giovedì 25 giugno 2026

Natangelo

 



Sempre sugli eroi della bananiera

 

Alemanno accolto da Vannacci sembra un eroe risorgimentale 


di Daniela Ranieri

Abbiamo letto con tanta empatia le struggenti cronache dell’uscita dal carcere di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma di Alleanza Nazionale e ministro in due governi Berlusconi (sembra ieri che i camerati ne festeggiavano l’elezione col braccio alzato sotto al Campidoglio), che quasi ci dimenticavamo perché vi era entrato (bagatelle: finanziamento illecito e traffico di influenze, derivante, quest’ultimo, dalla riqualificazione di un episodio di corruzione nell’ambito dell’inchiesta Mondo di mezzo).

È vero: non a tutti capita la fortuna di ottenere la grazia dal presidente della Repubblica prim’ancora di entrare in carcere, come ha scritto polemicamente Alemanno su Facebook in riferimento alla ex compagna di Popolo della Libertà Nicole Minetti, la notte prima di lasciare la cella di Rebibbia, al lume di una fioca candela; ma scommettiamo che a nessuno dei 64.436 detenuti in Italia tocca il privilegio, una volta scontata la pena e dimessi dalle patrie galere, di venire prelevati dai cancelli e condotti direttamente nella sede di un partito per contribuire alla sua formazione con la disciplina e l’onore guadagnati sul campo. Una cosa risorgimentale, quasi.

Alemanno non entrerà, come sarebbe sembrato naturale, in Forza Italia (dove il carcere vale come un master all’estero, una specializzazione), né in Fratelli d’Italia, a cui pure approdò per un breve periodo, ma farà confluire la sua creatura chiamata Indipendenza! dentro Futuro Nazionale, il partito di “destra autentica” già oltre il 5% nei sondaggi guidato dal generale in pensione Roberto Vannacci, tornato appositamente da Bruxelles per dare il benvenuto al nuovo sodale.

Nei 18 mesi di reclusione, scattata perché l’ex sindaco, a cui il tribunale aveva concesso la messa in prova ai servizi sociali, aveva più volte violato le prescrizioni con assenze ingiustificate, uscite da casa fuori dall’orario consentito, documenti falsi e incontri con pregiudicati, Alemanno ha tenuto un diario carcerario in cui ha denunciato le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti, problema di cui non risulta si sia mai occupato prima di farne parte. Ma come, direte voi, i detenuti hanno accesso ai social? Abbiamo dimenticato il caso di Doina Mattei, condannata a 16 anni di carcere per omicidio, che nel 2015 in regime di semilibertà pubblicò su Facebook delle foto che la ritraevano in spiaggia e fu perciò costretta dal tribunale di Sorveglianza di Venezia a tornare in cella a tempo pieno, sulla base della sentenza della Cassazione per cui condividere contenuti o chattare su Facebook equivale a evadere e a comunicare con l’esterno? E a Fabrizio Corona non capitò più volte di dover rientrare in galera per l’uso non autorizzato dei social durante i domiciliari? Ah, ma allora non sapete niente: Alemanno scriveva le sue memorie su fogli di carta che poi consegnava ai suoi legali e familiari, che a loro volta li giravano allo staff incaricato della pubblicazione su Facebook. Tutto regolare.

E tutto è bene quel che finisce bene. Alemanno ha detto che non si candiderà, ed è un peccato, perché in Parlamento stanno drasticamente diminuendo le quote a righe, quelle degli ex galeotti; ma qualche voto di nostalgici vedrete che lo porta a Vannacci, e magari riuscirà a farsi ascoltare da Nordio sulla condizione dei detenuti, sua nuova battaglia (intanto potrebbe consigliare ai colleghi di non delinquere, per esperienza).

