno ripristinate”. Ad ammetterlo è stata nei giorni scorsi la Farnesina rispondendo a una richiesta della senatrice del M5S Alessandra Maiorino che chiedeva al ministero degli Esteri di far uscire dalla striscia di Gaza una madre palestinese, Dina Nabahin, con i suoi quattro figli che hanno bisogno di cure mediche che non possono essere garantite nella striscia.

La segnalazione riguarda una delle molte famiglie che in questi mesi non riescono a uscire dall’imbuto infernale di Gaza. Una famiglia come tante altre: la madre lavora con associazioni umanitarie, il marito è un medico e tre dei loro quattro figli necessitano di cure “continue” che vanno da un piede che ha subito diverse operazioni e rende difficile camminare alla cura di un rene. A febbraio scorso è stata fornita la documentazione medica al Dipartimento della Protezione civile per chiedere un’evacuazione medica da Israele all’Italia con le garanzie di sostenere le spese di mediche e di mantenimento dei figli. Ma da allora non ha ricevuto risposta.

L’1 luglio la segreteria della senatrice M5S Maiorino ha chiesto lumi all’unità di Crisi della Farnesina che ha risposto ufficialmente che “pur comprendendo” le difficoltà dei cittadini palestinesi, in base ai criteri delle autorità israeliane, possono essere evacuati solo cittadini gravemente feriti o malati, ricongiungimenti familiari o ricongiungimenti con cittadini stranieri con permesso di soggiorno. Inoltre, specifica il ministero degli Esteri, le evacuazioni dalla striscia avvengono “esclusivamente nell’ambito di operazioni umanitarie coordinate a livello internazionale”.

Poi vengono presentati i termini e l’iter per le evacuazioni con una sorta di vademecum: le priorità sulle valutazioni medico-sanitarie vengono effettuate dall’Organizzazione mondiale della Sanità insieme al ministero della Salute di Gaza per individuare i pazienti urgenti. Quindi è necessario che ogni richiesta “venga sottoposta all’Oms” per inserire le persone nelle liste di evacuazione e solo in questo caso potrà essere avviata un’interlocuzione con la Protezione Civile. La Farnesina però precisa che le evacuazioni sanitarie sono “subordinate alla pianificazione delle competenti Autorità israeliane” che determinano le modalità di evacuazioni specificando che “l’effettiva uscita dei nuclei è vincolata all’autorizzazione insindacabile e preventiva delle stesse autorità israeliane, che ne detengono piena titolarità”.

Nella conclusione della risposta arriva la doccia fredda: l’unità di Crisi della Farnesina dice che prende nota del nominativo della donna ma specifica che “allo stato attuale a causa dei recenti accadimenti nel Golfo, le operazioni di evacuazione medica sono state sospese e non abbiamo notizia certa su quando verranno ripristinate”. Sono invece attivi i corridoi universitari: a metà maggio la Farnesina ha fatto entrare 72 studenti palestinesi, di cui 9 resteranno in Italia per proseguire il percorso di studi.

La risposta della Farnesina ha provocato la reazione della senatrice Maiorino: “Il governo ha dimenticato di dire che ogni evacuazione dalla Striscia di Gaza, persino quelle per gravi ragioni mediche, persino di bambini, è sospesa a giudizio insindacabile di Israele – spiega – Se ne erano dimenticati? Difficile crederlo. La non interruzione dei rapporti commerciali e persino militari con Israele è sempre stato motivato dal fatto che questo avrebbe favorito la possibilità di offrire sostegno alla popolazione di Gaza agonizzante. Ora che sappiamo la verità, anche questa scusa è caduta”.