La sera della vigilia Alemanno ha scritto: “Mi sembra quasi di disertare una trincea”, e verrebbe da rassicurarlo che volendo può sempre tornarci, anche se il ministro Nordio, con l’abolizione del reato di abuso di ufficio e il depotenziamento di quello di traffico di influenze, che sono i reati in cui è ferrato Alemanno, ha reso sempre più difficili le prove che un politico deve sostenere per accedere alle patrie galere; ma se uno si impegna un modo lo trova.

Ci risiamo!

 

I rappresentanti di lista 


di Marco Travaglio


Torna a grande richiesta la frottola della vittoria ucraina sulla Russia. Guardacaso, subito dopo che Trump – chiuso l’inglorioso capitolo Iran – ha promesso di rimetter mano all’Ucraina; e alla vigilia del vertice Nato di Ankara, dove Rutte e gli altri camerieri di Zelensky vogliono spillare agli sfiniti Stati membri altri 60 miliardi di aiuti militari per Kiev, in aggiunta all’assegno da 90 appena staccato dall’Ue. Il Corriere, quattro anni dopo la celebre lista farlocca di agenti putiniani in Italia, ne ha inventata un’altra con tutte le firme del Fatto: “Quelli che ‘Kiev ha già perso la guerra’ (ma l’Ucraina ora colpisce Mosca)”. La tesi è che qualche missile e drone su Mosca (sai che novità: cadono da tre anni) basti a ribaltare le sorti della guerra. Che forse gli strateghi del Corriere non lo sanno, ma si combatte in Ucraina, non in Russia. E in Ucraina i russi continuano ad avanzare ovunque (chi dice 715, chi 1000 kmq nel primo quadrimestre 2026): in Donetsk, occupato all’85%, hanno appena preso Rai-Aleksandrivka, stanno completando la conquista della roccaforte di Kostantinovka, sono penetrati a Lyman e si avvicinano ai due ultimi grandi centri, Slovyansk e Kramatorsk. Gli ucraini, in inferiorità numerica per il flop del reclutamento e il boom di diserzioni, tentano di salvare il salvabile con sciami di droni anche sui civili nelle zone occupate e attacchi-spot in Russia. Raid dannunziani che fanno danni relativi, hanno impatto militare zero, ma producono titoloni sui media occidentali per tener viva l’illusione della vittoria, giustificare i sabotaggi di ogni negoziato e i continui salassi miliardari che condannano a morte l’economia europea e quel che resta dell’Ucraina (tranne le élite corrotte).

Il geniale autore della lista di proscrizione sul Corriere cita le nostre analisi di questi quattro anni, che hanno avuto il grave torto di avverarsi, fingendo che siano state smentite. Ecco la mia: “Col piano di pace di Trump, Zelensky può scegliere tra una sconfitta ora e una disfatta totale fra un anno”. Forse il genio non sa che parafrasavo Oleksji Arestovich, l’ex consigliere e amico di Zelensky che l’ha licenziato perché gli diceva la verità: “Possiamo scegliere di negoziare oggi perdendo 4 regioni più la Crimea, o accettare di perderne 7 o 8 fra sei mesi”. E non fu il Fatto a titolare “Perché Putin sta vincendo la guerra in Ucraina”: fu l’Economist. E non fu il Fatto a titolare “Zelensky: ‘Non abbiamo le forze per riprendere Crimea e Donbass’”: fu il Corriere (18.12.24). Ora tenetevi forte: chi scrisse l’editoriale “Un vincitore nel 2023? Putin, ahinoi”? Federico Rampini sul Corriere. Quindi delle due l’una: o è putiniano anche Rampini, o i giornalisti del Corriere non leggono il Corriere (e, sia chiaro, fanno benissimo).

mercoledì 24 giugno 2026

Gli eroi…

 … di questa nazione bananiera…






Brutta solitudine

 Fa quasi tenerezza questo nonnino ormai prossimo a luglio a festeggiare gli ottantatré! I nipoti, i pronipoti gli stanno vicino come meglio possono, ma la canizie e la solitudine lo stanno accerchiando! E alla sera a letto presto a ricordare gli anni lontani….




Avrà ragione?

 





Ellekappa